Luca Pia, ventisette anni, geometra, vive e lavora in provincia di Torino.
Al suo attivo gode di diverse partecipazioni a premi letterari di poesia e narrativa.
Recentemente sue composizioni sono state inserite in antologie di alcuni importanti concorsi, fra i quali “Città di Monza 2004”.
Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto le seguenti poesie e due interessanti articoli sugli Haiku:

AVANTI

Quale direzione mi tocca?

sfidare i frastuoni del cuore
correndo incontro a un destino agognato,
oppure tacere e seguire

fantasie ormai vecchie.

Le culle sono vuote
e non ci torneremo più

e se è mai più, tanto vale,
andare avanti e non crepare
nel vespro di una mattina infinita.



OSTINARSI A POETARE

Corri, tempo…
per far tutto d'ogni affare;

il lento uscire del mio sé.
E' come trattenersi il vuoto.


L'Haiku, un punto di vista alternativo

Che cos'è l'Haiku?
Fra tutte le domande che possiamo scegliere, personalmente tengo confermarvi che questa merita tempo e interesse per una risposta.
L'Haiku è una poesia, in senso lato un genere di componimento poetico, particolare per la sua brevità e specifica per caratteristica. Nella semplicità di tre versi soltanto (tradizionalmente di 5-7-5 sillabe), vi sta tutta una lezione su come lo stato d'animo del poeta, un significato profondo di valenza emotiva, riesca ad essere costruito in poche parole senza reciderne la completezza e limitare così l'efficacia con cui è trasmesso. Bastano tre versi e lui si dischiude.
Perché perdersi in superficialità e costrutti inutili quando al nostro fine non è necessario?

Ho fatto del mio braccio un cuscino,
e amo il mio corpo,
nel vago chiarore lunare.

BUSON (1715-1783)

Considerata l'origine nipponica, questo genere di poesia è legato in maniera indissolubile alla cultura di quel paese, in particolar modo allo Zen ed a tutto ciò che questo rappresenta nel panorama buddista della corrente Mahayana. L'originalità dello Zen, il rifiuto dei limiti imposti dalla logica e di una mentalità da questa imperniata su concetti dualistici ed antitetici (buono-cattivo, corretto-scorretto, “bianco-nero”), farebbero di questa disciplina, allo stesso tempo estremamente concreta e poetica, una piattaforma ideale per ogni forma espressiva delle emozioni, di per sé “superlogiche” (oltre la logica) e inspiegabili con il solo ausilio dell'intelletto. Grazie allo Zen, semplicità e pura concretezza attraversano le barriere che noi stessi abbiamo costruito con la nostra razionalità “legata” e ci fanno acquisire con l'esperienza un punto di vista alternativo, completo e totale sul mondo, in cui note e silenzi portano lo stesso significato. Adesso vediamo tutto, e non distinguiamo, perché più non esiste giusto e sbagliato, non giudichiamo, perché la mente è svuotata da ogni pregiudizio e arrogante sentenza, non filosofeggiamo, perché siamo semplici, e non insegniamo, perché siamo umili; noi ci fermiamo ad osservare. Ecco l'Haiku, è osservazione.
Ritroviamo tutto ciò che abbiamo detto anche nelle parole del grande poeta MATSUO BASHO (1644-1694), considerato a diritto il padre fondatore di questa letteratura:

“L'Haiku è semplicemente ciò che sta succedendo in questo luogo, in questo momento.”

come anche:

(l'Haiku) “coglie nella sua essenza ciò che accade qui ed ora.”

Ogni particolare è esaltato nella sua essenzialità per il solo fatto che semplicemente “è”, e come la semplicità dello Zen non ne pregiudica la profondità, fermarsi a ciò che si osserva non fa di questa poetica una forma superficiale, anzi; il lettore attento capirà che all'esterno vi è solo la punta minuscola di un iceberg che cela al di sotto la vera sostanza.

Lo yugen nell'importanza della quotidianità

Leggiamo insieme questo Haiku di SHIKI (1867-1902):

Qui, nessuno: su una sedia di vimini, aghi di pino sparsi.

