Luciano Recchiuti è nato a Teramo il 15 aprile 1958 e residente a Nepezzano, in via L. Fioravanti 19.
Laureato in Giurisprudenza, dopo oltre venti anni di carriera dirigenziale nelle Pubbliche Amministrazioni, nel settembre 2003 lascia il lavoro e si dedica esclusivamente alla sua attività di poeta, scrittore e promoter di eventi artistico-culturali. Pubblica nel settembre del 2003, con la Edigrafital Spa di Teramo, il libro di poesie “Chiaroscuri”, raccolta di liriche giovanili, recensita su riviste specializzate da diversi critici letterari.
Partecipa nel frattempo a vari Concorsi e Premi, in cui ottiene lusinghieri riconoscimenti ( molteplici inserimenti in Antologie di Premi, Menzione di Merito della Giuria a Savona nel Premio “Franco Falco 2004”, Primo Premio a Roma nel Concorso “Parole per amare 2004”, Primo Premio per la Narrativa nel “Premio Città di Bitetto 2004”, Primo Premio nel Concorso di Poesia “La campagna toscana 2004” di Firenze”, Terzo Premio Speciale della Giuria a Lucca nel Premio “G. Viggiani 2004”, quarto nel Concorso Nazionale di Poesia “Italo Carretto 2004” a Savona, segnalato nel Premio “Parole per comunicare 2004” di Grassano (Matera), quinto nella “XX Edizione Premio Letterario Nazionale Picena 2004” per la narrativa, Diploma d'Onore al Premio “La Pace” di Firenze (2004), Diploma di Merito al Premio “Vito De Bellis” 2004 di Castellana Grotte, Primo nel Concorso “Arte Città Amica 2004” di Torino per la Sezione Volume Edito con “Poesie di Piccole e Grandi Cose”, Primo per la Narrativa nel Concorso “Tra le parole e l'infinito 2004” a Caivano (Na), Premio Speciale nel Concorso “Verso il Duemila” per la narrativa inedita a Salerno nell'ottobre 2004, Medaglia d'Argento al “Premio Letterario Internazionale Cilento” 33^ Edizione 2004, 5^ classificato nel Premio “Il Club degli Autori 2003/2004”, 4^ classificato nel Concorso “Una Poesia per Pamparato 2004”, Diploma d'Onore al 9^ Premio Nazionale di Poesia “Quadrifoglio” a Pontecorvo, quinto nella sezione narrativa alla V^ Edizione Concorso Letterario Internazionale “Fonopoli – Parole in movimento 2004”, Menzione di merito con Diploma al Concorso “Parole per Amare” 2005 a Roma, secondo posto assoluto per la narrativa al Premio “Ischia, l'Isola dei Sogni”, finalista in innumerevoli altri Concorsi). Pubblicata per le Edizioni La Bancarella – Il Galeone di Messina, nel marzo 98 del 2004, la raccolta di liriche “Poesie di Piccole e Grandi Cose”, già sul sito editoriale www.imieicolori.it, mentre è fase di stampa l'ultima fatica poetica, “Sperimento.com”.
Rilevanti le attività collaterali: collaborazioni con Associazioni Culturali ed Enti, organizzazione di Mostre (“Arte e Poesia: La grafica di Patrizia Di Loreto e le poesie di Luciano Recchiuti”, “Patrizia Di Loreto: la Spazialità e il Quotidiano") e altre, Conferenze e altri Eventi, incontri con gli alunni delle Scuole Medie Statali e serate di presentazione della propria e altrui produzione artistica e letteraria.
Si sono occupati di lui: Prof. Cosimo Savastano, prof. Marcello Sgattoni, i giornalisti Marco Pistacchio e Antonella Bilei, la prof.ssa Luciana Chiarini, la prof.ssa Franca Prosperi, il prof. Gabriele Rosati, la prof.ssa Franca Maria Ferraris, i critici Fulvio Aglieri, Diego Luigi Elèna, Ubaldo Giacomucci, Giuseppe Silvestri, Eugenio Rebecchi ed Emiliano Cribari, oltre ad aver collezionato numerose critiche editoriali.
Fonda nell'aprile del 2004 l'Associazione Culturale “La Luna”, cui collaborano musicisti, grafici ed esperti nelle arti figurative, oltre alla compagna di vita Patrizia Di Loreto, scenografa, pittrice e art designer, dando vita al “Premio Nazionale di Poesia Teramo”, unico nella sua città, la cui Prima Edizione si è svolta con successo l'11 dicembre 2004.
Nuovo l'amore per la saggistica, cui si sta dedicando con la passione che lo caratterizza in ogni avventura artistica e culturale. Collabora di recente con il magazine elettronico su Internet “ Il Galeone” di Messina, di cui è redattore per il Centro Italia.
I suoi scritti sulle riviste “Punto di Vista”, “Il Salotto degli Autori”, “L'Alfiere”, “Il Club degli Autori” e numerose altre. E' entrato nel 2004 a far parte dell'Accademia “Vittorio Alfieri” di Firenze, prestigioso ed esclusivo Circolo di poeti, artisti e letterati di tutta Italia, con sede in riva all'Arno. Dal luglio 2004 è Presidente dell'Associazione Culturale “Amici della Cultura Popolare”, che gestisce il “Museo Etnografico Aprutino” in Villa Pavone di Teramo, carica lasciata agli inizi del 2005.
Dall'ottobre 2004 entra a far della Società “Dante Alighieri”, che si occupa della diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo. Inserito nel novembre 2004 nel “Dossier Poesia 2004” e nel 2005 nella raccolta “Una strada di parole”, volumi editi dalla Book Editore di Bologna, e nella “Rassegna poetica dedicata alla mamma” della Carello Editore di Catanzaro, tutte quali testi di supporto per le Scuole.
Presente nell'Atlante Letterario Italiano 2005.
I suoi amori irrefrenabili: primo quello per l'adorata Patrizia e secondo quello per l'organizzazione di eventi culturali, “per smuovere” come dice lui “l'apatia atavica dei suoi concittadini verso l'Arte e la Cultura”.



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Ai visitatori di "Carta e Penna" offre la lettura di alcune poesie e racconti:

I NEED…

Ho bisogno di te, amico mio,
nei momenti in cui più forte
il tedio mi sorprende.
E sento la tua mano che stringe
e incoraggia, linfa di vita.
Solidarietà il canto che inneggia
da ogni parte, da ogni dì,
oltraggiata nelle lucide stanze
del potere,
urlata da lingue rosse e gonfie
dei rappresentanti della civiltà,
mormorata appena dalle diafane ombre
di chi la supplica invece per i propri figli.
Ho bisogno di te, amica mia,
quando l'uragano flette il giunco,
che di lì a poco rialzerà la testa.
Ma chi da anni assapora
l'acre odore dello tsumani
e dell'ostilità cruenta dei fratelli,
cosa farà ?
Ci sono vite che non hanno cielo,
cui sempre uguale è il rumore
assordante della discordia.
Io, ridicolo eppur convinto,
scuoto dalla finestra un fazzoletto
colorato che chiede “Pace” al mondo,
blandendo la coscienza e poi
chiudendo inesorabilmente i vetri.
Doppi, affinché neanche uno spiraglio
di spiritualità trapassi



PASSIONATE WRONG

Sing a lovely song,
spit a dreadful wrong.
Black and white, white and black.
Cos'è a Scuteri la vita,
nelle ramblas più reiette,
in favelas disperate di Rangoon,
nei cuori devastati da chiffon?
Seta e pizzi bianchi come crac,
eroina truce calda e lenta
che trova via di scampo attraverso
una placenta compiacente,
wrong thing, wrong thing!!
De nada, magnana il déjà vu,
mattanza di tori and hopeless souls.
Balla sulle note d'una persa spiritualità,
osservando il treno e le sue oscillazioni sui binari.
Volano the sparrowes sulla passerella,
incanta la moda in black and white.
Black and white, white and black.
E il cerchio lesto si richiude:
chiave di basso e chiave di violino



DOLCE LA VITA

Dipingo paziente
la vita su tela,
cercando gli accenti,
gli acuti, l'essenza,
della sorte gli strali
e le avare sorprese,
piangendo lacrime
sul fondo amaro
di buie caverne
e tortuosi meandri.
Fra visi e cuori,
insulti e rancori,
cercando al mio fianco
una dolce presenza,
sereno il mio cuore
al radioso mattino.
Tela da quattro soldi,
senza acquirenti,
filo che sfugge dal labirinto
ove lontano
ruggisce il destino.
Resta la luce
a riempire i miei occhi,
a scaldare il mio cuore,
il tuo bacio leggero,
lento sul labbro,
che scende nell'anima
aperta all'amore,
coscienza d'un nulla
eppur vivo bagliore.



E IL MARE…

Il canto dei cetacei è intenso
nelle profondità del mare,
ove l'abisso richiama e sotterra
i suoi tesori e le sue ombre,
e uomo non s'azzarda con piacere.
Facile cogliere un lento andirivieni
Nelle correnti che batton l'arenile,
mille e mille metri più su,
ove le stelle del cielo si specchiano
nelle acque che accolgono i rossi spiritelli
a cinque punte, talora dritte,
talora storte, come mani di babbuino
in cerca di una madre, di un capezzolo
da succhiare prima di gridare al mondo
la propria gioia, digrignando denti
che incutono terrore, e animaleschi versi
che riempiono il bosco e la foresta.
I nani, gli elfi, gli gnomi e le ninfe
ormai sono distanti, nei giacigli
che li accolgono pronti per la notte,
e la luna ne accompagna il divenire.
Muto, non posso che seguirne il passo,
così come di Selene mirar i larghi fianchi,
e l'esile fettina che mostra talora di profilo,
illuminata dal sole, che la cancellerà al mattino.
Allora il golfo avrà di nuovo i suoi colori.
E il mare…



SOPRA DI NOI

Un'orda di pensieri,
piano,
nella nebbia che m'avvolge,
e scende mossa da tiranti oscuri,
nel silenzio d'ovatta.
Sirene lontane
cambiano lesto il corso
dei gabbiani sul mare.
Intravedo la luce,
oltre,
dal caos traendo d'uragano
lo scempio che farà,
pieno di facce,
d'occhi smarriti, di perché,
senza risposta
ai dilemmi più chiari,
alle domande oziose
e un po' farneticanti
di chi crede d'afferrare
il cielo per un velo.



