Irene Romano nasce nel 1986 in una piccola cittadina alle porte di Firenze. Dopo aver frequentato il liceo scientifico, s'iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia del capoluogo toscano. La città le riserva esperienze ed incontri stimolanti. È proprio durante la stesura della tesi in storia contemporanea, infatti, che Irene si avvicina al mondo dell'editoria e, una volta conclusi gli studi, svolge un tirocinio presso la casa editrice L'Arcobaleno Editore di Porretta Terme sull'Appennino Emiliano.
Questa esperienza le consente di entrare in contatto con giovani scrittori, storie e personaggi, che alimentato la sua fantasia. Inizia così a scrivere racconti propri, ma li ripone nel cassetto. Accumula appunti e fa scorta di idee, fino a quando nel gennaio 2013 s'iscrive al corso di scrittura creativa dell'Associazione Il Giardino dei Ciliegi di Firenze, condotto da Enzo Fileno Carabba. Lì per la prima volta prova l'emozione di sentire le sue parole pronunciate da altri.
Scrive diversi racconti con cui partecipa a concorsi nazionali. “Il pezzo mancante” (Talenti quotidiani - gen2013); “L'attesa” (Caffè letterario Moak XIIed - giu2013), “Scarabocchi e sogni in vendita” (Storie di artisti - ott2013), “Celata agli occhi, ma presente” (ConTempo - feb2014) e “Ci vediamo presto” (I racconti di San Lorenzo IIIed - mar2014), sono solo alcuni dei suoi lavori.
“Il pezzo mancante”, “La pianta carnivora” e “Napoli” sono i racconti con cui, nell'ottobre 2013, prende parte al progetto 100 PAROLE PER RACCONTARE (antologia di racconti brevi edita da Carta e Penna Editore) promosso dall'Ass. Carta e Penna di Torino. Pochi mesi dopo partecipa alla seconda edizione del Premio di poesia e narrativa LeggiadraMente, promosso dalla stessa associazione torinese, e riceve la menzione d'onore per il racconto “Noi”.
Alimenta curiosità e voglia di scrivere attraverso l'elaborazione di recensioni teatrale, collaborando con “Teatrionline - Il portale italiano dell'informazione teatrale”. Da cinque anni lavora come impiegata presso il Poliambulatorio Risana di Incisa in Val d'Arno (Fi). Un lavoro semplice, ma reso stimolante dal quotidiano incontro con persone diverse. Continua dunque a nutrirsi di umanità, guidata dall'interesse per le dinamiche che governano i rapporti umani. Il lato autentico e più intimo del mondo, insomma, e lo fa partendo dal proprio vissuto per uscirne attraverso rivisitazioni e stravolgimenti che rappresentano non solo un'evasione, ma anche un divertente esercizio di stile.


Ci vediamo presto

Menzione di merito al 3° concorso nazionale "I racconti di San Lorenzo"
indetto da LiberArte Associazione di Sesto Fiorentino (FI)

