Pietro Rainero è nato ad Acqui Terme, dove risiede. Si è laureato in Fisica presso l’Università di Genova con una tesi sui quark in collaborazione con il C.E.R.N. di Ginevra. Attualmente è docente di Matematica e Fisica presso il Liceo Artistico della sua città natale.
Ha iniziato a scrivere fiabe e racconti quasi per gioco alla fine del 2001 componendo cinque novelle da regalare figlia Sara di 5 anni per le feste natalizie.
Ama misurarsi con una grande varietà di temi e spazia quindi dal viaggio allo sport, dal museo alla scuola, dalla religione alla filosofia, dalla preistoria alla modernità più spinta. All'insegna dell'ironia, dell'antifrasi, della leggerezza, del gusto contaminatorio, di un estro talora surreale.
Generalmente i suoi lavori, molti dei quali prendono spunto da concetti scientifici, cercano di catturare l’attenzione del lettore con elementi tantalici e, possibilmente, di stupire con un colpo di scena.
Ha scritto 96 racconti, è presente su 146 antologie ed ha al suo attivo 43 primi posti nei concorsi di narrativa, tra i quali quelli relativi ai premi ASTROLABIO, PIEMONTE LETTERATURA, GOZZANO, ALBERO ANDRONICO e CITTA' DI TARANTO.
Alcune idee prese dai suoi racconti sono state utilizzate in un lavoro teatrale che gli alunni del Liceo Scientifico di Valenza hanno presentato nella primavera del 2006 al Lingotto di Torino durante la Fiera del Libro. Ha scritto sulle riviste “Il salotto degli autori”, “Il Convivio”, “Euterpe”, “Il club degli autori”, “Myo-Sotis” e “I segreti di Pulcinella”.
Collabora anche con l'importante blog culturale “Alla volta di Leucade” e dal 2013 fa parte della Giuria del prestigioso premio “Gozzano”.
Nel 2017 è stato inserito sul “Dizionario critico della nuova letteratura italiana” (Ed. Helicon).
Ha pubblicato cinque volumi: FAVOLE PER UNA FIGLIA (2006), TOH, CHE SORPRESA! (2011), IL MONDO AL CONTRARIO (2014) vincitore del premio LA PENNA D'ORO, SEI STORIE SOTTOSOPRA (2015) e LOGICA STRINGENTE (2016) vincitore dei concorsi MONDOLIBRO, CITTA' DI MONTEFIORINO, CITTA' DI CASTROVILLARI e GOLFO DI TRIESTE.

INFANZIA FELICE

“E tu cosa mi dai in cambio dei miei cinque giornalini di Topolino?” chiese Wanda.
“Io ti regalo il pendolo di Galileo” le promise suo cugino, di passaggio in quei giorni a Montechiaro, ospite della famiglia di Wanda.
Io, sentendo quelle parole, ero divertito e dubbioso: come poteva, il ragazzo, possedere proprio il pendolo del grande scienziato? D'accordo, studiava alla Normale di Pisa, ma a me, nella mia ingenuità di bimbo di sette od otto anni, sembrava inverosimile che egli potesse dare a sua cugina il pendolo di Galileo, quello originale.
La famiglia di Wanda, composta da padre, madre, un figlio di nome Giovanni, mio carissimo compagno di giochi, e appunto Wanda, ragazzina di 12 o 13 anni, era proprietaria del mobilificio del paese. Il mobilificio, naturalmente, aveva anche annessa una segheria che, praticamente tutti i giorni, produceva come scarti di lavorazione segatura e piccoli pezzi, parallelepipedi di legno, lunghi al massimo quasi un palmo.
Il cugino di Wanda (del quale, mi rincresce, non mi ricordo proprio il nome) prese uno di questi pezzetti di legno, gli legò attorno uno spago e poi fece dondolare il tutto, tenendo il capo del fil di spago.
“Ecco, questo è il pendolo di Galileo!” annunciò con aria seria, quasi pronunciasse un oracolo in quel di Delfi.
E quando mi sentì ridere (già, ero scoppiato a ridere, pensando a come fosse scema Wanda a credere a quell'impostore) mi rimproverò sottolineando: “Sì! Questo è il pendolo di Galileo!”.
Quella stupida oca della sorella di Giovanni gli diede i 5 giornalini da lui desiderati e tutto finì lì.

