Italo Angelo Petrone classe 1989, nato in Germania, dopo l'infanzia tra Francoforte e Friburgo cresce in giro per l'Italia, tra Asti, Cagliari, Roma, Foggia e qualche estate di lavoro a Rimini. Nnel 2009 arriva a Milano per gli studi di finanza e dove resta fino al 2015 per lavoro. Oggi si trova in Perù impegnato in un progetto di cooperazione europeo.
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Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto due racconti e alcune poesie:


QUEL GIORNO AL PORTO DI PALERMO

Il porto di Palermo, intorno alle undici di quel giorno, era dominato da un sole alto e robusto. Il mare, piatto come una tavola, luccicava d’attesa. Tra le gazzarre del molo e grosse navi arrugginite c’era la Majestic. Regina tradita d’una grande flotta civile. Galleggiava immobile sotto le ali dei gabbiani mentre veniva assalita da cariche di uomini e merci d’ogni sorta di colore e misura. Il porto stanco brulicava di arabi e auto tedesche. Al bar i capitani accarezzavano tazzine di caffè mentre venditori ambulanti si accordavano con prostitute dell’est. Era il Mediteranno.
Il signor Michele era appoggiato a una transenna di sicurezza. Osservava con curiosità l’ordinaria confusione del molo. Aveva 68 anni, 5 figli maschi e un passato fallimentare da imprenditore agricolo. Era un siciliano mite dalla mente ingarbugliata. Aveva vissuto fregature e illusioni ma mai inflitto del male, sempre lontano dal malaffare ma sempre in cerca di casini. Come tutti gli uomini onesti ma animati. Era stato un certo Mohktar, guardiano del mercato coperto di Ragusa, a convincerlo a fare un viaggio in Tunisia. Dopo la rivoluzione del 2011, gli raccontava, il governo accoglieva tutto e tutti, purché produttivi per la Nazione.
Gli aveva parlato di terreni coltivabili e a buon prezzo. Anche di nuovi funzionari democratici disponibili a chiacchierare se ricompensati con somme più che accessibili. Per Michele, pieno di debiti lerci e cause di provincia, era un’incredibile possibilità di rinascita. L’ennesima. Forse l’ultima a quell’età. Qualche anno prima ci aveva provato in Albania con un commercio di bestiame ma se ne tornò senza la sua macchina e con cinquemila euro in meno. Prima ancora in Argentina con gli elettrodomestici. Aveva capito anche lui che era tutta roba da anni Cinquanta. Chissà, pensò, forse aveva ragione suo figlio, il terzo, quello più studioso: “Papà, cercare fortuna in Albania nel Duemila è come andare a giocare a cricket in Molise”. Sorrise. Un leggero timore vitale gli attraversò le costole. Era la riserva d’adrenalina agli sgoccioli. Mohktar tornava ciondolando dal bar mordendo una sigaretta.
“Ehi, Michele, guarda, bella donna lei, eheheh. Arrivo!”.
Con l’indice ancora verso la ragazza di passaggio, proseguì verso la biglietteria a prendere quanto prenotato. Le sue infradito schioccavano sull’asfalto.
Sulla cinquantina, indossava occhiali da sole falsificati, una polo rosa e bermuda a fiori. Intanto l’aria di mare s’era intrisa di sudore acido e spezie in trasporto.
“Italiano amico?” s’era avvicinato uno dei tanti tunisini di ritorno in patria per la pausa estiva. Erano per la maggior parte braccianti e piccoli artigiani emigrati nella terra meno lontana dalla loro.
“Italiano, italiano” rispose Michele con la sua solita cordialità siciliana.
Tutti i maschi tunisini erano vestiti identici: jeans scuri e t-shirt o camicia a righe scoloriti. Cambiavano solo i colori degli indumenti. Tra loro non parlavano, urlavano sempre, sia in bene che in male. Le donne, tutte sedute nelle macchine con i bambini oppure raggruppate sul molo in visibile isolamento, aspettavano gli uomini con i loro sguardi diffidenti.
Uomini agitati e indaffarati a discutere a voce alta di burocrazia con gli addetti della dogana. Sorrisi, occhi pieni di paura, l’ansia di un documento non regolare, abbracci tra chi era uscito dall’ufficio con le carte in regola e poteva partire.
Marescialli con Ray-Ban fumavano vicino ai loro gabbiotti dai vetri opachi. Ghignando protetti parlavano di mogli proprie o altrui.
Il signor Michele al porto di Palermo era stato solo una volta, nel 67’, per ritirare un carico di angurie, poi sempre in campagna. S’era acceso una Ms Gold con il mento alzato. Blaterava chiedendosi dove fosse finito Mohktar. Nel via vai, vedeva una bimba riccioluta urlare: “Papà, portami a casa!”.
Poi il teatro si fermò di colpo. La sirena della nave, per alcuni secondi, aveva paralizzato la banchina, compresi sottoufficali lucenti e prostitute mattiniere.
Era la Majestic, chiamava all’imbarco per l’ultima volta. Nessuno sapeva quanto mancasse esattamente ma da quel momento in poi bisognava sbrigarsi.
La folla di tunisini si diresse in massa verso l’ingresso-auto della nave. Alcuni vigili fischiando, tentavano inutilmente di ordinare il flusso. Un concerto irregolare di clacson e grida aveva dato il via al viaggio. Michele avvertì vita nel coggige, la spina dorsale gli pulsò forte. “Ammunì” si disse. Il viaggio verso Tunisi sarebbe durato circa otto ore.
Intanto era riapparso Mohktar, completamente bagnato e con i biglietti.
“Dai, Michele, portiamo auto su nave, poco tempo!”
Gli aveva infilato i fogli fresci e taglienti tra le dita. Con l’altra mano Michele cercò in fretta le chiavi della macchina. Poi un abbaglio, un avambraccio caldo e abbronzato e di nuovo la folla. Un furgoncino ostacolò la visuale.
“Michele, Michele, i biglietti! Rubati senza nome!” –
“Come senza nome? Senza prenotazione li facisti?”
“Michele rubati” –
“Sì sì, rubati, ladro!” urlava il tunisino che si era avvicinato prima ed era rimasto li per tutto il tempo a dondolare. Michele guardò verso i gabiotti più in là. Un giovane poliziotto, venendogli incontro, distese le braccia con sguardo impotente.
Solo qualche anno dopo il signor Michele venne a sapere che Mohktar era solito invitare italiani in Tunisia per poi fargli rubare i biglietti al porto. Senza usarli per sé però. Volta per volta dava il permesso di prenderli a qualche giovane coppia squattrinata che si voleva sposare in patria anzicchè in Italia. Lo faceva per il suo popolo, pensò bevendo un bicchiere di vino. Da quel giorno al porto di Palermo, ormai all’età di 70 anni e con 5 figli maschi, il signor Michele non ebbe più voglia di cercar fortuna.


