Laura Montagna, classe 1968, è laureata in Architettura. Ha vissuto a Roma fino al 2006, anno in cui si è trasferita in Valtellina, nella vecchia dimora di famiglia, dove vive con il compagno e i suoi cinque gatti. Ha insegnato alcuni anni nella scuola dell’obbligo. Ha frequentato corsi di scrittura creativa a Milano, tenuti dalla giornalista e critica letteraria Bruna Miorelli. Tra il 2013 e il 2014, ha pubblicato due brevi racconti (“Mi bemolle” e “Il Grande Blu”) in antologie della Delos Book. Il suo racconto “Lo zio Brichèt” è tra i vincitori del concorso “Racconti nella Rete 2014”, pubblicati in antologia dalla Nottetempo. Ha partecipato al concorso “88.88” dell’ass. Yowras, prima edizione 2015, e il suo racconto “Acqua Cattiva” verrà pubblicato nell’antologia del concorso che a breve uscirà in e.book. Il suo racconto “Assenza” è risultato sesto nel 2015 alla terza edizione del concorso “Leggiadramente”, organizzato da Carta e Penna e Il Salotto degli Autori. E’ anche autrice di alcuni racconti brevissimi, uno dei quali è apparso nell’antologia del premio Fogazzaro del 2014, nella sezione Microletteratura, di alcuni Haiku pubblicati sul web e di qualche breve poesia.
l suo racconto "Il Sàss del Diàul" ha vinto il primo premio del concorso letterario Adolfo Balliano 2016, indetto dal gruppo GISM scrittori di Montagna.
Al momento sta ultimando la revisione del suo primo romanzo, ambientato nell’antica Sparta, negli anni della seconda guerra Persiana (480 a. C.).

Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto di pubblicare il racconto

Assenza

Sesto classificato al concorso LeggiadraMente 2015

Galleggio. La musica mi arriva attraverso l’acqua tiepida della piscina. Sopra di me solo il cielo. Sconfinato. Non ce la faccio a reggerne l’enormità e chiudo gli occhi. Stare in quest’acqua è come sognare. Caldi vapori termali e sonorità launge mi spingono verso l’azzurro che mi sovrasta. Ho l’impressione che sia la musica ad avvolgere il mio corpo, a tenerlo sospeso nel vuoto. Spazio e tempo non esistono. Non esiste la gravità. Qui c’è solo assenza. Assenza di ogni cosa.
Ed ecco che il cuore prende a battermi forte, lo stomaco mi si stringe in una morsa. Sto andando a fondo, l’acqua mi sommerge. Apro gli occhi, annaspo. Quel cielo che mi pesa addosso, quel vuoto, non li sopporto più. Mi serve un punto fermo. Un approdo. Appoggio i piedi sul fondo e mi aggrappo al bordo della vasca. Il contatto con la solida pietra mi rinfranca, il mio sguardo torna a posarsi sulla terra e respiro a fondo i profumi della dimensione reale: erba verde, alberi, teli bagnati sulle sdraio, la neve in cima ai picchi scoscesi, il cinguettio degli uccelli, una risata lontana. Mio Dio, sono così contenta di avere ancora i piedi piantati al suolo!
Qui io ci vengo quando devo trovare il coraggio. Quello che mi è indispensabile per uscire dalla piscina, fare la doccia, asciugarmi i capelli, rivestirmi, salire in macchina e venire da te. Ci vogliono soltanto quindici minuti dalle terme alla casa di riposo. E una forza d’animo che quasi sempre mi manca.
Ogni volta mi trascino fino all’ingresso della RSA, mi fermo davanti alla cellula fotoelettrica e ho solo voglia di tornare indietro. La porta si apre. Io non entro. Resto lì imbambolata a fare quel mio giochino scemo: un passo indietro e la porta si chiude, uno avanti e si riapre. Ti decidi allora? sembra voglia dirmi, cigolando. E io lo so bene che tu sei lì dentro, che sono venuta apposta per te, eppure desidero con tutta me stessa che quella fotocellula si rompa, che la porta si blocchi, che il tempo si fermi e tutto resti in sospensione. Come alle terme, quando sono dentro la piscina della musicoterapia. Come per sempre sei sospesa tu.
