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Antonina La Menza nata nel '92 a Palermo, oggi è studentessa universitaria. Collaboratrice dell'associazione culturale l'”Ottagono Letterario ” e del movimento culturale il “Sublimismo”, scrive anche per la rivista culturale “Il Convivio”.Ha pubblicato nel 2011 il suo primo libro di poesie “Le corde della vita”(ed Rupe mutevole). Finalista con segnalazione di merito al concorso internazionale “Poesia Prosa e Arti Figurative” 2012 con l'opera edita”Le corde della vita”, nuovamente finalista con riconoscimento al concorso internazionale “Pensieri in versi” de “il Convivio 2013”con la poesia inedita “Terra mia”.

Il poeta Calogero Cangelosi presenta il

LABORATORIO RANDAGIO

con le prime tre poesie

Note della poesia

Il giorno che il sole ha posato le ali
la notte ha steso mantelli di catrame
per spegnere la luce nel cuore
ombra della solitudine:
eterna  la nostalgia
tormento di artisti e poeti
all'alba sposati al silenzio:
risposte mai arrivate
ad amori impossibili.
Niente sposta le lancette monotone
del cuore venduto agli affetti
andati via e senza ritorni.
Gioca ora col vento un nome
in mezzo a nuvole senza patria
ormai rassegnato al silenzio.

(16/06/16)


Il senso delle cose
lascia orizzonti vuoti:
parte dell'universo
offre garofani al ritorno
e legge negli amori impossibili
tutti i perché della vita.
Agli amici il
ricordo
anni senza storie
nomi fa dimenticare.
Dare respiro al sogno
andare a visitare il tempo:
giorni senza ore
inchiodati negli angoli del cuore
o nel nome dei fiori più belli.

(19/06/16)


Giorno stanco e senza amore

Il giorno riposa stanco e al mare
lente ore trasporta:
parlano al cuore
onde passeggere
ed al mondo regalano
tetti senza riparo
allarmi inutili ai respiri del cuore.
Rondini tessono danze
al sorriso del viandante distratto,
nascono nuovi germogli
dalle cadute d'affetti tardivi
amori vissuti senza parole
giorni dimenticati e persi:
il sole ritorna a feste passeggere:
ogni ora un ricordo per sempre.

(19/06/16)


Incontro del Sublimismo: il poeta Cangelosi Calogero

Il lungo percorso socio-culturale del Sublimismo iniziato nel 1985 cui fondatore è Nino Balletti, non si arresta mai e tutt'ora sgorga a cascata e travolge poeti, artisti e amanti del Sublime. Nel salotto culturale di casa Balletti è stata presentata una parte della vasta produzione letteraria e poetica di uno dei rappresentanti del Sublimismo, il poeta Cangelosi Calogero. L'incontro del 27 febbraio 2016 è stato diretto e coordinato dalla professoressa Alba Pagano che ha anche illustrato brevemente il libro"Opere teatrali", in cui il Cangelosi si improvvisa sceneggiatore, attore e registra di alcune commedie. La professoressa Clotilde Cardella ha presentato l'opera poetica "Fiaba Infelice", la poetessa Antonina La Menza invece "Randagio in cammino", opera di racconti, Anna Salvaggio di Poggioreale(Tp) ha letto qualcosa in merito all'opera "Le porte della vita" e la professoressa Francesca Luzzio ha letto su "Il Silenzio e la farfalla". Cangelosi Calogero è un autore ecclettico e variopinto e le sue poesie d'incanto, parlano di un vissuto trascorso e innestato bene tra campagna e città, dipinge versi e prosa pregnanti di "una speranza positiva irragionevolmente" come ha affermato la prof.ssa Clotilde. Il Cangelosi è un uomo di buona volontà che riesce a rivolgersi anche al "sole dei poveri". Per l'occasione era presente un folto numero di appassionati di poesia.
La serata è stata meravigliosamente allietata da alcune canzoni della cantante Patrizia Genova, accompagnata dalla fisarmonica del musicista Giuseppe Passarello.
"Un pomeriggio d'inverno mi apparve luminoso.." così uno dei versi poetici di Nino Balletti racchiude lo spirito che ancora pervade la luminosa scia del Sublimismo.


Commento ai versi di Foresta d'alloro

"La notte apre al giorno" verso emblematico dell'opera "Foresta d'alloro" del poeta Cangelosi Calogero, la notte che nella sua inquietudine trova ristoro nella luce del sole.
Leggendo le liriche, il lettore attraversa una foresta quasi impenetrabile, oscura, secca ed arida "albero senza frutti e nube che oscura ogni luce", ma sicuramente più si va avanti in questa, più si scoprono sprazzi di luce, "improvvisa ed invisibile luce trasporta futuri accessibili e finalmente sorride". Un percorso frustante ma al tempo stesso, la foresta-poesia è un luogo in cui si realizza l'essenza, un viaggio verso l'illuminazione, la speranza, parola questa molto vicina al nostro autore, infatti è uno dei termini più riccorrenti dell'intera opera.
Un pellegrinaggio verso un altrove, per ricercare un'origine identitaria, questo è ciò che fa il protagonista anonimo del libro: un uomo stanco e depresso che lascia tutto per rifugiarsi in una foresta d'alloro.
Le poesie sono ricche e fitte (come la foresta è fitta di alti arbusti), di una dialettica che è segno identificatorio del Cangelosi: vita-morte-buio-luce-speranza, temi che si intrecciano e si snodano in una serie di interrogativi e domande fluenti nelle varie liriche. Dubbi tipici dell'uomo che nella limitata infinitezza dello spazio e del tempo, ritrova la parte migliore di sè, proprio partendo dalle paure, dalle sofferenze, dalla notte, e così camminando, scrivendo, pensando, l'uomo riscopre la bellezza dei valori dimenticati. "Libertà è anche vivere giorni di pietra dura", "solo chi cade può rialzarsi", "il mondo va vissuto con serietà di sentimenti". A queste conclusioni il protagonista arriva senza demordere mai, "il passo resisteva al dubbio", con la consapevolezza della speranza come vicolo a senso unico, nella certezza del "Ti vogliamo bene", credendo in se stesso.
L'esperienza umana non è un fluire senza senso, un precipitare alla morte, qui si dimostra come l'uomo è capace di essere voce della natura, capace di esprimere lo sgomento di fronte alla cedevolezza della materialità "un cielo monocolore: soldi e soltanto", "caos dell'eredità, senza eredi in cumuli d'immondizia". Ma l'uomo-poeta non ha una verità assoluta, allora occorre rinunciare a se stessi, per vivere una vita autentica nei sentimenti e nelle emozioni, per esprimere gli impulsi primordiali della vita: "amicizia ed amore sono l'unica chiave per sorridere al caldo d'estate senza regole". Immergersi nella natura emozionale ed emozionante, madre benefica che con i suoi elementi costitutivi rende tutti ugualmente appartenenti: un io naturale al plurale. Per potere arrivare a tale io naturale al plurale, bisogna avere mente, occhi e cuore di bambini, questi ultimi, ancora una volta presenti in Cangelosi, sono la voce della verità-ingenuità: "nascerà un bambino per gridare..che la vita va sempre vissuta". L'opera si chiude con la poesia "Il Risveglio" "ogni giorno nascevo e morivo", un morire per rinascere. In questi versi ciascuno può rievocare le domande di Nicodémo poste al Signore (Gv. 3, 1-15 ) come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?, queste presentano tutto lo scetticismo buono dell'uomo, ma anche, aspirano alla possibilità di tornare indietro e squarciare il grembo opaco che l'uomo costruisce per ovattarsi dentro un mondo arzigogolato e complesso, svelare l'amarezza, nascere di nuovo con la speranza della salvezza più profonda, "Hai cambiato nome a cose e persone per dire a tutti che sei 'nuova' ". Qualora si raggiungano queste aspirazioni, l'uomo si trasformerà, come la giovinetta Dafne, in alloro: sapienza e vittoria.
Foresta d'alloro con i suoi forti messaggi propulsivi e traboccanti è un' opera ad efficacia erga omnes. Meritatamente anche questa volta Cangelosi per la sua magistrale sapienza indossa la corona d'alloro.


Oltre le righe di.."Fiaba Infelice" dell'autore Cangelosi Calogero


Cliccando sulla copertina si può scaricare gratuitamente copia del libro

Cangelosi Calogero il poeta randagio spadroneggia nuovamente nella letteratura con un'opera del tutto peculiare, Fiaba infelice. 
Dal titolo  già possiamo rievocare una contrapposizione soprattutto sostanziale tra i due termini perchè di solito le fiabe sono tutte a lieto fine, allora qui il Cangelosi propone la storia di un amore travagliato in cui (Forse?) non c'è lieto fine "cade a terra una fiaba d'amore",  l'amore è uno dei tanti ingranaggi robotizzati dell'uomo. Ma non c'è forse una possibilità di scelta? Non può forse la poesia salvare l'uomo dal baratro? Donargli le ali per volare verso sorgenti di "acqua-speranza"?
L'autore con questa lirica ha cercato di centrare i suoi versi su temi come la speranza, la fede, l'amore, il sogno, sollecitando la poesia moderna ad approfondire tali temi di un certo rilievo teorico- pratico, che nel tempo della lunga crisi sono sorpassati da un esito malinconico della modernità, così da ridurre l'essenziale nella dimenticanza: "il nome ed il poeta delle cose semplici", " il gioco delle tre zappe/ i fumetti degli eroi del bene/ le corse e i capitomboli..e le buone carrube". 
Dunque "il mistero delle piccole cose e della vita", sono state celati "dietro i paraventi del benessere," e l'aridità sentimentale sembra chiudere le porte d'accesso alla speranza "fuggire dalle regole del cuore proietta solo immagini sbiaditi di tramonti senza futuro".  
L'uomo di oggi per uscire dalla malattia della solitudine fatta di "calcoli di evoluzioni", " vite interrotte da clacson"," finestre senza fiori" , occorre che chieda amicizie vere senza il velo delle ipocrisie, ma "ora bisogna.. essere bravi da riparare tutti gli errori del mondo" e scrivere "per terra e nel cuore una sola parola per sempre:  pace".
Il poeta lascia intravedere come dunque il linguaggio poetico dà la possibilità di lodare la vita, la gioia di vivere "insegnare il giorno sempre" e per uscire tra i deserti di una piaga desolata, come ha scritto Jabès "inutile è il libro quando la parola è priva di speranza", un miraggio è vitale: "Speranza ora è legge".
 La sua poesia è  pervasa da una straordinaria sensitività, dove i significati si fondono di continuo con una scrittura mutevole, densa di concetti e dettagli concreti ed è facile cogliere tra le righe di questi versi un infinito amore per la vita mentre c'è una sobria constatazione di una realtà e di una coscienza che sono  in bilico. 
Lo stile della lirica, i versi e la metrica liberi sono tramati ora di ricordi culturali, ora di vocaboli quotidiani, in un tono conversevole e piano importante è anche l'eccezionalità dell'animo artistico ed idilliaco dell'autore che ha scritto  le poesie a distanza l'una dall'altra (50 poesie in dieci giorni).
Alle domande poste all'inizio, Cangelosi risponde positivamente e questo sogno tende a farlo evadere dal presente e a vivere tempi lontani in cui i ricordi non sono appesi a fili di ragno. 
Il  fascino sta nella voglia di poter cambiare il futuro inaccessibile ed aprire i cancelli chiusi alla viva voce del proprio animo.