L'odore acre della corsia dell'ospedale era così intenso da essermi penetrato in profondità nei polmoni. Me ne stavo distesa su quel lettino da quasi quindici minuti, isolata da pareti di stoffa. Un confine volto a preservare la privacy dei pazienti, suppongo. Senz'altro un aiuto per una dallo svenimento facile come me. Oltre quella morbida barricata sentivo i lamenti di chi mi stava di fianco e non riusciva a sopportare il dolore, o forse l'attesa. Un bimbo piangeva mentre la mamma cercava di consolarlo. Un anziano, proprio di fianco al mio letto, reclamava attenzioni. C'era anche una coppia di fidanzati. Dalle voci davano l'idea di essere molto giovani. Erano caduti dal motorino in piazza Ferrucci e adesso se ne stavano lì, nella corsia del pronto soccorso, a condividere l'accaduto postando foto su Facebook.
Io me ne stavo in silenzio, nella penombra. Ascoltavo quelle voci con interesse, tentando di dare loro un volto. Lamentarmi era l'ultimo dei miei pensieri. Avevo il collo indolenzito, ma considerato l'impatto di poco prima, essere arrivata all'ospedale sulle mie gambe non era poca cosa. Alzare la voce non sarebbe servito a molto, se non a dissipare le poche energie che mi restavano. Ero impaziente, certo, ma ormai il treno l'avevo perso. L'unica cosa da fare, dunque, era attendere con fiducia l'arrivo di un medico.
Sollevai leggermente il collo per sgranchirmi un po' e il mio sguardo cadde sul maglione porpora che indossavo. Lo strinsi tra le dita. La lana era morbida e soffice. Una piacevole sensazione di calore in quel luogo asettico ed irreale. Ma il mio sguardo si velò di diffidenza nei confronti di quello stesso maglione, mai indossato prima, che ora mi faceva compagnia all'ospedale. D'un tratto sentii qualcosa vibrare sul lettino. Era il mio cellulare che si agitava silenzioso all'altezza del fianco destro. Lo portai agli occhi e sul display lessi il nome del mio fidanzato.
“Pronto”, mi limitai a dire.
“Come stai?”.
“Marco aspetto che qualcuno mi dia un'occhiata”.
“Capisco… Ma niente di grave vero?”.
“Ho qualche dolore e sono molto stanca, ma credo sia normale dopo la botta che ho preso…”.
“L'uomo che guidava l'altra auto come sta?”.
“Come vuoi che stia? E'stato lui a tamponarmi. Non dovrebbe aver preso grandi botte…”.
“Mi dispiace che tu stia male”.
“Lo so. Dispiace anche a me… Soprattutto mi dispiace non essere riuscita a prendere il treno”.
“Non preoccuparti per quello…”. Marco fece per proseguire quando da oltre la barricata sentii una voce di donna che mi chiamava.
“La signorina Accorsi?”.
“Sono qua!”.
Con un piede scossi la stoffa per farmi notare e nel frattempo chiusi la telefonata spiegando a Marco che era il mio turno.
“Vediamo un po' come sta questa ragazza”.
L'infermiera era una robusta donna sulla quarantina. Capelli mogano tagliati corti e un paio di occhiali verdi in tinta con i suoi occhi vivaci.
“Chiara vero?”.
“Sì”.
“Cos'è successo?”, chiese mentre con dimestichezza mi toccava collo e spalle.
Le parlai dell'accaduto.
“Ti è andata bene cara mia!”, concluse una volta ascoltato il mio racconto.
“Adesso ti faccio visitare dal medico”. Fece per chiudere la tenda, ma prima di andarsene si voltò verso di me ed aggiunse: “Stai tranquilla. Torno subito”. Rimasi nuovamente sola, ma a differenza di poco prima mi ritrovai sorridente. Quell'infermiera mi aveva messo di buon'umore.
Pochi istanti dopo la tenda si aprì di nuovo. Comparve la solita infermiera, accompagnata questa volta da un uomo alto e magro a tal punto da far spavento. Aveva i capelli neri che stavano lasciando gradualmente posto al grigio.
“Dott. Melli, questa è Chiara”, mi introdusse la donna. Io sorrisi e lasciai che il medico mi visitasse. Dovetti ripetere per l'ennesima volta quanto accaduto. Poi mi sollevai a sedere sul lettino e d'un tratto ebbi come una vertigine.
“E' normale”, mi rassicurò il dottore. L'infermiera mise una mano dietro la mia schiena per sostenermi.
“Stasera niente discoteca, mi raccomando!”.
“Per carità! E' l'ultimo dei miei pensieri”. Ci scambiammo un sorriso.