ROMA

Roma caput
Roma capoccia
Baldracca ossequiente
Meretrice sguaiata
Dal potere papale
Da Camera a Senato
Olezzo di dogma
Figura di peccato
Nei secoli si perde
La tua storia infinita
Dalle tue vie al mondo
Percorrere un baleno
Cadere nel tuo fascino
E' visitar l'Impero
Grande magniloquente
Vano futile e fetente



DÒGLITI

da «Poesie di Piccole e grandi cose» Se l'amore se ne va,
se l'alba appassisce sui prati,
se una lacrima bagna gota di bimbo,
se in Cecenia le fosse ricoprono la meglio gioventù,
se l'ignoranza imperversa e l'arroganza comanda,
se le mazzette girano (mani pulite, oh!),
se si fa strada la nuova mafia, il nuovo potere e il nulla,
se quattro salti in discoteca son seguiti dalla danza della morte,
se girano pasticche e polvere bianca con tagli allucinanti,
se non riconosci il vecchio compagno di banco,
se vorresti tagliare la testa al tizio col pugno teso, nel nulla,
se il politico ti dice: «Né di destra né di sinistra!»
se tua moglie ti dimentica per pomodorini e ragù,
se la corrente va e viene perché il nucleare è morte,
se i verdi non misurano per primi il loro potere d'inquinare,
se la Sindone è un telo per distrarre l'attenzione dei popoli,
se il petrolio crea il Kuwait, Desert Storm, Saddam, l'Iran, l'Iraq,
se in Africa non bolle la sabbia ma il sangue dei vinti,
se il fiume s'arrossa per le stragi a monte e a valle,
se la stampa bla bla, Firenze 43 gradi, Milano 38,
se il barbone se ne frega, e muore di freddo o di caldo,
se la tua dignità e quella degli altri vacilla piano piano,
se il Cristo tornerà, e l'Anticristo già vive,
se le Chiese parlano delle più varie verità,
se di notte anche la luna prova vergogna, nel buio, a illuminare l'uomo,
dògliti, e in silenzio prega, alzando con dolore il tuo canto all'infinito.



LA NEVE

Guardai fuori la finestra: stava nevicando.
“Accidenti”, mi dissi, “le previsioni del tempo sono sempre più precise. Neve era stata annunciata e neve sta cadendo.”
Già, la neve.
La mia mente si affollò improvvisamente di pensieri, ricordi, visi e pupazzi, tutti avvolti da un candore bianco, e come sorpresi da una miriade di piccoli fiocchi di cotone che li avvolgeva dal cielo.
Non ero più alla mia finestra, nel mio studio, al mio computer: due manine curiose e un paio di occhialetti miopi stavano con gioia scostando le tendine di una fredda finestra, che dava sul vicolo cieco dal nome così buffo: Vico del Riccio.
La voce che ascoltavo mi stupì, perché riconobbi in essa la mia: “Mamma, mamma, nevica! Vado ai giardinetti. Daniele, Andrea e Carla mi staranno sicuramente aspettando!”
La risposta di mia madre si perse nell'androne delle scale, seguendomi gradino per gradino, raggiungendomi sulla porta, dove rimase incastrata. Non giunse mai alle mie orecchie. La vidi lì, ferma, metà dentro e metà fuori dal pesante portone già spruzzato di bianco, a voler rincorrere le mie orme veloci sulla neve. Non giunse mai alle mie orecchie.
Mi accorsi di guardare una scena mai vista, mentre papà scuoteva la testa verso mamma, come per dire: “Cosa vuoi fare, è ancora un ragazzo. Ha bisogno di giocare e di stare con i suoi compagni. Non ti preoccupare sempre, Emma, è un ragazzino assennato.” Il suo sorriso era il segno del consenso, che mamma era incapace di contrastare.
Un famiglia patriarcale, vecchio stampo, che girava intorno alla figura di mio padre, e che aveva quale motorino instancabile la minuta figura di donna che lui aveva sposato con tanto amore. Una famiglia allargata, visto che, divisi da una sola porta a vetri, nell'unico appartamento separato in due dalla stessa, abitava la sorella di Emma, con il marito e due figli.
Anna, Gaetano, Franco e Tonio. Anche se non coetanei, perché più grandi, gli ultimi due erano per me qualcosa di più di due cugini, e io rappresentavo per loro una specie di mascotte, che spesso (anche troppo) si intrufolava nei loro giochi, nelle loro attività (la musica, soprattutto), fra i loro amici, che consideravano con benevolenza la mia intrusione fra loro.
Ricordo che…
Per un tratto rividi la neve davanti a me, di nuovo nel mio studio, a chiedermi il perché di un così ficcante deja vu, così reale e così improvviso. Fu solo un attimo. Dicevo, ricordo che i miei passi si stampavano sulla neve un po' incerti e non supportati da calzature idonee, la cui suola scivolava sotto il mio incedere tutt'altro che leggero sullo strato bianco, che copriva un asfalto ghiacciato da lunghi giorni di freddo.
I giorni della merla, o della vecchia, secondo la leggenda e i racconti dei più anziani, che guarda caso sembravano avere sempre ragione: erano quelli i giorni più freddi dell'anno, e come per incanto portavano la neve.
Quella sera, nella mia cameretta, con il quadernone fra le mani, scrissi sul secondo foglio: Neve. “Leggiadre farfalle su anonimi ombrelli, oziosa muraglia bianca e gentile.”
Non era né un haiku, di cui nemmeno immaginavo il significato e tanto meno lo stile, né una riflessione in rime. Era ciò che sgorgava dal mio cuore, spontaneamente. Il primo foglio era occupato dalla poesia “Fiori di pesco”, la “prima” poesia, più un'esercitazione scolastica che una vera lirica, ma che a me sembrava bellissima. A montarmi la testa era più l'essere riuscito, al primo tentativo, a mettere in rima qualcosa che mi affascinava, che il risultato vero e proprio.
Sì, la maestra aveva apprezzato, lodato e letto la poesia davanti a tutta la classe, ma erano passati tanti giorni. Non immaginavo certo cosa dovesse riservarmi il destino!
Beh, la giornata fu piena di avvenimenti, e corse veloce fra giochi, pupazzi, palle di neve e relativi occhiali rotti. Il giorno dopo una congiuntivite da freddo, così l'apostrofò il dottore, persistente per una settimana intera, oltre a due schiaffi da parte di mamma per gli occhiali rotti. E la scusa, sempre buona, di riunire la famiglia per recarsi all'Ottica di fiducia per ricomprare lenti e armatura, che ricordo di colore scuro.
Spiccava sul mio volto pallido, che il freddo di quei giorni appena addolciva con un superficiale velo rosa, accentuato sulle guance.
Mi “risvegliai” quasi per caso, perso ancora nei miei ricordi.
Ero seduto di nuovo nel mio studio, e vivevo la realtà di una nevicata che stava mandando in tilt la circolazione delle macchine, poiché l' “oziosa muraglia” aveva invaso il manto stradale, e le poche auto che passavano non facevano altro che accalcare la neve sulla strada, pressandola ulteriormente sul ghiaccio che pian piano veniva formandosi sotto.
“Tempo da lupi!”, mi capitò di dire, più per ridestarmi dal sogno che per voglia autentica di instaurare un discorso con qualcuno. In effetti, chi poteva sentirmi? Mia moglie era di là, in salotto, davanti alla TV, che ascoltava solitamente a volume così alto cui nemmeno Bon Jovi con il suo gruppo avrebbe potuto gareggiare a decibel. Il pensiero mi mise di buon umore, e abbozzai un sorriso solitario, mentre fuori dai vetri, oltre il balcone, la neve cadeva fitta.
Come quel giorno…
Non ricordavo fossi già laureato, ma avevo in mente benissimo la bianca Fiat 128, compagna fedele di scorribande e alcova per momenti intimi con le poche compagne (si chiamavamo allora fidanzate) del periodo.
Avevo il riscaldamento al massimo, e lei mi aspettava un po' distante da casa sua.
La privacy aveva allora un significato autentico, non sancito da leggi e regolamenti, ma dalle scuffie che avrebbe rimediato al ritorno, se avesse fatto tardi o se la mamma si fosse accorta che era stata con qualcuno, me compreso.
Era un giorno particolare, non perché compleanno, onomastico o ricorrenza, ma perché tale lo sentivamo entrambi. Non era la nostra prima volta, eravamo già stati insieme, ma la gioia per la macchina “nuova” per lei (avrà avuto oltre dieci anni e 150.000 chilometri), ci metteva in corpo un'euforia indescrivibile.
Il lungofiume, semi allagato dalla nevicata e dal manto candido che piano stava sciogliendosi, ci accolse come una grassa maitresse, invitante e sorridente, eppure con qualcosa di scoraggiante, nonostante tutto. Pomeriggio memorabile, anche se i vecchi sedili dell'auto ne avevano viste di cotte e di crude, sicuramente, e quindi non si vergognarono granché di fronte alla nostra impacciata esibizione.
Ma c'era tanto di quell'entusiasmo che tutto passava in secondo piano.
Il momento di ricomporsi fu come quello del Giudizio Universale, e ci fece scoprire la macchina praticamente galleggiante a pochi metri dal fiume, con l'aggravante delle ruote talmente impantanate nel fango da sembrare prese nelle sabbie mobili.
Ci guardammo, ci scrutammo intorno, poi ancora ci disperammo.
O meglio, la sua paura mi contagiò ben presto: “Mamma, la mamma…Mi ammazzerà stasera. E' già tardi. Come faremo?” Il momento della riflessione doveva lasciare il posto a quello dell'azione.
Il cellulare!
No, ora no, non voglio dimenticare…
Allungai la mano e spensi il telefonino, che stava quasi risvegliandomi. Avrei richiamato dopo. C'è un tempo per ogni cosa, dicono gli orientali, e mi trovavo perfettamente sulla stessa lunghezza d'onda di quella saggia riflessione.
Spieghiamoci: il cellulare stava suonando veramente, e per quanto suadente potesse essere la musichetta, scelta con cura, era da me percepita come insopportabile in quell'attimo. Volevo ritornare al mio “sogno”.
Scesi dall'auto, per ritrovarmi con il fango alle ginocchia, e mi diressi verso la prima luce che appariva fioca fra il nevischio e le folate di vento che mi scompigliavano i capelli.
Il contadino, per fortuna giovane, aitante e tracagnotto, dal sorriso un po' sornione, prese dei lunghi pali di legno ben squadrati, e si avviò con me verso la macchina. Aveva stivali, giubbotto, cappellaccio impermeabile e un'espressione che la diceva lunga sul fatto che, nonostante ritenesse il fatto una bella seccatura, si stesse divertendo un mondo alle mie spalle.
Messi i legni a leva sotto le ruote motrici, risalii in macchina accendendola, e dicendo a una infreddolita e spaventata compagna di dare gas (piano, per carità). Come si dice, quel che si può raccontare…
Ma l'autentico bagno di acqua e fango che mi investì mentre l'auto riconquistava lentamente la terra ferma non lo scorderò molto facilmente. Una stretta di mano e qualche parola di convenienza e di ringraziamento chiusero il pomeriggio, che era diventato veramente speciale.
Le botte risuonarono almeno in tutte e due le case, per diversi motivi, oltre allo sfottò del meccanico, il giorno dopo: “A Lucià, sei stato a pesca in auto, ieri? E le trote, erano di misura? Guarda che sotto i diciotto centimetri le devi ributtare in acqua.” Simpatico… L'avrei ucciso a mani nude, mentre convenivo che senza l'aiuto del gentile abitante del casolare vicino al fiume avremmo forse sfiorato il dramma, oltre e dopo la farsa.
Nuovamente i miei occhi miopi scrutarono al di là della strada, ma aveva smesso di nevicare, e addirittura un raggio di luce sembrò affacciarsi a un nero nuvolose, carico di tempesta come un TIR in autostrada, appeso alle pesanti bisacce dalle quali non sarebbe riuscito a staccarsi.
Forse, proprio di un “sogno” avevo bisogno quel giorno.
Fate, elfi, gnomi, pesci volanti e Mago Merlino. E ciò che la sua magica scopa, obbediente agli ordini del barbuto stregone, faceva con il pavimento del suo maniero, spazzando il tedio che avevo dentro, insieme all'incoscienza del non rendermi conto di avere già tutti i mezzi per scacciarlo.
Abbiamo già tutto nella nostra anima, ma quando cerchiamo ciò che ci serve, sembriamo simpatiche, carine e giovani donne che cercano nella borsetta le chiavi della loro auto, mentre il temporale già bagna i loro capelli e rende i loro occhi più luminosi di pioggia.
Chiavi che non si trovano mai, nascoste nell'angolo più recondito di una borsetta grande come la tasca di Eta Beta, mitico personaggio dei cartoons di Walt Disney. Allo stesso modo, quando cerchiamo il conforto di cui abbiamo bisogno, non ci rendiamo conto di averlo a portata di mano.
Magari non disponibile in due minuti due, ma comunque lì, fra le cose e i sentimenti che ci appartengono da sempre: basta predisporsi e, oplà, come coniglio dal cilindro di un prestigiatore della “belle epoque”, tirarlo fuori dal disordine sconsolante della nostra anima e del nostro cuore.
E ricordare che non siamo mai soli, fin quando i nostri ricordi faranno parte di noi, disponibili come il fazzoletto di carta con cui spesso asciughiamo le nostre e le lacrime della compagna della nostra vita, o di un bambino cui è sfuggito dalle dita un palloncino colorato.
Sempre pronti a salire sul grande albero, sulla cui cima far nostro il tesoro, fra l'entusiasta battere delle manine che ci aspetteranno sulla terra, al nostro ritorno, per festeggiare l'eroe della loro giornata fortunata.



