LE LAMPADE DI WOOD

I fiori rosa fiori di pesco mi hanno fregato. (A dire la verità, anche il pescatore con quel solco lungo il viso ha fatto la sua parte.)
Quand'è che ho sentito la canzone di Lucio Battisti per la prima volta? Credo in televisione all'inizio dell'estate. E poi il disco, questo me lo ricordo bene, non usciva mai.
Anche Annalisa, quella sera, era davanti alla tivù; a casa sua, non da me. Aveva un esame il giorno dopo, voleva andare a dormire presto. In realtà lei andava sempre a letto presto. Secondo me la passione per Proust la condizionava troppo. La sua mania degli "incipit" era dilagante, indomabile: arrivava, sorrideva, e mi parlava di famiglie felici e famiglie infelici, di spiagge di Cannes, di graziose cittadine della Franca Contea, di scolari che prendono in giro un compagno sfigato rubandogli il berretto, di soldati tedeschi che vanno a zonzo nel quartiere di San Lorenzo a Roma.
Quando la sua vicina di pianerottolo ha chiamato Ismaele il primo figlio, Annalisa sembrava impazzita.
Comunque sia, quella sera era rimasta a casa, e aveva sentito anche lei Lucio Battisti.
Quando, dopo l'esame, mi è venuta incontro, sulle scale dell'università, di corsa e sorridendo, mi aspettavo che esordisse con uno dei suoi "incipit" preferiti. Me l'aveva ripetuto ogni volta che l'avevo aspettata, alla fine delle lezioni o dopo un esame, appunto. Mi ero preparato bene, volevo spiazzarla, ero pronto a rispondere: "Quasi nulla mi sembrò cambiato in lei"; lo consideravo una specie di premio per l'esame che sicuramente le era andato bene (tutti gli esami le andavano bene), oltre che una prova d'amore.
Mi arrivò davanti e disse: "Fiori rosa, fiori di pesco, c'eri tu."
Si stupì per la confusione che lesse nel mio sguardo.
"Ma non l'hai visto Lucio Battisti, ieri sera?", mi aggredì. "Ti avevo detto di guardarlo."
"L'ho guardato, infatti, ma non posso ricordare già a memoria tutte le parole della canzone."
(Non ho imparato mai una canzone a memoria, io. Annalisa, tutte. Cioè, lei non le imparava a memoria: lei LE SAPEVA GIA'.)
"Ma dài, non hai notato quell'inizio quasi senza musica, e poi lui con la voce sparata, e a metà canzone riprende piano, chiedendo scusa perché lei non è sola, ma con un altro… Non l'hai notato, ovviamente."
La sapeva già, Annalisa; io neanche mi ricordavo il titolo. Ma le donne si ricordano tutto, dalle date in poi. Lei, ad esempio, saprebbe dire senza esitazione che anno fosse, quello dei fiori rosa. Mi direbbe, incalzandomi: "Ma come fai a non ricordarti mai niente? L'estate successiva è uscito PENSIERI E PAROLE, quindi fatti due calcoli. Sentivamo anche IL PESCATORE, non ti ricordi più? E, secondo te, quando è uscita IL PESCATORE? Prima del nostro viaggio a Malta, o dopo? Ma insomma, va bene che gli uomini non si ricordano mai niente, però non esagerare. E poi si intitola FIORI ROSA FIORI DI PESCO, non FIORI ROSA."
(Annalisa, amore, io del viaggio a Malta mi ricordo solo di quant'eri bella tu e di quanto ti amavo; tutto il resto l'ho dimenticato: compreso quel quadro del Caravaggio che continuavi a citare al ritorno. Ma davvero c'ero anch'io in quella chiesa? Tu giuravi di sì. Secondo te, a Malta avevamo visto un quadro del Caravaggio in una chiesa. Sarà. Si vede che in quel momento io guardavo i tuoi occhi.) Va bene, sto divagando (Delirando?). Annalisa, quella volta dell'esame, voleva comprare subito il disco. Non esisteva: non era ancora uscito. Tutte le sere mi aggrediva, agitatissima, perché il disco di Lucio Battisti non si trovava.
E intanto continuava a recitarmi la canzone. (Ma come faceva a saperla già?)
L'abbiamo portato dovunque, quel disco, dal giorno dell'uscita in poi: a Malta, in campagna, in piscina, anche nella cantina buia dove noi respiravamo piano. (Questa è l'unica citazione mia, e probabilmente confondo l'anno e anche la ragazza: con Annalisa non sono mai stato in nessuna cantina; forse è successo con qualche avventuretta da poco, con qualche compagna di scuola, credo, non so.
Però con Annalisa ho respirato piano tantissime volte; ma in un noccioleto, mai in una cantina buia. E poi la canzone esisteva già? Non ricordo, mi confondo.
Del resto, le interrogazioni di storia mi andavano sempre malissimo perché il professore chiedeva le date, e io non ne sapevo mai nessuna, nemmeno quella della Rivoluzione Francese; e sì che quella lì la ricordavano tutti: c'era un trucco per tenerla a mente. Mai saputo neanche il trucco. Oppure l'avrò dimenticato.)