“Sei venuta da sola?”, continuò l'infermiera.
“Sì, ma ho avvisato che sono qui e mi vengono a prendere”.
“Il tuo fidanzato?”.
“No, lui sta a Lucca… Vengono i miei…”.
“Questi uomini… Alla fine tocca sempre far affidamento sui genitori!”.
Il medico se ne stette in silenzio per un po', poi guardò l'infermiera e con tono inaspettatamente ironico le disse: “Sempre a lamentarvi voi donne… Magari è impegnato. Forse lavora…”.
“Le posso assicurare che il suo massimo impegno di oggi sarà guardare la tv comodamente seduto sul divano”.
Il medico mi guardò perplesso.
“Del mio ragazzo, intendo…”, mi sentii di specificare. Lui mi fissò ancora per un po' in silenzio.
Poi la sua espressione si fece più tenera e mi disse: “Ci pensi, signorina… Che uomo è uno che lascia la propria fidanzata da sola al pronto soccorso?”.
“Visto che avevo ragione!”, esultò l'infermiera. L'impeto della donna mi permise di non dover aggiungere altro a riguardo, se non un “Già…” di circostanza.
“In ogni modo la buona notizia è che con qualche giorno di riposo si rimetterà in sesto – riprese il medico – Le consiglio in ogni caso di rivolgersi ad un fisioterapista”.
“Ok”.
“Le chiedo ancora qualche attimo di pazienza. Compilo i moduli ed è libera!”. Con queste parole si dileguarono entrambi.
Mi ritrovai di nuovo sola tra quelle tende. Fuori continuavano ad intrecciarsi voci, ma non ero più così interessata. Presi il cellulare e digitai il numero di Marco.
“Pronto”.
“Ciao”.
“Allora? Com'è andata la visita?”.
“Bene. Me la caverò con qualche giorno di riposo e un po' di fisioterapia credo”.
“Per fortuna! Temevo potesse essere qualcosa di più grave”.
“Cosa stai facendo?”.
“Guardo la tv, ma non c'è niente di interessante”.
“Capisco…”.
“Cosa c'è che non va? Cos'è questa voce?”.
“Cosa c'è di strano nella mia voce?”.
“Mi sembri triste…”.
“Sai com'è… sono sola in una corsia del pronto soccorso…”.
“Pensavo ci fossero i tuoi”.
“Infatti è così. Sono fuori ad aspettarmi”.
“Allora non devi preoccuparti. Sei in ottime mani!”.
“Lo so”.
“Tesoro lo sai che ti voglio bene, non farmi stare in pensiero con questa vocina… Ci vediamo presto”.
Presto… La prossima settimana”.
“Che ci posso fare? Ormai questa settimana è andata”.
Il brivido che corse lungo tutto il mio corpo esplose in un improvviso calore.
“Certo sarebbe stato troppo chiederti per una volta di venire a trovarmi, dato che ho avuto un incidente”.
“Ma io…”.
“Cosa?”.
“Credevo che tu preferissi…”.
“Ok. Ho capito. Come al solito era più comodo che venissi io, piuttosto che alzare il culo da quel divano, salire in macchina e venire a vedere come stavo di persona”.
“Ma Chia…”.
“Lascia stare. Adesso ho da fare. Ci sentiamo più tardi”.
Chiusi la telefonata nell'istante preciso in cui l'infermiera aprì la tenda.
“Come ti senti?”, mi chiese.
“Bene. Pian piano sta passando anche il giramento di testa”. “
Vedrai che andrà sempre meglio. Certo la botta l'hai presa quindi stai a riposo in questi giorni. Niente sforzi… e niente brutti pensieri”.
Ebbi la sensazione che avesse sentito la mia telefonata di poco prima, ma la cosa invece che infastidirmi mi dette sollievo. Le sorrisi, celando in quello sguardo uno speciale ringraziamento.
“Ti accompagno all'uscita”.
Giunte in prossimità di una robusta porta di metallo che conduceva fuori dal pronto soccorso ci fermammo. “Grazie di tutto”.
“Buona fortuna Chiara!”.
Quando oltrepassai quella porta mi ritrovai di fronte i miei genitori. Mi corsero subito incontro con sguardo preoccupato, ma al contempo rassicurati dal fatto di vedermi camminare sulle mie gambe. “Come stai?”, chiesero dopo avermi abbracciata. Mia mamma sembrava particolarmente in pensiero.
“Bene mamma, sto bene! Un po' dolorante, ma bene”.
“Com'è andata? Hai avuto paura?”, chiese mio padre.
Abbassai lo sguardo e mi incamminai verso l'uscita.
Loro mi vennero dietro. Non avevo alcuna voglia di ripetere per l'ennesima volta ciò che era accaduto, ma ero così contenta che fossero lì.
Alzai lo sguardo colmo di riconoscenza. “Ero in prossimità dell'incrocio di Via Lorenzo il Magnifico, quando…”, e presi a raccontare.


