Luigi Oldani si è laureato in matematica presso l’Università degli Studi di Pavia con una tesi dal titolo “L’applicazione della cluster analysis alle Schede di Dimissione Ospedaliera della Regione Piemonte 1997-1999. Il caso delle overdosi”. Collaboratore di Alpes dal 2000, ha realizzato nei primi anni novanta una delle prime e più dettagliate inchieste sul sistema della corruzione politica e partitica in Italia, analizzando quel fenomeno che fu poi alla base di Mani Pulite. Nel 1992 ha pubblicato sul mensile “Orme” uno studio analitico dal titolo “Ecco tangentopoli. Etica e malcostume di corrotti e corruttori nei rapporti tra politica e affari in Italia”, nel quale si schematizzava il sistema dei rapporti clientelari tra potere economico e potere politico.
Nel 2000 ha curato per il Centro Studi Lombardo di Milano la pubblicazione dal titolo “La città che attende. Studio statistico comparato sulle venti zone del precedente decentramento di Milano”.
Ha lavorato e condotto ricerche per l’Istituto di ricerche Il Poliedro di Milano e per il Centro di Ricerche per l’Ambiente e lo Sviluppo Sostenibile della Lombardia presso il Dipartimento di matematica e fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia.
Collaboratore volontario presso Struttura Complessa di Cure Palliative, Azienda Ospedaliera “Maggiore della Carità” di Novara, Hospice di Galliate (No). Abilitato all’insegnamento di matematica e fisica, Scuola di specializzazione Silsis, Università degli Studi di Pavia, e docente di scuola secondaria superiore, il suo principale interesse di studio verte sulla biomatematica e sulla teoria dell’informazione.
Ha conseguito, nella primavera 2011, il Master in Numeri e Codici all'Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

Ha pubblicato, con Carta e Penna Editore, la raccolta di articoli

DEL PENSIERO E DELLA SUA QUIETE di Luigi OLDANI
ISBN: 978-88-96274-60-6 Prezzo: 12,00 euro

Dall'introduzione:
Le pagine che seguono sono intese a prestar ossequio, come si vedrà a fronte di qualsiasi lettura (e perciò dico grazie già da ora al Lettore), al felice assunto di Martin Heidegger, che in sé considerava che, in fondo, “pensare è ringraziare”.
Denken ist danken, fu proprio la sua felice espressione.
Non so se nel corso dei miei articoli – qui esposti in ordine cronologico – sono riuscito o meno in questo mio intento. Questo, lo stabilirà il Lettore.
Come specificato nel sottotitolo di questo lavoro, quanto qui contenuto non è nient’altro che un timido tentativo volto a rivolgere uno sguardo sul presente e magari anche proteso a cogliere quei “rilievi”, così comuni e così diffusi al giorno d’oggi, da essere quasi quotidianamente rimossi o disconosciuti.
Il tutto, l’ho scritto, a fronte anche di qualche mia breve riflessione a margine, riguardante la materia di cui mi occupo, ossia la matematica.

