Silvio Minieri è nato a Napoli e vive a Roma.
Poeta, romanziere, saggista, studioso di letteratura e filosofia, ha pubblicato diverse opere in prosa e poesia.
Suoi saggi, novelle e componimenti poetici sono apparsi su riviste letterarie ed antologie varie.
Alcune suoi lavori letterari sono stati tradotti e/o pubblicati in altre lingue.
Ha ottenuto diversi riconoscimenti, anche oltre i confini nazionali.
Tra i suoi titoli, si possono ricordare: L'uomo camuffato, romanzo, 1999; Addio alla città imperiale, poesie, 2002; Il cavaliere e l'annuncio, racconti, 2004; Il fiume sacro, saggio, 2004; L'uomo differito, romanzo inedito.

Con Carta e Penna ha pubblicato:


LA MASCHERA E I GIORNI - Silloge poetica -

UGUALI PASSERANNO TUTTI I GIORNI Uguali passeranno tutti i giorni
fino all’esilio ultimo
e sempre fissa e uguale
la tua immortale maschera
mi accompagnerà, fino all’addio.

Né mai scompariranno i tuoi ritorni,
l’attesa degli incontri, l’attimo
estremo, pericolo ferale
che rivelò l’attonita diaspora,
nel tempo non sepolta dall’oblio.

Sorriso esangue, languido pallore,
fuga confusa, sbandato muovere
tra sconosciuta gente, che ti assale
alla rinfusa. Che cosa resta
in questa affollata sera?

Paralisi dei sensi, delle ore,
solo le gialle luci, nuove
comete, vivida spirale
di sogno, l’incanto della festa
rinnovano leggera.

Si specchia nello sguardo la fissità
del cuore, lacrime di vetro
smerigliato brillano nebbiose là
nell’agguato del silenzio tetro.


I GIALLI DEI LIMONI di Silvio Minieri - 10 euro

Dall'introduzione: "Il protagonista di queste brevi storie è, ad oggi, l'ultimo arrivato tra i commissari di polizia della letteratura italiana di genere "giallo" e da neofita è sicuramente un po' intimidito dalla compagnia illustre, in cui si è venuto a trovare. E' un personaggio abbastanza evanescente, appartiene al Mondo 3 di Popper, ha la stessa consistenza dei disegni animati o delle figurine dei fumetti, forse non esiste, come dice di essere sicuro Eco di tali personaggi (A passo di gambero, p.264), anche se Gadamer afferma la "entità" dei prodotti dello spirito umano. E' verosimilmente uno dei tanti simulacri o idola, che scivolato via dall'esistenza di una sua particolare realtà, si aggirerà per sempre negli infiniti spazi, a dirla con il linguaggio di Epicuro e di Lucrezio, per andare a finire chissà dove. Eppure oggi molti di codesti simulacri vengono captati con frequenza quotidiana dalle potenti antenne televisive e noi li vediamo muoversi sul piccolo schermo di casa: chissà se sono veri (reality) o falsi (fiction)! Dicevo della timidezza del mio commissario: è un giovane, direi un giovanissimo, di carattere riservato, più sognatore che policeman, quasi un poeta con i suoi "gialli dei limoni" di montaliana memoria. Se consideriamo la sua attività, ci rendiamo conto che esordisce con un arresto "spettacolare" abbastanza discutibile, per poi ripiegarsi nell'interiorità di un suo infelice amore. Ma la vita procede e la smorzata luce di nostalgia, la pallida luce lunare, che effonde un chiarore crepuscolare sugli incerti contorni di queste sue vicende un po' illusorie, diventerà presto più vivida, per splendere infine nell'incanto luminoso di un miraggio, al cui fascino il giovane commissario di polizia sembrerà non riuscire più a sottrarsi: Il fascino della luce verde.



Per i lettori di Carta e Penna ha scelto alcune poesie e un'interessante analisi della poesia di Quasimodo:

Chiara e mattinale

Io ti rivedo chiara e mattinale
come nel giorno del tuo rosa antico
quando i tuoi anni in primavera
nella serra fiorivano
d'inverno lungo la riviera,
il giardino della mia memoria.

Tu giochi sempre al rito antico
con il tuo amico, ora assorto
ad osservare nel cortile
del palazzo nobiliare
i rampicanti che dalle alte mura
scendono tra le finestre chiuse.

Qui finirò di leggere il giornale
e la tua voce ancora domani
ascolterò. È tardi, Roberta,
non certo per l'elegante tua
figura, che risoluta muovi
tra i tavolini vuoti del caffé.

Ai limiti del cerchio, sorridente
partecipa un muto testimone,
le parole si muovono in silenzio
nell'incontro dei nostri
sguardi impacciati, delle nostre
un po' ridicole intese;
ma il tempo ci abbandona,
se ne va, amica migliore.

