Irene nasce nel 1981 sotto il cielo accecante di un Agosto pugliese.
Prossima alla laurea in Lettere Classiche, spera di poter trasmettere alle generazioni future l'amore per la poesia e la letteratura.
Fondamentalmente Irene scrive inseguendo la catarsi, anche se spera di non raggiungerla mai.
Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto le opere segnalate al Concorso Letterario Prader Willi, edizioni 2007 e 2008:

" Io vi dico in verità che tutte le
cose che legherete sulla terra
saranno legate nel cielo”.

dal Vangelo secondo Matteo.




I GRADINI DELL'ANIMA

Uno.
Due.
Tre.
Salgo velocemente i gradini dell'autobus ed oblitero il biglietto.
Venerdì, ore 17: 00, questa è una delle corse più affollate, ma non ho bisogno di scovare qua e là un posto libero. L'unico rimasto a mia disposizione è in prima fila.

“ Posso accomodarmi?”- le chiedo.
“ Certo signorina.”- mi risponde.
Sposta la sua borsa e la posa sulle proprie gambe.
Gonna lunga oltre le ginocchia. Collant color carne.
Scarpe nere. Tacco basso.
I miei occhi salgono fino a scrutarle il viso. Curato. Solo qualche ruga.
I suoi lineamenti parlano di serenità e di sogni risolti.
I capelli sono bianchi e pettinati.
Ben pettinati.
Io guardo i particolari.
I suoi particolari.
Quelli della sua età.
Lei lo percepisce. Sente di essere osservata.
Apparentemente rimane indifferente, ma forse nel profondo ne è infastidita.

Riporto i miei occhi su di me e vado a caccia d'altri particolari.
Questa volta i miei.
La mia mano destra accarezza quella sinistra.
Belle le mie mani.
Non sono come quelle di mia madre e neanche come quelle di mio padre.
Sono uguali a quelle di mia nonna.
Alle mani che mia nonna aveva.
Aveva.

“ Signora, posso chiederle quanti anni ha?” – irrompe l'autista.
La domanda mi disordina i pensieri, le orecchie si svegliano dal torpore.
La risposta, attendo la risposta.

“ Settantuno signore e spero di portali dignitosamente”- risponde lei.

Settantuno…settantuno…settantuno…
Un numero, due cifre.
Mi entrano dentro, mi inseguono, si aggrappano al cervello.
Mi sconvolgono.
La sua età mi agita.
Mi turba.
Altera i miei equilibri.
Ha la stessa età che aveva mia nonna.
Aveva.
Fino a dieci giorni fa.
Fino al suo ultimo respiro.

Torno a guardarla. È diversa.
Tanto diversa da mia nonna.
Lei aveva molte rughe.
Ogni ruga raccontava la malattia.
Le diagnosi sbagliate.
I letti d'ospedale.

Accidenti! Provo una rabbia incontenibile, disumana.
Stringo i pugni e trattengo il fiato.
Inizio a sentire freddo, i brividi si rincorrono lunga la mia spina dorsale.
Mi sento viva, ma non nel modo giusto.

Percepisco la mia debolezza, desideri insani svestono le mie fragilità di essere umano e mi fanno sentire disumana, orribile, brutta. La presenza di quella donna mi irrita e ne conosco il motivo. Per questo mi sento sporca.

Ho peccato.
Di invidia e di egoismo.
Il dolore mi ha travolto.
Riordino i pensieri.

Abbandono la testa allo schienale, mi impongo di guardare dritto, mi convinco che posso far finta di nulla. Cerco qualcosa da fissare: il cielo, gli alberi, le auto, l'asfalto, la linea bianca della strada. Ecco! Nulla di più facile, mi dico. Seguirò la linea e pace sia. Continuo a sentire freddo, un freddo innaturale, sento gli occhi stanchi, di una stanchezza innaturale.
Le palpebre si chiudono, il mio corpo continua a viaggiare tra i colori ed i profumi della mia Puglia.