IL PEZZO MANCANTE

“Passerò il Natale con voi”, le aveva detto mesi prima. Quei giorni di festa, la cui attesa era sembrata infinita, si erano esauriti velocemente e adesso suo figlio era di nuovo in partenza. Chissà quando tornerà, pensò ancora scaldata dall'abbraccio in cui l'aveva stretta prima di uscire di casa. Lo seguiva con lo sguardo dietro al vetro della finestra e più lui si allontanava più tornava a farsi spazio in lei la sorda mancanza con cui ormai aveva imparato a convivere. Non vi erano dubbi che fosse una donna felice, ma le mancava un pezzo. Quel pezzo era lui.

LA PIANTA CARNIVORA

Quando quel bimbo si avvicinò Lisa era immersa nelle scartoffie della segreteria. “Ciao! Come ti chiami?”, disse appena lo vide. Ma il piccolo non rispose. Si lasciò sfuggire un timido sorriso e con tutto il coraggio che aveva allungò una manina e le porse un foglio, per poi tornare di corsa da sua madre in sala d'attesa. Un disegno per me?, pensò. Era solo un disegno, ma quel gesto inaspettato le aveva scaldato il cuore. Una volta osservato il foglio, però, la meraviglia lasciò il posto alla perplessità. Una pianta carnivora… perché?!

NAPOLI

L'ampia strada aveva lasciato il posto ad un tortuoso labirinto di vicoli nel quale suo padre si muoveva sicuro. In quella città lui c'era nato. Lei, invece, scorgeva per la prima volta quegl'alti palazzi ingrigiti che toglievano l'aria e la luce. Come dei vecchi privi di forze, si sostenevano l'un l'altro retti dal ricordo di un glorioso passato ormai lontano. Palazzi scorticati, da cui l'intonaco era venuto via a chiazze come se le esistenze che si consumavano all'interno volessero uscire. Niente sole a scaldare i vicoli quel giorno, ma un cielo bianco, sporco, sotto il quale lei respirava vita.