Secondo incontro culturale nella chiesa Madre di Poggioreale

La primavera Poggiorealese ha emanato un profumo tutto particolare in occasione del secondo raduno culturale svoltosi nella chiesa Maria Santissima Immacolata il 12 aprile 2015: "Rassegna di poesia sacra e immagini pittoriche". Tale incontro è stato fortemente voluto dal parroco Don Vito Saladino, sostenuto nella preparazione dal poeta Calogero Cangelosi, anima esilarante ed entusiasta di questa rassegna, dalla professoressa Alba Pagano, che come ha ricordato Don Vito ha ben organizzato il programma, scegliendo accuratamente i testi da leggere e dal dott. Mariano Pace. Preziosissima la collaborazione dello scrittore e critico letterario Gaetano Zummo. Questi stessi Calogero Cangelosi, Alba Pagano e Mariano Pace hanno egregiamente presentato i vari poeti che si sono prestati interpreti durante la serata, nelle letture di poesie religiose di autori famosi: Giuseppe Randazzo, Calogero Cangelosi, Alba Pagano, Irene Brillo, Franca Alaimo, Gaetano Zummo, Giuseppe Pappalardo, Giovanni Maniscalco, Clotilde Cardella, Anna Salvaggio, Alessandra Balletti, Giovanna Sciacchitano, Francesca Luzzio, Riccardo Ascoli, Antonina La Menza, Pippo Monteleone, Leonardo Tumminello. Il parroco Don Vito ha ricordato come ben si colloca questa manifestazione di poesia sacra in un progetto evoluto in cui si accostano al linguaggio poetico, anche altri linguaggi dunque, una polifonia di linguaggi artistici. Infatti la rassegna poetica è stata intermezzata da alcuni spazi di musica, che hanno visto protagonisti sull'altare: il maestro Leonardo Labita, ed il maestro Bernardo Eterno che ha anche accompagnato il coro della chiesa Madre in una delle pause canore. L'evento si è aperto con l'Ave Maria di Schubert danzata sulle delicate punte della giovane ballerina Giusy Accardo, ancora la serata si è conclusa con una simbiosi di poesia e danza, la poetessa Irene Brillo ha recitato una poesia, accompagnata dal balletto del gruppo "Movie your body" diretto e coreografato da Maria Chiara Trapani.Per l'occasione era presente anche il fondatore del "Sublimismo" Nino Balletti.
Inoltre erano presenti le opere pittoriche di:
Antonino Tusarolo, "TRITTICO DELLA SACRA FAMIGLIA" (olio su tavola), Loredana Sabella,"ANGELI" (olio su tela), Francesco Ippolito" CROCIFISSO 1" e "CROCIFISSO 2" (olio su tela)", Giusy Messana"CROCIFISSO" (olio su tela a spatola), Carmela Russo "PITTURA SENZA TITOLO (VISO DI GESU' CROCIFISSO)", Michele Consiglio "ANGELICA" (Olio su tavola in fondo oro), Angela Maniscalco "SAN MICHELE GUERRIERO" e " SACRA FAMIGLIA"( su tavola), Picone Monica "L'ADORAZIONE DELLA LUCE", Rosalba Urru (con quadro visivo eseguito sulla poesia: "Tra i ruderi di Poggioreale" di Maria Luisa Robba) . In bella vista gli squartucciati artistici in ceramica a carettere sacro di Nellina Salvaggio.
Alla manifestazione erano presenti il Vice Sindaco Antonio Vella che in un suo intervento ha mostrato interesse per questi eventi culturali, impegnandosi ad incentivarli in maniera esaustiva in nome dell'amministrazione comunale, presenti anche l'assessore Rosalinda Fazzino, l'assessore Salvatore Ippolito, il Presidente del consiglio comunale Mimmo Cangelosi. Questo particolare esperimento di osmosi tra poesia, pittura e danza è stato meravigliosamente rappresentato in questo raduno, perchè tutta l'arte smuove l'anima di ciascun spettatore, echeggiando nei cuori di ognuno particolari sfumature del proprio credo.
Le poesie sacre un pò come delle preghiere di fede ristorano e danno pace e serenità.

Antonina La Menza

Foto di Salvatore La Menza



Ho il piacere di pubblicare sulla mia pagina web anche poesia, recensioni e pensieri di altri autori.

Premio alla carriera al poeta randagio Calogero Cangelosi

La giuria del concorso letterario internazionale “Antonio Filoteo Omodei - Pensieri in versi” 2015, presieduta dalla dott.ssa Carmela Tuccari, ha conferito il Premio alla carriera al poeta e scrittore Poggiorealese Calogero Cangelosi (Gigi). L'importante riconoscimento è stato assegnato all'Autore per l'impegno profuso nei suoi 50 anni di carriera letteraria e poetica, distinguendosi per l'originalità, lo sperimentalismo linguistico-letterario e per il recupero delle tradizioni orali e sociali di Poggioreale. Inoltre, per il valore pedagogico dei suoi scritti, a cui va aggiunto il carisma poetico dalla ricca espressività lirica e contenutistica. Il premio gli sarà conferito ufficialmente il 14 giugno durante la cerimonia che si svolgerà nell'artistica chiesa di San Giovanni Bosco a Verzella-Castiglione di Sicilia, alla presenza di autorità. La manifestazione culturale, che è organizzata dall'Accademia Internazionale Il Convivio in collaborazione con il 'Museo Valle Alcantara', rende omaggio alla città di Poggioreale, segnata dallo storico terremoto del 14 gennaio 1968, conferendo anche un premio speciale per la testimonianza storica all'opera pittorica e poetica “Tra i ruderi di Poggioreale” delle autrici Rosalba Urru (pittrice) e Maria Luisa Robba (poetessa).
Addetto alla comunicazione
Enza Conti


Il silenzio e la farfalla, Calogero Cangelosi, Il Convivio, 2013

I versi di Calogero Cangelosi si fondano su due coppie oppositive che costituiscono dei tòpoi consolidati nell'ambito della letteratura, in quanto capaci di sintetizzare e simbolizzare opposte condizioni e stagioni della vita, quali sono il vecchio ed il bambino, la campagna e la città. Per questo uno dei portati fondamentali della poetica di Cangelosi è la memoria, che al dolore e alla delusione che oscurano il presente, personale e collettivo, contrappone la felicità di cose e persone che non soltanto si collocano nostalgicamente in un'ovvia distanza temporale, ma anche in quell'altra distanza, assai più dolorosa, suscitata dalla consapevolezza della perdita irreparabile di un ambiente, di una micro-storia che ha ormai consegnato all'oblio riti, usanze, atteggiamenti insieme al codice linguistico che li esprimeva. È in questa particolare sottolineatura che si rivela l'amore del poeta nei confronti della lingua dialettale siciliana come veicolo sonoro dei più profondi sentimenti e come strumento visionario. Ed ecco che il dialetto del paese nativo dell'autore, Poggioreale, risuona spesso in quei versi che rievocano paesaggi tipicamente mediterranei o ricordi così lontani da sembrare quasi irreali, nonostante l'abbondanza di dettagli concreti, così da somigliare a delle incantevoli epifanie di bellezza. Essi sono filtrati, fra l'altro, attraverso una memoria letteraria oltre che personale: il capretto che saltella in alta montagna tra “filari di foglie verdi” e si riflette in pozzanghere d'acqua, ricorda certe descrizioni virgiliane o il mondo idealizzato degli idilli pastorali; così come altre immagini scelgono un linguaggio metaforico per dare voce piuttosto ai sentimenti che alle figure concrete del vento di tempesta, della brace e delle sedie vuote, così chiaramente allusive alla devastazione operata dal tempo.
Il presente appare, dunque, come un processo inarrestabile di spoliazione, di congelamento di ogni positivo sentimento. Sogni e speranze, che sono termini ricorrenti all'interno della silloge, appaiono per lo più privati di ogni proiezione futura, e casomai ricordano la ferita della tranciatura, che li recise come grappoli d'uva ancora acerbi.
La funzione oppositiva passato-presente risulta ancora più interessante, allorquando le due dimensioni si mescolino determinando continui salti temporali, come nella bella poesia “Ora seduto leggo” (pag.47) in cui la condizione statica di chi legge è contrapposta alla vitalità, ai giochi febbrili ed al parlottare sereno dell'infanzia, rievocati di continuo dalla memoria nelle pause della lettura; e le due colombe che riprendono il volo ricordano lo slancio di un tempo lontano verso “traguardi impossibili”. Bisogna fare caso all'uso di questo aggettivo, poiché esso introduce pienamente a quel senso di desolazione che non è causato da un fallimento personale di progetti e obiettivi, ma si lega ad una condizione esistenziale che è propria dell'età già avanzata, quando si prende consapevolezza della fragilità ed inconsistenza della vita, quando l'esperienza del dolore ha relegato nell'eden della stagione infantile ogni possibile felicità, ogni sogno radioso.
È, in sostanza, la stessa poetica che sostiene la scrittura di Leopardi, ossia quel “giovane favoloso” (raccontato recentemente dal regista Martone), modello mai sorpassato e forse mai superato che ha attraversato il Novecento e che ancora torna a raccontare l'illusorietà della vita, con altri stilemi e ragioni psichiche, nella poesia contemporanea. Anche Calogero, il poeta randagio, è un “giovane favoloso”: la sua farfalla, creatura bellissima e fugace, è simile al sogno; vive per poco e poi svanisce nel silenzio. Anche la vita è un sogno breve, una favola l'infanzia, e la morte appartiene al silenzio.