Erano giorni felici, quelli!
Io abitavo a poche decine di metri dalla segheria, al terzo piano di una casa che ospitava anche, al livello del suolo, l'ufficio postale e subito sotto di me, al secondo piano, un cancelliere di Tribunale con moglie e figlia piccola. Avevo due amici inseparabili, Giovanni, il fratello di Wanda che già conoscete, e Beppe. Anche quest'ultimo abitava vicino alla segheria dei genitori di Giovanni, nei pressi della quale c'era anche il meccanico, che ogni tanto osservavamo mentre aggiustava qualcuna delle poche automobili che a quei tempi transitavano sulla Statale, di fronte alla mia abitazione.
Eravamo sempre insieme, noi tre: io, Beppe e Giovanni. Qualche volta coglievamo nei prati delle margherite, alle quali staccavamo tutti i petali tranne uno o due. Così il fiore diventava un pellerossa fornito di penne sulla testa. Naturalmente al capo della tribù toglievamo solo la metà dei petali per cui la parte superiore della margherita assomigliava davvero alle foto di Nuvola Rossa o degli altri prestigiosi capi indiani.
Andavamo anche a caccia, a caccia di uccellini, nei campi, armati con i nostri fucili ad aria compressa. Cosa usavamo come proiettili?! Ma semplice! Piccoli tappi di sughero ai quali avevamo attaccato dei chiodi! Quanti uccelli abbiamo abbattuto? Beh...il conto, ovviamente, ammonta a ...zero.
Facevamo anche torte, oh sì! Torte per la merenda. O meglio, le bambine (oltre a Wanda frequentava il nostro gruppo un'altra bimba di origini meridionali) facevano torte. Ed erano buone? Non so che dirvi: non le ho mai assaggiate. Però sicuramente erano belle! Le due bambine le facevano con il fango. Modellavano con le mani il fango per dargli la forma di piccole torte e poi tutti noi, anche i maschietti, le decoravamo con scritte varie, incidendo con le dita parole ed immagini. Le lasciavamo poi essiccare e via! Il gioco era fatto! Erano dolci bellissimi, lo ribadisco, torte di color grigio o marroncino.
Proprio davanti alla casa di Beppe c'era poi, e c'è rimasto a lungo, un mucchio di sabbia che a noi bambini sembrava di grandi dimensioni. Quante ore passate su quel mucchio di arena! Disegnavamo stradine che poi lastricavamo con ciotole levigate e piatte: e la sabbia diventava un'antica città romana attraversata dalla via Appia o dalla via Salaria. A turno, due di noi tre erano consoli di quell'antica Roma e decidevano quali opere intraprendere e le modifiche da apportare all'architettura della capitale dell'Impero. Oppure il mucchio di fini granelli diventava, in altre occasioni, un vulcano, il Vesuvio dei tempi di Pompei. Praticavamo un buco alla sommità del cumulo di sabbia e nel buco buttavamo carta che poi incendiavamo: ed ecco che la montagnola, magicamente, si trasformava nel vulcano napoletano che eruttava fumo, cenere e lapilli.
Altre volte, catturato un ignaro gatto che passava nelle vicinanze, i nostri giochi di colpo si trasformavano in uno spettacolo circense con le evoluzioni fatte da una tigre feroce per divertire gli spettatori.
Ma il gioco che io adoravo era un altro.
Come materiale di scarto della segheria, ormai lo sapete, venivano prodotti dalla cinghia metallica dentellata usata per tagliare il legno dei piccoli pezzetti a forma di parallelepipedi, lunghi qualche centimetro.
Sapete come li utilizzavamo? Piantavamo quattro chiodi nella faccia inferiore del pezzo, uno obliquo in quella posteriore e due anteriormente verso l'alto ed il pezzo, per magia, diventava un vitello, od una mucca. Eravamo proprietari di intere mandrie di bovini, eravamo allevatori, eravamo ricchi. Giocavamo con i vulcani, edificavamo l'antica Roma, litigavamo per fare i Consoli, governavamo capi di bestiame, creavamo torte di fango, cacciavamo uccelli e ci arrampicavamo sugli alberi.
Ah, sì, ora ricordo: simulavamo anche partite di calcio con le figurine dei calciatori. Io ero l'allenatore della fantastica nazionale brasiliana di Pelè.