Sì, mi hanno fregato, quei fiori rosa fiori di pesco, e la voce sparata di Lucio Battisti. (La voce sparata? Ma chi? Lucio Battisti? Quello che l'anno prima - o due, o tre, non lo so - al FESTIVAL DI SANREMO roteava il braccio come si fa quando bisogna far partire un motore, altrimenti la voce non gli veniva mica fuori. Eppure Annalisa parlava di voce sparata.)
Mi hanno fregato lo stesso, i fiori rosa (fiori di pesco, per carità, fiori rosa fiori di pesco, Annalisa!).

Amore mio, quel mangiadischi verde e il disco che si rigava. E le pile che erano sempre scariche. E tu sbagliavi ogni volta, quando le cambiavi. Non eri capace e lo facevo io. Per quel che ne so, non hai mai imparato. Ma quelle erano idiozie, dicevi tu. L'importante nella vita erano le canzoni, mica le pile, dicevi tu. Io ti prendevo in giro, povero idiota.
Adesso lo so quanto avevi ragione.

Quel mangiadischi verde, Annalisa.
Mi ricordo di quando arrivavi dal fondo della piazza, sbucando all'improvviso da una specie di vicoletto nascosto, con il tuo mangiadischi portato come una borsetta. Prima di uscire infilavi dentro un disco, e io, a mano a mano che ti avvicinavi, cercavo di indovinare quale fosse la canzone che avevi scelto per venirmi incontro. Quando c'erano anche gli altri, ci provavano anche loro; naturalmente ci riuscivano più di me, sebbene fossero degli avventizi. Io, le tue canzoni, le sentivo anche la sera tardi, quando stavo da solo con te nel tuo giardino, sul terrazzo, sul divano di velluto rosso, e poi di notte, come due bambini a guardare le stelle e a dirci: "Quella lì è la mia. E la tua qual è?" "No, quella è la mia, io l'avevo già deciso prima." "Però l'ho detto prima io, quindi scegline un'altra."
E avanti così, prima di fare l'amore, e anche dopo.
Te li ricordi, Annalisa, i materassini da spiaggia, gonfiati sul terrazzo o vicino al roseto, e noi due sdraiati lì a giocare con le stelle e con i bottoni delle magliette? Tu, a volte, ti mettevi a recitare la SIGNORINA FELICITA; a memoria, naturalmente: quando conta le stelle e dice che le sembra di sognare. A me scappava da ridere: avrei voluto sentirti dire frasi appassionate, magari un po' esagerate, insomma, quelle cose che, in certi momenti, inorgogliscono un uomo. No, tu recitavi le poesie di Gozzano a memoria; e se ti interrompevo mi zittivi.
Ti ricordi, amore mio, di quando mi addormentavo? Mi svegliavi arrabbiata, e quasi piangevi, ma erano così noiosi quei versi sempre uguali, e sempre gli stessi… Annalisa, ma perché non mi parlavi di noi due, dell'amore che avevamo appena fatto, perché non mi dicevi se anche per te era stato bello, se anche tu avevi sentito i brividi?
Te lo chiedevo e tu mi rispondevi: "Adesso smettila con queste domande cretine; non sono mica queste le cose che contano. Dài, non siamo mica dentro un film di assatanati sessuali."
"Però neanche le poesie di Gozzano sono il meglio, in questi momenti, Annalisa."
"Pensala come vuoi; ma tanto si sa che i maschi, una volta soddisfatti sessualmente, diventano cretini."
