Verdiana Maggiorelli

Verdiana Maggiorelli, nata a Domodossola, milanese d'adozione, vive sulle colline piacentine dove coltiva le sue passioni: scrittura, teatro, psicologia, filosofie orientali. Ha lavorato come redattrice alla Fratelli Fabbri Editori, come giornalista free-lance per numerose testatee soprattutto come copywriter alla Young &Rubicam e nelle più importanti agenzie pubblicitarie internazionali. Nel '99 ha fondato a Milano la Zenzero, agenzia di pubblicità e comunicazione.
Dal 2007 scrive racconti e poesie, ha vinto qualche premio letterario e pubblica su antologie, riviste di settore e siti letterari.



OLTRE I CANCELLI

Babbo di cachemire, oggi t'ho incontrato
sbirciando oltre i cancelli d'una villa.
Tripudiavano ortensie e siepi e viali
ottusi forse, ma sicuri
d'imboccare la soglia.

Voglia di pianto? Non è il caso.
Riverisco il tuo sarto e i tuoi princìpi
i miti i riti ed i penàti
quegli abbracci mai dati
per pudore, quell'assenza di odore.

Mozart Beethoven Boccherini
empiono il buio d'una stanza.
Ssst!
Danza la mia guancia accesa
sulle tue lane fini.
Sai come sono i bambini
per un contatto rompono l'intesa.

Scende la pioggia, innaffia il paradiso
varca il cancello delle ciglia
invade il viso, il collo
si tuffa nello scollo
del mio maglione blu. Tu.
Ma non dovevo non pensarci più?

(dalla silloge “Ho consumato le labbra a baciar rospi” – Prima classificata al Premio letterario “Verseggiando 2013)


BARBÌS

Nella mia tazza di tè
i semi di limone sono pesci
che annaspano pinnando
controvento. M'appendo
ai tuoi baffi bianchi, alla tua voce
impastata di fumo e di colombe
e nelle tombe sento
frusciare gonne rosse
al valzer lento delle candele.
“L'importante è non dimenticarsi
di tirare il fiato” dicevi
e l'hai dimenticato.
Non c'era mente più fresca
cuore più aperto
sguardo più sicuro
su questa terra fradicia d'inganni.

Nel sacro della tua presenza
infilo i piedi nelle tue orme
e sillabo con fatica le parole
di una presunta normalità.

(Segnalazione di merito al “Concorso Aspera” XLVIII”)