Ecco, questo io ricordo della mai infanzia.
E ricordo pure quando, la sera, aspettavo mio padre nascosto tra il legname posto a metà strada tra la mia abitazione e la panetteria del signor Costante, e tutte le sere papà si stupiva e sorprendeva nel vedermi, e pure di quando mi regalarono una piccola anatra (adoravo la fiaba del brutto anatroccolo), di quando, a metà agosto, accendevano un enorme falò nel campo dietro la mia casa.
E di quando, al calar delle prime ombre, la sera, mi recavo a prendere il latte, come voleva mia madre, alla fattoria dei miei cugini, distante qualche centinaio di metri.
E tornando verso casa, nel fosso che costeggiava la strada Statale numero 30, mi fermavo immancabilmente a guardare le stelle, incantato, e sognavo di diventare astronomo.
E mi ricordo anche del sciur Giovanni, sì. Un signore molto anziano che abitava con la domestica in una casina proprio di fronte a casa nostra e che mi aveva preso in simpatia. Il povero sciur Giovanni che, poco prima di morire, aveva avuto ancora un pensiero per me dicendo“Mi raccomando, dite a Piero di essere buono!”
Queste, e poche altre cose mi ricordo della mia infanzia a Montechiaro, quando nel borgo alto del paese c'erano ancora i ruderi del vecchio castello, poi rimossi.

Ora il cucuzzolo della collina è spoglio, anonimo.
Ora io sono un insegnante di matematica.
Beppe? Beppe l'ho rivisto ancora poche settimane fa, è in pensione ed è stato sindaco del paese che confina con Montechiaro.
Giovanni, che ha fatto anche il maestro di tennis, che sappia io è ancora vivo e vegeto pure lui.
Non so nulla di Wanda e degli altri, a parte Bruno, che suona sporadicamente in un complesso musicale nelle feste di paese.
Qualche mio compagno di scuola di allora purtroppo non c'è più, e qualcuno è morto pure da giovane, troppo giovane.
Tra qualche decennio io abiterò nella tomba di famiglia in un paesello della Val d'Erro, in un loculo a due o tre metri di altezza.
Sotto quanti metri di terra sarà sepolto Beppe?
E Giovanni?
E Wanda?