LA SCOGLIERA

A Ferragosto, mentre la luce del sole vacilla all'orizzonte, un luogo meraviglioso spalanca la visione della sua maestosità ai pochi che conoscono il suo segreto.
Stintino, estrema parte occidentale della Sardegna del nord, superata la marea dei villeggianti, l'azzurro accecante della striscia di mare che collega la spiaggia del paese alle isolette che la contornano, oltre il biancore della sabbia, costellata di ombrelloni colorati, contro lo sfondo leggermente ovattato dell'isola della Maddalena.
Più su, verso le casette sparse ad occidente, le villette basse con i giardini curati, così verdi d'estate, la strada termina, e si fa ghiaiosa e poi frastagliata di costoni di roccia.
A fatica le ruote, stridenti sul selciato, mi aiutano ad avanzare fin là, nello spiazzo multicolore, dipinto dalla natura con rocce nere, bianche, marroni e rossastre, effetto dei metalli nascosi fra gli strati franosi dei lastroni imponenti.
Lì, dove finisce la Sardegna, dove finisce la scogliera e, per quanto mi riguarda, dove potrebbe finire il mondo, nelle faglie a picco sul mare, talvolta degradanti a scalini verso il basso, laggiù dove le onde, frangendosi contro la barriera, urlano spuma e si disperdono e nebulizzano in gocce d'acqua più o meno grandi.
Al tramonto si resta attoniti di fronte allo spettacolo offerto dalla natura.
Dolce e aspro, vario e monocorde, luminoso e buio, rumoroso e silente, denso di solitudine e pullulante di vita segreta, poche auto, occasionali turisti o amanti, gente finita lì per caso, incoscientemente oltre la strada, fin sui lastroni di pietra e sugli spuntoni che mettono a rischio i pneumatici, per essere ricompensati oltre il sogno, oltre il desiderio, oltre il caso.
Non basta, infatti, essere là per apprezzare ciò che la natura offre: bisogna guadagnarselo, con l'acuta ed estasiata visione dei colori del tramonto, delle nubi che si tingono d'arcobaleno, della Maddalena sentinella austera e accomodante, delle scie di barche che vanno e vengono dall'isola, del cielo che cangia rapidamente dal blu al rosso e al giallo, dall'indaco al grigio, seguendo le bizzarrie del sole che gioca a rimpiattino con le rade nubi.
E l'aria: dolce, fresca, a lenire il caldo del giorno e stemperare i raggi dell'ultimo sole, curvi sull'orizzonte.
E il mare, che sento sotto la scogliera, cui timoroso mi affaccio, quasi spaventato dall'essere risucchiato verso il basso, verso le onde che ruggiscono, verso la strada segnata talora da gradoni di roccia, percorribili quasi fino in fondo, fino ai dieci e più metri di liquido elemento che circondano le rocce, che scaricano incessantemente la loro energia sui massi, sino a consumarli lentamente, e incurvarne la struttura e la morfologia.
E la pace, che mi scende nel cuore di fronte a tutto ciò, spudoratamente offertomi da un Dio capriccioso artista. Guardo in alto, come per saggiare la presenza di un Essere Superiore, Arbitro, Pittore e Regista di ciò che vedo, ma il mio sguardo incontra solo quello dei gabbiani e degli albatros, lenti sulla mia testa, miranti verso il basso, verso le onde vitali, verso i nidi sulla scogliera, chissà, verso bocche implumi da sfamare con il contenuto dei loro becchi pieni d'amore e di cibo. L'imperiosa risacca a fare da cornice, in un silenzio sempre più fondo, in una luce sempre più scemante, in un paesaggio sempre più misterioso e accattivante.
Faccio fatica a ridestarmi dall'incanto, giusto il tempo di vedere il rosso disco che si tuffa dalle altitudini del cielo giù nel mare, che immagino sfrigolare al contatto con il suo calore.
Il buio mi coglie quasi di sorpresa, appena rischiarato dal chiarore che inizia a diffondersi, dalle prime luci che si accendono nelle non lontane case dei fortunati abitanti, dalla strada in fondo al piazzale, dai lampioni alti e gialli.
Montare in macchina è un sacrificio dovuto, mentre altri arrivano, nell'ora degli amori clandestini.
Gli spuntoni di roccia insidiano le ruote, e l'attenzione alla strada finalmente mi porta a vederla.
Fermo l'auto, motore acceso, puntando i fari e aprendo di corsa lo sportello, ingiustificata fretta per non farla scappare.
Impossibile. La grossa testuggine non fugge al mio apparire, e la sua flemma riflette tutta la metafora della vita, sotto la sua corazza, sotto la sua casa che giudiziosamente trascina con calma, su sentieri a noi sconosciuti.
Appena un gesto di difesa, un attimo per chiudere porte e finestre, poi la fiducia la sopraffa, e si mostra nella sua bruttezza incredibilmente affascinante, rugosa come una vecchia centenaria, insidiata dai latrati di cani vicini e lontani.
Forse è fuggita dal giardino lì a fianco, e gli occhi fatalmente inespressivi, che si chiudono ritmicamente coperti dalla scorza dura delle palpebre, sembrano per un attimo voler dire qualcosa, implorare pietà, domandare sorte al destino, fissando quelli dell'intruso che è precipitato con foga nella sua vita.
E con amore.
La solletico lentamente sotto la pancia, chiara come quella di una bambino, mentre la testa, la coda e le zampe, non più a contatto del terreno, sembrano danzare nel nulla di quell'aria tersa e densa di umidità che sale.
E' solo un attimo, per fotografarla come un turista giapponese, per poi poggiarla di nuovo a terra, fra l'erba di un alto cespuglio, rifugio forse per la sua notte, ridendo di lei, di me, dell'incontro e di Dio.
Non scorderò mai l'asimmetricità dei suoi arti e dei suoi occhi, e la dura rotondità del suo forte riparo, così simile alle falde rocciose della scogliera, lontana appena cento metri, dietro di me.
Senza bisogno di saluti, da vecchi amici, accertandomi con un'occhiata al retrovisore che non sia tornata sulla strada, e abbia invece trovata la sua via, mentre io sono in cerca della mia, che mi condurrà altrove, stasera, forse lontano, sotto una miriade di stelle che si accendono indolentemente una a una, non per me, certo, ma solo per costellare il blu intenso della notte di luci e visioni millenarie, vive e presenti sopra di noi solo quando volgiamo il naso all'insù, in un moto di rabbia, di sconforto, di ringraziamento o di preghiera…
Forse solo di ammirazione, come stasera.