Lame e Mozzarelle

Eravamo appena scesi tram. Gabriele si accese una sigaretta. Io mi abbottonai l’impermeabile. Cercai anche io una sigaretta in tasca. Gli chiesi:
“l’amico tuo PR c’è?”
“si si si, prima gli ho scritto, ha detto che si fa trovare fuori, vicino all’ingresso.”
Non faceva molto freddo. Un gruppetto di studentesse Erasmus passò accanto alla fermata, andava nella direzione del Deep Orange. Ci avviammo al loro seguito.
Eravamo già da più di mezz’ora nella bolgia del locale. Il Deep era un seminterrato molto largo, diviso in pista e priveè e con un soppalco che fungeva da super-priveè e console. Dopo aver preso il drink e fatto un giro d’osservazione nella pista ci fermammo su dei scalini. Mi accorsi che una tizia, già per la terza volta, passava davanti a noi lanciandomi occhiate.
Aspettai che uscisse dal bagno e mi avvicinai deciso.
“Ciao, ti disturbo?”
"No”.
“Vieni, andiamo a parlare”.
Presa la sua mano, schizzai verso il bagno, cercando con gli occhi i buttafuori. Non erano ancora di guardia al WC. A inizio serata i bagni delle disco non sono mai pieni. Intanto era partita una canzone lenta. Le stesi una manata larga sul fondoschiena per convincerla ad entrare. Un sedere gonfio ma a misura d’uomo. Non oppose resistenza. Poi un abbraccio da dietro mi abbassò il corpo.
“vieni con noi!”.
Due ragazzi in jeans e camicia mi presero dal collo e mi portavano verso l’uscita con passo veloce. Ridevano tra loro. Non volevano dare nell’occhio. Mentre mi trasportavano cercai di capire chi erano. (Dal contatto con la barba del mio trascinatore destro capii che non erano adolescenti imbruttiti. Pensai a due poliziotti in borghese e mi rasserenai dato che non avevo fatto niente.)
“Angelo, tutto bene?” Gabriele aveva visto tutta la scena.
“L’amico tuo sta con noi 'sta sera.” Rispose uno dei due.
Eravamo arrivati vicini all’uscita. Nessuno ci aveva notati. Una volta fuori, sempre tenendomi stretto tra loro mi portarono verso un parchetto illuminato esternamente ma buio all’interno. Vedevo solo le loro scarpe di marca, mi tenevano a testa in giù. Sentivo che altri ci seguivano, eravamo un gruppetto ormai. Arrivati nel parchetto vuoto mi buttarono in terra.
“Bucchì!” esclamò il primo tirandomi una scarpata. Aveva un forte accento napoletano misto laziale. Forse ciociaro.
“Moc’ a mamt” e giù con il secondo calcio nella schiena, al quale seguirono molti altri nella pancia. Cercavo di non urlare per il dolore.
Gabriele, che ci aveva seguiti, aveva iniziato un tentativo di pacificazione. Cercava di convincerli che ero solo un ubriaco.
Sentii dirgli “dai hai vinto, è a terra!”.
“Ho vinto? Il bocchinaro ha toccato la ragazza del figlio di Antonio Maiatta, deve morire” urlava in campano stretto mentre continuava darmi zampate sulla faccia, nello stomaco. Da tutte le parti.
Antonio Maiatta. Che ne potevo sapere io che era la fidanzata di qualche mafiosetto sconosciuto, del figlio poi. Intanto la sua suola era sulla mia guancia. Vedevo la luce della tv in alcune finestre dei palazzi vicini. Accanto al parchetto passavano macchine con musica alta e urla di festa. Era arrivata anche la ragazzetta con un’amica, piangeva soddisfatta. Mi usciva sangue dal naso. Non riuscii a spiccicare mezza parola.