La vera storia dell'isola

L'ispirazione non veniva.
Niente da fare.
Eppure era a Parigi, metropoli crocevia di razze diversissime, calderone di eventi i più disparati, situazioni le più stravaganti. In quale luogo più stimolante poteva desiderare di stare un artista quale lui, uno scultore?
Ma……non si comanda all'estro!
Nessuna idea, nessuna statua.
Camminava per gli Champs Elysées, nulla!
Girovagava per Montmartre, nulla!
Visitava la stazioni del Metrò, nulla!
Era salito perfino sulla sommità della Tour Eiffel, nulla!
NIENTE DI NIENTE.
Sconfortante.
Era uno scultore famoso, che aveva donato ai suoi simili opere immortali, ammirate in tutto il mondo: le ballerine, il portiere durante il calcio di rigore, la capra, l'orologio a cucù.
Ma da qualche mese………zero assoluto.
Non poteva lavorare su commissione, non l'aveva e l'avrebbe mai fatto. Non era in grado di scolpire senza la giusta convinzione, senza la spinta dell'ispirazione.
Prese la grande decisione: partire.
Forse la vista di luoghi nuovi, remoti, l'avrebbe scosso, avrebbe fatto scattare la scintilla apportatrice di nuove idee.
Forse l'esilio in paesi esotici avrebbe caratterizzato una nuova fase della sua produzione artistica, come era accaduto a Gauguin.
E scelse proprio un'isola sperduta del Pacifico. Vi ci arrivò otto mesi dopo, al termine di settimane e settimane di impervia navigazione su di un'elegante goletta.
Si accordò col comandante della nave affinché quest'ultimo ritornasse a riprenderlo dopo 12 mesi. Sperava che quel lasso di tempo potesse essere foriero di rimarchevoli opere.
Scaricò l'equipaggiamento costituito da martelli, scalpelli, pennelli, tele ( abbozzava sempre i suoi soggetti in un quadro prima di scolpirli ) e pochi indumenti leggeri ed infine si congedò dal capitano del vascello.
Gli indigeni gli riservarono un'accoglienza degna di un Re.
Collane di fiori al collo, danze di leggiadre fanciulle poco vestite, coktails di succo d'ananas e, meraviglia delle meraviglie, si vide assegnare come dimora la capanna posta nel luogo più alto dell'isola, da cui si godeva un panorama a dir poco incantevole.
In poche settimane diventò amico di tanti isolani e tutti questi, circa un migliaio, lo conoscevano di vista o di fama. Spesso si recava al mercato ad osservare l'andirivieni della folla, i gesti e le espressioni dei venditori, le lunghe contrattazioni prima degli acquisti. Sovente passeggiava sulle alture dell'isola a scrutare il lontano orizzonte, le molteplici sfumature del blu dell'oceano, i minuscoli catamarani cullati dal vento, le albe ed i tramonti. A volte si coricava sulla sabbia finissima delle stupende spiagge a crogiolarsi al sole studiando le mutevoli forme nelle quali si trasformavano le nuvole che giocavano nell'azzurro del cielo.
Chiudeva gli occhi e respirava profondamente, espirando ed inspirando lentamente, cercando l'ispirazione. Potremmo dire che ricercava l'ispirazione con l'inspirazione.
Ma l'inspirazione c'era, l'ispirazione ancora no.
Ancora niente da fare, anche la vacanza- lavoro non serviva a nulla.
Il nostro artista era molto depresso. Gli abitanti dell'isola erano invece felici ed eccitati dalla prospettiva di festeggiare l'anniversario della scoperta di quel fazzoletto di terra abbandonato nel vasto mare, scoperta fatta dal loro popolo esattamente cinquecento anni prima.