Franca Alaimo

Cangelosi in “Quattro poeti da leggere” Primo volume
Carta e Penna Editore, Torino, Febbraio 2015
di Anna Salvaggio

Le poesie di Calogero Cangelosi pubblicate nel primo volume dell'antologia " Quattro poeti da leggere" , editore "Carta e Penna", sono soltanto dodici, ma esemplari per poter comprendere la ricchezza di sensazioni, la profondità di sentimenti, la nitidezza ed insieme la complessità delle immagini che riescono a trasmettere; immagini che percepiamo con immediatezza, ma che in noi muovono ricordi, fantasia ed affetti. Il poeta sa esprimere con intensità ed armonia tematiche come il sottosviluppo, l'emigrazione, l'ecologia che da sempre toccano profondamente gli uomini tutti e che oggi si rivelano quanto mai attuali e drammatici.
Poesia che trascorre il tempo e lo spazio quella di Calogero Cangelosi!
I suoi versi parlano di sogni, “come comete”, che hanno “ il colore dell'arcobaleno”; di speranze: ” Una donna al balcone/ ricama dolori e speranze/ vorrebbe sorridere al sole”; di “ strade in salita” che ci tocca percorrere: “ Un uomo porta a passeggio/ i suoi pensieri – come farò domani?/...La fame bussa alla porta/ e la donna apre/...ancora riposa la notte / ma il sonno di chi lavora/ ha orologi che gridano fame/ e veglie diverse/...; di partenze “per terre lontane”; di ritorni che “verranno:/ il figlio e la nuova famiglia/ racconti di fatica e sudore” e di case “senza ritorni”; di solitudine e silenzi: “ Usciva in silenzio il sole/ da piccole fessure/ sotto fragili porte/...il silenzio ha rubato la speranza/ ha stampato alle pareti/ un sorriso spento/... il silenzio delle acque:/ barche senza remi e ritorni lontani/... Il silenzio del mondo/ rompe i cristalli nello stagno/... il deserto della solitudine/ ricama confini/ senza speranza/... è sera: la vita comincia in silenzio/...lacrime/ che il silenzio/ porta via senza un saluto/.
Ma “ritornano nel salto dei grilli/ giochi bambini e corse...l'uomo-albero/ al sole racconta/ di antichi sorrisi/ e di balli: allegrie/ vissute senza rimpianti”. Sebbene ”il tempo non torna indietro/ mai”, la Poesia ha, per il poeta, il volto della “gioventù che ritorna” e gli permette, ancora adesso che i capelli sono bianchi, di “affidare al sole sogni e ricordi.”
Forte è il rapporto che lega Calogero Cangelosi alla natura ed alla civiltà contadina; le sue parole dipingono immagini. Ne' ”Il pozzo e la palma” vediamo il nido delle rondini “(pazienza di ricami e disegni)”; il passero che “raccoglie acqua di pozzo/ dall'ultimo secchio”; il ramarro solitario che stiracchia le zampe; il carrubo che “regala l'ultima ombra”. Sentiamo la suggestione del richiamo della natura attraverso “quel canto lontano” che “si posa di ramo in ramo”, di quell'improvviso belato” che “ invita a tornare”, mentre “un sedile di pietra chiama un sonno lontano”.
Ne' “Il ragno” entriamo in un casolare e lì possiamo vedere il ragno posare “fili bianchi ad angolo/ dove il camino anneriva le pareti”, l'uomo muovere “passi indecisi a lume di candela” così come “incerti” ci appaiono quelli di una “lucertola variopinta sul tetto”. Abbiamo l'impressione di ascoltare i “lenti guaiti” del cane che “cercava stracci asciutti” e presto ci raggiunge anche il russare dell'uomo, mentre “muore la candela, il ragno si appende all'ultimo filo/ dorme anche il cane”. Avvertiamo un brivido, quando “il silenzio invade le fessure di un freddo inverno:/ un'aria leggera accarezza volti stanchi e soli” e sembra sfiorarci.
Il poeta vive con tale intensità il rapporto uomo-natura da attribuire ai suoi elementi azioni e sentimenti umani; così “un gelso robusto/ rifugio a nidi di passeri/ e riposo per colombi e cicale/ ascolta note confuse/ con parole che sanno di fatica-secoli/ e di figli lontani senza ritorno... parla l'uomo/ al vento ed alla luce/...solo le pietre ascoltano”. Ed ancora: “ il sole non ride...nubi ballerine...margherite ridono/ al soffio del vento... riposa la notte...stelle svogliate passeggiano il cielo...ombre muovono zappe... rane stanche e sempre verdi/ intonano canti alla noia...il vecchio ora dorme:/ ninne-nanne cicale/ accompagnano i suoi sogni...sorride una stella al tramonto”.
Ne"La speranza è l'albero” troviamo espresso l'amore ed il rispetto che il poeta nutre nei confronti della natura e che pervade tutte le sue opere; egli ricorda con rimpianto la festa degli alberi, con dolore nota “i nidi di passeri sempre più rari” ed invita l'uomo a riappropriarsi di quella serenità, di quella pace che solo il contatto con la natura sa dare:...”E tiene la terra e sorride al sole/ riparo d'estate e compagnia/ agli uomini soli/ … l'albero respira speranza:/ la vita continua”.


 Il siciliano del poeta Pappalardo nel salotto del Sublimismo. (Quarto incontro)

Il Sublimismo giorno 10 aprile ha presentato il poeta e scrittore Pippo Pappalardo. L'incontro pomeridiano è stato guidato dalla professoressa Alba Pagano che lo ha definito Poeta saggio che al disordine cerca di porre rimedio, parlando agli uomini con la loro lingua madre: il dialetto siciliano, sì perchè Pippo Pappalardo è un cultore del dialetto. Pitrè diceva "la lingua è l'espressione del popolo che la parla". Giovanna Sciacchitano, giornalista e critico letterario ha esposto un excursus bibliografico ed un'analisi diacronica antropologica e sociale-culturale di Pappalardo, il quale si è cimentato in questa sua stimolante impresa dialettale, riferendosi  alla poetica di vari autori siciliani come Martoglio, De Vita e Buttitta.  La prima silloge di poesia:  " Di mia a tia" è composta da 39 poesie in siciliano, dove si alternano la  poesia lirica a quella  ironica, quest'ultima per mostrare l'amarezza e le gioie della vita. I suoi versi mostrano una valenza comunicativa del dialetto. Inoltre Pappalardo ha pubblicato il libro: "Scriviri" una guida al dialetto in cui l'autore offre alcuni suggerimenti per una corretta scrittura del siciliano. Infatti il poeta Cangelosi Calogero ha affermato come questo dialetto cambi da quartiere a quartiere. Durante la presentazione  sono state lette alcune  poesie da Pappalardo,  dalla cantante  Patrizia Genova, dal poeta randagio Calogero Cangelosi e dalla professoressa Alba Pagano. Il salotto del Sublimismo di Nino Balletti ancora una volta ha dimostrato interesse alla cultura, e i partecipanti sono rimasti entusiasti. 


NOTE CRITICHE SUL TEATRO DI CALOGERO CANGELOSI
POETA – SCRITTORE – AUTORE TEATRALE
di Gaetano Zummo

Ritengo che il teatro di Calogero Cangelosi sia alquanto singolare ed originale. Tuttavia, alcuni tratti del suo lavoro possono essere assimilati, per certi aspetti, ad alcune caratteristiche che possiamo definire di tipo pirandelliano. Infatti, il Cangelosi, similmente a Pirandello, concepisce la realtà come un vano susseguirsi di forme incoerenti e sente fortemente il dramma della nostra esistenza svolgersi e svilupparsi nell'antitesi tra il mutamento perpetuo, che è in ognuno di noi, e il cristallizzarsi di forme fisse, in cui soltanto gli altri ci intendono e ci caratterizzano. C'è, in fondo a questa idea della vita, una concezione desolata e scettica dello spirito, in cui non soltanto si è smarrito il senso dell'unità della coscienza (che stabilisce il nesso del nostro perpetuo divenire e cambiare) ma è quasi abolita ogni distinzione tra l'essere e il non essere, tra il reale e l'apparente, tra il transitorio e l'eterno. E non c'è neppure una negazione netta, perché il negare è, alla fine, una forma di giudizio, un'osservazione anch'essa, dal punto di vista logico e il Cangelosi non afferma e non nega nulla.
Nel testo teatrale intitolato: “Dopo la guerra terza”, un uomo, mutilato di un braccio e di una gamba, chiede ad un gruppo di persone, anche loro mutilate e devastate dalle radiazioni radioattive: “Sapete chi ha vinto? Sapete chi ha perso?”.
“Ancora non si sa niente”, rispondono in coro quelle persone.
Entra in scena una donna con un bambino dormiente in braccio che sembra pieno di vita. La donna esclama: “Tutti abbiamo perso; questo bambino ha perso; l'uomo e la donna hanno perso!”.
La donna si ritira verso un fanale semi acceso, per non vedere bene e non capire se il figlio era vivo o morto. La semioscurità celava la realtà, cosicché il dolore e la speranza facevano parte di un'unica realtà che non affermava e non negava nulla: né la vita né la morte della sua creatura.
L'autore fa dire alla signora Beltà Sfiorita, rivolta ad un'altra signora sua amica: “Finalmente, mio marito, grande scienziato, è riuscito a creare una sostanza capace di rendere inoffensivo l'allagamento delle nostre menti!”.
L'autore fa capire che necessariamente gli uomini, per vivere in società, formulano dei modi generali di interpretazione della vita, fondati, principalmente soprattutto sulla ragione, ma anche e spesso, purtroppo, sopra superstizioni e pregiudizi sociali, assai diffusi, che travisano la realtà della vita e loro stessi, come certi personaggi del teatro del Cangelosi. Noi siamo fortemente condizionati e ci sentiamo continuamente coartati dall'esterno, fissati ad una forma che la società ha inventato e che troviamo precostituita prima ancora del nostro nascere: appena entriamo nella vita, questa ci pone sul viso una maschera; siamo tutti creature senza vero volto; personalità schematizzate, conformate all'esterno, e dall'esterno coartate, come “Gli uomini in bottiglia” dell'omonima commedia teatrale dell'autore in questione. Allora, il nostro inconscio, non potendo essere affatto mortificato, ribolle come la materia vulcanica, erompendo ed infrangendo le maschere, e scoppia, ora vittorioso, ora tragico, sopra le umane convenzioni ereditate lungo i secoli. Lo spirito risveglia l'umanità smarrita o sconvolta ma, insieme, sempre sorgente, nel suo encomiabile moto vitale, sopra le incrostazioni secolari delle credenze e dei pregiudizi. Una umanità che ha spesso atteggiamenti contraddittori, come in “Cercando la valigia”, dove i due fratelli protagonisti: Peppino il filosofo, che non ama che il fratello sia preso totalmente dalla forte passione di viaggiare, e Celeste che, al contrario, ama sempre viaggiare e che spiega al fratello che lo fa “per cercare soluzioni mai trovate… ed è così che arance e spighe "allegano" negli stessi giorni”. Quando finalmente, all'improvviso, Peppino si decide a partire per un viaggio, non trova la valigia che ha smarrito. Qualcuno gli offre un'altra valigia, ma egli la rifiuta perché non sa partire senza la propria, nonostante l'insistenza continua del fratello, e quando finalmente gli recapitano l'agognata valigia e gliela posano davanti la guarda attentamente in ogni suo particolare e, dopo averla girata e rigirata, grida arrabbiato: “Pure se fosse quella mia… non voglio più partire!”, facendo montare su tutte le furie tutti coloro che si erano prodigati per giorni e giorni per cercargli la valigia. Si consuma un'altra contraddizione tra l'essere e l'apparire.
Dalle sue opere si deduce che a costituire la personalità e la concezione umanistico - filosofica dell'Autore, contribuiscono elementi complessi, storicamente individuabili nella società del suo tempo con la sua cultura e le sue tradizioni; elementi tratti dalla sua esperienza di vita privata, nonché dalle esperienze vissute nella sua Sicilia contadina, ma anche da quella di professore di lettere, di poeta e di scrittore e, infine, dalla considerazione e sofferenza della crisi di valori della nuova società che ha toccato anche la sua meravigliosa terra di Sicilia.