Voglio raccontare qui un breve episodio che mi ha felicemente colpito.
Un giorno particolarmente freddo e fosco, dell’inverno del milanese, un mio amico di Napoli, incontrandomi al bar, scherzando mi disse: “Sai cosa disse Totò quando arrivò a Milano?”. Io, lì per lì, rimasi dapprima un po’ sorpreso. E lui, invece, sempre scherzosamente, così riprese: “C’è la nebbia, ma non si vede!”.
Risulterà banale questo, forse, per molti.
Per me non fu così.
Sì, quel giorno era effettivamente una fredda giornata nebbiosa. Ed era agli effetti anche difficile vedere. Ma tra me consideravo e considero tuttora che a volte anche in una giornata splendida e piena di sole, – ovunque ci si trovi –, non sempre è facile ravvisare gli esatti contorni del reale, di un presente cioè, quando questo troppo spesso acquista i toni e le apparenze di qualcosa che è molto simile a un déjà vu.
E’ interessante a questo riguardo quanto asserito da Umberto Galimberti in un suo scritto, e qui in parte ripreso in alcuni suoi spunti nell’articolo “Il silenzio e il volto della gente”. Già, a me pare proprio che, a volte, sia solo il silenzio, in particolar modo il silenzio essenziale, ossia quello proprio dell’anima, che faccia cogliere gli esatti contorni, le diverse sfumature e i vari colori di tutto ciò che si vede e ci sta attorno. Per abbracciarlo, chiaro, e non per respingerlo.
Anche se talvolta questo presente, questo reale, può apparire dalle tinte confuse, e non chiare, e dai contorni indistinti, e si dissimula persino davanti ai nostri occhi, non facendosi così cogliere per quello che esso effettivamente è. Particolari chiavi di lettura riguardo questo volume non so offrirne, lascio tranquillamente il giudizio al Lettore. Del resto è sufficiente “offrire” uno sguardo veloce all’indice per aver subito chiari i nessi logici e i motivi che mi hanno portato a scrivere ed ad annotare quanto qui scritto e considerato, e che stanno alla base di questo lavoro.
Quel che mi sta particolarmente a cuore e che mi ha anche particolarmente animato nello scrivere è stato – come detto – un timido tentativo di attingere a quella fonte, così cara a molti, del “sono dunque penso”. Dice Augusto Cavadi, in un suo libro che “esiste una circolarità dialettica fra teoria e prassi, per cui, se non ci si sforza di vivere come si pensa, gradualmente si comincia a pensare come si vive” (da Il Dio dei mafiosi, Edizioni San Paolo, Torino 2009, p.188).
Del resto leggo, più semplicemente, in un altro libro che: “In teoria, non vi è alcuna differenza fra teoria e pratica. In pratica ce n’è.” [frase contenuta in M.W. Baldoni, C. Ciliberto, G.M. Piacentini Cattaneo, Aritmetica, crittografia e codici, Springer, Milano 2006, p.V].
Sarà che in matematica, grazie al Cielo, non c’è mai alcun “per forza”, che mi consola – anche se è stato proprio a partire dal silenzio e da un dialogo aperto e sincero che ha trovato modo di delinearsi e di esprimersi questo lavoro –, eppure chi si sognerebbe mai di andare da un dottore, se questi non ha per quanto ben chiara almeno la teoria? Forse mi son diffuso troppo, e fors’anche molto. E, perciò, me ne scuso.
Arrivo però anch’io a ringraziare chi mi ha aiutato a dar concretezza a questo lavoro: il mio amico Lorenzo Croce, innanzitutto. E’ stato lui a farmi conoscere la rivista Alpes, per cui scrivo, e a farmi scrivere sulla sua rivista Orme. Al pari dico grazie al dottor Pier Luigi Tremonti, direttore della rivista Alpes, che sempre con sensibilità d’animo e disposizione gentile, mi ha accolto di cuore tra le fila dei suoi collaboratori. Infine dico grazie alla professoressa Lidia Danesi per i suoi sempre garbati e preziosi consigli e alla signora Donatella Garitta, direttrice della casa editrice Carta e Penna di Torino, che ha saputo apprezzare quanto ho scritto e considerato. Ed è proprio grazie a lei se ora questo lavoro è divenuto un libro.

L’autore


Titoli degli articoli raccolti nel libro...

  • Ecco tangentopoli

  • Il nonsenso

  • Studiati in laboratorio

  • L’alibi della corruzione

  • Perché l’uguale in fisica è diverso dall’uguale in matematica

  • Dal “Carosello” alla pubblicità che fa notizia

  • Tra il sé e gli altri

  • Tratti di riflessione

  • A colpi di happening

  • La scuola a detta di Albert Einstein

  • In ricordo di un caro amico: padre Ennio Pintacuda

  • Il prezzo di un uomo

  • Il bene comune, questo dimenticato

  • La storia: idoli o realtà

  • Dopo la riforma della politica, ecco la politica dell’ “anti”

  • La logica fuzzy, una sfida per l’Occidente

  • Il tasso di povertà

  • L’idealità è la politica!