L JJJJJJJJ

Un evento importantissimo, storico.
Gli sguardi erano radiosi, i modi gentili, la collaborazione totale. Si respirava ovunque ( sia inspirando che espirando ) un'aria di gioiosa attesa del giorno dei grandi festeggiamenti, con le parate, la gara delle piroghe, il grande banchetto notturno sotto il caldo, stellato cielo.
Tutti gli abitanti dell'isola avevano la felicità scolpita in volto.
La mattina di sabato 3 aprile, vigilia della storica ricorrenza, accadde un evento straordinario. Tutti ( proprio tutti! ) i mille indigeni si svegliarono con l'orecchio sinistro arrossato e molto gonfio.
Quando si resero conto, uscendo dalle capanne con l'orecchio bruciante, che la patologia era generale, si riunirono doloranti e preoccupati sulla spiaggia principale a discutere l'accaduto. La situazione era disarmante. Essendo tutti con febbre alta e fastidi vari, la possibilità di effettuare la festa programmata era fuori discussione.
La grande ricorrenza era sfumata. ( Come potete constatare le orecchie non causano solo la sfumatura delle acconciature, ma a volte anche quella degli anniversari ).
Sulla spiaggia si accese una serratissima discussione: se i festeggiamenti erano andati in fumo, perlomeno i nostri amici indigeni volevano rendersi conto del perché.
Per l'artista, unico superstite del “contagio” ( chiamiamolo così ), era uno spettacolo inconsueto: un migliaio di persone, tutte con un orecchio nella norma e l'altro gonfio, che col morale sulla sabbia ed i nervi a fior di pelle parlottavano freneticamente.
Un medico prese la parola per dire:
“ Lo so che state pensando tutti agli orecchioni, bene: la parotite, come sapete, è fortemente infettiva, causata da un virus, e colpisce soprattutto i bambini dai 5 ai 12 anni. Il virus si localizza nelle parotidi, ma può propagarsi anche alle ghiandole sottolinguali e sottomandibolari.
Il sintomo più evidente della malattia è il gonfiore sotto alle orecchie, è quella infatti la posizione in cui si trovano le parotidi, che si ingrossano per l'infezione provocando la sporgenza in fuori dei lobi auricolari facendo sì che il malato sembri avere orecchie più grandi del normale.
La guarigione completa si ha dopo 10-12 giorni e ci si ritrova poi assolutamente immuni, cioè non si contrarrà mai più la malattia, per tutta la vita.
Anche se nessuno di noi l'ha fatta perché qui siamo isolati, manca comunque il gonfiore tipico del collo sotto le orecchie: no! Non è parotite, categorico! ”.
“ E cosa è? ” domandò il capo del villaggio saggiando con una mano il calore del suo padiglione auricolare.
“ E' indubbiamente una infiammazione dell'orecchio sinistro, ma non posso precisarne meglio la causa. Potrebbe essere dovuta però a punture da insetti ”.
“ Ridicolo! ” esclamò un matematico con un'orecchia a sventola, anch'egli abitante sull'isola. “ Tutti noi veniamo punti da insetti una trentina di volte all'anno, e quindi la probabilità che mi capiti un tale evento proprio oggi è circa di uno su dieci. Questa però è anche la probabilità che ciò avvenga al capo del nostro popolo od a chiunque altro sull'isola.
Poiché il fatto è successo contemporaneamente a mille persone, il verificarsi di questa cosa ha una probabilità espressa da una frazione che ha uno come numeratore e al denominatore un numero grandissimo: di mille cifre. E badate che ho calcolato la puntura su qualsivoglia lembo di pelle, senza discriminare fra orecchio destro o sinistro o altre zone corporee.
No, la probabilità è talmente esigua da risultare ridicola! Non possono essere punture di insetti ”. Alla fine di questo sfoggio di cultura fatto dal medico e dal matematico, i poveri indigeni rimanevano dunque col loro grande mistero irrisolto ( ed un grande bruciore ai lobi ).
Ma il bello doveva ancora avvenire.
Il giorno dopo, domenica 4 aprile, chi possedeva uno specchio ci si guardò, appena sveglio, per controllare l'evolvere della malattia. E vide non uno, ma due padiglioni enormi.
Tutti, dicesi tutti, gli isolani avevano l'infezione ad entrambe le orecchie, che erano talmente grosse da poter venire usate come ventagli per rinfrescarsi.
Il giorno innanzi si erano ritrovati tutti sulla spiaggia con il viso lungo per il male e la delusione, ora si riunivano con il viso ancor più allungato dall'incredulità per la situazione creatasi.
Mille persone tristissime con due orecchie enormi ed il volto allungato.
L'artista ebbe il lampo! ( d'altronde era un artista ed intuì laddove altri avrebbero solo osservato distrattamente ).
Un sorriso lunghissimo si dipinse in faccia allo scultore.
Una miriade di isolani tristissimi……………. Ed un artista finalmente felice.