Uno.
Due.
Tre.
Anche i miei pensieri salgono su un autobus, obliterano un biglietto ed iniziano il loro viaggio.
I pensieri si annodano ai ricordi. Sono passati pochi giorni da quando sei andata via eppure ho già capito che l'unico modo per incontrarti sta nei ricordi. Lì posso sempre venirti a trovare, nessuno me lo può impedire. Hai abbandonato questa terra e questa vita, la tua casa e la tua famiglia ma dai miei ricordi non sparirai mai.
Per venticinque anni ho avuto la fortuna di averti accanto, l'onore di essere tua nipote, la possibilità di ascoltare la tua saggezza e di capire cosa significhi essere destinati alla sofferenza.
Dicevi che ero la tua stella eppure oggi sono io che alzo gli occhi per cercare in questo cielo d'aprile una lucina che assomigli ai tuoi occhi. Mi sento abbandonata e provo una tristezza infinita, l'anima mia fa capriole pur di trovare risposte plausibili alle mie domande. Fallisco anche in questo.
Miseramente.
Umanamente.
Fallisco.

Apro gli occhi, mi volto a destra, accanto a me ancora lei.
Stavolta però non si accorge dei miei sguardi, ma rimane intenta a leggere.
Inclino il capo e scorgo il titolo, stampato in grassetto color argento su di una copertina blu.
Legge i Vangeli.

“ Signorina, se vuole possiamo leggere insieme il vangelo secondo Matteo!”- mi dice entusiasta.

Mi sbaglio; ha percepito che per l'ennesima volta le mie attenzioni sono su di lei.

“ La ringrazio, ma non sono in vena di leggere”- declino così, laconicamente il suo invito.

Bugia.
Ho mentito, a lei e a me stessa.
Provo a rilassarmi, richiudo gli occhi.
Non ho voglia di vedere.
Intorno a me la gente ride, parla, bisbiglia e non mi chiedo neanche cosa stia dicendo.
Forse è solo un modo, il loro, per divorare il tempo dilatato e noioso di un viaggio in pullman.
Pian piano tutte quelle voci si allontanano dalla mia mente e si trasformano.
In una melodia, in un suono atavico ma vivido.
E faccio un tuffo all'indietro di vent'anni.
Ai tempi della mia infanzia.
Ai tempi del biberon e dei pannolini.
Ai tempi della ninna nanna di mia nonna e mi sembra di sentirla ancora:
Stella stellina…la notte si avvicina…la fiamma traballa…la bimba fa la nanna sul cuore della mamma…”

“ Mi scusi, non voglio disturbarla, ma ha la fronte perlata di sudore, il viso pallido, si sente bene? Se vuole chiedo all'autista di fermarsi…”.


La sua voce spezza la ninna nanna nella mia testa e mi riporta di nuovo alla realtà, a quella realtà che non voglio guardare.

“ Lei è molto gentile, - le rispondo- non è nulla di grave, non si preoccupi”.

Uso un tono arrogante, non è da me e non piace alla mia interlocutrice.
Mi guarda perplessa. Chiude i Vangeli e tace.
Io guardo avanti divorando con lo sguardo la strada che va verso casa.
Attorno ancora quel chiacchiericcio, insopportabile per le mie orecchie.
Accanto il silenzio di una signora che sento di aver trattato male.
E me ne vergogno. Profondamente.
Non riesco, però a chiederle scusa, oramai sono mesi che non riesco a far più nulla.
Inerme come mai nella mia vita, sospesa in pensieri e ricordi, ingabbiata in un respiro.
L'ultimo. Quello di mia nonna.
Non posso più andare avanti così, lei non mi vorrebbe così.
Lei mi ha insegnato ad essere “altro”, io devo ritornare ad essere “altro”.