  • Ricchezza in abbondanza

  • La proprietà di parola

  • Il silenzio e il volto della gente

  • La parola tra suono e significato

  • Quando la politica diventa un’allegra brigata

  • Intorno al dato e all’informazione

  • In onore ai giovani

  • Del silenzio e della matematica

  • “Perchè è necessario abolire il denaro”

  • Una questione di ordine filosofico


    ... e due articoli, quali assaggio, per i navigatori di Carta e Penna:

    ECCO TANGENTOPOLI

    Etica e malcostume di corrotti e corruttori nei rapporti tra politica e affari in Italia

    Fa sempre senso una classe dirigente rimossa dalla magistratura. Strano che qualche produzione cinematografica, televisiva o scenica a ciò non abbia pensato prima. Strano ancor più che elettori, iscritti o appartenenti alle correnti o partiti degli inquisiti non abbiano dimostrato prima altra resistenza. Che allora le correnti di pensiero si siano d’improvviso fatte meno eloquenti? O che invece si siano fatte più scaltre, del tipo: più compagine e meno compagnia, più speculazione e meno credito al dubbio? Se è davvero così la questione, il termine scaltro così concesso è troppo.
    Ci sarà ora chi vorrà confondere di nuovo le carte (farà passare del tempo e a suo modo interverrà), chi cercherà artificiosamente di acutizzare ulteriormente la tensione sociale per cavalcarla. Ma qui non si tratta né di scaraventar picconate all’italietta né di far i ninni e nanni con i “dai e vai”, questo per dire dei capibastone o di chi altro.
    Ormai è così chiaro che la mafia è un termine disteso: sta a indicare ogni forma atta a estorcere il consenso a fronte dell’intimidazione. E, se questa forma d’azione che è anche in ognuno di noi, non è propriamente mafia, di certo è una componente su cui eventualmente riconoscersi all’atto di siglare accordi o di condiscendere azioni. Anche politiche, perché no? Tanta cointeressenza ed equilibrar d’azioni non può trovar causa solo nel bisogno. Non è un modo torvo od estremo di vedere le cose, questo: una volta svuotati i simboli o lasciatili svuotare, poi, ogni dire e ogni azione si fa più normale, più complice, più raccapricciante. I Naziskin vengono fatti “in”, gli istinti bestiali, il discorso cade sulla razza, e così via, fino a scorrere in un fondo cieco ove non si fa più perché.
    Rotte, strategie, intese, traffici, equilibri, smottamenti e determinazione di scelte sono materia in gran parte di previsioni e di sostentamenti, di legge e di economia su cui è lezioso a volte discriminare se non per una pressante richiesta di civica comprensione. Non è evidentemente facile farsi portatori della governabilità, richiamare consensi e issare palazzi, aprire strade e scoprire mode e azioni così come al turista, al passante, al pendolare o all’extracomuitario è stato in questi anni dato da vedere. Pensiamo anche all’ultimo decennio, quando il principio della divisione del lavoro seguiva più le utopie del libero mercato che di altre questioni ideologiche. Ebbene in questi ultimi anni per il consenso e per la determinazione delle decisioni è stato calcolato moltissimo e – alla luce dei fatti – anche più del dovuto. E’ stato calcolato moltissimo: dal controllo oculato del territorio (e qui si pensi ai capicorrente) alla rete di contatti e informazioni da tenere sul piano economico sociale.
    Ci sono stati errori di lettura? In misura? O, invece, più semplicemente, la situazione è degenerata perché molti politici han preteso di fare corpo a sé?
    La civiltà europea, anche del nostro paese quindi, della gente, delle sue lotte e delle sue fatiche, che aveva bisogno di crescere nel rapporto della divisione dell’informazione tra governanti e governati (è qui ove cresce un pensiero civile), è apparsa a volte liquefarsi nel mare degli espedienti, delle idee messe lì e di tutto quel quant’altro fare presentato a mo’ di modernizzazione.
    Ora la riscoperta e la ricrescita democratica, che immancabilmente dovrà avvenire, non è di una famiglia o di qualche famiglia che può agire svuotando al loro interno le istituzioni di simboli e significati, propri invece di tutta la gente – pensiamo, per esempio, anche al “piano di rinascita democratica” proprio della P2 – per metterci a suo piacimento dei suoi o degli altri. E neppure della venuta dell’uomo “forte”, (e gli altri out?).
    Si tratterà ora davvero di creare, di essere più presenti, più vivi. Considerando che l’informazione, per sua definizione, “non c’è in un elenco telefonico o in un orario di treni, ma c’è quando si muove una questione”.
    Ebbene un uomo indispettito un giorno arrivò a dire: “A cosa sarà servito alla fine dei tempi aver le mani pulite se le mani le avremo tenute in tasca?”. Era don Milani. Oggi, dopo quanto emerso dall’inchiesta Mani Pulite, e da quanti nessi e connessi scoperti nella malapolitica (di cui è dato di prendere in parte anche a visione dal grafico) perchè non ci viene da chiederci: con chi eravamo stati? E, allora, la vera sede di quel flusso, rappresentato dal grafico, dov’era? Nei palazzi, ove ci beffavano (spartendosi le cariche o inventandosi tessere) o i noi, che ci schernivamo della nostra città?