UNA FAMIGLIA

L'incubo mi tormentava ogni notte.
Mi vedevo disteso sul letto e, nel sonno, piano piano il mio corpo si scioglieva come cera al sole, a cominciare dagli arti lasciando per ultima la testa, mentre urlavo di terrore e raccapriccio.
Il risveglio subitaneo mi trovava tachicardico, le pupille sbarrate, l'incertezza di chi non sa se ha vissuto un sogno o attraversato una terribile esperienza paranormale.
Dopo una settimana, non potendone più e non resistendo all'idea di restare sveglio per sfuggire a quella condanna, decisi di parlarne al mio medico.
Presi un appuntamento a casa sua, volendo avere il tempo di descrivergli le mie sensazioni e le strane vicende che mi affliggevano in quel periodo.
I cinque minuti che avrebbe potuto dedicarmi nel suo studio, sempre pieno di pazienti, non mi sarebbero stati di alcun aiuto. La mia vita: trent'anni, di bell'aspetto e belle speranze, non ero ancora riuscito ad ottenere ciò che avevo progettato e sperato, per il quale stavo lavorando alacremente.
Il settore dell'informatica e della telematica avanzata non era certo un campo facile, ma lo studio e la passione mi animavano, le capacità c'erano senz'altro e l'input alla base di tutto ciò era molto forte.
Mi frenava appena la realtà provinciale in cui operavo, un luogo in cui se osavi mettere la testa fuori e farti vedere t'impallinavano di sicuro, senza pietà.
Per invidia, perché valevi qualcosa, perché eri visibile, perché eri tu e davi comunque fastidio (come qualsiasi altro), e per mille svariate motivazioni.
Mi dicevo spesso: “Caro Frank (un vezzeggiativo che stava per Franco, inventato da Dora, la mia ragazza), continua così, e il “mazzo” che ti stai facendo ti porterà sicuramente da qualche parte.”
E così andavo avanti, senza guardare in faccia a nessuno.
I contatti intrapresi di recente erano molto promettenti, gente del nord, pratica e ben disposta a valorizzare talenti, e gli accordi stipulati erano prodromici di intese a buon livello.
Già, Dora. Lei era la tranquilla guardiana della mia esistenza.
Niente nevrosi, pochi grilli per la testa, concretezza e marineria da vendere. Non una bellezza statuaria, a dire il vero, modello sgallettata di turno, ma una ragazza che sapeva il fatto suo, un lavoro sicuro, una famiglia che rispettava (e questo era senza dubbio una rarità) lei e il nostro rapporto che durava da circa quattro anni, fra alti e bassi.
Soprattutto, una visione della vita condita da una buone dose di spiritualità, che controbilanciava il mio quasi ateismo e la personale esaltazione del libero arbitrio, di cui mi capitava troppo di abusare.
Tant'è. Le mie esperienze familiari erano totalmente dissimili dalle sue: mio padre attualmente chissà dove, (a Padova l'ultima volta che lo avevo sentito per telefono), e mamma addirittura sola a Parigi, stanca di un rapporto ormai pieno di nulla con il marito, insoddisfatta anche del feeling con me, unico suo figlio (chissà quanto voluto), nella mente le uniche immagini gioiose delle corse in campagne in sua compagnia, quando mi insegnava i nomi degli alberi e degli uccelli, nei rari momenti di felicità.
Una donna forse non cresciuta abbastanza, o che più probabilmente non era voluta crescere più di tanto, per non farsi sopraffare dalle difficoltà della vita.
E quando non ce la fece più a sopportarci, un saluto a tutti e via, sul primo aereo per la Francia. Si era ricostruita da sola un'esistenza, senza dare più notizie di sé, ma anche senza trasmetterci il pathos che una situazione del genere avrebbe potuto generare. Aveva avuto con me l'ultimo accorato colloquio.
Lo ricordo come fosse adesso, nonostante i molti anni passati. Certe cose non si dimenticano, e restano impressi nella corteccia neuronale adibita ai ricordi, la parte che avrei voluto cancellare di me. Dolce e altera, come quando voleva darsi un tono che non aveva, con quel perenne sorriso da bambina stampato sul viso che la rendeva almeno dieci anni più giovane, mi disse solo poche parole, mormorate all'orecchio mentre mi abbracciava teneramente per poi respingermi, com'era abituata a fare quando riteneva che il grado di intimità concesso all'interlocutore fosse stato superato.
Marito, figlio, non faceva alcuna differenza.
“Franco, sappi cavartela da solo e non sperare nulla da nessuno, nemmeno da tuo padre. Tanto, in nessun caso il destino ci avrebbe riservato una vecchiaia serena e unita.” S'interruppe per un attimo, come a raccogliere le idee. “Ma io sarò con te nel momento che conta, forse come non sono mai stata fino ad oggi. Darò prima o poi un senso alla mia vita, e in quel momento tu lo capirai.” Le lacrime asciugate di nascosto, il brusco scostarmi via, la fuga giù per le scalette del ponticello, luogo del nostro incontro. Sembravamo due amanti tormentati.
Eravamo invece una madre e un figlio che nemmeno nell'ultimo loro incontro erano riusciti a fare un passo in più l'uno verso l'altro. “Un senso alla sua vita, e io lo capirò…”
Le sue parole mi frullarono a lungo in testa, piano piano dimenticate, polverizzate dal ritmo dell'esistenza, che ci aveva allontanati tutti e tre, per sempre, come pensavo. In vite lontane e disparate.
“Non c'è più nulla da sperare, a proposito”, riflettevo continuamente, e portavo avanti i miei giorni insieme alla mia compagna, l'unico vero rapporto familiare che ero riuscito a costruire intorno a me.
Spesse volte, anche la coperta di Linus veniva meno, ma per mia volontà, per abitudine, per condizionamento, per paura, e mi staccavo da Dora per giorni e talvolta per settimane, quando ero invischiato nei miei guai, di cui non la mettevo al corrente, scostandola bruscamente da me come mia madre aveva fatto con suo figlio.
Forse per non legarmi morbosamente, per una sorta di pudore o per mille altre ragioni che spesso mi fermavo ad esaminare, senza riuscire a dare un risposta soddisfacente alla domanda.
Poi, la vita di provincia riprendeva, i contatti si ripristinavano automaticamente e tutto tornava com'era prima, nonostante i mugugni e le inutili insensate spiegazioni.
L'idea di porre fine ai miei giorni in “quella tomba di idee”, come definivo la mia città, mi atterriva e si allontanava sempre più da me.
Mi preoccupava Dora, la quale era però ben disposta a lasciare tutto per ricominciare con me altrove, a seguirmi nell'eventuale carriera che, ne eravamo sicuri, prima o poi si sarebbe dischiusa davanti ai miei piedi.
Se qualche Dio, in cui così poco credevo, avesse voluto…
Da qualche giorno quell'incubo aveva letteralmente cambiato la mia vita, i miei giorni e soprattutto le mie notti.
Come al solito, non volevo parlarne con Dora fin quando non avessi trovato una via d'uscita al problema, e la isolai per un po', come mi succedeva quando qualcosa mi preoccupava veramente.
Incoscientemente, perché sapevo bene quanto soffrisse per il mio comportamento da bambino.
Ma ero fatto così, e lei si era dovuta arrendere a questo lato del mio carattere, su cui sicuramente si riproponeva di lavorarci su, una volta unite le nostre esistenze almeno sotto lo stesso tetto.
Così, invece, lei a casa sua e io nella mia. Disperato.
Ormai ero in vista dello stabile che ospitava la casa di Enzo, il mio dottore.
Superficiale, “facilone”, un perfetto cultore dell'arte medica moderna, come lo definivo con suo grande scherno, l'atteggiamento rassicurante e poco introspettivo che gli rimproveravo spesso.
“Ascolta i tuoi pazienti parlare, qualche volta,” gli dicevo, “oltre ad auscultargli cuore e polmoni!”
“Ma sentilo, il Dio Esculapio ! Parli così proprio tu che negheresti l'esistenza dell'anima dentro al tuo corpo insano da menefreghista anche sotto tortura”, era la sua solita risposta.
Chissà poi quanto scherzosa. Suonai il campanello.
Non è che riponessi grandi speranze in quell'incontro, ma alla fine ne rimasi veramente deluso.
Ciò che ricevetti furono grandi pacche sulle spalle, rassicurazioni, consigli pratici e sensati per un sonno tranquillo, non ultimo l'uso di sostanze prescritte ad hoc, “Vacci piano, mi raccomando…”, che mi avrebbero aiuto a riposare.
Stavo per uscire, quando Enzo mi richiamò, come se avesse dimenticato qualcosa.
“Senti”, mi disse prima di accomiatarmi, “hai avuto delle esperienze strane nei giorni precedenti….insomma….ti sei fatto con qualcosa?”
Lo guardai come avrei osservato mio padre, che mi avesse accusato di aver bruciato i pesci rossi dell'acquario con i fili della corrente, e lo rassicurai con un ultimo sguardo profondo.
“Mi conosci, o pensi davvero che sia cambiato tutto d'un tratto ? Non scherzare.”
Capii che da lui non sarebbe potuto venirmi alcun aiuto concreto ma, stranamente, feci finta di essermi sottoposto quel giorno a una sorta di training autogeno, che avesse per sempre cancellato il problema che mi assillava.
Con quella convinzione mi apprestai ad affrontare la notte. Il buio mi riavvolse, mentre la testa sul cuscino si abbandonava alla stanchezza e al sonno, presto scoperto tutt'altro che ristoratore.