J LLLLLLLLLLLLLLL

Volete sapere la sua idea?
Fermare l'attimo in cui, tornati a casa, gli indigeni dal mesto volto si sarebbero dedicati alle proprie occupazioni, alle faccende di tutti i giorni, ai personali pensieri.
Eseguire una statua di ognuno in quel preciso istante!
Si mise subito all'opera con pennello e tele per fotografare le espressioni di quella gente un tempo così spensierata, che le avversità della vita avevano reso più riflessive e posate.
Nei mesi seguenti, aiutato dai suoi amici i quali ormai si erano perfettamente rimessi dalla strana infezione, eresse numerosi massi di pietra pesantissimi, dai quali iniziò poi a togliere il di più, il superfluo che non consentiva di capire lo stato d'animo e le sembianze di chi viveva quell'attimo peculiare. Non riuscì a scolpire tutti i mille abitanti prima dell'arrivo dell'imbarcazione che doveva tassativamente riportarlo in patria, ma tuttavia, al termine delle sue fatiche, 629 giganti di pietra erano disseminati in ogni località dell'isola.
629 enormi statue giacevano dove ognuno era stato ritratto dallo scultore, 629 monumenti a testimonianza di un'opera unica, un capolavoro dell'arte, l'ottava meraviglia del mondo, 629 pietre simili a menhir che si protraevano verso il cielo a ricordo di una infezione senza spiegazione, di una infiammazione destinata a restare misteriosa per sempre.
Centinaia di rocce dislocate su quell'isola a 27 gradi di latitudine sud e 109 di longitudine ovest nel Pacifico sud-orientale, a ribadire l'eccezionalità di ciò che era successo quella domenica 4 aprile, festività di Pasqua.
Avrete sentito altri racconti su quest'isola.
Vi sarà stato forse detto che il primo europeo ad approdarvi fu l'olandese Roggeveen il giorno di Pasqua del 1722 e che ciò ne determinò il nome.
Vi avranno raccontato che gli olandesi trovarono in quella terra due popoli: l'uno formato da individui di statura alta e pelle chiara che si allungavano i lobi delle orecchie forandoli ed introducendovi dei grossi pesi ( orecchie lunghe ), l'altro di aspetto meno nobile e pelle scura, schiavo del primo ( orecchie corte ). ( Come se queste incredibili vicende potessero spiegarsi con una banale storia di orecchini ).
Vi sarà stato narrato di come le “orecchie corte” furono costrette al pesante lavoro di scavo nella roccia del Rano Raraku, il grande vulcano spento, ed obbligate al trasporto delle opere ultimate trascinandole grazie a resistentissime funi.
Di come riuscirono poi ingegnosamente ad innalzarle in posizione verticale.
Vi avranno parlato di quando infine le “orecchie corte” si ribellarono ai dominatori e, in una guerra combattuta con estrema ferocia, sterminarono le “orecchie lunghe” ad eccezione di un unico individuo.
Bene, se qualcuno accennerà ancora a queste altre interpretazioni della misteriosa storia beh….
NON PRESTATEGLI ORECCHIE.
LA VERA STORIA DELL'ISOLA DI PASQUA E' QUELLA CHE VI HO NARRATO IO.


A cento chilometri di altezza l'atmosfera terrestre è tenuissima: solo poche molecole rimangono, indecise se restare legate al confortevole pianeta sotto di loro o librarsi in una crociera cosmica. Solo poche molecole la cui professione è un po' oscura e forse consiste solo nel rallentare, per attrito, le astronavi in orbita bassa. Sì, a cento chilometri di altezza muore l'atmosfera e nasce il vuoto. Qualche altra entità nasce e muore cento chilometri sopra le nostre teste.