Scendono i rampicanti sul grigio
travertino delle mura antiche,
l'edera ricopre i non perduti istanti
e le pause, tutto essa avvolge,
trasmuta nella continua vicenda
panica, di cui è frammento
la nostra sospesa storia sull'orlo
del dileguante nulla delle cose.

Non esisteranno più domani
i nostri giorni, ma nel cortile,
tra le mura dei verdi rampicanti,
qui, per sempre si specchierà
l'immagine tua ora presente,
il tuo viso chiaro e mattinale.

Roma, 22 giugno 2004



Bianchi e freddi fiori

Bianchi e freddi fiori
nell'aura invernale
di gelo e silenzio
della tundra siberiana.

Bianchi fiori sbocciati
su impossibili rami
di alberi, selva di scheletri
nella distesa pianura di gelo.

La furia di neve e di vento
attraversa il cancello
del giardino di pietra
investendo il sacerdotale
guardiano di sassi imbiancati.

Accanto al cenotafio
di sacri delitti memoria
la tua spettrale figura
rivela l'impassibile volto
pallida fredda passione.

Enigmatica amica,
indifferente alla morte,
per te nel gelo sbocciano
i bianchi e freddi fiori
della pianura invernale.



NEL RESPIRO BREVE DEL GIORNO

Nel respiro breve del giorno
il gonfio grigio di nubi
s'affolta sul litorale,
sulla costa senza falesia
spazzata dall'onda del mare.

L'immagine nitida appare
nel tempo passato e abitato
da un lungo errabondare:
l'approdo è parentesi,
perduto su pallida pagina.

Dileguarono corti negli anni
i giorni correndo veloci
incontro a quest'ultima sera,
un vespro che scivola in fondo
all'angolo della penombra.

Ed ora respingo e rinvio
l'estrema unigenita ora
mentre l'ago tende su in alto
a spartire la notte e riavvia
il conteggio involuto degli anni.

Tu, amica, resti viandante
e dimori lungo il cammino,
indugiando senza la patria,
senza Itaca, senza il ritorno
nella casa nell'ulivo scavata.


STARE DI NOTTE

Stare di notte
a parlare coi morti,
conversare nel buio
del tempo che fu.

Sognare di notte
di parlare coi vivi
figuranti tristi
di un imbroglio trascorso.

Meglio la notte, l'aldilà
da dove non tornano
i clown revenant
zombie e fantasmi.

Nell'ombra profonda
restare da soli
ascoltare in silenzio
un muto parlare.

Poi cogliere il sonno
all'annuncio dell'alba
e scorgere in volto
il dormiente mattino.