Lesto come un fulmine, la perdita della coscienza segnò l'inizio dell'incubo, rafforzato dall'incapacità di svegliarmi, che ne caratterizzava la prima fase.
Il mio corpo si stava nuovamente liquefacendo, e la materia cadeva a brandelli informi, condannandomi sul materasso, ben presto amputato degli arti, poi del resto della membra, come un calco di Pompei, non redento nemmeno da un tentativo di fuga.
Assistevo impotente alla trasfigurazione, passando attraverso stadi di pura allucinazione crescente, che mi trasportavano in un gorgo di artificiale terrore.
Non sembianze kafkiane che per lo meno riprendessero forma sul pavimento o sulle pareti, ma materia in disfacimento come solo la morte sa creare, fin quando l'urlo dalla labbra tumefatte non mi si strozzava in gola.
Quale transfert, quale training avrebbe potuto riportarmi alla realtà?
Solo il risveglio, che puntuale coincideva con le madide gocce di sudore del mio corpo, della mia fronte, intorno ai miei occhi sbarrati dal terrore mentre li osservavo nella cornice dello specchio del mio bagno, il passo incerto nel muovere i pochi passi che mi separavano dal letto alla stanza vicina.
E l'illusorio riposo disteso sul divano, che accoglieva il mio corpo teso, intero sì, ma distrutto nella sua più intima essenza, mentre la testa mi ronzava, girando all'impazzata e impedendomi di sistemare in sequenza pensieri, sentimenti, idee, bloccando il flusso neuronale che avrebbe dovuto tenermi in vita cosciente.
Il cuore che batteva all'impazzata non m'aiutava di certo, sfondando quasi la cassa toracica, insensibile agli effetti della tripla camomilla da giorni sempre pronta sul fornello.
Liquido che trangugiavo così, senza zucchero, direttamente dal pentolino, senza versarlo nella tazza, per paura di rovesciarne il contenuto per terra.
Era giù successo un paio di volte, e l'esperienza mi aveva insegnato ad afferrare con entrambe le mani il bricco, talvolta ancora bollente, e buttarne giù la camomilla senza neanche filtrarne l'essenza.
Il vasetto di fiori gialli, nella dispensa, era quasi terminato, così pure le bottiglie di acqua minerale, in casa.
La visione della cucina era desolante: piatti e bicchieri sparsi ovunque, incuria e polvere, in una incredibile confusione che mai aveva regnato nella mia casa.
Il letto sfatto con le lenzuola azzurre, il materasso ormai quasi informe, i cuscini che sembravano richiamare giocose lotte d'amore, grondanti invece delle stille di sudore stratificate fino alla struttura interna di lattice.
“Teme l'umidità”, pensai fra me e me, fra l'ilare e il disperato, mentre notai che sul lenzuolo era addirittura impressa la mia sagoma bagnata, immonda Sindone senza senso.
Avevo evitato Dora per giorni, dopo che l'incubo aveva preso forma.
Non so, una reazione istintiva e folle, una delle mie, sbagliata senz'altro, perché lei avrebbe potuto consigliarmi, ascoltarmi, dormire al mio fianco con amore, e la sua presenza sicuramente mi avrebbe giovato…
Presi il telefono con le mani tremanti, feci il numero in maniera quasi automatica, accorgendomi solo allora che erano le quattro di mattina. Ero in uno stato di coscienza alterato, come ubriaco o peggio.
“Dora…”, le dissi soltanto, senza riuscire a proferire altro, né descrivere o mendicare aiuto.
“Ma cosa…sei tu…cosa ti succede…sei impazzito…sono giorni che non ti sento, che mi eviti…sono le quattro…”.
Capii che stava dormendo con la cornetta del telefono appesa al braccio riverso, e un moto di rabbia mi colse improvviso, gettando l'inutile cordless per terra, che si ruppe con fragore.
Non so se la linea telefonica s'interruppe di colpo, ma il segnale che per un solo attimo sentii mi sembrò fortissimo, assordante, e quasi mi paralizzò alla poltrona su cui ero rannicchiato.
Scossi la testa stringendola fra le mani, le tempie pulsavano e mi procuravano un dolore lancinante.
Cercai riparo istintivamente nel bagno dove, ne ero sicuro, doveva esserci qualche confezione di tranquillanti, usati in tempi lontani e bui, di cui avevo poi sorriso, rassicurato.
Il mio riso ora era stampato come una maschera assurda sul viso terrorizzato.
Cercai follemente con lo sguardo i miei resti liquefatti sul pavimento della camera, passandovi davanti, non vedendo altro se non la luce accesa che, dopo aver funzionato a intermittenza per qualche istante, si spense.
Fulminata, lei sì, per fenomeni sicuramente fisiche o per usura del tempo.
Non come me, in preda ad agitazione innaturale. In bagno non impiegai molto tempo a trovare ciò che cercavo, svitando il coperchio del flacone e versando in mano due pasticche bianche, o per lo meno così credetti di fare.
Capii che non era così quando, poco dopo, un'onda calda e fredda s'impossessò di me, a cominciare dai piedi a salire fino alla fronte, bollente come se avessi un febbrone da cavallo.
Due passi, e feci appena in tempo a stendere le membra sul letto, non prima di aver battuto la testa nello spigolo della porta. Quando riaprii gli occhi, guardai a stento quelli di Dora, che mi osservava amorevolmente preoccupata.
Riuscii a spostare le pupille, girandole intorno a fatica, per mettere a fuoco un mobiletto, un tavolo, delle sedie, la luce fioca che pure martellava i miei occhi, e due camici bianchi che mi suggerirono che non ero più a casa mia, ma in Ospedale.
Provai a muovere il braccio sinistro, ma la mano dell'infermiera mi bloccò, insieme al dolore che provai.
“C'è il sondino con la flebo, la prego, non si muova !”, mi disse gentile.
“La lascio con il dottore e con la signorina”, aggiunse uscendo dalla stanza.
Cercai di mettere in ordine idee e pensieri, facendo mente locale sulla situazione in cui mi trovavo, sul come e sul dove. Dora aveva gli occhi fissi su di me, e le mani poggiate lievemente sul mio petto, quasi a rassicurarmi con la sua presenza, il suo calore, il suo amore…
“Dove sono…anzi…perché sono qui ?”, chiesi guardando il dottore di sghimbescio, poiché era posizionato all'altro capo del letto, dove il mio sguardo non arrivava, o meglio non ero capace di percepirne i movimenti, nel fascio di luce che da lì proveniva. “Cos'è successo ?”, chiesi nuovamente.
Dora rimase in silenzio, ma il camice bianco improvvisamente si animò, venendo dalla parte giusta del mio emisfero vitale. “Giovanotto, lei ha rischiato di brutto. Con certi farmaci bisogna andarci piano, non sono caramelle, e soprattutto un abuso concentrato come ne ha fatto lei può causare dei danni irreversibili, fino all'arresto cardiaco e alla morte. Mi ha capito?”
Feci un cenno con la testa, che percepivo stretta da una lamina d'acciaio rovente che mi bruciava la fronte e le tempie, talmente reale da costringermi a verificare con la mano destra, che avevo libera, se qualcosa veramente mi cingesse il capo.
Era solo una benda, un piccolo bendaggio che reggeva un cerotto sopra una ferita che, ricordai, mi ero procurato sbattendo contro la porta della camera, prima di svenire sul letto.
Finalmente Dora uscì dal suo apparente torpore, e mi baciò con delicatezza sulle labbra riarse, mormorandomi qualcosa lentamente e con tono calmo, parole che non riuscii a distinguere ma che scesero in me come un nenia, una serena ninna nanna nel mio cuore e nella mia testa frastornata.
Piano, ripresi quasi completamente i sensi, e mi resi conto di ciò che era successo.
“Il sogno, il sogno…!!!”, urlai divincolandomi con forza dalle mani di Dora e da quelle del medico, subito accorso vicino a me. “Che fine ha fatto il mio incubo ? Quanto durerà ancora ?”
“Di quale sogno parli, amore, che incubo ti tormenta ?”, chiese Dora con interesse.
“Non sto scherzando, è cominciato tutto così, dal sogno ricorrente per notti e notti, fino al crollo di ieri.”
“Ieri ?”, intervenne il medico, “Lei è stato in coma per quattro giorni, e abbiamo temuto di perderla.”
Vidi gli occhi di Dora riempirsi di lacrime, e scorsi in fondo alla stanza un'ombra che mi parve familiare, che la luce mi impediva di vedere con chiarezza, ma che somigliava tanto a quella di mio padre.
Cosa faceva lì, da quanto tempo mi vegliava, cosa stava succedendo veramente?
“Ora calmati, tesoro.” La voce di Dora aveva ripreso il tono quasi abituale, e parlava scandendo le parole, piano, una alla volta, mentre l'infermiera, tornata, monitorava l'apparecchio collegato agli elettrodi posti sul mio petto, e scambiava uno sguardo di approvazione con il medico.
“Sei stato fra la vita e la morte quattro giorni. Hai buttato giù un'intera confezione di tranquillanti, e solo l'intervento del 118 chiamato dal sig. Corsi, che ti abita accanto e che ha sentito i rumori provenire da casa tua, ti ha salvato la vita.”
Si interruppe un attimo. “Qui c'è Luigi, tuo padre, ed è stato vicino a te e a me per tutto il tempo in cui sei stato in Rianimazione, fin quando non hai riaperto gli occhi, poco fa.”