"Annalisa, guarda che io ti chiedo solo di parlarmi di noi due e di dirmi se sei felice."
"Perché, che cosa sto facendo, secondo te?"
"Reciti le poesie di Enrico Gozzano."
"Appunto. Comunque si chiama Guido."
"Ma chi?"
"Ma sei scemo? Gozzano, no?"
"Annalisa, ma chi se ne frega di Gozzano! Dimmi che mi ami"
"Ma non capisci che lo sto facendo?"
"Queste sono fesserie, Annalisa, non prendermi in giro. E non farmi la faccetta, non ci casco, questa volta so di avere ragione io."
Naturalmente avevi ragione tu, amore. Quante altre, dopo, mi hanno detto che era stato bellissimo, che io ero stato l'unico a farle gridare, e avanti così. A volte avevo pure il dubbio che stessero fingendo, a dire il vero. Nessuna, mai, mi ha raccontato della Signorina Felicita che contava le stelle credendo di sognare. Lo facevi solo tu, Annalisa. Io non capivo, allora. Tu sì.
E il divano di velluto rosso, che ci teneva caldo e ci faceva sudare, dove sarà adesso, quel divano? Sempre lì in quell'angolo del salone che dava sul giardino, oppure l'hanno portato in un'altra camera, o, chissà, in un'altra casa? Che caldo, li sopra, amore mio. Eppure restavamo rannicchiati per ore contro quello schienale: tu scrivevi il tuo diario, io leggevo Tex. Ogni tanto ti proponevo di fare cambio: tu potevi leggere Tex e io il tuo diario. Ero curiosissimo, quasi geloso, pensa. Però il tuo diario non me l'hai mai fatto leggere; non ho mai saputo che cosa scrivevi di me. Chi l'avrà letto, Annalisa? Nessuno, mai, oppure sì? Qualcuno lo sa quello che scrivevi di noi due, o non l'ha mai saputo nessuno?
Tu, accoccolata con le ginocchia alzate e il viso nascosto dal quadernone a fiorellini celesti, io buttato contro lo schienale durissimo e troppo dritto per i miei gusti.
Dov'è adesso il divano di velluto rosso, Annalisa?
L'avranno fatto pulire, da allora, oppure è come se sopra ci fossimo ancora noi due?


Ti ho tradita, Annalisa; non lo so più, quel nome. (Non parliamo delle date). Respiravamo forte, in quel letto. Tu eri in Germania, per la tesi. Mi ricordo solo questo. Ti ho tradita, Annalisa. Avevi ragione: gli uomini sono stronzi e cattivi, deboli e bugiardi. Abbiamo urlato, in quel letto, quella donna e io, ci siamo tirati i capelli, ci siamo voluti e avuti, Annalisa. Ma non so più il suo nome, e nemmeno le date. C'era un profumo di sudore e di tabacco, in quelle lenzuola, di sesso e di colpa. Non era come quello che sentivo con te, Annalisa. Non era il profumo dei fiori di pesco. (Fiori rosa, certo, fiori rosa.) Ma lo sentivo davvero quel profumo, o lo immaginavo solo? Sai, il ricordo mi diventa fioco.
Tu non avresti dovuto saperlo mai, ovviamente. E, ovviamente, te ne sei accorta subito: sei scesa dall'aereo, mi hai cercato con lo sguardo, e già da dietro la barriera l'hai visto, il solco lungo il viso. Mi aspettavo un "incipit" fulminante; mi ero preparato un mucchio di risposte. (A memoria; pensa, Annalisa, le sapevo a memoria quella volta). Volevo persino chiederti di sposarmi, Annalisa. Ma tu mi hai visto quel solco lungo il viso.