Il Salotto di Casa Balletti ( terzo incontro)

Casa Balletti giorno 13 febbraio 2015 ha organizzato un altro incalzante ed esilarante pomeriggio all'insegna del Sublimismo.
Durante l'incontro culturale è stato presentato il libro di poesia "Le corde della vita" di Antonina La Menza, giovane scrittrice del gruppo del Sublimismo.
La prof. Alba Pagano ha presentato l'opera con una recensione, descrivendo il libro come un diario, uno sfogo dell'anima della poetessa, riflessione saggia e matura, un cuore stretto dalle corde della vita.
La giovane Antonina La Menza, se in una prima fase è legata al singolo, dopo volge lo sguardo all'umanità. Sono intervenuti anche altri personaggi del "mondo sublime", quali la prof. Luzzio che ha affermato come l'autrice con i suoi versi mostra un bisogno d'amore, l'anima che anima e vuole darsi.
Per l'occasione si sono distribute le poesie in fotocopie, sia edite dal libro che altre poesie edite dai giornali culturali per i quali La Menza scrive. Gli ospiti le hanno interiorizzate e interpretate così da suscitare riflessioni. Il poeta Randagio Calogero Cangelosi ha evidenziato come Antonina abbia avuto sicuramente un travaglio poetico esistenziale che ha poi superato. La pittrice Zuccarello l'ha definita pittrice di poesia.
Della giovane poetessa si è detto "Una grande idealizzatrice della parola d'Amore" . La serata è stata rallegrata con le note musicali del chitarrista Manfrè.


                     

Incontro del Sublimismo (secondo)

Il Salotto del Sublimismo ha manifestato giorno 29 novembre 2014 un altro interessante pomeriggio culturale.
In occasione della presentazione del libro del poeta e scrittore Marcello Serretta "Mi racconto, vi racconto", amici, poeti, scrittori, cantanti del sublimismo hanno mostrato particolare coinvolgimento. Il poeta Nino Balletti ha letto un suo pensiero circa l'opera dell'autore-protagonista della serata, affermando come quest'opera in cui racconti e poesie italiane e dialettali si innestano armonicamente tra le pagine, mostra una naturalezza e un forte sentimento, motore di tutto il libro  e della vita stessa di Serretta: l'amore sublime. L'autore scrive con forte tempra spirituale avendo come unico baluardo la fede, infatti il poeta stesso scrive "tutto è luce che non conosce tramonto".  Versi  intrisi di una sensibilità sublime che non può non accostarsi a tale movimento fortemente teso alla ricerca della mirabile sublimità. La poetessa e scrittrice Alba Pagano leggendo alcuni passi della critica fatta al libro, afferma come le poesie in italiano siano delle vere e proprie preghiere. La platea ha avuto possibilità di interpretare alcune poesie di Serretta che sono state distribuite in fotocopie, lasciandosi trasportare dal proprio intimo pathos. Il presidente dell'ottagono Giovanni Matta, ha detto che questo libro commuove perchè ci sono tanti momenti tragici della vita dello scrittore e che ha superato con grande forza d'animo, riuscendo in una scrittura spontanea e senza artefici. 
Il poeta Randagio Cangelosi Calogero in un suo intervento ha citato una frase di Garcia Lorca "Tutte le cose hanno un mistero e la poesia è il mistero di tutte le cose".
La professoressa nonchè scrittrice e poetessa Francesca Luzzio ha estemporaneamente notato come le poesie di Serretta, siano caratterizzate da un dolce-chiaro e  dalla sublimazione della preghiera da una parte e dagli urli repressi dall'altra.  Ancora Adriano Peritore ha sottolineato come la poesia sia uno strumento pedagogico e didattico interessante che crea e rinnova.  L'incontro è stato allietato alla fine da due brani eseguiti dal chitarrista Pietro Manfrè.
 La bellissima occasione  è stata motivo di incontro e di  allettante stimolo letterario.


CALOGERO CANGELOSI, poeta scrittore (racconti, romanzi, teatro) saggi critici.
Commento all'opera Gli Uomini in bottiglia...


In copertina disegno della dottoressa
Rosalba Urru.

L'opera teatrale: Gli uomini in bottiglia...

L'opera teatrale Gli uomini in bottiglia è assolutamente geniale, inedita (nel senso di novità) e innovativa sia dal punto di vista sostanziale che formale.
Le coordinate spazio temporali relative e indefinite con i rispettivi “Ovunque” e la “qualsiasi”, mostrano già dall'inizio dell'opera la complessità del fatto. Anche i personaggi sono generici: X1, X2, ragazza, figlia, moglie, progresso e vice-progresso. L'uomo nel corso delle pagine va perdendo sostanza fisica e mentale, diviene una sagoma, un retroscena di un' opera che pure ruota intorno a lui.
Divisa l'opera in prologo e atto unico, si mostra un crescente climax della consapevolezza dell'infinita limitatezza dell'uomo, che come in una spirale viene risucchiato da se stesso, cedendo la staffetta della sua vita e della vita del mondo al progresso. L'uomo prende coscienza della sua sregolatezza mentale ... la polvere dei miei pensieri, della sua inutilità tu ed io non siamo che semplici unità al servizio del Progresso.
Il suo destino è l'unica cosa definita e l'uomo stesso è impotente di fronte a questo disegno che il progresso mostra e realizza. Voglio distruggere i tuoi pensieri per portarti dentro una bottiglia a vivere nel museo dei miei ricordi l'ultimo tuo non-essere così che tu possa disperderti...
Assensa/essenza, l'uomo da dominatore, conquistatore, eccellente nella perfezione di ogni suo tassello, adesso è schiavo di ciò che lui stesso ha creato, pedina del suo stesso successo, bramoso di scoperte, dice il Progresso: stavamo tranquilli, nascosti dentro la più oscura grotta, nelle viscere della terra, in tutti gli oceani, nelle più lontane stelle, nel cuore dell'uomo stesso, e voi non vedevate l'ora di stanarci. La solitudine, il trionfo, la fama adesso sono i suoi invincibili nemici tu arriverai ad annullarti, ... ciò che lo aspetta è il nullaeterno, ... ed egli non sarà più in grado di reprimere qualsiasi suo dolore o ancor meglio favorire la sua felicità, anche la sofferenza e la possibilità di soffrire, capire non dipenderà più da lui. L'uomo è diventato da esperto manipolatore dell'umanità a impostore, ... seppe distruggere la cosa più bella che esistesse al mondo: l'uomo e la sua umanità!
Purtroppo però anche il progresso alla fine non riesce ad avere la sua rivincita perchè l'evoluzione progressiva ha imploso portandosi dietro anche l'uomo, la somma di una serie di eventi a catena ha portato a questa fine irrimediabile. Mi sto arrugginendo: in fondo sono soltanto un meccanismo, ed io, e il mio Vice, e gli altri della scala progressiva, non siamo altro che meccanismi, che, gira e rigira, hanno sempre bisogno dell'uomo.
In questo teatro si presenta il poeta come colui che potrebbe ancora produrre il procedimento purificatore, ecco dunque che in Cangelosi Calogero non si smentisce il forte attaccamento alla poetica e al Poeta-salvifico.
Nel corso delle pagine del tempo il progresso è stato soggetto e oggetto della storia stessa. Forse Cangelosi Calogero guarda all'epoca dell'età dell'oro in cui gli uomini come dei, passavano la vita con l'animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né misera vecchiaia incombeva su loro [...] tutte le cose belle essi avevano e la ricchezza, il piacere fisico, l'ozio, erano tutti piaceri superflui. O meglio ancora in queste pagine si può intravedere, come in Verga proprio nell'idea di progresso, il segno di una rottura che introduce nei comportamenti umani meccanismi distorti la fiumana del progresso provoca irrequietudini.
Sicuramente oggi quest'opera Gli uomini in bottiglia si può collocare in un acceso dibattito che guarda alla globalizzazione, processo che vede nel progresso sostenitori e oppositori.
Le innovazioni e le attività economiche si sviluppano nel pieno della vita, all’interno di culture, società e tradizioni, in sostanza nella storia. Per comprendere la globalizzazione bisogna tener conto della società, della cultura, dell'ecologia, quest'ultimo tema che si innesta nel libro stesso, e soprattutto come ricorda Lucrezio l'uomo dovrebbe prima mirare al progresso morale, il rimedio ad una situazione di sfaldamento del substrato sociale è proprio arrivare al seppur antico, oggi ancora vivo, messaggio epicureo, vero culmine del progresso umano.
L'orgoglio, la certezza dell'onnipotenza, la tecnica che pervadono l'uomo, offuscano la sua effimerità, l’uomo deve riconquistare quella sua capacità di discernimento tra il bene o il male, la pietas o l’empietà.
Le grida, le urla, lo sgomento e la sofferenza che questo teatro di Cangelosi mette in scena, è la cruda rappresentazione di una realtà che soffre di una instabilità interna ed esterna di valori in cui Cangelosi crede e per questo se ne fa vivo e acceso portavoce.