“Non lo vedo da anni. Fallo avvicinare. Papà…”
Passarono nella mia mente ricordi di fanciullezza, risa di bimbo, giocattoli con nastri dorati avvolti intorno, l'austera figura di mio padre, le sue parole, sbiadite dal tempo, l'abbandono della famiglia da parte sua subito dopo la partenza di mamma, la sua incapacità da me spesso paventata di essere incapace di rifarsi una vita.
Colpa del suo carattere fiero ma debole, appoggiato anima e corpo alla creduta solidità di una donna che non aveva invece saputo dare i giusti input al rapporto, incapace lei stessa di reggere due o tre crisi successive.
Storie di ordinari dissesti familiari.
Quanto di tutto questo avevo assorbito io, come una giovane spugna, quante delle evidenti debolezze di una famiglia traballante avevano condizionato il mio essere ?
Mi ero posto tante volte queste domande angosciose, le mani poggiate sulla cornice dello specchio del bagno di casa, fissando il mio volto, i miei occhi spesso stralunati, incapace di dare risposte ai mille perché la mente mi suggeriva, e respingendo dentro di me l'ovvia verità.
Ma ero andato avanti.
Ora, ecco ricomparire mio padre, come un fantasma del passato, “risorto” da chissà dove e chissà come, al capezzale del mio letto in Ospedale.
A differenza di mamma, ci eravamo sentiti varie volte per telefono, solo però quando aveva voluto lui, perché non aveva mai posseduto un cellulare (“Modernità del diavolo”, diceva sempre per giustificarsi), e il numero di rete fissa, scritto su un biglietto appiccicato allo specchio della consolle di casa, era sempre muto ai miei richiami.
Forse non avrei saputo nemmeno cosa dirgli. Lui lo aveva fatto, invece, prendendo a ragione le scuse più banali, e le occasioni da lui stesso create.
Ora era lì.
Non era poi cambiato molto. I capelli erano incanutiti, e l'aspetto fiero era solo increspato da qualche ruga di preoccupazione che gli attraversava il volto turbato.
Mi strinse la mano, senza parlare, poi improvvisamente mi chiese “Parlami del sogno, quando è cominciato, e dimmi cosa ti succede.”
Il tono era quello di chi non ammette repliche.
“Beh, considerati i giorni che mancano al mio conteggio, quelli passati qui in Ospedale, era circa una settimana che, appena chiusi gli occhi al sonno, l'incubo s'impossessava di me, come un'allucinazione terribilmente palpabile.
Alla fine non ho resistito, ma non pensavo di aver preso tante pillole, solo un paio, per riposare un po', dopo una notte paurosa.” “Denise, tua madre, è morta circa dieci giorni fa. Non ho fatto in tempo a recarmi nemmeno al suo funerale, l'ho saputo in ritardo, ero a Palermo per lavoro, lei a Parigi, non ho potuto…”
La voce gli si spezzò in gola, e per un attimo la figura di mia madre passò come un flash nella mia testa confusa, come qualcosa di intenso, di caldo, di amorevole, nonostante tutto, densa di ricordi e circondata da una innaturale aura azzurrognola.
Un attimo, e due lacrime lente solcarono il mio viso, soffermandosi sulla barba dura, trovando la fine del loro cammino sul cuscino verde, come gemelle separate dalla vita, scie di lumache sulle mie gote tremanti.
“Non è possibile,” pensai parlando a voce alta, “non è possibile, è successo quando lei è morta, o…”
Non terminai la frase, catturato da un imperioso senso d'angoscia, guardando prima Dora, quindi mio padre, infine il medico e l'infermiera, figure stagliate sul soffitto giallo della stanza.
Nel silenzio improvviso che era sceso fra noi solo il beep della macchina scandiva i battiti del mio cuore, improvvisamente accelerati, che dominavano tutto.
Mio padre non era stato capace, come al solito, di avvertirmi, di raggiungermi in qualche modo, di comunicare con me. Mia madre era morta.
“Darò un senso alla mia vita, prima o poi, e in quel momento tu lo capirai…”
Le parole di mamma risuonarono nelle mie orecchie, e il mio corpo fece loro da cassa di risonanza, amplificandole innaturalmente. “Tu lo capirai…” Sì, avevo capito, ma come giustificare, farsi una ragione, razionalizzare ?
Il filo che congiunge due anime legate dal vincolo della maternità, il rapporto che dall'al di là riesce talvolta a stabilirsi fra morti e persone viventi, o soltanto gli input empatici tanto comuni fra gemelli o soggetti dotati di poteri particolari ?
Forse soltanto l'attivazione di quella gran parte del nostro cervello che noi normalmente non usiamo, e che ci è completamente sconosciuta, che prende vita autonomamente, inconsciamente, senza la partecipazione della nostra volontà.
Ciò che non potrà mai succedere alle macchine, “animate” dai software più avanzati che li possano guidare nel loro agire e nella loro vita artificiale.
Che importanza aveva più tutto questo ?
L'uomo, unione di corpo e spirito, coscienza e libero arbitrio, S. Paolo e S. Agostino, e un Dio comune che da chissà dove guida o assiste allo svolgersi del nostro destino, come matassa di filo caduta per terra, srotolatasi per chilometri, verso il fondo di una valle a noi sconosciuta.
Mi giungeva forte il led rosso intermittente all'angolo destro del mio sguardo, mentre con la mano mi asciugavo il viso, recuperando lentamente stadi di coscienza sempre più vivi, riuscendo a girare il capo e gli occhi con accortezza ma non più a fatica. Mio padre si era allontanato da me, ed era immobile vicino alla sedia accostata al muro, mentre Dora mi stringeva la mano destra con le sue, e ne percepivo il calore e ciò che nel silenzio mi stava trasmettendo, in un dolce codice criptato, segreto a tutti tranne che a noi.
Cercai di tirarmi su con le spalle e con la testa, aiutato in questo dall'infermiera che, con due giri della manovella in fondo al letto, cambiò l'angolazione della struttura che mi sorreggeva.
“Era ancora giovane, mamma…Com'è morta ? Dora, papà, rispondetemi per favore.”
“Denise si è suicidata nella Senna, lasciandosi morire annegata. L'hanno scoperta dopo diversi giorni e identificata a fatica. Capisci ?”
La risposta di Dora fu per me un autentico urlo interno di liberazione, mentre vidi mio padre accasciarsi sconfitto su una sedia, come un sacco vuoto e sgonfio.
Capire, solo questo ora importava, e io avevo capito.
Il gesto folle, l'acqua, il corpo consunto, l'incubo, il messaggio che attraverso canali sconosciuti era giunto a me, come una promessa, come una minaccia annunciata.
Lei che non c'era più.
Le mie membra disciolte nel sogno, il suo corpo dilaniato dalla corrente, dai detriti, dagli animali, dal destino infausto.
Quale parallelismo aveva voluto stabilire Dio o lei stessa, comunicando così con me ?
Ma era tutto ciò che mi rimaneva, l'incontrovertibile realtà, ed ero cosciente dell'inutile rimuginare.
Guardai Dora, i tratti del suo viso tornati normali, solo un po' velati da tristezza.
In lei solo gli occhi tradivano l'emozione forte che pure l'attanagliava.
Nonostante i propositi, una ridda di domande, di sentimenti, di emozioni e di sensazioni mi sopraffece, e restai sospeso così, abbarbicato alle mie richieste senza risposta, mentre ciascuno sembrava assorto nei suoi pensieri, grevi e pesanti come macigni.
Mi sembrò quasi di essere diventato invisibile, l'attenzione di tutti spostatasi da me a qualcos'altro, in maniera palpabile e volontaria.
Mi sentii solo, in una stanza piena di gente, di macchinette e fili, di elettrodi e led luminescenti che indicavano la vita, la mia. La pressione della mia testa si fece più pesante sul cuscino, come sul materasso, sotto il peso del corpo che si abbandonava, circondato dall'alone di luce bianca e piatta dei neon, come fari improvvisamente stagliati verso il cielo, a indicare la strada.
Feci appena in tempo a vedere gli ultimi raggi del sole da sotto la veneziana marrone parzialmente abbassata, prima di perdere conoscenza, ghermito da Morfeo che mi reclamava da tempo, in maniera naturale, colmo di stanchezza, le palpebre che piano seguivano le onde cerebrali nel corto circuito che, mille e mille volte ripetuto, porta al sonno.
Lontano da me erano incubi, sogni, allucinazioni, e percepivo solo una strada aperta verso la serenità, densa di dolore e di rimpianti, che somigliava tanto al naturale evolversi della vita, la mia vita.
Capii che nonostante tutto, i singhiozzi disperati di mio padre, i camici bianchi e le lenzuola verdi, le luci delle macchinette e l'amata figura di Dora che sbiadiva piano, potevo abbandonarmi al pallore del suo volto e al suo sorriso appena accennato, auspicio sicuro di riposo e di tranquillo risveglio.
E così feci, lasciandomi andare lentamente, chiudendomi i miei occhi nella notte di quiete che avrebbe saziato il mio animo, permettendo che il mio corpo lo seguisse come un fedele cagnolino, in una dolorosa ritrovata riunificazione con la parte mancante. I sussulti del mio cuore straziato che si acquietava, il sole che fuori dalla finestra volgeva al tramonto, l'immagine del bel viso sorridente di Denise, mia madre persa per sempre.