Quante volte, dopo, mi sono chiesto se qualcuno avesse fatto la spia. Ma chi? Chi lo sapeva che avevo urlato forte in un letto di passaggio, chi te lo ha detto, amore mio?
Oppure avevo davvero stampato in volto il segno della colpa; ma è assurdo, come poteva essere, non ci ho mai creduto veramente. Eppure quando mi sei arrivata davanti mi hai passato un dito sulla guancia, e l'hai sentito, l'hai seguito piano piano, quel segno.


Si mangia sempre troppo, ai pranzi della Prima Comunione.
Oggi tocca alle gemelle, le bambine del mio ultimo figlio.
Il nonno e la nonna.
Il nonno sono io.
Fa caldo e c'è troppo rumore: cellulari che squillano in continuazione, gente che urla scattando fotografie che nessuno vedrà mai.
Mi alzo e mi allontano dal tavolo intorno al quale dei commensali ridanciani e un po' alticci aspettano la torta.
Entro in un bagno illuminato con le lampade di Wood, gli agghiaccianti neon ultravioletti che si usano in discoteca o per attirare le zanzare in quelle trappole elettriche appena fuori dai locali. Qui le hanno messe nei bagni, chissà perché; forse per impedire che eventuali tossici vengano a bucarsi proprio qua durante le Prime Comunioni o i Battesimi. Con questi neon è praticamente impossibile vedersi le vene.

Tu l'hai vista bene la vena, quella volta, Annalisa. Tanti anni dopo, e già tanti anni fa. (Ovviamente non mi ricordo l'anno preciso, amore mio). L'ho saputo per caso, da un tuo ex compagno di università incontrato a teatro.
Chi l'avrebbe immaginato, Annalisa.
(Ciao, fiori rosa fiori di pesco. Non l'ho mai imparata, la canzone.)
Però adesso, sotto 'sto cazzo di lampade di Wood, adesso sì che lo vedo, nello specchio di questo bagno anti-tossici, quel solco lungo il viso. L'avevo già, quel giorno che sono venuto a prenderti all'aeroporto, oppure me lo hai inciso tu sfiorandomi, Annalisa?


IL CIELO DI AUSTERLITZ
Recensione di Nella Re Rebaudengo

L'altro giorno il collega di Fisica ha definito ignorante una studentessa che non sapeva spiegare perché non si va a fondo quando si nuota. Ha poi aggiunto, divertito, che la tapina ignorava anche le ragioni per cui un'immagine riflessa può risultare ingrandita, rimpicciolita o capovolta. Caro collega di Fisica, che mi sfotti con grazia perché nelle ore buche mi rifugio in un'aula vuota a leggere GUERRA E PACE, non ti dirò mai che da vent'anni mi rifletto capovolta nella maniglia rotonda della mia casa al mare, e non so perché. Ne saresti scandalizzato, sicuramente. Però guarda che la vita non sta dalla parte che credi tu.
Infatti non ti troverai mai tra un fiore d'anice e una betulla, vicino al Principe Andrej, che, ferito, guarda la sua vita scorrere via nel cielo di Austerlitz, né sarai lì a stringergli la mano quando si avvicinerà il nano francese che conta i morti.
Io sì.
Sei tu, collega di Fisica, che mi vedi in fondo a un'aula vuota con un librone davanti; in realtà io sono vicino al Principe Andrej, gli tengo la mano e ascolto il suo cuore.
E, credimi, è un'avventura straordinaria.

(Roberto Vecchioni: IL CIELO DI AUSTERLITZ, 2007)


Homepage