L'ascensore

18 aprile 1955.
“ Buongiorno e ben arrivato! ” disse il vecchio signore dai capelli bianchi.
“ Ciao! ” rispose il piccolo bimbo sorridente. Il vecchio signore dai baffi bianchi aveva un'aria scanzonata, ironica, saggia. Al bimbo pareva un nonno divertente, colto, sereno. Il bambino era nudo, indifeso, curioso. Il dialogo sgorgò spontaneo. “ Il mio nome è Alberto ” disse il vecchio “ Ed il tuo? ”. “ Io sono Kim , so quasi solo questo. Ignoro molte cose ”. “ Anch'io. Sei coreano? ”. “ Centro! ” rispose felice il bimbo “ Sei bravo, sai? ”. “ Oh… non molto. E dimmi: cosa vorresti fare da grande? Il calciatore? L'attore? Il generale? ”. “ No, vorrei diventare il Presidente delle due Coree unificate ”. “ Accipicchia! ” si lasciò scappare l'anziano signore “ Non si può certamente dire che tu non abbia le idee ben chiare. Complimenti! Perché questa aspirazione? ”. “ Mi hanno detto che le due nazioni sono in guerra e per questo il mio popolo soffre indicibili pene ”. “ Sei proprio un bimbo estremamente assennato, ne nascessero tanti così! ”. “ Che problemi avete? ”.
“ Molti popoli, non solo il tuo, soffrono a causa di guerre o calamità naturali, ma se queste ultime sono inevitabili, le prime invece sono un monumento all'imbecillità umana. Schiere di uomini, donne e bambini soffrono e muoiono per consentire ad alcuni fortunati potenti di arricchirsi ulteriormente o di riportare effimere vittorie sui campi di battaglia. Se tu potessi stare qui, da lontano, a guardare per un centinaio di anni due grandi nazioni europee , cosa vedresti? Dapprima la Plancia invade e conquista una striscia della Spigna, la quale nella seconda guerra punica se la riprende aggiungendovi per buon peso anche una zona trapezoidale del territorio dalla Plancia, la quale poi nella guerra dei cento mesi se la riconquista e penetra per un triangolo di 80 chilometri nella terra della Spigna, che durante la prima guerra mondiale se lo riprende e tutto ritorna come prima. Risultato dopo mille anni? STESSI CONFINI, GLI STESSI ! Alcuni politici e generali passati alla storia ( più famosi di artisti e scienziati, incredibile! ), alcuni ricchi un po' più ricchi ed un mucchio di giovani soldati ventenni morti. MORTI PER NIENTE ! ”. “ Cosa sono i confini? ”. “ Sono una cosa che divide i popoli. Da quassù non si vedono, ma non si vedono neppure quando li attraversiamo. Esistono sono sulle cartine geopolitiche …..e nelle zucche vuote. Triste, vero? Ma ora io devo andare, d'altronde vedo che non hai bisogno di molti consigli né raccomandazioni, sono stato fortunato ”.
“ Perché? ”. “ Perché hai già capito cosa significa vivere con saggezza. Molti bimbi la possiedono e poi, inspiegabilmente, perdono questo straordinario dono nell'adolescenza, che trascorrono generalmente come idioti completi, tranne poi rinsavire un po' nell'età adulta e ridivenire saggi sul finire dell'esistenza. Se al mondo ci fossero solo vecchi e bambini vivremmo certo in modo meno doloroso: il carico di sofferenze subite ogni anno dall'Umanità è spaventoso ”. “ Ma perché devi proprio andare? ”. “ Mi aspettano. Anche tu, d'altro canto, devi andare. Sai quale bottone premere? ”. “ Sì! Quello con la lettera T che sta per “ TERRA” . Dove ti aspettano? ”. “ Lassù, lontanissimo, nel mondo dei più ”. “ Il mondo dei più? E' pieno di addizioni? ”. “ No ” sorrise il vecchio dai lunghi capelli bianchi pensando che però di croci era pieno “ è un modo di dire. Sto per morire e per raggiungere coloro che mi hanno preceduto. Sono molti di più di quelli che si muovono freneticamente laggiù. Li vedi? ”. “ No. Da qui non si possono scorgere ”.