L'ALIENO

Senza un inizio, senza una fine.
Quello che sembrava un tranquillo viaggio nello spazio, nel solito spazio buio, stava per trasformarsi in un incubo allucinante.
Eravamo partiti dalla stazione intermedia Lotus Sette, ormai da tre anni punto di raccordo fra la Terra e Marte, per la solita ricognizione e l'approvvigionamento dei rifornimenti.
Direzione Terra, come di consueto, pregustando il ritorno al suolo dopo mesi di lontananza e di assenza di gravità.
Le cose erano cambiate in fretta, sul nostro pianeta d'origine.
I danni provocati dall' inquinamento, dal buco nell'ozono, dalla fortissima irradiazione solare e dall'insana gestione del progresso tecnologico e scientifico avevano condotto il pianeta stesso all'esaurimento quasi totale delle risorse.
Il programma che prevedeva la lenta evacuazione degli abitanti rimasti era iniziato da tempo, ed il nome evocava ricordi di missioni spaziali del XX secolo: Mars One, la salvezza di ciò che residuava dell'Umanità affidata a stazioni orbitanti nello spazio ed ai primi alloggiamenti su Marte, il pianeta rosso.
Salvezza da cosa ?
I gruppi dominanti, pervenuti alla fine di autentiche guerre fra lobbies ad un apparente stato di pace, non avevano saputo giovarsi delle tecnologie a disposizione dilapidando risorse, consumandole per i loro esclusivi interessi e facendo ripiombare la Terra in una sorta di nuovo Medio Evo.
Nulla a che vedere, però, con l'era storica dimenticata da tempo, che ha come riferimento l'anno mille dopo Cristo.
Essa era piena di fermenti positivi, culturali, sociali, artistici e scientifici che erano poi sfociati nel Rinascimento.
Tutto ciò, nonostante fosse caratterizzata dall'oppressione dei potenti, dal dissesto politico ed economico, dall'estrema volatilità di regni e staterelli e dell'opprimente cappa materiale e spirituale posta dal Papato sul mondo occidentale.
Esangue e foriero di morte era invece il tempo vissuto all'inizio della storia qui narrata.
Non guerre mondiali a rifondare tempo e spazio, creando magari una nuova genìa di uomini, ma la sottomissione blasfema a chi aveva fatto del potere l'unica ragione di vita e condotto lentamente un intero pianeta all'appiattimento delle risorse, delle menti e delle idee.
Le arti non più coltivate, cancellate le fastigia ed i retaggi imponenti delle culture che ci avevano preceduto nel ventesimo e ventunesimo secolo, la vita sulla Terra era diventata un monotono trascorrere di giorni, apparentemente sempre uguali ma in realtà sempre più poveri di idee, di iniziative e di progresso.
Lo sfruttamento intensivo delle zone una volta verdi ed ora pressoché desertiche, l'azzeramento della popolazione in numerose parti del mondo a causa di carestie e siccità aveva fatto da contraltare alla creazione di una generazione di androidi dominanti, strumentalizzati ed utilizzati come gendarmi dal potere consolidato e da parte di pochi avventurieri senza scrupoli.
Intorno a loro la Terra intanto moriva, fin quando la cordata di speranza lanciata dai pochi scienziati rimasti in vita ed in senno non aveva portato al programma di salvezza.
L'uomo che libera se stesso, fuggendo dalla propria identità, dalla propria terra e dai propri ricordi.
In tutto questo dissesto noi eravamo dei previlegiati.
Fra i primi ad essere evacuati, eravamo comunque condannati all'allontanamento dal pianeta per vivere su stazioni intermedie lanciate nello spazio siderale, godendo della possibilità del ritorno a terra per brevi periodi, per ragioni logistiche o semplicemente per evitare di sbranarci nello spazio ristretto come cani famelici, in lotta per un unico osso, sempre più ridotto ed insipido.
Quella mattina avevo personalmente controllato i motori della navetta, una sorta di potente Shuttle con propulsione atomica, che riduceva i tempi di viaggio da parecchi mesi a poche settimane.
Nulla faceva presagire alcunché di anormale.
I controlli rituali, gli stanchi saluti di coloro che restavano, l'attesa per il nostro ritorno e via, a riabbracciare i sempre più sparuti amici e compagni che vivevano ancora nel quasi dimenticato e pericolante pianeta.
Ciò che aveva ospitato grandi culture, etnie diverse e capolavori umani, insieme sì a lotte assurde ma anche al progresso, alle scienze ed alle arti sopraffini si presentava ora, dall'oblò della navicella e nei nostri pensieri, quale territorio quasi disabitato, in cui le poche risorse rimaste erano fortemente protette e la civiltà quasi sparita.
Così i giacimenti di minerali e di petrolio, piantonati da robot guerrieri come fanciulle settecentesche da eunuchi a guardia delle loro virtù, ed i prodotti delle coltivazioni in superficie racchiusi in serre riparate sia dai saccheggi che dagli stessi raggi infuocati del sole, senza più ozono o filtri che potessero frenarne la forza un dì amica ed ora distruttiva.
La voce che mi risvegliò da questi pensieri era quella dell'amico Bob dalla stazione Lotus Sette, che mi segnalava una zona di radiazioni comparsa improvvisamente fra noi e la meta.
Radiazioni sconosciute, che i loro strumenti non riuscivano ad identificare.
Mi consigliò di fare dei controlli interni e delle rilevazioni esterne.
Eravamo in tre, nel viaggio di ritorno sulla Terra.
Ciascuno con i propri compiti, poca la voglia di chiacchierare e nessuna di avere guai o contrattempi di qualsiasi tipo.
I monitors gracchiavano come al solito, e le scansioni esterne fatte da Peter e da Igor non davano alcun risultato apprezzabile.
Nulla, fra noi e la Terra.
Lo dissi a Bob, mentre mi accertavo di persona del buon funzionamento degli strumenti di bordo e degli scudi solari.
“Sei pazzo“, mi rispose, “ ce l'avete a portata di mano, a poche miglia di distanza e dritto davanti a voi.”
Avete cosa ?
Solo il nero spazio e l'oscurità più plumbea, rotte soltanto dal solcare rapido e frequente di infinitesimali corpi celesti, meteoriti, scorie e relitti pericolosi di vario genere appariva al momento ai nostri occhi.
“ Non ho voglia di scherzare, Bob. Lasciaci perdere. Ormai siamo vicini all'obiettivo “, rispose Peter mentre cercava di mettersi in contatto con l'altra stazione orbitante o direttamente con Cape Sound, la località di attracco della nostra navicella sulla Terra.
I contatti risultavano ora interrotti, unico segno per il momento che qualcosa non andava.
“ Prova ancora “, dissi allora ad Igor, che già manifestava impazienza per quello che prima gli era sembrato un inconveniente da nulla, magari l'attraversamento di una delle cosiddette “ zone di silenzio“.
Luoghi dello spazio in cui le onde elettromagnetiche trovavano misteriosamente impedimento al loro passaggio, ed in cui le comunicazioni risultavano solitamente impossibili.
“ Siamo isolati dalla terra, ma non dalla stazione".
La voce di Igor non ammetteva repliche.
Era un uomo di poche parole, buona professionalità e soprattutto aveva come me fatto decine di volte quel viaggio che avrebbe dovuto portarci giù, di nuovo sulla terra natia, semmai ne avevamo ancora una.
Passai ai comandi manuali, non raccogliendo il tono piatto delle voci che mi giungevano dai compagni a bordo, intrise di preoccupazione ed al tempo stesso di sfida nei miei confronti, per me che ero alla guida della missione.
Ero abituato a comportamenti del genere, e non mi stupivo né davo peso più di tanto alle provocazioni latenti nelle parole dei tanti compagni di viaggio che avevo avuto, con i quali avevo condiviso il poco spazio all'interno della navicella.
Per decine e decine di volte.
Questa era la sessantesima missione, ma nonostante ciò il rispetto dei gradi gerarchici e lo stesso buon senso non albergavano più nell'animo umano, se non in un fondo ben serrato di esso e chiuso a chiave, per timore di essere scambiato per debolezza, obbedienza o sottomissione agli ordini di un chicchessia superiore. “ Andiamo bene “, pensai senza parlare.
Non ebbi il tempo di finire il pur breve pensiero che una luce squarciò lo spazio intorno a noi, e vidi il lampeggiare furioso dei led rossi della strumentazione di bordo, mentre i motori perdevano improvvisamente potenza.
Eravamo fermi, praticamente bloccati in pochi secondi da una forza sconosciuta e nulla a bordo dava più l'impressione di funzionare.
I nostri occhi erano accecati dall'unica luce che riempiva la navicella, penetrando dagli oblò esterni e che si rifletteva su strumenti e monitors che segnalavano guasti, producevano effetti neve ed emettevano poco incoraggianti sibili.
L'interno della navicella aveva letteralmente cambiato colore, e l'azzurro che proveniva dall'esterno sembrava aver fuso come burro anche gli scudi termici.
Sospesi come palloncini in aria, legati al dito di un bambino al Luna Park, sentivamo il gelo siderale entrarci nelle ossa, quando la Voce parlò.
Non riuscivo a rendermi conto se La ascoltassimo tramite gli strumenti o essa giungesse direttamente a noi, nelle nostre orecchie o nei nostri cervelli.
Lo spazio esterno ed interno, improvvisamente ravvivati dall'immensa luce, mi portavano con il ricordo al tempo delle prime esercitazione fatte nei simulatori, in cui di colpo si veniva investiti da raggi luminosissimi e si studiavano le reazioni sia corporee che mentali alla nuova situazione.