Sentii un’altra macchina, si fermò. Scesero almeno in due.
“E’ lui?” chiesero al mio massacratore.
“Ecco, la merda” rispose con orgoglio.
“Vieni piccolo, vieni” mi disse uno dei nuovi arrivati. Un saraceno benvestito e curato.
Intanto un altro, obeso, mi aveva alzato da terra e da dietro mi teneva sotto le ascelle, la sua pancia faceva da cuscinetto. Sulla strada passavano gruppi di giovani eccitati. Mi trovai faccia a faccia con l’incamiciato, pieno di catenine. Poteva essere Antonio Maiatta o il figlio, oppure solo un sicario, ma chi li conosceva. Mi aspettavo un discorso fatto di onore e rispetto. Sentii una lama non molto grande bucarmi la pancia. L’obeso mi pose sul brecciolato. Sputavo sangue.
Gabriele chiese sottomesso a uno di loro se poteva chiamare l’ambulanza, - Chiama il prete – gli risposero. I tizi salirono sulle auto, delle Mini cooper, e volarono via.


A MEDEA

A Medea,
Ti prego, non odiarmi più,
non odiarti più.
Non imitare Medea,
sol perché la sua
pareva gloria.
Non creder a Ida la matta,
persa per un Duce,
conchiusa in manicomio,
diceva che lui la voleva,
rinchiudendola voleva mettere alla prova il suo amore,
ma lui scevro era financo delle sue labbra.
Non appiccar fuochi violenti
in serate danzanti.
Non mi condannare se anche il mio sentimento è guidato dal caso.


Non giudicarlo

Non giudicarlo in base a quanto è alto,
in base a quanto conosce o
in base a quanto corre veloce.
Prova, soltanto tenta di giudicarlo in base a
come ti risponde se gli chiedi cosa è l'amore,
in base a come risponde se gli chiedi cosa è libertà, la felicità.
Come puoi giudicare una casa spiando solo dalla serratura,
Una montagna, osservando solo la cima,
Un uomo, guardando solo il colore dei suoi occhi.
Esplora, naviga, vivi le sensazioni
che si velano dietro di essi,
l'intreccio di luci che gli sono dietro.
Il colore degli occhi è soltanto l'espressione minima
di un'infinito di meravigliose essenze dell'anima.
Forse solo allora potrai capire cosa dentro di te è unico.
Potrai finalmente assaggiare il vento salato
che si mangia quando si galoppa sulle onde.
Gusterai finalmente il sapore delle neve,
piangerai sui fogli bianchi mai usati
in un cimitero che non t'appartiene
e vivrai la notte come un'alba infinita
e il giorno come un tramonto indimenticabile.
Non giudicarlo


Poesia 1

Voglio correre, dimenticare, fiatare,
come un bue, come un asino,
lasciare dietro il fardello,
il martello sonante,
ruvido e infame che sul collo,
come lame piatte,
disturba me ed il mio latte,
madre, dove sei.


Poesia 4

Nel letto stretto, tra le pulci e i cuscini ruvidi,
tra il profumo d’incenso di scrivanie che furon di missionari ardenti,
tra i fanciulli di origine incaica,
tra pane dolce e panettiere docili,
tra te e l’aula, tra le sedie e le cattedre,
cattedrali mi abitano, pagode miro nei miei abissi.


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