“ E' vero. Penso che quando il mondo dei più diventerà quello dei meno, e prima o poi succederà senz'altro con l'esplosione demografica in atto, le cose andranno ancor peggio! ”. “ Perché? ”. “ Mi piaci ”. “ Perché? ”. “ Perché chiedi spesso “ perché” ”.
“ Sono molto piccolo ”. “ Certo! Comunque le cose laggiù andranno peggio, perché già ora molti bimbi che nascono trovano, alla sosta intermedia dei cento chilometri, vuoto l'ascensore che sale e non possono ottenere le informazioni, i consigli e le raccomandazioni indispensabili per condurre una vita orientata al bene.
In un lontano futuro sarà sempre peggio, gli appuntamenti tra chi va e chi viene saranno sempre più rari. Mancherà il travaso di conoscenza ed esperienza, purtroppo! ”. “ Funziona così? Tu sei quello che deve accogliermi? Una vita va ed una viene? ”. “ Sì! C'è chi nasce e c'è chi muore, per dirla in altro modo ”.
“ Tanto va la gatta al lardo….”. “ No ” sorrise il distinto signore “ questa frase riguarda qualcos'altro. Comunque, non tutti i bambini nascono così maturi come te e devono avere un'accoglienza adeguata. Chissà! Forse le cose hanno incominciato ad andar storte quando le nascite hanno superato le morti, tanto tempo fa. Ma ora il tempo concessoci per conversare è terminato, addio dunque, e buona fortuna! ”. “ Quale tasto devi schiacciare tu? ”. “ Il più alto, quello con il simbolo di un otto coricato. Siamo molto stanchi, noi anziani…e anche i nostri numeri lo sono ” scherzò il vecchio. “ L'otto è coricato perché è stanco? ”. “ Non proprio ” sorrise il signore “ non vado all'ottavo piano, ci sono tre bottoni soltanto, vedi? T , 100 e . Significano TERRA, 100 CHILOMETRI e INFINITO. L'ascensore che scende e quello che sale si incontrano a cento chilometri dalla superficie del pianeta, e l'otto coricato è il simbolo dell'infinito ”. “ Dov'è l'infinito? ”. “ Un po' più in là di laggiù laggiù ”. “ Allora ci impiegherai TANTO TEMPO! ”. “ Arriveremo insieme ”. “ COOOME? ” Domandò sbigottito il quasi-neonato. “ Perché e come: certo che tu fai sempre domande pertinenti. Comunque è vero. Arriveremo insieme, tu laggiù ed io lassù ”. “ Non ci credo ”. “ Potresti fare anche lo scienziato. Però di ascensori io me ne intendo. Credimi ”. “ Ma non è possibile, cento chilometri in confronto al…..tutto ”.“ Tra la Terra e 100 chilometri ci sono esattamente tanti posti quanti tra 100 chilometri e l'infinito, quindi arriveremo insieme ”. “ Ancora non capisco ”. “ Quando tu sarai a 50 chilometri ( cioè 100 diviso 2 ) dal terreno, io sarò a 200 chilometri ( 100 per 2 ). I due punti 50 e 200 sono sposati tra loro o, se preferisci vista la tua giovane età, sono gemelli, collegati insomma. E quando tu sarai a 10 chilometri dalla Terra, io sarò a 1000 chilometri. 10 e 1000 sono gemelli! Come vedi ci sono tanti punti tra la Terra e la fine dell'atmosfera quanti tra questa e il paradiso ”. “ BELLO! ” disse Kim e, dopo aver salutato con la piccola manina il vecchio signore, schiacciò la grossa T.
Un attimo dopo a Seul nasceva un bellissimo bambino a cui fu dato il nome Kim Soo Kim,ed un attimo dopo Albert Einstein raggiungeva l'infinito.


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