NOI

Si erano alzati tardi quel giorno. La pioggia, poi, non li aveva certo aiutati. Sotto quei goccioloni l'idea di andare al mare era naufragata. Che poi loro, al mare, neppure volevano andarci. Avevano tirato fuori quell'idea la sera prima, presi da un entusiasmo che aveva ben presto lasciato il posto alla fatica. Avevano bisogno di sentirsi autorizzati. Autorizzati a stare a casa nonostante fosse estate e quello fosse il loro unico giorno libero dal lavoro. Sentirsi autorizzarti a non fare niente, niente tutto il giorno. Ecco di cosa avevano bisogno.
Dopo il caffè si erano seduti sul divano. Era stata lei, per l'esattezza, a sedersi per prima. Schiena attaccata al bracciolo e gambe distese sul morbido tessuto rosso. Poco dopo lui l'aveva raggiunta. Si era avvicinato con indosso una t-shirt bianca ed un paio di logori pantaloncini verdi usati come pigiama. “Posso?”, aveva chiesto e lei, senza dire niente, aveva tirato a sé le gambe e gli aveva fatto spazio. “A che punto sei?”. “Il racconto è praticamente finito. Devo solo rivedere la punteggiatura”. “Immagino che tu abbia bisogno di leggere ad alta voce”. “Beh, sarebbe meglio…”. “Posso darti una mano se vuoi!”.
Pochi mesi prima si erano incontrati ad una festa. Lei stava ordinando una birra, quando lui le si era avvicinato con una scusa. L'ennesimo abbordaggio, aveva pensato. Una di quelle occasioni in cui gli argomenti trattati sono di una banalità imbarazzante. Complimenti e battute di dubbia ironia che dei perfetti sconosciuti le rivolgevano immaginandola già nuda nel loro letto. Tutti uguali. Anche di lui aveva pensato questo. Carino, decisamente più simpatico degli altri, ma come loro pronto a concludere. Non che le avesse dato motivo di crederlo, ma di lui qualcosa già sapeva. Aveva imparato a conoscerlo dalle parole di una sua amica. Una di quelle che a letto con lui c'era andata e come. Un divertente passatempo. Nel mare di uomini che scaldavano il suo letto, lui era quello tranquillo, che non faceva domande e che quando lo chiamava c'era. Uno 'senza noie' insomma. All'inizio aveva avuto qualche remora, ma poi si era chiesta perché non potesse anche lei concedersi un piacevole diversivo. Così era finita nel letto del 'senza noie'. O meglio, nel retro della sua macchina. Quando si incontravano il tempo scivolava via, non bastava mai. Insieme a lui si sentiva leggera come con nessun'altro. Tra loro c'era qualcosa di più di semplice sesso, se ne rendeva conto, e questo le faceva una paura tremenda. Ma la paura l'aveva già fottuta altre volte, ora voleva vivere. E così aveva fatto negl'ultimi mesi, fino a quando dal retro della macchina erano passati al letto e lei era diventata l'unica.
Mentre leggeva ad alta voce il suo racconto, lui la seguiva con attenzione su dei fogli di carta. Prima di allora non aveva rivelato a nessuno la sua passione per la scrittura. Al contrario l'aveva riposta in fondo ad un cassetto insieme ai suoi racconti e lì l'aveva lasciata fino a quando lui non si era affacciato nella sua vita. Non che non avesse avuto altri con cui parlarne, sia ben chiaro, ma nei suoi racconti metteva in gioco emozioni intime, sfumature di sé che aveva gelosamente custodito. Per lo meno fino al suo arrivo, fino a quando il 'senza noie' era piombato nella sua vita minando le sue difese. Contro ogni iniziale previsione lui aveva avuto anche questo merito. Del resto tra le sue braccia si era subito sentita a suo agio, perché aspettare? Così aveva mandato a quel paese la paura e si era lasciata andare. Lo aveva fatto con una naturalezza il cui solo pensiero la terrorizzava, ma lo aveva fatto e attraverso quelle pagine scritte si era rivelata. Ecco perché le piacevano le giornate di pioggia, soprattutto quelle che la coglievano di sorpresa. Buttare all'aria i programmi fatti e poter stare lì, loro due soli, a dedicarsi del tempo. Certo su quel divano avevano tanti modi per starsi accanto, ma in quegl'attimi, quando leggeva ad alta voce, lo sentiva così vicino a sé da essere quasi una cosa sola.