E cos’è che devo chiedere in segreteria questa volta?
«Potrebbe farmi una copia del documento d’identità e della tessera sanitaria di mia madre? Devo consegnarlo in tribunale. Già che ci siamo mi dia anche una copia del certificato medico di inamovibilità. Il giudice dovrebbe averlo, ma non si sa mai.»
«Quando verrà il giudice a vedere sua mamma?» sorride l’impiegata.
«Giovedì prossimo, alle 10.»
L’impiegata accende la fotocopiatrice, annuisce e sorride ancora. Sorride sempre, a chi le chiede i moduli per una nuova ammissione, davanti a un certificato di morte o, come in questo caso, a chi si adopra per decretare la fine giuridica di una persona, la sua definitiva scomparsa dall’orizzonte della società civile.
L’impiegata si stringe nelle spalle: «In caso di alzheimer l’amministrazione di sostegno è prassi assolutamente necessaria. Sono sicura che anche il giudice la avrà consigliata in tal senso.» Quel sorriso deve essere una clausola sul suo contratto di assunzione.
Assenza. A questo penso adesso quando ti vedo. Ti sto davanti, ti parlo, ma tu dove sei? La tua mano spiana le pieghe della tovaglia con un continuo avanti e indietro scattante, frenetico. Ma è la tua mano quella? La pelle si è fatta tanto sottile da lasciar vedere ogni osso, ogni tendine, ogni nervo. Le unghie, perfettamente curate, hanno un colorito bluastro, le dita lo stesso. «E’ un piccolo problema di circolazione periferica. Niente di preoccupante.» Proprio niente, in confronto al resto!
Ma dove sono finite le tue belle mani, che si muovevano agili, scrivevano, e stringevano le mie quando ero bambina? Con quelle mani disegnavi per me il sole che ride, la luna che fuma la pipa, e tante tante stelle: «Vedi come è facile? cinque punte senza staccare il pennarello dal foglio.» Con quelle mani preparavi le lezioni: file di diapositive numerate una ad una, dispense battute a macchina. E aprivi rotoli su rotoli di lucidi grandi come lenzuoli durante le revisioni dei lavori degli studenti, più di 4oo iscritti ogni anno al tuo corso di Urbanistica. L’aula non era la più grande della facoltà, ma quella in alto, con la vetrata da cui si vedeva il Cupolone, sagoma nera inconfondibile contro il rosso infuocato dei tramonti di Roma. «Guarda un po’ chi è venuto a trovarti!» esclama garrula l’infermiera venendo verso di te. Tu non batti ciglio. La montatura degli occhiali è diventata troppo pesante e ti scivola giù lungo il naso. Mi guardi. Sai ancora chi sono? Mi piace credere che ci sia interesse nel tuo sguardo. Devi conoscere ancora il significato delle parole figlia e madre, e vedo una luce benevola in fondo ai tuoi occhi. Ma è davvero così?
«Chi è questa signora? Vero che la riconosci?» Ed eccolo, il solito indovinello, puntuale come la sensazione di freddo allo stomaco che mi provoca il sentirlo. Ovviamente tu non rispondi, e lei insiste, prendendo la tua mano nella sua: «E’ tua figlia questa bella signora qua?»
Tu mi guardi. Poi fai sì con la testa.
Tutto questo sarà un modo per far fare ginnastica alla tua mente assopita? Può anche darsi, ma per me ogni volta è come finire sotto lo schiacciasassi.