    Lottizzazione in base all'insieme tessere



    Modalità d’azione di un gruppo di “amici di”, costituitosi quale corrente di partito

    [da Orme, dicembre ‘92 - gennaio ‘93, n. 1, p.5]



    La logica fuzzy, una sfida per l’Occidente

    Riportiamo, giusto per capire la portata dei termini in questione, l’estratto di un documento ufficiale inviato dall’Ambasciata Usa a Tokyo, Giappone, al Segretario di Stato americano, Washington, D.C., nel marzo 1990:

    "Il governo, le istituzioni industriali, commerciali e accademiche del Giappone stanno attivamente studiando la teoria della logica fuzzy nonché impiegando questa logica in una numerosa serie di applicazioni. Il piano di ricerca del governo è guidato da un progetto quinquennale dell’Agenzia per la Scienza e la Tecnologia consistente in diciannove differenti programmi (ad esempio, simulazione di inquinamenti globali, previsione di terremoti, creazione di modelli di crescita delle piante). Lo sforzo industriale giapponese è testimoniato dal Laboratory for International Fuzzy Engineering (LIFE) patrocinato dal MITI [Ministero per l’industria e il commercio estero, N.d.T.], fondato da 48 imprese giapponesi per rafforzare i legami fra industria e università. Alcune delle applicazioni a cui il LIFE sta lavorando sono un sistema di controllo per una centrale nucleare e un prototipo di computer fuzzy…I ricercatori giapponesi impegnati nello studio dei sistemi fuzzy si aspettano che la logica fuzzy consentirà lo sviluppo di sistemi informatici che si adattino alla gente, al contrario di quanto accade ora"1.

    E sì che i termini della questione sono estremamente semplici. Noi, qui, in Occidente siamo abituati a pensare e ragionare secondo la dicotomia vero o falso, logica questa che trascritta secondo i numeri, allo 0 corrisponde il falso e all’1 corrisponde il vero. Ora, tra 0 e 1 c’è tutto un continuo di numeri che è dato proprio dal segmento [0,1]. Tale segmento oltre ai suoi estremi (0 e 1) contiene anche tutti i numeri che stanno tra i suoi estremi.

    Ecco allora, che, ad esempio, al valore 0,2 può corrispondere un’espressione del tipo "quasi falso" e al valore 0,8, sempre per fare un esempio, corrisponde un’espressione più consona al "quasi vero": essendo 0,8 più vicino all’1 che allo 0 ed essendo 0,2 più vicino allo 0 che all’1. La logica fuzzy è così strutturata e spesso viene anche chiamata oltre che logica sfumata anche logica del forse o del quasi.

    Non che questa logica non contempli il vero e il falso (in essa sono presenti anche lo 0 e l’1 sulla scala dei valori) ma comprende anche tutta una scala di verità che a partire dal falso, gradualmente arriva al vero.