Anche quel giorno aveva provato quella sensazione. Con lui accanto il pomeriggio si era consumato velocemente e nel frattempo la pioggia aveva smesso di cadere, lasciando che qualche timido raggio di sole rischiarasse la giornata ormai al termine. “Che bello un po' di sole!”. Quel cielo terso parve ripagare il lavoro fatto. “Andiamo a fare un giro?”. “Adesso?”. “Che ne dici di andare al parco? Giusto un'oretta prima di cena”. “Ma si, dai… Andiamo!”. Lui si alzò svelto e si diresse in camera. Lei si impadronì del bagno. Si persero di vista per qualche istante, fino a quando non si ritrovarono di fronte alla porta di casa. “O mamma…”. Lui indossava una canottiera bianca a spalline strette di quelle che portano gli anziani fuori dai bar in piena estate. “Cosa c'è?”. “E questa canottiera?”. “Cos'ha che non va? Non ti piace?”. “Ecco… non ti dona molto”. “Quando ho caldo mi vesto così”. Lei si zittì. “Non mi sono mai fatto problemi”. “Era per dire… Nel senso che ci sono cose che ti stanno meglio. Tutto qua”. Aveva un limite lei, anche più di uno in realtà, ma questo era insormontabile. Le era impossibile non fare attenzione ai particolari e, suo malgrado, non riusciva a tenere per sé certe osservazioni. In fin dei conti era sempre lui, cosa cambiava quella canottiera? L'idea di avere accanto un vecchio giocatore di carte per tutta l'estate, però, non le andava giù. Quanto mancava a settembre? Non vedeva l'ora che i primi freschi riportassero un po' di refrigerio e con esso le maniche corte.
Erano a pochi centimetri l'uno dall'altro, chiusi nell'ascensore. Una discesa silenziosa. Quella canottiera proprio non le piaceva. Più la guardava e più si convinceva che non gli donasse, tanto più adesso che il suo incarnato era ancora pallido. Un giocatore di carte non lo voleva, non l'aveva mai voluto. Ma se quel giocatore era lui? Forse doveva rivedere le sue posizioni. Non poteva ferirlo per una canottiera. Solo gli adolescenti si soffermano su tali dettagli e l'età dell'adolescenza lei l'aveva passata da un pezzo. Alzò gli occhi verso di lui ed i loro sguardi si incrociarono. Solo un istante, ma sembrarono capirsi. Così quando uscirono dall'ascensore lo prese per mano ed uno accanto all'altro iniziarono a camminare verso il parco.
“A volte si è così coinvolti da una storia, soprattutto all'inizio, da non vedere tanti piccoli particolari. Così si finisce per credere di avere accanto la persona giusta…”. La persona giusta. Quell'espressione la infastidiva. Non capiva il perché di quel discorso, ma disse la sua continuando a camminare. “Forse ci vuole del tempo, ma si tratta semplicemente di saper guardare alle cose importanti. I dettagli… beh, i dettagli non sono altro che dettagli. Per lo meno per me è stato così e se ti può interessare adesso sono molto felice”. Seguì un lungo silenzio. “E poi dove lo trovo un altro che come te 'sopporta' i miei racconti per pomeriggi interi?”. “Se è per questo lo trovi e come!”. “Dai… stavo scherzando! Comunque lo sai che non si tratta di semplici letture… Sentirsi compresi e apprezzati, anche nelle proprie passioni, non è una cosa così scontata credimi”. “Se sei legata a me solo perché ti senti apprezzata…”. “Cosa?”. Lo sguardo di lei si fece perplesso. Non capiva dove volesse andare a parare con quel discorso, ma non era intenzionata ad alzare i toni. “In te trovo molto di più, lo sai bene. Non devo certo spiegartelo”. “Si… ma sai… forse non sono proprio quello che desideri. Forse ti sei illusa che lo fossi, ma non lo sono”. “Cosa ti viene in mente?”. “Prima di conoscere me non avevi un'idea dell'uomo che volevi accanto?”. Che domanda del cazzo pensò. “Beh, non avevo un'idea precisa di uomo. A dirtela tutta avevo più un'idea di come questo non dovesse essere… “. “Con il tempo e l'esperienza tutto si ridimensiona, ma un ideale di partenza ce l'hanno tutti. Gli stereotipi tipo la bella mora con gli occhi azzurri… Insomma cose del genere”. Lei si accarezzò i lunghi capelli biondi, pensando alla folta chioma mora dell'amica che il 'senza noie' glielo aveva fatto conoscere. Ma che si fottessero lui, lei e le belle more con gli occhi azzurri. Continuò a camminare come se nulla fosse. “Ero attratta da un certo tipo di bellezza, ma niente di più. Insomma non sono ferma all'età dell'adolescenza se è questo che temi”. Anzi se il ripudio per quella canottiera era una dimostrazione del suo essere ancorata all'adolescenza allora sì, era ancora ferma lì. Ma come poteva dirglielo? Rimase in silenzio.