Quasimodo: il poeta della Terra della Sera

"Ognuno sta solo / sul cuore della terra / trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera."
La terra, dove "ognuno sta solo... trafitto da un raggio di sole", è la Terra della Sera. La Terra della Sera è l'Occidente (Abendland). L'Occidente è il luogo della terra dove il sole tramonta; ma il luogo della terra dove il sole tramonta è il cuore della Terra. Che cosa è il cuore? Bisogna rispondere a questa domanda, per capire il senso della Terra e quindi il senso dell'Occidente.
Il cuore è il centro. Ma che tipo di centro è il cuore? Un punto equidistante da tutti i punti periferici convergenti al centro? Un luogo geometrico che raccoglie dalla periferia, in una riunione unificante, tutti gli estremi? È questo il cuore? Un punto, un centro, un luogo geometrico nel significato proprio che lascia intendere l'etimo del termine "geometria": misurazione della terra?
Se questo è il cuore, è un cuore astratto (ab-stractus), un cuore da cui è divelto il cuore, un cuore senza cuore. Non ci sembra sia questo il cuore della terra, di cui andiamo ricercando il senso.
Dove cercare dunque? Dove trovare o pensare di trovare questo senso?
Proviamo a cercare in qualche testo di saggezza antica. Potremmo forse individuare una traccia utile per ritrovare il senso di quello che andiamo cercando.
Già Parmenide ci parlava del cuore, ne descriveva una caratteristica: il cuore che non trema (atremens etor, fr.l, v.29); ma il cuore atremens, cioè intrepido, di Parmenide è il cuore della rotonda verità, quell'Uno immobile eterno, che "sta" e proprio per questo non è suscettibile di movimento, non può battere, non può pulsare.
Il cuore della verità di Parmenide, l'etor atremens dell'Uno immobile è il cuore della "ragione", non è il cuore della Terra, così come lo indica il linguaggio della poesia, che anzi ne rovescia il significato: non un cuore atremens, ma un cuore che trema, un cuore palpitante, che batte e vive. Il cuore della Terra è la vita della Terra. La vita della Terra è il battito del cuore della Terra.
Allora "ognuno sta solo sul cuore della terra" è ognuno che sta solo in ascolto del battito del cuore della terra? E' lo stare di ognuno sulla terra uno stare in ascolto?
Non ci sembra che sia proprio così; ma bisogna spiegare meglio l'immagine.
Lo stare di ognuno sulla terra è uno "stare", che è una condizione, la condizione propria del modo di vivere dell'uomo, la condizione sua unica, che è appunto quella di "stare" sul cuore della terra.
Ma perché stare sul cuore della terra non significa stare sulla terra in ascolto del battito del cuore della terra? Non lo significa perché, se l'uomo stesse in ascolto del battito del cuore della Terra, sarebbe disgiunto, separato dalla Terra, il cui battito, risuonando nel suo "ascoltare", non sarebbe propriamente il battito del cuore della Terra e neppure una sua eco. Disgiunto dalla Terra, l'uomo non potrebbe propriamente nemmeno "ascoltare". L'uomo non è disgiunto dalla Terra: il poeta dice "sta"; questo stare-sul-cuore è un vivere-all'-unisono. L'uomo, stando sul cuore della terra, sta in sintonia col cuore della terra, vive all'unisono la vita della terra. Il cuore della terra che batte è il cuore dell'uomo che batte. II cuore della terra è il cuore dell'uomo.
E poiché "stare" significa intrattenersi, rimanere stabilmente, stazionare, "stare" nel linguaggio poetico indica per l'uomo il permanere stabile, il risiedere, l'abitare. Pertanto l'uomo "sta... sul cuore della terra" significa: l'uomo abita il cuore della terra.
Abitando il cuore della terra, l'uomo abita il proprio cuore. Vivendo la vita della terra, l'uomo vive la sua esistenza, la sua solitudine. Il senso della sua vita è la sua condizione di solitudine. L'esistenza dell'uomo è esistenza di solitudine.
Come sta infatti l'uomo sul cuore della terra? "Come" è questo abitare dell'uomo il proprio cuore? Sul cuore della terra l'uomo sta "solo". L'uomo vive la sua solitudine sulla terra. Perché l'uomo è solo? E che senso ha questa solitudine? Già il soggetto iniziale del primo verso annuncia il destinatario della solitudine: nel pronome indefinito "ognuno" infatti appare l'isolamento e la concretezza dell'isolamento, sebbene l'indeterminatezza, l'assenza di orizzonti propria dell'indefinito (aoriston), sembri ricondurre più al vago, all'astratto che al concreto, Ma ognuno è ogni-uno, tutti gli uno, presi isolatamente uno ad uno e che sono ognuno appunto un "uno" carico del "proprio" destino, il quale è destino di esistenza e quindi destino di solitudine. L'ogni-uno che sta solo dimora in solitudine sulla terra; è pertanto l'"unico" del suo destino.
Questo "ogni-uno", che di volta in volta il linguaggio filosofico ci ha presentato come il mortale, il vivente, l'esistente, il linguaggio poetico di Quasimodo lo indica con "ognuno". Nella scelta del pronome si riflette nella maniera più piena il valore semantico, che il vocabolo possiede e che diviene espressamente manifesto nel successivo predicato nominale. Già in "ognuno" è presente il senso di solitudine, che è pertanto solitudine esistenziale. Il tratto di esistenza, assegnato al mortale, si rivela come un tratto di solitudine. L'esistenza è solitudine, solitudine dell'esistente, cioè dell'uomo.