Il salotto del sublimismo apre le porte al nuovo anno culturale

Giorno 17 ottobre il salotto del sublimismo cui fondatore è Nino Balletti ha inaugurato l'apertura dell'anno culturale 2014/2015 con la presentazione dell'ultimo libro di Calogero Cangelosi "Giorni senza ore" edizione il Convivio 2014.
Grande partecipazione ed entusiasmo ha coinvolto tutti gli amici del subblimismo, tra cui presente era anche il Presidente dell'Ottagono Letterario e alcuni soci. L'atmosfera che aleggiava è stata idilliaca e nobile, perchè la poesia-favola o la favola-poesia com'è stata definita dalla cantante folk Patrizia Genova, rispecchia e incarna i valori e gli ideali del movimento culturale.
Il poeta Nino Balletti ha letto una sua suggestiva recensione sul libro di Cangelosi Calogero, seguito dalle presentazioni inserite tra le pagine del libro stesso di Alba Pagano e Antonina La Menza. Agli ospiti è stata data la possibilità di recitare e fare proprie le strofe delle meravigliose poesie del poeta Randagio, grazie alla distribuzione di alcune fotocopie delle stesse liriche.
L'esordio di questo nuovo ciclo culturale-intellettuale presso il salotto di Nino Balletti è stato davvero entusiasmante e come Balletti ha detto si è evidenziato in generale, l'importanza della coscienza del poeta.
La serata si è conclusa con la promessa di un'altra occasione propositiva.





Foto di Salvatore La Menza

Rassegna di letteratura dialettale e musicale a Gibellina

"Molta parte dell'anima nostra è dialetto". Benedetto Croce La manifestazione culturale "Il siciliano un dialetto da salvare" il 19 ottobre è approdata con forte acclamazione anche a Gibellina, in occasione dell'apertura dell'anno sociale della Fidapa, dopo l'esordio di Poggioreale(Tp) e a Castelmola. Questa rassegna patrocinata dal comune stesso è nata da un'idea del dottore Giuseppe Pappalardo, cultore del siciliano che egregiamente ha esposto una relazione sul nostro dialetto siciliano, calcando come questo deve essere indispensabile nella nostra realtà, compresso talvolta in modo violento, dalla lingua madre che nella storia si è affermata sotto le spoglie di una unità italiana emarginando non solo il dialetto siciliano ma anche il substrato che sta dietro questo idioma come la cultura, la tradizione, la storia, infatti viene citata una frase di Pitrè "nel dialetto c'è la storia del popolo che lo parla". Di seguito il dott. Pappalardo ha mostrato un excursus storico e ha menzionato alcuni termini siciliani che hanno variegate derivazioni, dal latino come "cassata", dal greco "bummulu", dall'arabo come "zizzania", germanismi come"arraspare" e dallo spagnolo esempi sono "anciova" e "atturrare". Infine il relatore ricorda l'interessamento della politica per la salvagurdia del patrimonio linguistico del territorio nelle scuole. Bisogna dare pari dignità alla letteratura siciliana, come la si dà alla musica, alla pittura siciliana, perchè il dialetto è parte integrante di noi stessi. La rassegna presentata dalla presidente della Fidapa di Gibellina Eliana Navarra e da Antonina La Menza ha dato voce ad alcuni poeti che si sono cimentati nella recitazione di poesie dialettali siciliane: Francesca Luzzio, Alba pagano, Calogero Cangelosi, Gaetano Zummo, Giovanni Maniscalco. Le liriche sono state rallegrate da alcuni intermezzi musicali di Rosario Guzzo e Leonardo Labita. Il poeta poggiorealese nonchè collaboratore di questo emozionante pomeriggio di sana cultura, Cangelosi Calogero nel suo intervento, salutando alcuni amici di Santa Margherita del Belice, ha affermato l'importanza del siciliano nelle famiglie, "il siciliano è un esperanto di lingue" e la stessa realtà contadina con un sobbalzo ci riporta con tutti i suoi affascinanti vocaboli in un mondo ricco di tradizioni. Il sindaco di Gibellina Rosario Fontana ha asserito come questi momenti di alta rappresentazione arricchiscono il nostro modo di essere e ancora ha ricordato alcuni momenti di esperienza di vita musicale che l'hanno visto partecipe insieme ad altri componenti del gruppo della "giovane età", come tra i presenti Cangelosi Calogero e Antonio Bivona, un tempo giovani ragazzi coinvolti attivamente in esperienze educative-formative. Sono intervenuti anche altre autorità della Fidapa e autorità civili tra cui Caterina Salvo revisore dei conti nazionale, la prof. Marilù Gambino responsabile della commissione progetti, le presidenti delle sezioni di Mazara del Vallo Mariella Corte, di Partanna Anna Maria Clemenza e di Salemi Dina Vanella, presente anche il Vice sindaco di Poggioreale Antonio Vella, perchè la cultura unisce tutti verso la stessa prospettiva del bel sapere. La Fidapa con questa bellissima iniziativa accolta con grande entusiasmo, si è mostrata ottimo mezzo di divulgazione di un tema molto caro alla nostra terra Sicilia. Questo seme piantato nella valle del Belice auspica un buon germoglio con la promessa di un presto arrivederci.




In copertina: Opera a china di Michele Consiglio

Un viaggio errante di Antonina La Menza incontro a Randagio in cammino

Gettarsi a capofitto in un libro è come intraprendere un viaggio verso l'ignoto dove la realtà è più soffusa e particolareggiata, tanto da stimolare l'attenzione del lettore e permettergli di uscire dai suoi luoghi comuni e conosciuti e liberarsi e librarsi verso alti pensieri.
I tempi a volte corrono troppo velocemente così le parole, le speranze, le illusioni strisciano e pervadono lancinanti Randagio e con lui anche i suoi appassionati lettori. Noi come il nostro protagonista dovremmo approcciarci come peregrini erranti nei confronti della vita, ed essere pronti a cambiare prospettiva per il bene proprio e della nostra collettività come alcuni personaggi tipizzati che Randagio mostra nei racconti, pronti a ravvedersi perché tutti siamo utili a tutti, nella fattispecie il signore Pienodisè che nel brano " I fiori della bontà" è un uomo molto egoista, poi dopo essersi trovato a gridare aiuto promette di aiutare il prossimo, di leggere qualche libro, ma natura aiutandolo risponde :"non ti chiedo niente, un consiglio, ascolta il tuo cuore ogni tanto..", sottolineando il nostro autore con destrezza, la gratuità della buona azione. Il nostro Randagio fa delle esperienze del tutto particolari nei sogni e noi leggendo queste pagine meravigliose entriamo nel suo mondo dei sogni. Il sogno è la «via regia verso la scoperta dell'inconscio» Freud, è quella produzione psichica che è caratterizzata da immagini, percezioni, emozioni che si svolgono in maniera irreale o per meglio dire, possono essere svincolate dalla normale catena logica degli eventi reali, mostrando situazioni che, in genere, nella realtà sono impossibili a verificarsi. Queste novelle educative, sono un viaggio verso un mondo cercato nella realtà allontanandosi da ogni sé, ed è proprio qui che le storture si correggono: nel sogno. Il sogno di Randagio è un'allegoria, un altro parlare dunque.
Nel primo racconto d'apertura si sottolinea un tema molto importante, Randagio che trova ospitalità in una piccola abitazione, in cui si trova in quel nucleo familiare comodo e confortevole anche la figura rassicurante e calda della Nonna. L'ospitalità che trova il nostro giovane, assomiglia molto a quella greca in cui quando qualcuno bussava alla porta, il padrone della casa greca correva ad aprire e, se l'ospite diceva che aveva fatto un lungo viaggio, il padrone gli offriva la cena, un bagno e la camera più bella.
Randagio, seguito da una cerchia di amici, il cane P. e Libellula TVB, si muove lentamente non solo in mezzo a pietre e terra bagnata ma egli si insinua nella nostra immaginazione travalicando ogni semplice quotidianità, ogni realtà e ci insegna a sognare, a vivere con etica morale e secondo sani principi. In questo contesto infatti, che all'apparenza può sembrare molto spicciolo, si evince sempre a fine racconto una morale che bisognerebbe traslare in ogni nostra azione e/o pensiero. Si affrontano temi molto attuali, in cui natura- bambino-poesie e tutto ciò che è puro fragile e ricco di genuinità si alleano. Nella spensieratezza di "Allegria di giochi" in cui i bambini costruivano giocattoli, o li inventavano all'incertezza del futuro quando si dice: chissà se tornerò di nuovo nell'allegria dei giochi? Si affaccia ..il suo domani lontano appeso ad una nube all'orizzonte”. In “Nuvole e poesia” si affronta il tema della ormai lontana abitudine nell'uomo a leggere poesie, a sfogliare i libri, ciò viene affrontato con grande maestria in un racconto molto innovativo e fantastico, ogni nuvola era una poesia e la città si stava oscurando, ormai era triste e cupa, così un giorno un bambino cominciò a leggere una poesia in una nube e piano piano ognuno fece così fino a che la città apparve nuovamente colorata come prima, da ciò si evince che per uscire dalle tenebre dell'ignoranza, bisogna prendere esempio spesso dall' innocenza dei bambini.
Anche e soprattutto la poesia diventa un tema rilevante, perché il destino dell'uomo verso la salvezza di se stesso e dell'altro è l'ineluttabilità del logos ”ascoltate le poesie, fermatevi, trovate il tempo ogni tanto”, “uomini e donne vestite a poesia”.
Randagio in cammino verso la Landa delle poesie trovatosi davanti un portone trova scritto: “poeta/ nome fatto di rugiada/ e di stelle cadenti”.
Si parla dell'amore universale, dell'altruismo..” l'egoismo non crea, distrugge..”..”il poeta e la pace cammineranno sempre insieme!” bisogna essere sempre amici, sussurra una farfalla, il mondo è poesia”, “la poesia ci salverà”,“ le persone hanno abbandonato i sogni“ "le facili distrazioni si attenueranno “ ritrovare se stessi in una sana lettura” “è il trionfo della lettura--"
In "Randagio e gli alberi "- l'albero: "vai a casa, porta un libro, leggi cinque pagine accanto a me .. se torni ancora porta sempre un libro con te".. "non dimenticare le poesie ", "Libellula TVB " ti voglio bene .. Bisogna sempre volere bene e regalare un sorriso, una stretta di mano, una carezza affettuosa: c'è tanta solitudine e tanta cattiveria"...chi legge poesie ha tutto ciò che desidera".
Questi racconti sono immersi nella verde conca, la natura predomina in ogni racconto, descritta in modo sublime, viene fatta vivere ogni sfumatura di verde in modo spettacolare. La natura è inoltre personificata, e umanizzata.
Neve che lenta cadeva ridendo, il vento rumoreggia, profumo di terra riempie il cuore di gioie vetuste, la natura si veste, timido sole, il melo dondola.
Il vero che interessa a Randagio è il vero sociale, la natura è entità benefica e positiva perché produce solide e generose situazioni che rendono l'uomo capace di virtù e grandezza. Randagio cerca di ristabilire sul piano dell'immaginazione quel rapporto primitivo e diretto con la natura che la civiltà e la ragione distruggono. Questi racconti possono essere ricondotti per certi aspetti alle "Operette morali" di Leopardi perché hanno anche un argomento filosofico, la prosa anche qui narra con prospettiva mitica e allegorica le vicende dell'uomo, l'illusione antropocentrica, il mito del progresso rovesciato dalla cultura delle parole. D'Annunzio così diceva: "il verso è tutto. Nella imitazione della Natura nessuno strumento d'arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obbediente, sensibile, fedele..."
La terra in questi racconti oltre ad essere soggetto vivo e partecipe in ogni situazione del nostro protagonista Randagio, è anche oggetto di lavoro per gli uomini, asseconda ogni aratura dell'uomo, infatti si legge nei racconti-prosastici: ”La sua vita e la famiglia legati da sempre al duro lavoro, alla sua terra,"“acqua e freddo non fermano il dovere e gli animali vanno accuditi. Paglia, fieno, pulizia delle stalle.” In questi racconti il nostro autore mostra attraverso un narra-verso tradizioni popolari, una prosa con un certo spessore, un realismo linguistico intessuto in un siciliano molto armonioso e ritmico, non volgare ma parole che evocano tempi passati, abitudini molto intrinsechi alla sua vita: “zabbina”, "bummuliddu”,"cannulicchi di zabbara”,“la maidda”, "pagghiaru", "parpagghiuna”, “vardedda”, usi e costumi di giochi poveri e semplici, della fossetta, della corda "ciappidduzza”,“ammucciareddu”.
Cangelosi Calogero con dolce melodia non solo nelle parole, ma anche nel cuore, epicentro di furore d'amore, esibisce un gusto del vivere audace e coraggioso, senza falsi miti e senza dissacrare nulla, ma solo l'uomo libero da ogni catena mentale, fertile humus sarà libero di guardare gli orizzonti della propria coscienza, seminare frutti e capace di cogliere il giusto mezzo. Cominciando da queste novelle ci si incamminerà non solo incontro al trionfo della lettura, perché l'uomo spesso, zoppo e manchevole in consonanti dell'alfabeto ma anche verso il trionfo dell'uomo umanizzato e alfabetizzato in sentimenti e nobiltà.