    Proviamo ad esprimere due argomenti, due situazioni in base alle quali la logica fuzzy riesce a interpretare un fenomeno adeguatamente mentre la logica classica, aristotelica, no.

    Il primo riguarda il caso che di fronte a un fenomeno o ad un evento si ravvisi ignoranza assoluta. Ora, la probabilità, che si sorregge essenzialmente sulla logica classica, vuole, per assioma, che la probabilità assegnata ad un evento sommata alla probabilità assegnata al verificarsi dell’evento contrario sia imprescindibilmente uguale a 1.

    Ora se di un fenomeno o di un evento, come del suo contrario, non si conosce proprio nulla (ignoranza assoluta) il valore di conoscenza da attribuire a tale fenomeno come al suo contrario è chiaramente 0. Quindi la somma dei gradi di conoscenza, nel caso di ignoranza assoluta, assegnati ad un evento e al suo contrario è 0 e non 1, come invece vorrebbe la probabilità.

    Ecco allora che sulla base della logica fuzzy sono sorte a fianco della probabilità altre misure, come la misura di plausibilità, credibilità, necessità e possibilità, le quali riescono ad interpretare in maniera più precisa fenomeni che la probabilità (che è anch’essa una misura e non tanto un tirare a sorte) non riesce a interpretare fedelmente. E l’ignoranza assoluta è solo un esempio tra i tanti. Altri casi, che si possono scorgere anche in natura, sono ad esempio quando studiando un organismo si ravvisa che può essere oltre che in un stato attivo/passivo anche in uno stato quasi attivo, semiattivo o quasi disattivo. Quindi la dicotomia attivo/disattivo è poco consona per la modellizzazione dei fenomeni esistenti in natura.

    Un altro esempio di come la logica fuzzy possa interpretare fenomeni per i quali la logica classica restano incomprensibili è il classico esempio dell’esperimento a una o due fenditure proprio della meccanica quantistica, atto a comprendere la natura delle particelle elementari.

    Da tale esperimento si vede che mandando un pacchetto di elettroni o di fotoni (anche meno di cento) di fronte ad uno schermo rilevatore davanti al quale c’è una sola fenditura aperta si ravvisa che le particelle elementari si addensano (c’è accumulazione), facendo così pensare che le particelle elementari si comportino come dei corpuscoli. Invece se si conduce il medesimo esperimento lasciando aperte non una sola fenditura ma due, si vede che sullo schermo rilevatore si riproducono figure di interferenza, fenomeno questo caratteristico proprio delle onde. Da qui il dualismo, per le particelle elementari, onda-corpuscolo.

    La logica classica, che fa suo il principio del terzo escluso (delle due, l’una; tertium non datur), non riesce ad interpretare questo fenomeno, la logica fuzzy sì: le particelle elementari, quindi gli elettroni e i fotoni, possono rivelarsi sia come corpuscoli, se studiati come corpuscoli, che come onde, se studiati come onde, allo stesso modo per il quale una persona in un dato ambiente può rivelarsi piuttosto nervosa e in un altro del tutto calma.

    Che cosa si può trarre da tutto questo discorso? Forse che oggi – dato il perpetuarsi di un così latente immanentismo – ci si può sentire almeno un po’ sollevati ad ascoltare le seguenti parole di un vecchio ebreo dei Carpazi:

    "Se due litigano e uno ha un buon cinquantacinque per cento di ragione, benissimo. Non c’è motivo di prendersela. E se uno ha il sessanta per cento di ragione? E’ una meraviglia, una grande felicità. E può ringraziare il Buon Dio! E che dire del settantacinque per cento? I saggi affermano che è molto sospetto. Bene, e il cento per cento? Uno che dice di aver ragione al cento per cento è un violento e un brigante, è l’ultimo dei farabutti."2



    NOTE:
    1) Memorandum R-120608Z contenuto in Bart Kosko, Il Fuzzy-Pensiero, Baldini & Castoldi editori, Milano, 1995, p.185.
    2) Frase tratta da Czeslaw Milosz, La mente prigioniera, Adelphi Edizioni, 1981, Milano.

    [da Alpes, febbraio 2007, n.2, p.18-19]

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