In questo componimento c'è qualcosa, probabilmente il senso, che tradisce ogni superficialità. Il concetto è semplice, ma sfugge perché indefinito, indistinguibile; all'indecifrabile si aggiunge il “mistero”. Per chiarire questo punto, richiamiamo ad esempio il nostro iceberg. Comunemente se ne ammira la punta, e tutte le sue caratteristiche, ma lì ci si arresta, perché ai nostri occhi il mare è “coperta”; il resto è nascosto con la profondità e per questo pesato di fantasie. Tale è il limite che ci poniamo, ma se trovassimo il coraggio di andare oltre, di immergerci, potremmo verificare personalmente, e realmente, come quel bianco e prima aguzzo pezzo di ghiaccio sia da sotto molto più grande e diverso, nei suoi variegati riflessi blu.
Il nostro mare è lo yugen, l'indistinto unito al profondo, ed è solo “immergendosi” in esso che si può vedere anche il resto della realtà, e la parte più grande. Lo yugen è inconscio (forse l'Inconscio stesso) e come tale è reale, concreto, ma insondabile con il comune senso della logica, limitata e limitante. Per arrivarci davvero, dobbiamo riscoprire un linguaggio alternativo, diverso, ma non per questo più complesso, proprio della semplicità del bambino che parla in ognuno di noi.
“Commetteremo un grave errore se scambiassimo la nebulosità dello yugen per qualcosa di empiricamente privo di valore o di significato per la nostra vita quotidiana. Si deve piuttosto ricordare che la Realtà, ovvero l'origine di tutte le cose, è una quantità ignota all'intelletto umano, ma che comunque possiamo sentirla nel modo più concreto.”

Oltre a sostenere la concretezza dello yugen, le parole del maestro Suzuki rivelano quanto siano “quotidiani” gli elementi presi a modello non solo da artisti e poeti Zen, ma da tutti i seguaci di questa disciplina. Prendiamo questo componimento di ISSA (1762-1826):

Guarda, lumaca, guarda la tua stessa ombra.

E' evidente il valore attribuito alle cose più prossime ed a tutto ciò che costituisce la quotidianità.

In relazione agli insegnamenti Zen, cose in apparenza insignificanti sono in realtà parti del nostro tutto e costituiscono particolari tangenti di un'esperienza diretta vissuta ogni giorno. Da qui la grande considerazione dell'Haiku nei confronti dei piccoli dettagli della natura come, nel nostro caso, gli animaletti più fragili, ma anche ortaggi, piante minute, stagni, pietre ed oggetti inanimati. In un Haiku tutto assurge alla medesima importanza e non esistono protagonisti logici; ogni cosa va oltre ciò che sembra e si rivela attraverso la totalità in una sorta di “magia reale”: lo yugen è proprio qui, nient'altro che l'aura di un diverso punto di vista.

Haiku

Taci e ascolta, apri gli occhi
e guarda,
l'intimità delle cose
si aspetta.



Nella certezza di aver affrontato non che solo in minima parte le vastissime peculiarità dell'Haiku, ma nella speranza di aver acceso, anche in un solo lettore, del vivo interesse verso questa forma di espressione poetica.


Fonti e riferimenti bibliografici:

Oltre a quanto citato nelle note:
- A cura di Leonardo Vittorio Arena, Haiku, BUR;
- D.T. Suzuki, Introduzione al Buddhismo Zen, Ubaldini Editore – Roma;
- Per le citazioni di Basho: Manifesto della poesia Haiku in lingua italiana, Cascina Macondo 2004.


Perché l'Haiku deve continuare ad esistere

Quando scrissi l’articolo sulla letteratura haiku uscito sul numero invernale, non avrei mai pensato di sollevare così tanto interesse, tanto meno credevo pervenissero al Salotto scritti di risposta che mi portassero di nuovo sull’argomento: sapere di non essere passati inosservati è per me motivo di grande soddisfazione.
A questo punto mi si consenta di replicare al pensiero di Guido Bava di Biella pubblicato nell’edizione primaverile.
È indubbia la difficoltà di afferrare una poetica di stampo tipicamente orientale, sia per la forma metrica, nel caso dell’haiku classicamente breve e rigida, che per i contenuti, lontani da un approccio “ragionato” all’occidentale. D’altronde, nessuno che ne capisca veramente qualcosa, e tanto meno il sottoscritto, penso abbia mai sostenuto il contrario, anzi; personalmente rifletto spesso su come la nostra mentalità, così legata e imbavagliata nel processo logico del giusto-sbagliato, renda davvero difficile afferrare le cose semplici, che più sono tali e più fanno paura (checché se ne dica, è l’unico modo di realizzare il perché non convincono mai subito).