In copertina: Salvatore La Menza, Vecchi ricordi, olio su tavola a bassorilievo, 1987

Versi "Tra vento e tempesta" di Cangelosi Calogero sotto l'occhio critico di Antonina La Menza

"Hai un metro mentale che risponde solo alle tue misure /esci da te." ...
Dal mare in tempesta che infrange le emozioni e il vento spalanca finestre a ricordi perduti nel tempo.
L'autore di queste sorprendenti liriche, Cangelosi Calogero, mostra un mondo fatto di vecchi uomini abbandonati al loro destino, "distruzioni, guerre e fame senza limiti, bambini sperduti nel sogno dimenticato, vecchi abbandonati, malati sempre più soli.", che si rifugiano tra reminiscenze, speranze, nostalgie. Questi uomini riuniti ripassano attraverso i loro versi i momenti tempestosi e tranquilli trascorsi perchè le emozioni sono il sale della vita di ciascun uomo. Il titolo dell'opera "Tra vento e tempesta" sembra quasi un ossimoro se accostato alla copertina del libro stesso, perchè quest'ultima rievoca invece tranquillità, fermezza di un passato vissuto. Sembra quasi che l'autore voglia aprire quel cancello e fuggire dalla recondita burrasca per ritrovare quella pace non solo interiore, che da sempre sta cercando ma, che soprattutto auspica a livello universale.
Al centro di un tavolo c'è sempre un quaderno con pagine bianche e ogni ospite scrive versi suggestivi .. "l'onda dei pensieri dove nidi di ragni sbattono le ali di insetti.", "Un cervello inquadrato non esce da schemi ".
Questi versi di realismo crudo e volutamente scioccante, sembrano un riecheggio della lirica "Spleen" ... "E muto e ripugnante, un popolo di ragni tende le proprie reti dentro i nostri cervelli; " Lo spleen non è altro che un malessere esistenziale, di una incapacità di reagire alla noia devastatrice. Sì, infatti questi signori anziani, si rifugiano in un casolare presso un villaggio poco popolato, e nei loro versi si nota una contrapposizione: alla staticità della loro vita, ferma e immobile, assuefatti da ricordi, c'è una lirica invece incalzante, crescente e travolgente sia nella forma che nel contenuto .
"Un vecchio seduto davanti la porta fuma la pipa e non pensa.", "ma l'uomo che gioca con le pozzanghere ignora la voce del vento ed aspetta risposte".
La laboriosità degli animali, espressa in questi versi con diverse personificazioni e prosopopee, si contrabilancia all'inerzia dell'uomo stanco: "una formica costruiva castelli mentali: tunnel inesplorati architetture. Il saggio seduto sulla sedia, vento e pioggia, non si sposta di un millimetro:.."
Addirittura il lombrico è più sveglio dell'uomo stesso.."il rumore del lombrico che lento si muove per assaggiare i sapori della vita.", "Verrà l'ape a ripopolare il mondo".
L'ape in diverse culture simboleggia la parola e l'eloquenza, può essere inteso anche come simbolo della poesia e dell'intelligenza. Dunque potremmo secondo una interpretazione in senso lato intendere una ripopolazione della parola tra gli uomini, non più lasciati al loro silenzio assordante, una ripopolazione di poesia e regalità da parte di un animale nei confronti degli uomini.
Proprio nelle poesie si dà importanza alla poesia: "La poesia tocca il dolore di anime in pena" e anche alla funzione del poeta : "Poeta dammi una mano per amare il mondo!"
Il mondo deve essere custodito, protetto, e si evince un'esortazione da intendere rivolta proprio al lettore: "aiutali a salvare il mondo: è anche tuo.", perchè ormai ci sono "rami secchi di ulivo."
Da questi versi così tristi e spenti però il nostro poeta accende la speranza "purificati sotto la pioggia-tempesta e cerca il mare all'infinito: impara a sognare.", "impara a vivere.", "Regalati una chance. Cambia le ruote del cervello." infatti " essere soli 'infinito' malattia senza tramonto".
Si mettono in rilievo valori e principi di cui il mondo attuale dovrebbe disintossicarsi e liberarsi dallo spleen predatore: "L'egoismo non paga: hai perso gli amici per sempre."
Nell'ultima parte del libro gli ospiti aprono le pagine del loro cuore all'amore, cercando la donna amata, presentata attraverso questi versi come una donna-natura: "dove sei amore mio?" "ed ho visto il tuo volto: profumo d'alloro. Odore di zagare e rose: sorridi come il girasole", la rosa è soprattutto simbolo della bellezza e dell'amore terreno.
"Furiosa libellula al sole: fuggita per sempre.", " andava via con le stagioni verso albe più belle: le mie mani, il mio cuore, la campagna tutta, respirano lei."
Qui il verbo presente sta a significare quanto ancora la sentano viva e vicina la donna amata. "Parli, odore di fieno, del sentimento più puro, arcobaleno della mia solitudine: primavera di anni e di rose. Volteggiano corone come capelli"
Il senso di smarrimento, di vuoto, di insoddisfazione dell'uomo, l'angoscia, la solitudine che caratterizzano l'esistenza umana, la concezione negativa dell'esistenza, il ricordo della giovinezza inducono il poeta e successivamente i vari ospiti presenti, alla necessità di rifugiarsi in un mondo puro ed incontaminato, in cui seppur ci si isola, la poesia, la solitudine, i ricordi e la memoria non rendono mai soli. Nella poetica di Cangelosi Calogero, il poeta randagio, non c'è astrattezza ma si ritrova la lezione delle cose, della realtà. Il linguaggio non rinuncia alle analogie, ma diventa più accessibile e comunicativo, più colloquiale ed aperto, assume carattere più discorsivo e narrativo. La poesia diventa uno strumento di testimonianza politica e di polemica sociale.
È significativa inoltre la volontà dell'autore di agire per la trasformazione della realtà e per la realizzazione di un mondo migliore attraverso un'accorata meditazione sulla sorte degli uomini. Si può arrivare alla conclusione che la soluzione o meglio il segreto è ...
"volersi bene per sempre."