La fila di alberi che costeggiava il sentiero si fece meno fitta lasciando intravedere il fiume che scorreva a pochi metri da loro. Senza dirle niente, ma con la mano di lei sempre ben stretta nella sua, si spostò verso l'argine. Lei si lasciò guidare sotto quel ponte. La pioggia caduta quel giorno era un'eccezione in quell'afoso inizio d'estate. Ne dava prova la spiaggia di detriti sulla quale si trovavano. Se ne stavano l'uno accanto all'altra, con le mani ormai distanti. A capo chino lui osservava i ciottoli con attenzione, come si fa da ragazzini quando si cerca il sasso della misura giusta per poterlo far rimbalzare sulla superficie dell'acqua. Quel silenzio durava ormai da qualche minuto. Non l'aveva mai visto così. Riguardo ai discorsi che aveva fatto poco prima, poi, faticava ancora a capirne il senso. Era evidente che qualcosa lo stesse tormentando, ma non riusciva a capire cosa. D'un tratto lui si piegò per afferrare un sasso. Lo guardò bene, poi si avvicinò alla riva e accompagnandosi con una leggera flessione delle ginocchia lo lanciò nell'acqua. “Insomma il messaggio era questo: se ti va bene è così, sennò aria… Non mi far perdere tempo!”.
Quelle parole le tolsero il fiato. Non poteva averle detto questo. Non lui. Ma lui chi? All'improvviso non capiva più niente. Chi fosse. Con chi fosse. Perché fosse sotto quel ponte. Si sentiva tremendamente sola. I suoi pensieri erano divorati da un unico desiderio: essere altrove, il più possibile lontano da quel fiume. Aveva creduto di vivere qualcosa di speciale in quei mesi, ma quel qualcosa adesso stava svanendo sotto i lucciconi che invadevano i suoi occhi. Non riusciva a pronunciare alcun suono. E poi cosa avrebbe potuto dire? Niente di sensato, questo era certo. Così se ne stette in silenzio e trattenne le lacrime. Perché la soddisfazione di vederla piangere no, non gliela avrebbe mai data. Non a lui e non adesso che l'aveva ferita.
Lui non la guardò neanche per un istante. Come se nulla fosse continuò a tirare sassi in acqua, ma nessun tiro superò i due saltelli. Il tutto sotto lo sguardo di lei, che viveva quei tiri mediocri come una rivincita. Un silenzio irreale, in cui l'unico elemento di comunicazione tra loro erano quei sassi. Ciottoli più o meno grandi e più o meno piatti, su cui entrambi riversavano le loro emozioni, oscillanti come l'acqua in quel fiume.
Andò avanti così per qualche minuto fino a quando un sasso, finalmente quello giusto, raggiunse l'altra riva con ben quattro saltelli. Lui si voltò subito verso di lei come un bambino, felice e allo stesso tempo meravigliato per l'impresa compiuta. Anche lei sorrise. Quel lancio l'aveva colta di sorpresa e senza poterla controllare la serietà che fino a poco prima aveva adombrato il suo volto aveva lasciato campo alla stupore. D'un tratto erano tornati a sorridersi.
Lui si alzò e le si mise di fronte. Erano di nuovo vicini, così vicini che lei poteva sentire il respiro di lui sul naso. I loro sguardi tornarono a farsi seri. Si parlavano quei due. In silenzio, ma si parlavano. Lui le dette un bacio, uno di quei baci che partono dolcemente per poi dar sfogo a tutta la passione repressa fino a poco prima. Lei si sentiva nuovamente al sicuro, come se il mondo fosse tutto lì, avvolto in quelle braccia. Quando le labbra si staccarono, lui la strinse ancora di più a sé. Lei poggiò la testa su di lui e lasciò che il suo sguardo si perdesse in quel fiume che inesorabile aveva continuato a scorrere.
Sotto quella luce arancione, l'ultima del giorno, l'acqua luccicava. Chiuse gli occhi, lasciando che il rumore della corrente cullasse i suoi pensieri. Così ogni paura svanì, insieme ai dubbi che poco prima l'avevano assalita e che adesso spazzava via con una certezza. Che quel sasso facesse più di un saltello lo aveva sperato, lo aveva addirittura desiderato. Si, lo aveva desiderato con tutta se stessa. Sin dal primo tiro.