“Signora, tra due fermate arriveremo in centro e lì che dovrà scendere…per raggiungere Via Roma dovrà praticamente imboccare la stradina di fronte alla piazzetta, proseguire per un centinaio di metri e poi svoltare a sinistra…facile, vero?”- le comunica l'autista.

Mi rendo conto di avere pochi minuti prima che la signora accanto a me scende, una decina di minuti forse, devo scusarmi e lei deve capire. Capire me.

Signora, sono veramente desolata per il mio comportamento”.
“ Lei ha perso una persona a cui voleva molto bene”
– completa inaspettatamente la mia frase.
“ Ma come ha capito?” – le chiedo sbigottita.

L'autobus si ferma, costeggiando la piazzetta. La signora scende senza rispondermi. Il portellone del pullman si chiude. Mi accorgo che la signora ha dimenticato il Vangelo. Lo prendo tra le mani in modo repentino, senza alcuna delicatezza e lo apro a caso “Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra saranno legate nel cielo”.
Lo richiudo e lo ripongo al suo posto, forse potrà servire ad altri, a me ha già dato una risposta.

Uno.
Due.
Tre.
Scendo i gradini dell'autobus.
Pochi passi.
Sono a casa.


MAI PIU' SOLA

Lucrezia è una giovane donna, una creatura dolce, un essere che vive silenziosamente i dolori più sacri e le gioie più intime. La madre aveva scelto quel nome alle tre della notte del 20 Novembre, in quella gelida notte venne al mondo. L'unico regalo che le fece fu quel nome e poi una vita di assenze, di carezze desiderate e mai ricevute. Una catena di “ mi dispiace, ma non posso”.
La prima volta in cui si rese conto che sua madre era solo un'ombra e non una presenza fu ad otto anni. La maestra assegnò un compito a casa, un tema, un titolo: Mia madre. Passò un intero pomeriggio di fronte alla pagina bianca del suo quadernone, le uniche cose che avrebbe potuto scrivere sulla madre erano le fattezze fisiche, ma non aveva ricordi di un suo sorriso, di un abbraccio materno, di una dichiarazione d'amore, di un “ti voglio bene, figlia mia”.
Ricorda di essersi alzata di scatto dalla sua sedia, voleva capire se quella donna che era in cucina la amava. A passi piccoli come quelli di una bambina, a passo veloce come chi cerca la verità attraversò il corridoio e giunse in cucina.
“ Mamma, mi vuoi bene?”, seguì un silenzio profondo come un baratro, la sua domanda non ebbe una risposta, le sue parole furono divorate, ingoiate dall'immagine che vide: la solita ormai. La madre era distesa sul divano di pelle nera, dormiva, di certo non sognava, tra le mani la bottiglia di whisky. Vuota.
Quel giorno capì che sua madre amava molto più le illusorie gioie dell'alcol piuttosto che le vere soddisfazioni che sua figlia crescendo le avrebbe dato.
Ritornò nella sua stanzetta, ripercorrendo quel corridoio con i passi lenti di chi aveva detto addio all'infanzia ed aveva abbracciato il dolore. Lucrezia capì cosa significava essere soli e scrisse un tema stupendo, raccontando di una madre meravigliosa, di una figura che esisteva solo nei sogni, in quelli più segreti, in quelli che solo le sue pupille vedevano.
La maestra fu contenta dello svolgimento del suo tema, la premiò con un otto come gli anni che aveva. Oggi pensa ancora a quel voto, alla forma di un otto, tondo come il mondo e la verità.