In copertina: Maria Luisa Robba, Antica specchiera, disegno

Giorni senza ore

“Il tempo raffredda, il tempo chiarifica; nessuno stato d'animo si può mantenere del tutto inalterato nello scorrere delle ore” (Main).
Questa eccelsa opera di Cangelosi Calogero è una immersione in apnea nei sentimenti, negli stati d'animo, nella fattispecie di un ricco feudatario, rimasto ormai solo, senza la sua adorabile donna. In ogni verso di queste poesie ricorrono temi quali la solitudine, il dolore e il poeta-narratore si ritrova in totale assenza della sua donna “io l'amo e lei non mi ama”, in totale assenza di amicizie, “Ho trovato insulti e umiliazioni..”.
Così come, nella poesia di Pascoli, che nasconde il significato simbolico della solitudine, intesa come abbandono, essere lasciati soli, allo stesso modo, si rispecchia la condizione del nostro soggetto in esame, “Resta un aratro senza buoi, che pare/ dimenticato, tra il vapor leggero”, “l'aratro in mezzo alla maggese”.(Pascoli).
Il nostro protagonista si trova in una tristezza eterna, non ci sono lancette che scandiscono sorrisi, felicità, ma il poeta è “vuoto ormai di giornata”, “ho cullato sogni strappati alle sofferenze e al dolore”. Il possidente può solo cercare nella catarsi dei ricordi “i giorni del sorriso e della compagnia”, “Momenti che il tempo pianta come chiodi”. Infatti tutta l'opera poetica è attraversata da un climax di positività e negatività alternato, in cui il libero sfogo dell'animo travagliato si intaglia in un linguaggio superlativo. Ritroviamo come liriche paradigmatiche: “Bussare a porte chiuse” per poi passare a “Aspettare e credere”, “Il Cammino lungo il viale”, “Il viale dei fiori e del sorriso”.
Ciò che si vive in questa silloge è un dramma che oscilla tra ζωής καί θανάτου del cuore del poeta stesso, perché il suo amore è vivo, ma egli può solo rievocare il passato che non coincide più nell'attuale realtà. Nonostante tutto, egli è capace di grandi gesti per riconquistare l'amore perduto: “spezzerei i silenzi, combatterei il male.”. Intanto si rifugia nella scrittura, àncora di salvezza per non sprofondare negli abissi e risalire in superficie, con la speranza nel cuore. “Dammi un minuto vestito di cento anni impara a sognare…”. Fortificato dall'asprezza del vivere. “S'impara su ferite che arrivano al cuore fame e solitudine.” In contrapposizione alla sua statica situazione di agonia sentimentale del nostro facoltoso, coscienzioso e consapevole della sua tangibile situazione, l'opera stilistica è del tutto versatile, multiforme, incisiva e coinvolgente. In forma libera senza schemi e rigidità ma con un'elasticità metrica che rispecchia quella mentale del poeta, forse pure vecchio negli anni ma giovane negli impulsi e nell'ardore.
Queste preziose pagine sono un'esemplare immagine di come l'uomo può restare intrappolato nella rete delle proprie emozioni, dei ricordi, dell'amore a cui non si comanda ma inevitabilmente e ineluttabilmente tutto ciò fa di un uomo l'Uomo e queste sibilanti sussurri di turbamenti non possono che risiedere in un cuor gentile come quello del nostro autore/personaggio.


Esemplari strofe in dialetto siciliano e lingua italiana di Cangelosi Calogero

 

Queste due liriche del nostro poeta Cangelosi Calogero “Guardaomu” e “La mula e li quartari”, prese dalla raccolta “Tampasiannu”, sono un esemplare esperimento di commistione tra dialetto siciliano e lingua italiana. Soltanto una colta cerchia di poeti, coglie l'essenza poetica attraverso anche l'uso del dialetto.
Nel “De vulgari eloquentia” di Dante Alighieri , si dice che “II volgare siciliano si acquistò fama prima e innanzi agli altri per il fatto che molti poeti indigeni poetavano in siciliano e per il fatto che la corte aveva sede in Sicilia è accaduto che tutto ciò che si è prodotto di poetico prima di noi fu detto siciliano”.
Le strofe delle poesie quivi presentate, in una dimensione del tutto naturalista, affrontano temi impegnati che vengono sicuramente addolciti dal ritmo dialettale.
Nella prima poesia “Guardaomu”, particolare è l'accostamento dell'animale , che facilmente si adatta e si mimetizza con l'ambiente circostante, all'uomo che vive la sua vita adolescenziale con spirito frivolo,”si pigghia lu suli e si stinnicchia”, ma resta sempre in guardia proprio come il Guardaomu “si movi e si canzia “ tanto da prendere poi consapevolezza dell'incertezza del domani, delle prospettive lavorative, così si dispera..”iri sbattennu la testa petri petri.”.
Nella seconda poesia invece, abbiamo un quadro iconografico di una giornata lavorativa piuttosto faticosa , in cui oltre al dato visivo che potrebbe raffigurare ad occhio nudo su una tela, viene sapientemente dato adito anche agli stati d'animo dei personaggi, alla voglia di sperare “chi fussi l'annata giusta.”. Ma dopo lo sforzo lavorativo, ci si concede allo svago, “s'abballa 'nta la casa d'un parenti”.
Le strofe tra parentesi in italiano, che entrambe le liriche mostrano, fanno un po' come da voci spie, voci della coscienza, della presa di realtà che mostra tutte le sfumature del riso, del pianto e delle fatiche.
Cangelosi Calogero ha mostrato di saper creare un mélange equilibrato, con un'abilità encomiabile del tutto singolare, sia dal punto di vista stilistico che contenutistico. Il poeta Randagio è un poeta dalle mille sfumature particolareggiate e il suo è un variegato linguaggio del cuore poetico.


Guardaomu

Supra la sirba un guardaomu
si pigghia lu suli e si stinnicchia.
(Ricordi quando i libri erano il tuo pane 
  ed il futuro non entrava nei tuoi pensieri.)

Lu suli va scinnennu finu a 'nterra
e la serpi si movi e si canzia
si vidi ummiri passari
si scanta chi la nocinu.

(Lo studio in posti diversi.)

Pinzari sempri a un postu di travagghiu
e iri sbattennu la testa petri petri.


La mula e li quartari

La mula cu li canceddi aspittava
lu nicu 'n gruppa e lu patri davanti
la birvatura luntanu
e la spiranza ch'un mori mai:
sempri un pinzeri nni la testa  
spirannu chi fussi l'annata giusta.
Stasira grida unu di luntanu  
s'abballa 'nta la casa d'un parenti
chi fa' viniti?
(...Il giorno si tinge sempre di tanti
colori che alternano riso, pianto e le fatiche.)



Un viaggio errante di Antonina La Menza incontro a Randagio in cammino

Gettarsi a capofitto in un libro è come intraprendere un viaggio  verso l'ignoto dove la realtà è  più soffusa e particolareggiata, tanto da stimolare l'attenzione del lettore e permettergli di uscire dai suoi luoghi comuni e conosciuti e  liberarsi  e librarsi verso alti pensieri. 
I tempi a volte corrono troppo velocemente così le parole, le speranze, le illusioni strisciano e pervadono lancinanti Randagio e con lui anche i suoi appassionati lettori. Noi come il nostro protagonista dovremmo approcciarci come peregrini erranti nei confronti della vita, ed essere pronti a cambiare prospettiva  per il bene proprio e della nostra collettività come alcuni personaggi tipizzati che Randagio mostra nei racconti, pronti a ravvedersi perché tutti siamo utili a tutti, nella fattispecie il signore Pienodisè che nel brano " I fiori della bontà" è un uomo molto egoista, poi dopo essersi trovato a gridare aiuto promette di aiutare il prossimo, di leggere qualche libro, ma natura aiutandolo risponde :"non ti chiedo niente, un consiglio, ascolta il tuo cuore ogni tanto..", sottolineando il nostro autore con destrezza, la gratuità della buona azione. Il nostro Randagio fa delle esperienze del tutto particolari nei sogni e  noi leggendo queste pagine meravigliose entriamo nel suo mondo dei sogni. Il sogno è la «via regia verso la scoperta dell'inconscio» Freud, è quella produzione psichica che è caratterizzata da immagini, percezioni, emozioni che si svolgono in maniera irreale  o per meglio dire, possono essere svincolate dalla normale catena logica degli eventi reali, mostrando situazioni che, in genere, nella realtà sono impossibili a verificarsi. Queste novelle educative, sono un viaggio verso un mondo cercato nella realtà allontanandosi da ogni sé, ed è proprio qui che  le storture si correggono: nel sogno. Il sogno di Randagio è un'allegoria, un altro parlare dunque. 
Nel primo racconto d'apertura si sottolinea un tema molto importante, Randagio che trova ospitalità in una piccola abitazione, in cui si trova in quel nucleo familiare comodo e confortevole anche la figura rassicurante e calda della Nonna. L'ospitalità che trova il nostro giovane, assomiglia molto a quella greca in cui  quando qualcuno bussava alla porta, il padrone della casa greca correva ad aprire e, se l'ospite diceva che aveva fatto un lungo viaggio, il padrone gli offriva la cena, un bagno e la camera più bella. 
Randagio, seguito da una cerchia di amici, il cane P. e  Libellula TVB, si muove lentamente non solo in mezzo a pietre e terra bagnata ma egli si insinua nella nostra immaginazione travalicando ogni semplice quotidianità, ogni realtà e ci insegna a sognare, a vivere con etica morale e secondo sani principi. In questo contesto infatti, che all'apparenza può sembrare molto spicciolo, si evince sempre a fine racconto una morale che bisognerebbe traslare in ogni nostra azione e/o pensiero. Si affrontano temi molto attuali, in cui natura- bambino-poesie e tutto ciò che è puro fragile e ricco di genuinità si alleano. Nella spensieratezza di "Allegria di giochi" in cui i bambini costruivano giocattoli, o li inventavano all'incertezza del futuro quando si dice: chissà se tornerò di nuovo nell'allegria dei giochi? Si affaccia ..il suo domani lontano appeso ad una nube all'orizzonte”. In “Nuvole e poesia” si affronta il tema della ormai lontana abitudine nell'uomo a leggere poesie, a sfogliare i libri, ciò viene affrontato con grande maestria in un racconto molto innovativo e fantastico, ogni nuvola era una poesia e la città si stava oscurando, ormai era triste e cupa, così un giorno un bambino cominciò a leggere una poesia in una nube e piano piano ognuno fece così  fino a che la città apparve nuovamente colorata come prima, da ciò si evince  che per uscire dalle tenebre dell'ignoranza, bisogna prendere esempio spesso dall' innocenza dei bambini.
Anche e soprattutto la poesia diventa un tema rilevante, perché il destino dell'uomo verso la salvezza di se stesso e dell'altro è l'ineluttabilità del logos ”ascoltate le poesie, fermatevi, trovate il tempo ogni tanto”, “uomini e donne vestite a poesia”.
Randagio in cammino verso la Landa delle poesie trovatosi davanti un portone trova scritto: “poeta/ nome fatto di rugiada/ e di stelle cadenti”.
Si parla dell'amore universale, dell'altruismo..” l'egoismo non crea, distrugge..”..”il poeta e la pace cammineranno sempre insieme!” bisogna essere sempre amici, sussurra una farfalla, il mondo è poesia”, “la poesia ci salverà”,“ le persone hanno abbandonato i sogni“ "le facili distrazioni si attenueranno “ ritrovare se stessi in una sana lettura”  “è il trionfo della lettura--" In "Randagio e gli alberi "- l'albero: "vai a casa, porta un libro, leggi cinque pagine accanto a me .. se torni ancora porta sempre un libro con te".. "non dimenticare le poesie ", "Libellula TVB " ti voglio bene .. Bisogna sempre volere bene e regalare un sorriso, una stretta di mano, una carezza affettuosa: c'è tanta solitudine e tanta cattiveria"...chi legge poesie ha tutto ciò che desidera".
Questi racconti sono immersi nella verde conca, la natura predomina in ogni racconto, descritta in modo sublime, viene fatta vivere ogni sfumatura di verde in modo spettacolare. La natura è inoltre personificata, e umanizzata. 
Neve che lenta cadeva ridendo, il vento rumoreggia, profumo di terra riempie il cuore di gioie vetuste, la natura si veste, timido sole, il melo dondola.
Il vero che interessa a Randagio è il vero sociale, la natura è entità benefica e positiva perché produce solide e generose situazioni che rendono l'uomo capace di virtù e grandezza. Randagio cerca di ristabilire sul piano dell'immaginazione quel rapporto primitivo e diretto con la natura che la civiltà e la ragione distruggono. Questi racconti possono essere ricondotti per certi aspetti alle "Operette morali" di Leopardi perché hanno anche un argomento filosofico, la prosa anche qui narra con prospettiva mitica e allegorica le vicende dell'uomo, l'illusione antropocentrica, il mito del progresso rovesciato dalla cultura delle parole. D'Annunzio così diceva: "il verso è tutto. Nella imitazione della Natura nessuno strumento d'arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obbediente, sensibile, fedele..." 
La terra in questi racconti oltre ad essere soggetto vivo e partecipe in ogni situazione del nostro protagonista Randagio, è anche oggetto di lavoro per gli uomini, asseconda ogni aratura dell'uomo, infatti si legge nei racconti-prosastici: ”La sua vita e la famiglia legati da sempre al duro lavoro, alla sua terra,"“acqua e freddo non fermano il dovere e gli animali vanno accuditi. Paglia, fieno, pulizia delle stalle.” In questi racconti il nostro autore mostra attraverso un narra-verso tradizioni popolari, una prosa con un certo spessore, un realismo linguistico  intessuto in un siciliano molto armonioso e ritmico, non volgare ma parole che evocano tempi passati, abitudini molto intrinsechi alla sua vita: “zabbina”, "bummuliddu”,"cannulicchi di zabbara”,“la maidda”, "pagghiaru", "parpagghiuna”, “vardedda”, usi e costumi di giochi poveri e semplici, della fossetta, della corda "ciappidduzza”,“ammucciareddu”. 
Cangelosi Calogero con dolce melodia non solo nelle parole, ma anche nel cuore, epicentro di furore d'amore, esibisce un gusto del vivere audace e coraggioso, senza falsi miti e senza dissacrare nulla, ma solo l'uomo libero da ogni catena mentale, fertile humus sarà libero di guardare gli orizzonti della propria coscienza, seminare frutti e capace di cogliere il giusto mezzo. Cominciando da queste novelle ci si incamminerà non solo incontro al trionfo della lettura, perché l'uomo spesso, zoppo e manchevole in consonanti dell'alfabeto ma anche verso il trionfo dell'uomo umanizzato e alfabetizzato in sentimenti e nobiltà. 


