Annalisa Palumbo è un'autrice giovane che vive e lavora a Torino. Ha una grande voglia di scrivere, di raccontare, di raccogliere nelle pagine delle sue storie stimoli, sensazioni, gioie, sofferenze, dolori e malinconie, spicchi di vita. Dopo alcune raccolte di poesie bene accolte dai lettori, ha deciso di pubblicare il racconto lungo Da quando ci sei tu. Ora è alle prese con la stesura del suo primo romanzo dal titolo provvisorio Milagro.

Dal racconto Da quando ci sei tu:

ISBN: 978-88-96274-22-4 Carta e Penna Editore - Prezzo di copertina: 7,00 €.

(...) Davide riapparve in negozio una settimana più tardi, fermamente deciso a spezzare quella stabilità affettiva in cui Elena voleva assolutamente credere. Un ricciolo ribelle gli cadeva sulla fronte. L'uomo lo ricacciò indietro con le dita. Elena conosceva bene quel gesto, tanto da sentirsi tremare le ginocchia per i ricordi che le suscitò.
I suoi occhi verdi scintillavano nuovamente come un tempo, liberi dalla cupa malinconia che li aveva offuscati per tutto il periodo in cui era stato sposato con Ornella.
«Cosa vuoi?» gli chiese in tono severo.
«Voglio te» rispose lui, senza preamboli.
Una signora bionda, minuta, raccolse velocemente le puntine della pinzatrice che aveva appena acquistato e uscì senza congedarsi.
«Evita di farmi perdere i clienti, se ci riesci. Grazie».
«Elena, io ti amo». La sua voce vibrava di sincerità. Davide puntò le mani sul bancone e si sporse in avanti. Elena abbassò gli occhi, imbarazzata. Aveva sognato per anni quella dichiarazione d'amore, quando ogni sera si era addormentata stringendo fra le braccia il suo cuscino zuppo di lacrime.
«Davide… io… » riuscì appena a balbettare, mentre il cuore le martellava in petto e il suo rumore copriva il suono delle parole. Con Andrea non aveva mai provato emozioni così intense.
«Sssh!» Davide le posò un dito sulle labbra, «Non dire nulla» le suggerì in un sussurro. Avvicinò il suo viso a quello di lei. Elena cercò la sua bocca. Il bacio fu prima tenero, poi passionale. Davide era quasi sdraiato sul bancone. «… Da quella notte in albergo non ho più smesso di pensarti». La sua voce era una musica dolce, mentre le carezzava lievemente il volto. Il pianto di Gabriele fece sobbalzare entrambi.
(...)


La poesia che segue si è classificata al terzo posto della sezione poesia a tema del Concorso Letterario Internazionale Prader Willi del 2009

Lacrime di vita

(a mia sorella affetta da sclerosi multipla).

Un lungo tubo di plastica
sottile
ti perfora lo stomaco.
I tuoi muscoli si sono intorpiditi
come i tuoi cupi pensieri.
Vacua la tua espressione.
Fissi al soffitto i tuoi occhi.
Ti saluto.
Non mi rispondi.
Un tarlo si è insinuato
nel tuo cervello
corrodendolo.
Piano piano.
Ininterrottamente.
Polverizzata
la tua esistenza viene giù
goccia dopo goccia
con meticolosa precisione
scandendo
il ritmo lento
della tua statica giornata.
Lacrime di vita
ti nutrono
a poco a poco.
Immobile
sotto una calda trapunta
scolorita
giace sudaticcio
il tuo corpo pesante.
Spiragli di luce
debole
filtrano dalle fessure
delle persiane.
Uggioso il silenzio
carica la stanza
di fetide esalazioni corporee.
Coraggiosa
la tua paura
di non aver interrotto
prima
questo straziante calvario.
Tenebre nella tua memoria.
Ricordi sbiaditi si sovrappongono.
Ignota
ti è ora
la tua identità.
Prigioniera
la tua anima
di un corpo inerte.
Solido
quel tubo t’incatena
a questa terra.
Inchiodato
il tuo cammino evolutivo.
Ti turbinano attorno …
Corpi familiari
senza più nome
sguardi attoniti
estranei
timidi sorrisi
spauriti …
Sanguina il mio cuore
trapassato
dalla lama dello sdegno.
Vorrei …
Ma qualcuno
grida all’orrore
e considera la tua vita
una perla da tesaurizzare.
Per questo
posso solo sognare
di cullarti
tra le mie esili braccia
fino a sentire
il gelido calore
della linfa vitale
che ti abbandona.
Dolce
il fruscio dell’anima
ti accarezza.
Un angelo
ti prende per mano
e ti accompagna
nel suo coro
di voci flautate.


Dalla prima stesura del romanzo Milagro:

«Buongiorno a lei» rispose pronta la ragazza, entrando. «Sono la sua badante, mi manda il Comune» e gli tese una mano piccola, le cui dita affusolate erano ornate di bigiotteria scadente, ma avevano unghie ricostruite e smaltate rosso scuro. Rodolfo la strinse nella sua con calore e audacia.
«Si sieda, signorina, prego» la invitò con gentilezza, mentre spostava la sedia in avanti. La donna ringraziò, si sedette e accavallò le gambe.
Indossava un paio di jeans scoloriti e attillati, e lo sguardo di Rodolfo non mancò di scivolarle addosso lentamente, per fermarsi sulle forme avvenenti messe in luce dal tessuto elastico e su due ginocchia perfette. Poi si riprese e gettò lo sguardo sulla quantità di fogli che la donna aveva estratto da una cartellina di plastica, ordinandoli sul tavolo secondo una sequenza da lei conosciuta.
«Signor Pozzato» esordì, «il Comune mi ha consegnato una serie di documenti che lei dovrebbe compilare e firmare per la mia regolare assunzione». «Mi scusi, signorina» intervenne Rodolfo, «ma io non ho ancora inoltrato la richiesta al Comune, quindi ci deve essere un errore».


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