Nel giorno del suo trentaduesimo compleanno la mente di Lucrezia apriva i cassetti della memoria ed ordinava frammenti di un'infanzia spesa ad aspettare la redenzione di una madre che due anni e settecentotrenta bottiglie di whisky dopo quel tema morì. L'alcol le distrusse il fegato e annientò la sua anima, se ne andò senza dirle nulla. Lucrezia è cresciuta immaginando che, se qualcuno avesse chiesto a sua madre in punto di morte di esprimere un desiderio, lei avrebbe scelto di bere un'ultima volta piuttosto che dare un bacio alla bimba a cui aveva dato solo un nome.
Il funerale, le assistenti sociali e con la velocità di un battito di ciglia una famiglia che secondo il tribunale per minorenni poteva darle la serenità. Cosa ne potevano sapere gli altri della serenità? Chi ricerca le proprie radici e non le trova è condannato dalle stelle ad essere una creatura inquieta. Questo fu Lucrezia negli anni della sua adolescenza.
Dei tempi della ribellione mentale ed ormonale ricorda le feste che la sua famiglia adottiva dava nella loro villa, feste minuziosamente organizzate perché il padre non perdesse i più fedeli sostenitori nella sua carriera politica. Ricevimenti in cui ciò che contava di più era l'apparenza, i lustrini, il lusso. Le stanze erano ben arredate, ma non raccontavano nulla e proprio nella sala dei ricevimenti, in quella che Lucrezia riteneva la parte della casa più fredda che decise di perdere la verginità. Aveva sedici anni, un corpo da donna ed un uomo desideroso del suo profumo. Non lo amava, ma si emozionò per quel momento che lei non definì mai la sua prima volta bensì la sua prima esplorazione del piacere carnale.
Subito dopo si rivestirono, lo salutò e s'incamminò verso il corridoio che l'avrebbe portata nella sua stanza da letto. Questa volta il suo incedere fu sicuro, ad ogni passo che mosse, disse addio alla sua adolescenza ed abbracciò la femminilità.
Una nuova fase della sua vita, un altro corridoio da attraversare, l'ennesima occasione per capire cosa significa essere soli.
Lucrezia e la sua solitudine, lei e i suoi ricordi. Festeggia gli anni seduta su una panchina di un parco, osserva il girotondo di tre bambini, ascolta la filastrocca di un padre a suo figlio e vede una coppia di anziani passeggiare serenamente. Prova a respirare profondamente, un gesto istintivo, quasi a voler rubare attraverso l'aria la loro vita. La loro pace. Ciò che lei sente di non avere avuto.
Lucrezia ha fame.
Lucrezia ha sete.
Di vita, di serenità, di quotidianità, di famiglia, di radici.
Guarda le decine di visi che affollano gli angoli del parco, prova a scrutare nei loro occhi, cercando così di carpirne l'anima. Presta attenzione alla parte del corpo più espressiva: le mani. Si sofferma a guardare il modo in cui gesticolano, per lei non ha importanza se le mani altrui sono affusolate o tozze, curate o rugose. Esse sono come le parole. Raccontano violenza, dolcezza, affetto, timidezza, chiusura, distacco, disagio. Le parole si articolano in frasi e discorsi.
Le mani si articolano in movimenti e gesti.
“ A cosa pensi Ezia?”- la voce squillante di Sabina ruppe il silenzioso rumore dei suoi pensieri.
“ Sabina, cosa ci fai qui?”- chiese Lucrezia con occhi sorpresi.
“ So sempre dove trovarti, sono la tua migliore amica”.
Quando Lucrezia andò via da casa, stremata dalle continue pressioni per un matrimonio combinato di cui non voleva saperne nulla, cercò immediatamente un impiego per potersi mantenere ed in quell'occasione incontrò Sabina, proprietaria di un'agenzia di viaggio. Dopo un informale colloquio, quest'ultima, favorevolmente impressionata da Lucrezia, la assunse. Oramai si conoscevano da anni, era davvero inevitabile non legare con Sabina: è un vulcano d'idee, travolge tutti con un fiume di parole, per non parlare dei capi coloratissimi che indossa! Forse un modo per segnalare sempre la sua presenza al mondo.