Non esistono altre possibilità per l'uomo sulla terra se non lo stare solo. Il percorso esistenziale dell'uomo sulla terra è un percorso di solitudine, che lo mette a confronto col proprio destino. Ma quale è il senso, oltre la destinazione "esistenziale", di questa solitudine dell'uomo, dell'esistente? Perché ognuno sta solo? La poesia canta la condizione dell'uomo sulla terra. Nel breve respiro dei versi è la fugacità dell'esistenza, l'immagine semplice ed essenziale del tutto dell'uomo e del suo destino: la condizione di solitudine nella dimora di sé.
Ma ha questa solitudine un senso? "Che cosa" illumina questa solitudine? "Ognuno sta solo / sul cuore della terra / trafitto da un raggio di sole". La luce del sole coglie ed illumina la solitudine dell'uomo sulla terra. Ma in che modo la luce del sole illumina e quale è questa luce? Bisogna rispondere a queste due domande.
La luce illumina l'uomo colpendolo e, colpendolo, lo trafigge. Il raggio di sole è il dardo che raggiunge e trapassa l'uomo. Il raggio attraversa l'uomo ed, attraversandolo, lo consegna all'esistenza come mortale e lo consegna per sempre. Diciamo che lo consegna per sempre, perché trafiggere (trans-figere) significa appunto fissare, imprimere, scolpire (figere), andando al di là, oltre (trans). La luce, nell'atto del passare attraverso l'uomo, lo fissa sulla Terra, lasciandolo illuminato. Non è la solitudine evocata dal buio la condizione dell'esistenza dell'uomo, ma è la solitudine vivente, palpitante all'unisono con la Terra, nel cono di luce del raggio di sole, al di qua dell'ombra, del buio della notte incombente.
Ma trafiggere è ferire trapassando, colpire infilando. L'uomo, trafitto dal raggio di sole, è ferito dal dardo luminoso, ma ferito di una ferita mortale. Nella luce meridiana del sol cadente, egli è il mortale. La condizione dell'uomo è la sua condizione mortale. La luce del sole, che scalda e dona la vita, fissa la condizione mortale dell'uomo.
L'esistente sulla Terra è attraversato da un raggio di sole, "trafitto" e quindi colpito definitivamente, una volta per tutte. Eppure questo colpire della luce una volta per tutte e quindi per sempre nasconde un agguato.
È l'agguato della sera.
Alla fine del secondo verso il poeta pone due punti; servono i due punti a separare due immagini, le due immagini che compongono la lirica: l'uomo in solitudine sulla Terra, immobilizzato nella luce morente e l'incombenza della sera. La congiunzione con cui inizia il terzo ed ultimo verso affida però al segno d'interpunzione un carattere più di pausa che di separazione. L'effetto "musicale" di questa separazione-congiunzione è lo "stacco", il silenzio che sospende, in attesa del sopraggiungere di un mutamento improvviso.
Per capire la "subitaneità" di questo cambiamento di ritmo dobbiamo ora rispondere alla seconda domanda: quale è la luce del raggio di sole che trafigge l'uomo?
È la luce dorata del tramonto, quella che prepara e custodisce la sera. Il significato dell'esistenza dell'uomo, il suo tratto esistenziale consiste nell'abitare la propria dimora - la solitudine sulla Terra - sorpreso dai riflessi d'oro della luce del tramonto, che è il suo tramonto.
Le ombre si allungano: sulla terra, dove inizia il tramonto, è in agguato la sera. Colpito dal raggio di sole in declino, il mortale viene fissato per sempre sul cuore, palpitante di vita, della terra; viene "trafitto". Ma questo rimanere trafitto per sempre nella luce al tramonto dura un attimo: "ed è subito sera". La sera sopravviene "subito". L'esistenza del mortale dura l'attimo del baleno di luce dorata. "Subito" è sera. Al cadere del giorno, ad occidente, il mortale non ha più tempo sulla Terra. La Terra della solitudine del mortale è la terra dove il sole tramonta. La luce è reclinante e quindi dorata; sono i riflessi d'oro del meriggio. Nel meriggio si compie la solitudine dell'esistenza, che dura lo spazio di un attimo, l'attimo in cui "subito" sopraggiunge la sera.
Ad occidente "è subito sera", un imbrunire repentino, perché l'Occidente "è" la Terra dove il sole tramonta ed, essendo la Terra dove il sole tramonta, l'Occidente è la Terra del tramonto, la Terra della Sera. Poetando la Terra della Sera, Quasimodo poeta il luogo, dove la luce del sole morente trafigge l'esistenza, la solitudine dell'esistenza, che abita la propria dimora.
La Terra della Sera è la Terra del soggiorno della solitudine dell'esistenza; il raggio di sole trafigge il mortale, ma non riesce, pur attraversandolo, a trattenerlo definitivamente nella sua luce, perché anche la sua luce è una luce morente: repentina scompare nell'agguato della sera.
La poesia della Terra della Sera è la poesia del repentino tramonto della dimora del mortale, che abita il "cuore" della solitudine della sua esistenza. La Terra della Sera è il cuore della solitudine dell'esistenza. Poetando la Terra della Sera, Quasimodo poeta il cuore della solitudine dell'esistenza.
Sulla Terra della Sera la luce del giorno dilegua e dilegua "subito". Il "subito" esclude ogni indugio, ogni indugio di solitudine e di esistenza, ogni indugio di luce che attraversa queste esistenza di solitudine, perché irrompe ("ed è subito") la sera.
Poetando la Terra della Sera, Quasimodo poeta la solitudine dell'esistenza, illuminata da un fugace sprazzo di luce: poi è sera, "è subito sera".


Per contattare direttamente l'autore: Silvio Minieri

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