Anche in un filo d’erba
si rifugia
la fresca brezzolina.
(Issa 1762-1826)


Credo che questo haiku comunichi molto. E’ stato composto nel XVIII° o primi del XIX° secolo e la sua espressione è completa: in tre soli versi è il poema, tutto lì.
In franchezza non sento come possa trovare poca rispondenza nell’attuale un modo di esprimersi comunque completo e ricco di pregnanza emotiva. Sicuramente anche il genere haiku non è stato immune allo scorrere del tempo ed ha trovato evoluzione nei secoli così come tutte le altre forme di espressione artistica, ma non figura comunque secondario discutere di aspetti stilistici di fronte alla capacità immediata di comunicare?
A tal proposito direi che l’haiku si rivela come ottimo ed immediato strumento soprattutto ai giorni nostri, perché, a mio giudizio, è in grado di portare l’espressione poetica laddove meno arriverebbe un genere più lungo ed articolato, e cioè tra nuove generazioni sempre poco (e sempre meno) interessate a questo tipo di letture1.
Non ci si deve soffermare su inutili fronzoli che coprono la verità, allontanandola ai nostri occhi. La metrica 5/7/5 è classica dell’haiku, derivata dall’operazione di troncamento che Matsuo Basho operò ai danni della forma tanka2, riformando la poesia giapponese nel XVII° secolo. Più di recente molti poeti giapponesi contemporanei si sono allontanati dalla forma metrica rigida adottando il verso libero, ma, nonostante questo, è innegabile ricondurre le loro composizioni al genere dell’haiku;
un haiku non si definisce tale solo perché è fatto di tre versi nella forma 5/7/5, è molto di più.

Da poco è morta la moglie
del fruttivendolo,
padri e figli si caricano di
verdure,
si caricano di cipolle.
Hekigodo (1873-1937)
Il nostro esempio non riflette sicuramente la metrica classica; il suo autore sostenne fermamente la necessità di svincolarsi dagli schemi tradizionali, così come fece nella maggior parte dei suoi lavori, ma non tradì mai i contenuti profondi di questa poetica. Infatti, in coerenza con gli insegnamenti dello Zen3, in un haiku il poeta deve riflettere la concretezza del momento, imprimendo i fatti del “qui ed ora”; è la propria immediata esperienza a trovare campo, in una semplicità ineluttabile. Come citato nel mio precedente articolo, M. Basho scriveva che “l’haiku è semplicemente ciò che sta succedendo in questo luogo, in questo momento”. L’evento va vissuto con mente libera, e proprio attraverso il vuoto mentale si arriva a vederlo vero ed essenziale, senza più sovrastrutture che noi gli attribuiamo, ma che sono soltanto nostre. Questo è parte della ricetta Zen per l’illuminazione (satori) nel lampo della percezione più autentica.
Non si possono quindi tradurre pensieri in un haiku perché l’haiku non è un pensiero, come non è un giudizio o una valutazione: è niente più che la magia dell’esperienza dall’osservazione, e deve continuare ad esistere proprio per questo.

“Non seguire le orme degli antichi,
ma quello che essi cercarono”
(Matsuo Basho – 1644/1694)


NOTE
1 Si badi che il mio punto di vista non cerca l’intenzione di porre l’haiku assolutamente al di sopra di tutte le altre forme poetiche, tra cui quelle occidentali: ci troviamo semplicemente di fronte ad un valido strumento, magari uno dei tanti. In questa mia “arringa” non difendo in fondo solo la poesia giapponese, ma tutta la poesia mondiale di tutti i tempi che abbia immediata capacità di comunicare qualcosa alla nostra emotività.

2 Componimento poetico di trentun sillabe nella forma 5/7/5/7/7 su cinque versi. Si ha prova dell’esistenza della poesia tanka già nel IV° secolo d.c.

3 L’haiku è una poesia in forte relazione con la filosofia Zen, tale da considerarsi inscindibile da essa.

Fonti e riferimenti bibliografici:
Per gli haiku di Issa ed Hekigodo: A cura di Leonardo Vittorio Arena, Haiku, BUR;
Per le citazioni di Basho: Manifesto della poesia Haiku in lingua italiana, Cascina Macondo 2004.


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