“Sabina devo parlarti…”
“Ezia, dopo, dopo mi dirai tutto, andiamo, oggi è il tuo compleanno…andiamo a festeggiare. Ho preparato una sorpresa per te, dai, ti ho già detto abbastanza.”
“La sorpresa è in me, Sabina.”
“Non c'è tempo per la filosofia, Ezia, andiamo”.
“Guarda questa foto!”
“Ma cosa…non è una foto, è un 'ecografia. Ti prego, non farmi preoccupare. Cosa dicono i dottori? …vedrai, qualsiasi cosa accadrà, la affronteremo insieme.”
“Sì, affronteremo questa esperienza insieme. Io ho bisogno di te e la mia creatura di una zia.”
“Zia?.. Creatura?...aspetta, fammi sedere, fammi capire. Ezia, non dirmi che…”
“Guarda bene l'ecografia, lo vedi?”
“Sarà che sono emozionata, ma non riesco a distinguerlo, lo devo scovare in questo caos?”.
“Non cambierai mai, Sabina. E' qui, nel caos della mia pancia c'è qualcosa che pesa solo quattro grammi ed è lungo ancora più o meno dieci centimetri. È il mio bambino, arriverà per sistemare tutto e darmi le radici. Saremo una famiglia. L'ho saputo tre giorni fa, sei contenta?” “Sì, sì lo sono e tanto. Non riesco a trovare le parole. ..e Diego come l'ha presa?”.
Silenzio.
Lucrezia tace.
L'umanità intorno rumoreggia.
Diego e la curva dolce del suo sorriso.
La prima cosa di cui lei si innamorò.
Diego e la sua fede al dito.
L'ultima cosa che lei avrebbe voluto vedere su di lui.
“ Sabina, mi sono innamorata di un uomo che ha già una moglie e due gemellini di cinque anni. Quando ho iniziato a vederlo, conoscevo le regole. Lui mi ama ma non lascerà la sua famiglia per me. Lo so, perciò ho deciso di non dirgli nulla. Lo metterei di fronte ad un bivio…voglio dire che non ne uscirebbe nulla di buono se non scelte forzate, sensi di colpa, dolore, dolore e poi ancora e solo dolore per tutti. Non voglio questo. Mia madre, per le mancate scelte di un uomo che non accettò lei e me, si gettò in un baratro che le costò la vita ed anch'io ho subito…non puoi proprio capire cosa…”
“ Ezia non volevo ferirti, riaprire ferite…scusami”.
“ Non devi scusarti, ho vissuto gli errori di mia madre in prima persona, mi sono stati cuciti sulla pelle…però oggi sento che tutti i suoi sbagli serviranno a me per essere una mamma migliore per mio figlio.”
Lucrezia sfiora la sua pancia.
Il suo grembo è ricco.
Colmo di un futuro che non ha ancora un nome ed un viso.
Tra qualche settimana sarà evidente a tutti, tra un paio di mesi saprà con sicurezza se sarà un bambino o una bambina.
Giorno dopo giorno si guarderà allo specchio e vedrà il suo corpo più accogliente, le gambe gonfie e sentirà dentro di sé i primi movimenti della sua creatura.
Immagina il momento in cui avrà le doglie: entrerà in sala parto e per l'ultima volta accarezzerà la sua pancia.
Tonda.
Come un otto, la verità, il mondo.
Sabina aspetterà fuori la sala parto ansiosa e Lucrezia, tra il sudore ed i dolori, darà alla luce una nuova vita ed orgogliosa ne sentirà il primo vagito.
Percorrerà il corridoio dell'ospedale, il futuro è finalmente tra le sue braccia.
Con un nome ed un viso.
I suoi passi saranno lenti e un pò goffi, propri di chi ha paura di sciupare ciò che di più indifeso ha tra le mani.
L'ennesimo corridoio della sua vita, l'ennesimo passaggio importante della sua esistenza. Questa volta però ad ogni passo dirà addio alla solitudine ed accoglierà il dono della maternità.


Per contattare direttamente l'autrice

Homepage