Una mattina sono arrivata troppo presto, il grande, splendido edificio liberty delle terme ancora preda della squadra di inservienti che lava, rassetta e lustra. Avevo molto da aspettare e niente da fare, così sono scesa un passo dietro l’altro fino alle case del centro abitato. Un tuffo nel passato prima di quello in piscina.
La Reit. Non ho potuto fare a meno di voltarmi a guardarla. Bellissima, come sempre. Il ghiaione scosceso, grigio, perennemente in procinto di inghiottire il bosco e già chiazzato dal bianco della prima neve. Gli abeti di un verde acceso anche in questa stagione color della cenere. E sopra, a picco, la parete di nuda roccia che la rende tanto diversa dalle montagne intorno, tutte morbidi pascoli, boschi e piste da sci. Ci sono punti di quella roccia che sembrano opera di un gigante scultore, un Michelangelo immenso, che abbia appena cominciato ad abbozzare i suoi prigioni dentro la viva roccia. E ritrovo quelle figure che avevano colpito la mia fantasia di bambina, tanti e tanti anni fa.
«Cos’è quella, mamma? Sembra un elefante. E guarda là in alto! Il castello delle fate!»
Ero qui, su questo stesso prato quando avevo pronunciato quelle parole? E’ questo il punto esatto dove ci sedevamo a riposare durante le nostre passeggiate di allora, prima di tornare giù, verso la casa della zia?
«Mamma, dimmi ancora come si chiamano le montagne!» E tu ridevi. Sapevi quanto mi piaceva sentirti pronunciare quei nomi strani, pieni di fascino alle orecchie di una bambina. «Quello lì davanti è il Valleccetta con il Ciuck, dove si va a sciare. Di là invece c’è il Monte Coppetto. E poi la vedi quella chiesetta? E’ Oga e vicino c’è il Prato delle Streghe. Poi comincia la valle che va verso Isolaccia e a Livigno, che si chiama Valdidentro. Questo, più a destra, è il Monte delle Scale. E poi c’è la montagna più bella di tutte, proprio qui, dietro di noi. E’ la Reit, la montagna incantata.»
Io giravo su me stessa, il naso in aria, come fossi su una giostra, seguendo il tuo dito che indicava le cime e i luoghi intorno. E quella montagna lì, la Reit, era davvero la più bella di tutte. «“La Reit!” è la prima cosa che ci ha detto quando è arrivata qua» l’infermiera rideva di cuore «E chi se lo sarebbe mai aspettato? Si è bloccata di colpo, proprio davanti alla porta, e guardava in alto, verso la cima, tutta intenta. Non c’era proprio verso di farla muovere! “La Reit!” Si vede che c’era già venuta sua mamma da queste parti!»
Una donna di 83 anni, malata di alzheimer, che non parla più, e appena arrivata in casa di riposo, un ambiente nuovo, con persone mai viste prima, guarda una montagna e la riconosce, la saluta, la chiama per nome come una vecchia amica ritrovata.
«E’ stata lì un pezzo» continuava l’infermiera «E salutava con la mano. Che spettacolo! Avrebbe proprio dovuto vederla!» E anche io avevo riso.
Chissà, magari sono state le fate che abitano lassù, nel castello del picco incantato a salutarti per prime, e tu le hai soltanto ricambiate.
Riprendo a scendere. Possibile che riconosca ogni ciottolo di questa strada? Mi sembra tutto come allora, quarant’anni fa. E dietro alla chiesa, al di là della strada, troverò la casa della zia, dove io e te passavamo le nostre estati. Quanto tempo fa abbiamo venduto quella casa? E chi se lo ricorda più! Ma l’odore penetrante del legno di gembro appena varcato l’ingresso, quello sì che me lo ricordo. E c’è la scala di legno e la grata a rombi della finestra a fianco alla porta. L’orologio a cucù appeso alla parete perlinata. I quadretti con gli acquerelli di flora alpina inchiodati sui battenti delle porte. E il grande tavolo vicino al camino, con la panca di legno, dove giochiamo a monopoli quando piove. Di fuori c’è l’orto, con le piante di fragole. Noi raccogliamo anche le corolle profumate della camomilla e le mettiamo a seccare al sole, sul terrazzino del primo piano. Di fuori ci sono i pini altissimi, dai rami disposti a raggera che sembrano fatti apposta per arrampicarsi. Ci sono le aiuole di phlox della zia. Il mio dondolo di plastica gialla in mezzo al prato. E quel buffo citofono, che sta a fianco al cancello, e che quando lo suonano fa uno strano rumore nasale, come se avesse il raffreddore.
Ora vedo la chiesa e, al di là della strada, il muro della casa dei vicini. Devo solo attraversare, scendere pochi metri, e sono arrivata.
C’è una coppia dall’altro lato della strada. Zaini in spalla, racchette da passeggio e scarpe da trekking. Lui porta un berretto di tela, lei un foulard colorato intorno al collo. Escursionisti: si capisce anche dal passo e dal modo in cui sorridono al paesaggio. Impiegano pochi istanti a superarmi e arrivati sulla curva si fermano. Alzano gli occhi, si guardano intorno. Sono di spalle, non vedo i loro volti, ma loro possono vedere la casa, che si trova proprio lì, sotto la strada.
Sai spiegarmelo tu, mamma, perché il cuore ha preso a battermi all’impazzata, e non riesco più ad andare avanti? Devo solo affiancarmi a loro, e potrò rivedere la fontana di pietra, quella con l’acqua tanto buona e fresca che scendevamo a prendere con la brocca prima di metterci a tavola. E il nostro cancello. E quel buffo citofono, che sta proprio sotto al grande sorbo selvatico.
Ma io ho paura. Forse di essermi persa dentro a qualcosa che ormai esiste solo nella mia testa?
Il tempo è passato. Ha cambiato tutto, così come ha cambiato te. E se tu non sei più la stessa, questa casa che cosa sarà diventata? Cosa hanno visto quei due al posto dell’orto, delle aiuole e dei pini del giardino? Voglio davvero saperlo?
“Ci sarò sempre per te” mi dicevi allora, “Quando avrai bisogno sarò lì ad ascoltarti”. Era una bugia. Una bugia crudele. Ne eri consapevole? O avevi convinto perfino te stessa di poter fare miracoli per tua figlia?
Adesso voglio tornarmene da dove sono venuta, e arranco e sudo, mentre percorro a ritroso quasi di corsa questo viottolo in salita. E qui, ora, ho una sola certezza: Gli anni passano, le cose passano, le persone passano. Quella che sta alla casa di riposo sei tu senza più esserlo. Tutto ciò che io amavo di te esiste ormai solo là dove tutto esiste, al di là della siepe di Leopardi, dietro il suo ultimo orizzonte e dentro il fluire della storia e del tempo. La mia dimensione è diversa dalla tua e da quella della casa delle nostre vacanze di allora. Se però esiste un luogo dove possiamo incontrarci ancora, dove questo può non essere un addio, si trova un poco più in alto. Là dove finisce la salita, nel giardino di un edificio termale anni venti io posso galleggiare dentro l’acqua calda, sospendermi sopra le onde sonore, con il cielo azzurro che mi risucchia, e perdermi nell’immensità dell’universo. Là posso entrare in quel vuoto che è la tua vita di adesso e provare a vivere anch’io quella assenza che ora ti appartiene.


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