Avvicinai le mani e toccai il polso della mano sinistra con la destra per percepire il battito del mio cuore, non fidandomi delle sensazioni che mi attraversavano il corpo e dei pensieri che balenavano nella mia mente vacillante.
Era una voce distinta, chiara, forte e parlava la nostra lingua, o meglio come tale la percepivamo.
“ Sono qui, sono Io. Sono venuto a salvarvi ! “
Salvarci da cosa ?
Peter ed Igor erano impietriti, arretrando soltanto di un passo fino a toccare con le spalle la superficie interna della navetta, urtando contro strumenti e cose, lo sguardo fisso all'esterno ed alla fonte delle luce proveniente dagli oblò.
Guardai anch'io fuori, aggrottando le sopracciglia e riparando gli occhi dalla luce con la mano.
Non dimenticherò mai quello che vidi.
L'Entità era sospesa nello spazio a poche decine di metri da noi, e noi con Lui, in un tragicomico fronteggiarci nelle nostre immobilità.
Mi passò il ricordo di vecchi film western e di pistoleri che, sotto il sole di mezzogiorno, aperti i pastrani sporchi di terra e di sudore, scoprivano le armi già con il colpo in canna per il duello estremo.
Le armi !
Pensai allora ai missili che avevamo a disposizione e guardai nella direzione dei pulsanti di lancio, stupendomi di non veder segnalare guasti sulla consolle di controllo. “Non avrete altra occasione ! Abbandonate le vostre paure e seguite la Parola !” Questa volta la navetta sembrò dondolare nello spazio, vibrando all'eco della voce che aveva assunto un tono fra il blando ed il serioso.
Cercai di rispondere, ma la voce mi si strozzò in gola.
Avevo la bocca secca e la lingua attaccata al palato non mi permetteva di proferire parola, mentre non riuscivo a distogliere lo sguardo dall'Essere che ora sembrava quasi più vicino, prossimo alla superficie esterna di metallo che ci racchiudeva.
“ Non è possibile, non puoi esistere ! “, riuscii infine a bisbigliare, recuperando di colpo la mia voce e le mie facoltà mentali.
Razionalizzai un attimo, cercando di far mente locale sulla situazione mentre i miei compagni, dimenticati per un po', erano in preda alla paura più grande che li paralizzava ed impediva loro gesti, parole e pensieri.
“ Non puoi esistere ! Chi sei ? “, chiesi alfine, con tutta la forza che mi rimaneva, cercando di calcare le parole e di far comprendere all'impossibile Interlocutore, che pensavo frutto di una allucinazione collettiva, di non essere in soggezione per la Sua presenza.
Anche se dentro di me forte era la preoccupazione per la mia mente e per i fatti che stavo vivendo.
Cercavo di allontanare il pensiero che qualcosa di Esistente fosse lì fuori dalla cabina, tranquillamente sospeso nello spazio, e dall'altra parte io che parlavo con Lui, rispondendoGli e ponendo a mia volta domande.
Mi chiesi fortemente se non fossimo impazziti tutti e tre.
Capita raramente di imboccare dei tunnel spazio-temporali che distorcono la realtà e provocano allucinazioni, che interrompono le comunicazioni con la Terra e le stazioni orbitanti, che bloccano per alcuni secondi il funzionamento della strumentazione di bordo e che abbacina e rende poco lucidi i pensieri e le azioni di chi vi rimane in qualche modo invischiato.
Perché proprio noi, e proprio adesso ?
Mi balenò il pensiero della Terra, del mio passatempo preferito, la pesca nelle poche acque in cui era possibile pescare, e soprattutto mi tornarono assurdamente alla mente poche parole di una preghiera che mia madre mi imparò da bambino, che cominciava con: “ Padre nostro, che sei nei Cieli…”
“ Vedi, hai capito! Non reagire, risveglia i tuoi compagni dal terrore che li invade. Io sono Pura Bontà, e non posso farvi del male. “La paura toccò invece il diapason, all'interno della navetta, Igor e Peter, come destati da un lungo sonno e volti verso di me, mi guardavano come un fantasma o come fossi io concausa del loro stupore e del loro stordimento.
Era impossibile descrivere la Figura che stava davanti a noi, perché l'apparenza era di una sagoma simile all'umana, solo infinitamente più grande ed azzurrina. Non sembrava avere nulla di malvagio nell'espressione e le sue intenzioni non erano di certo bellicose.
Avrebbe potuto distruggerci da tempo, se l'avesse voluto veramente. No.
Era lì e parlava cercando di rasserenare i nostri animi sconvolti, le nostre menti annebbiate ed i nostri occhi che non credevano a ciò che vedevano.
Troppo diverso, troppo sfuggente dagli schemi, troppo fuori dalla routine di una intera vita trascorsa nella noia e nel tran tran dei viaggi e della consuetudine quotidiana di atti ripetuti e triti.
Ora questa “ Cosa “ indefinita che ci abbordava, letteralmente, invitandoci alla sottomissione ed addirittura a seguirLa.
Come e dove ?
“ Non puoi esistere ! “, ripetei la terza volta consecutiva, quasi senza rendermene conto, mentre un filo di terrore attraversava il mio corpo, misto però ad una strana sensazione che si stava facendo strada in me ed a ricordi di preghiere e letture proibite fatte da ragazzo.
“ La Fede, la Fede ! Finalmente incontro l'Uomo, è una gran gioia per me questo momento ! “
Chiusi gli occhi abbassando le ciglia, mentre gocce di sudore scendevano sulla mia tempia destra, nel tentativo di veder scomparire anche la Figura.
Non capivo più ciò che diceva, ma sembrava ora parlare con la voce di un bambino, contento del giocattolo ricevuto in dono e che rigirava curioso fra le mani. Cosa c'era più di spirituale nel nostro mondo ?
Avevamo dimenticato Speranza, Carità e Fede, religioni e dei, angeli e diavoli.
Tutto in nome di una rassegnazione cupa ed di un neo-illuminismo che pervadeva tutta la nostra vita, da quando si veniva al mondo fino alla fine.
Non c'era più sepoltura, non più cimiteri e non più chiese.
La filosofia e la religione erano state sostituite dal credo in oggetti e soggetti materiali, frutto del progresso o meglio dell'involuzione, e l'anima non era più una parte di noi ritenuta fondamentale.
Perché credere, e a cosa ?
Percepii una sensazione quasi di cruccio disperato da parte della Creatura, che non mi riusciva di definire aliena o frutto della mia fantasia malata.
Eppure, prima della partenza, avevo preso le solite pillole per il viaggio, ad evitare problemi o grane.
Poi al mio fianco un movimento repentino, mentre Igor saltò verso la consolle del comando missili.
Lo vidi agire rapidamente digitando i codici, armare le testate e spingere il pulsante di lancio.
Fu un attimo, lungo come una vita ed infinitamente fuori da ogni sensazione ed emozione provata prima.
L'Essere rese ancora più brillante la luce che già ci abbacinava, e vidi materializzarsi nella luce una mano, un gesto e forse un saluto.
Sicuramente una sensazione di rimpianto, mentre la scia dei due missili che Igor aveva esploso, come lumache, inseguiva vanamente qualcosa di misterioso e d'impalpabile scomparso nello spazio esterno.
Il buio più totale ci avvolse di colpo, quando la luce azzurrina sparì davanti a noi.
Restammo ammutoliti.
Poi, come se un potente deja vù mi avesse colto all'improvviso guardai ed una, due, dieci, cento lacrime si affacciarono ai miei occhi per la prima volta nella vita, e fui colto dalla disperazione più cupa e più irredenta.
L'unica occasione, accolta con salve di missili a testata nucleare, in questo momento ed in questo luogo di perdizione e senza speranza.
Mi accasciai in ginocchio all'interno della navetta, maledicendo i miei compagni che, ripresisi dallo sgomento e smanettando sui pulsanti sembravano parlare con qualcuno, forse la base o la stessa Terra.
Senza Fede né Speranza.
Secoli e millenni di storia e di religioni, l'uomo ed il libero arbitrio, S. Paolo e S. Agostino, le letture fatte di nascosto ed il buio che ora mi scendeva nel cuore. Gli strumenti tornarono a gracchiare, ed altre voci mi distolsero dai miei pensieri.
La navicella riprese improvvisamente il suo viaggio verso la Terra, puntino oscuro su di un orizzonte chiaro, rischiarato stranamente da una luce lontana e non riflessa.
Le mie lacrime amare per un'incredibile occasione di redenzione, spezzata dall'incomprensione e dall'umano terrore del Nuovo, del Grande e di Dio.
Il gelo nei miei occhi rivolti ai miei compagni ed insensate parole bisbigliate non so a chi, come un bambino per la prima volta di fronte alla morte, pensiero e realtà troppo grande e troppo forte per la sua ancor semplice mente di rampollo umano.
Poi più nulla, se non il ritorno sulla Terra, senza più parole.
Non tornai mai più in volo sulla navetta né sulle stazioni orbitanti, come gabbiano cui sono state crudelmente tagliate le punte delle ali.
Vidi consumare i miei giorni a terra, su quel pianeta da cui poco distante avevo incontrato l'Essenza dell'Universo o sicuramente un Suo Emissario, allontanandoLo e smarrendoLo stoltamente per sempre, perso in un solo secondo nel gelo dello spazio siderale.
Spensi così per sempre i miei residui sogni, le mie speranze, il mio libero arbitrio ed il mio essere Uomo, rifuggendo la luce della Divinità che mi era stata offerta per percorrere una Via troppo viva, troppo forte e troppo vera per essere capita, senza il supporto di un pur piccolo granello di Fede.



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