HAPPY END

I condannati a morte erano quattro, ognuno seduto sulla propria sedia elettrica, attorno ad un tavolo quadrato di cristallo nero riflettente. Io ero uno di loro.
Mentre andava la sigla, guardai in faccia i miei compagni e lessi sui loro volti la muta domanda che mi attanagliava da ore: “Perché proprio io?”. Certo non avevo mai nascosto la mia avversione per il premier, certo facevo parte di un club di scrittori sovversivi, certo mi ero sempre rifiutato di cantare l'inno di Mameli ogni giorno come prescriveva il regolamento… ma la morte cazzo, LA MORTE! Mi sembrava davvero una punizione eccessiva.
Aprendo una parentesi, da quando la pena di morte era stata reintrodotta in Italia, veniva grassamente dileggiato chi si mostrava così “antico” da chiamarla col suo nome. Adesso era per tutti graziosamente “Happy end”, veniva eseguita in diretta TV, animava talk show e dibattiti e faceva il 300% di share.
Nonostante la pillola esilarante che ci avevano somministrato prima di entrare in studio, il cuore batteva all'impazzata e il terrore riusciva a farsi strada dietro i nostri sorrisi stirati. Una checca sgargiante e compassionevole sculettò leggera a tergerci il sudore e a sistemarci i capelli, mentre l'algido regista faceva portare qualche pianta di crisantemi a ravvivare il set. Due telecamere si accesero in sinced il pubblico, costituito per lo più da famigliole fameliche, esalò il primo timido applauso. Qualcuno aveva posato davanti a me il riso-e-latte della nonna che avevo chiesto come ultimo desiderio e dovevo solo aspettare il ciack per prendere in mano il cucchiaio e affondarlo in quel biancore che mi ballava davanti, dietro un sipario di lacrime. Perché cazzo stavo piangendo? Non potevo invece ribellarmi, urlare tutto il mio disgusto per quella macabra messinscena, fare una piazzata memorabile e andarmene sbattendo la porta? Già, ma era esattamente quello che tutti si aspettavano per aumentare gli ascolti! Se mi fossi dato la briga di girare intorno lo sguardo, avrei notato fior di poliziotti e militari acquattati contro le pareti e pronti ad intervenire. Senza contare che, in caso d'insubordinazione grave la pena di morte, pardon l'”Happy end” si sarebbe tramandata al più vicino dei miei parenti.
“Pronti?…. Azione!”. Ronzano le telecamere e ronza il fine presentatore nel suo solenne saluto ai telespettatori. Ingollo senza alzare il capo il mio riso-e-latte, lascio che un'accorata velina mi asciughi la bocca con un tovagliolo di seta e mi appresto a soffiare le ultime parole della mia vita terrena dentro un microfono a palla che il fine presentatore tiene davanti alle mie labbra.
Lo guardo, scuoto la testa, vorrei dire “Brutti porci bastardi…” e invece chiedo “Perché, perché, perché?” dentro un fiotto di lacrime e singhiozzi che mi fanno accasciare sul tavolo, con la testa tra le mani. Ma la telecamera è già passata al secondo condannato e sento la sua voce roboare commossa: “Viva la libertà, viva l'amore, viva il coraggio di morire. Qui, ora, pertutti voi!”. (Perché non ci ho pensato io? Senti che applausi!)
Un militare palestrato passa a stringere grosse cinghie di cuoio attorno ai nostri corpi e in contemporanea parte il Diesirae di Mozart. Tra il pubblico qualcuno tossisce, qualcuno singhiozza, una bambina emette un gridolino di eccitazione.
Mi appendo alla musica come ad un salvagente e per un attimo mi sento Braveheart immolato per la salvezza del suo popolo. Ma le mie mani tremano vigliaccamente.
Ad un gesto del fine presentatore, un altro militare prestante abbassa una grossa leva e… arriva la scarica. La sento percorrere ogni vena, sfrigolare in ogni cavità, scoppiare incandescente in ogni cellula. Il corpo intero sussulta impazzito sulla sedia, mani epiedi irrigiditi in uno spasmo, i capelli bruciacchiati esalano odor d'inferno. Urlo con tutto il fiato che ho in gola e percepisco la telecamera zoomare sulle mie tonsille.
I miei compagni, invece, non fanno una piega. Dopo qualche salto sulle rispettive sedie giacciono nella tranquilla immobilità della morte, il capo reclinato sul petto.
Solo io sono vivo!
“Bastaaaaaaa, finitemi sporchi…“una serie di bip copre le mie disperate ingiurie.
“Sono gli inconvenienti della diretta – si scusa con il pubblico il fine presentatore, mentre i tecnici si muovono come formiche a verificare l'impianto.
L'operazione si ripete e questa volta la scarica è talmente potente che lancia in aria la mia sedia elettrica ed io ricado, strettamente avvinghiato a lei, con la guancia sul pavimento. Sono tutto una piaga, ma ancora vivo.
“Fa male?” flauta la vocina di una bimba a pochi centimetri dalla mia testa: si trascina dietro un orrido orsetto di peluche, che posa congrazia accanto al mio corpo martoriato. Non rispondo,
certamente è stata mandata dalla produzione per rendere più spettacolare la mia agonia.
“Perché non chiami la tua mamma?” continua il piccolo mostro. Questa, invece, mi sembra un'ottima idea. “Madre”, sussurro guardando in alto. E all'improvviso mi accorgo che sopra la mia testa non c'è più il soffitto, ma un cielo aperto accecante di luce.
“Madre!” ripeto in un'estasi di sorriso…
Lentamente incomincio a salire, pervaso d'unafrescura mai provata, ebbro di gioia, abbandonando sul pavimento lercio il mio corpo bruciacchiato.
Sono qualcosa che somiglia vagamente ad un lenzuolo sottile, che si srotola velocemente nell'aria per poi distendersi in orizzontale, lasciando tutte le sue pieghe. E una volta disteso, un'energia misteriosa tira di corsa i quattro angoli, assottigliandomi sempre di più, finché ogni parvenza di forma dissolve.
Allora è questa la morte! Un levarsidal corpo ed espandersi all'infinito, fino a diventare particelle infinitesimali che si fondono con quelle dell'aria, della terra, degli alberi, dei fiumi, delle montagne, dell'universo. Forse in ognuna brilla un barlume di coscienza. Forse qualcuna parteciperà ad un coito e nascerà un nuovo essere umano. Forsequell'energia misteriosa, che certamente non è fuori, ma dentro ad ogni particella, quell'energia che dà forma e anima ogni cosa… forse quella è dio. E sono io.
E' davvero un “Happy end”: non avevano sbagliato di molto laggiù, nella loro inconsapevole ottusità. Ma della vita dopo la morte non si parla in TV, non interessa a nessuno. Ora infatti stanno intervistando i parenti dei condannati, zoomando sulle lacrime, gli abbracci, le parole di cordoglio. Parteciperanno tutti al prossimo talk-show,rilasceranno autografi, diventeranno star per un giorno. La spettacolarizzazione del dolore fa sempre buone percentuali di share.

(Hermes”PremioHipnos 2009” – Premio speciale della critica)


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