SCARABOCCHI E SOGNI IN VENDITA

Quel bambino lo stava mandando fuori di testa. Da quando si erano seduti non si era fermato un attimo. Curiosità? Se si fosse trattato di quello lo avrebbe senz'altro capito. Davanti ai suoi occhi si stava invece consumando un assedio in piena regola, ma a quanto pare lui era l'unico ad essersene accorto. Di certo la cosa non sfiorava la madre del piccolo teppista, una donnona sulla quarantina alle prese con una decisione cruciale: il colore della nuova cucina. Impartendo ordini come un direttore d'orchestra, se ne stava poggiata al tavolo di legno chiaro che a stento sosteneva il peso del suo avambraccio, insieme a quello assai più gravoso dei suoi ripensamenti. Al suo fianco Loris, unico musicista di quell'orchestra. Sguardo fisso sul monitor e indice destro ormai privo di sensibilità. Da più di un'ora il giovane era immerso in una sinfonia di colori e pensili, nel tentativo di dar vita ad un sogno. Peccato non fosse il suo.
Basta! Avrebbe urlato in faccia a quella donna per poi andarsene. E suo padre? Cosa avrebbe pensato di lui? “Se vuoi studiare fai il medico, sennò vai a lavorare… e quando dico lavorare intendo un lavoro serio, non i tuoi 'scarabocchi'!”, gli aveva detto una volta. Per anni Loris non volle affrontare l'argomento. Quando trovò il coraggio di farlo suo padre gli lasciò ancor meno diritto di replica, andandosene prematuramente, lasciandolo solo in mezzo a tre donne, prima tra tutte sua madre che gli buttò addosso una serie di responsabilità di cui lui, da buon figlio, dovette farsi carico. Perché era stato un giovane ribelle Loris, ma per la famiglia, per le sue donne insomma, c'era sempre stato. Così quando a soli diciott'anni divenne l'uomo di casa, si rinchiuse in quel mobilificio garantendo uno stipendio al modico prezzo di sé stesso.
“Sandrino smettila di giocare con quel rubinetto!”, lo richiamò il padre. Il bambino si allontanò dal lavello ed iniziò ad aprire i cassetti della cucina in esposizione. Allora l'uomo lo costrinse a sedersi. “Mamma cos'è quello?”, disse infilando l'indice nel monitor. “Smettila!”. La donna allontanò quella manina minacciosa dalla sua futura cucina. “Scusalo, è solo un bimbo”. “Non si preoccupi. Ci mancherebbe…”. Quel caos impediva a Loris di concentrarsi, ma dal suo sorriso non trapelò alcuna difficoltà. Raccolse le energie che gli erano rimaste e di lì a poco ultimò la composizione, terminando con essa la giornata di lavoro. Certo non fu semplice arrivare ad un accordo. Anche il piccolo infatti volle dire la sua, il che venne a costare ben quindici minuti di lavoro che il giovane dovette giustificare alla direzione. Quindici minuti di capricci fu l'ultimo prezzo da pagare. Per fortuna Loris aveva la sua bic nera. La tirò fuori dalla tasca dei jeans e lasciò che scivolasse sinuosa sulla carta, mentre a pochi metri da lui si svolgeva la consultazione familiare. Quindici minuti che gli donarono un briciolo di serenità. Una serenità che aveva un volto di donna, emersa in un sensuale impeto dal foglio bianco.
Dopo aver rivolto ai clienti un ultimo sorriso, Loris si diresse verso l'uscita. Trascinava le gambe pesanti, mentre nel suo petto sembrava non esserci più niente. Troppe regole da seguire, la maggior parte delle quali, a parer suo, erano superflue e castranti. Che il suo estro là dentro non fosse gradito era stato chiaro sin dall'inizio. Figuriamoci che il massimo gesto di stravaganza che si era potuto concedere in dieci anni era stato invertire l'ordine dei pensili rispetto alle direttive dell'ufficio commerciale, rischiando oltretutto un richiamo dalla direzione. “Vai a casa?”. “Si Angi. Ci vediamo domani”. “Buona serata!”. “A te”. Angelica era un sostegno per Loris là dentro. Una delle poche colleghe a sapere della sua vena artistica. Una volta gli aveva anche commissionato un ritratto. Una richiesta che lo aveva stimolato a tal punto da lavorarci giorno e notte. Nessuno stipendio era stato soddisfacente quanto i 50€ che gli dette per ripagarlo del lavoro fatto, ma fu lo stupore che lesse nei suoi occhi a renderlo veramente felice.
Trascorreva in quella scatola di cemento sei giorni a settimana, il che aveva inferto alla sua creatività un duro colpo. Intermittenti impeti artistici, ecco cosa gli era rimasto. Poi c'era la notte. Quello sì che era il suo momento. Non gli importava di sacrificare qualche ora di sonno, per lo meno non quanto continuare a tenere le sue mani in allenamento. I primi tempi aveva addirittura provato ad andare a lavoro senza chiudere occhio, ma il suo rendimento ne aveva risentito. Così si era dato un limite, uno dei tanti limiti che si era dovuto imporre, insieme a quelli che gli erano piombati addosso. Più volte aveva avuto la tentazione di mandare tutti a quel paese. Che soddisfazione avrebbe provato nel vivere solo della sua arte. Questo pensiero veniva a fargli visita quasi ogni mattina, quando la sveglia suonava e invece di mettersi a disegnare doveva correre a lavoro.
Era già buio quando quella sera rientrò a casa. Accese la luce. Si tolse il cappotto e sfilò le scarpe. Passò dal bagno per sciacquarsi il viso e le mani. Poi tornò in cucina. Bevve dell'acqua e afferrò una mela. Le dette un morso e si sedette al tavolo da disegno. Aveva atteso quel momento per ore. Un altro foglio bianco di fronte a lui e la solita bic nera in tasca. La prese ed iniziò a disegnare.


Per contattare direttamente l'autore

Homepage