Versi "Tra vento e tempesta" di Cangelosi Calogero sotto l'occhio critico  di Antonina La Menza

 

"Hai un metro mentale che risponde solo alle tue misure /esci da te." ...
Dal mare in tempesta che infrange le emozioni e il vento spalanca finestre a ricordi perduti nel tempo. 
L'autore di queste sorprendenti liriche, Cangelosi Calogero, mostra un mondo fatto di vecchi uomini  abbandonati al loro destino, "distruzioni, guerre e fame senza limiti, bambini sperduti  nel sogno dimenticato, vecchi abbandonati, malati sempre più soli.", che si rifugiano tra reminiscenze, speranze, nostalgie. Questi uomini riuniti ripassano attraverso i loro versi i momenti tempestosi e tranquilli trascorsi perchè le emozioni sono il sale della vita di ciascun uomo. Il titolo dell'opera "Tra vento e tempesta" sembra quasi un ossimoro se accostato alla copertina del libro stesso, perchè quest'ultima rievoca invece tranquillità, fermezza di un passato vissuto. Sembra quasi che l'autore voglia aprire quel cancello e fuggire dalla recondita burrasca  per ritrovare quella pace non solo interiore, che da sempre sta cercando ma, che soprattutto auspica a livello universale.  
Al centro di un tavolo c'è sempre  un quaderno con pagine bianche e ogni ospite scrive versi suggestivi .. "l'onda dei pensieri dove nidi di ragni sbattono le ali di insetti.", "Un cervello inquadrato non esce da schemi ". 
Questi versi di realismo crudo e volutamente scioccante, sembrano  un riecheggio della lirica "Spleen" ... "E muto e ripugnante, un popolo di ragni  tende le proprie reti dentro i nostri cervelli; " Lo spleen non è altro che un malessere esistenziale, di una incapacità di reagire alla noia devastatrice. Sì, infatti questi signori anziani, si rifugiano in un casolare presso un villaggio poco popolato, e nei loro versi si nota una contrapposizione: alla staticità della loro vita, ferma e immobile, assuefatti da ricordi, c'è una lirica invece incalzante, crescente e travolgente sia nella forma che nel contenuto .
"Un vecchio seduto davanti la porta fuma la pipa e non pensa.", "ma l'uomo che gioca con le pozzanghere ignora la voce del vento ed aspetta risposte".
La laboriosità degli animali, espressa in questi versi con diverse personificazioni e prosopopee, si contrabilancia all'inerzia dell'uomo stanco: "una formica costruiva castelli mentali: tunnel inesplorati architetture. Il saggio seduto sulla sedia, vento e pioggia, non  si sposta di un millimetro:..." 
Addirittura il lombrico è più sveglio dell'uomo stesso.."il rumore del lombrico  che lento si muove per assaggiare i sapori della vita.", "Verrà l'ape a ripopolare il mondo". 
L'ape in diverse culture simboleggia la parola e l'eloquenza, può essere inteso anche come simbolo della poesia e dell'intelligenza. Dunque potremmo secondo una interpretazione in senso lato intendere una ripopolazione della parola tra gli uomini, non più lasciati al loro silenzio assordante, una ripopolazione di poesia e regalità da parte di un animale nei confronti degli uomini. Proprio nelle poesie si dà importanza alla poesia: "La poesia tocca il dolore di anime in pena" e anche alla  funzione del poeta : "Poeta dammi una  mano per amare il mondo!"
Il mondo deve essere custodito, protetto, e si evince un'esortazione da intendere rivolta proprio al lettore: "aiutali a salvare il mondo: è anche tuo.", perchè ormai ci sono "rami secchi di ulivo." Da questi versi così tristi e spenti però il nostro poeta accende la speranza "purificati sotto la pioggia-tempesta e cerca il mare all'infinito: impara a sognare.", "impara a vivere.", "Regalati una chance. Cambia le ruote del cervello." infatti " essere soli 'infinito' malattia senza tramonto".
Si mettono in rilievo valori e principi di cui il mondo attuale dovrebbe disintossicarsi e liberarsi dallo spleen predatore: "L'egoismo non paga: hai perso gli amici per sempre." 
  Nell'ultima parte del libro gli ospiti aprono le pagine del loro cuore all'amore, cercando  la donna amata, presentata attraverso questi versi come una donna-natura: "dove sei amore mio?" "ed ho visto il tuo volto: profumo d'alloro. Odore di zagare e rose: sorridi come il girasole",  la rosa è soprattutto simbolo della bellezza e dell'amore terreno. 
"Furiosa libellula al sole: fuggita per sempre.", " andava via con le stagioni verso albe più belle: le mie mani, il mio cuore, la campagna tutta, respirano lei."
Qui il verbo presente sta a significare quanto ancora la sentano viva e vicina la donna amata. "Parli, odore di fieno, del sentimento più puro, arcobaleno della mia solitudine: primavera di anni e di rose. Volteggiano corone come capelli"
  Il senso di smarrimento, di vuoto, di insoddisfazione dell'uomo, l'angoscia, la solitudine che caratterizzano l'esistenza umana, la concezione negativa dell'esistenza, il ricordo della giovinezza inducono il poeta e successivamente i vari ospiti presenti, alla necessità di rifugiarsi in un mondo puro ed incontaminato, in cui seppur ci si isola, la poesia, la solitudine, i ricordi e la memoria non rendono mai soli.
  Nella poetica di Cangelosi Calogero, il poeta randagio, non c'è astrattezza ma si ritrova la lezione delle cose, della realtà. Il linguaggio non rinuncia alle analogie, ma diventa più accessibile e comunicativo, più colloquiale ed aperto, assume carattere più discorsivo e narrativo. La poesia diventa uno strumento di testimonianza politica e di polemica sociale. È significativa inoltre la volontà dell'autore di agire per la trasformazione della realtà e per la realizzazione di un mondo migliore attraverso un'accorata meditazione sulla sorte degli uomini. Si può arrivare alla conclusione che la soluzione o meglio il segreto è... "volersi bene per sempre."


Amabile rassegna sul dialetto siciliano in Poggioreale

Il Comune di Poggioreale importante telaio del "salva cultura", ricama copiose manifestazioni ed eventi, all'insegna della voglia e della capacità di fare.

In una giornata ricca, frenetica e dinamica, all'interno della ventesima Sagra della Ricotta e Mostra dei Formaggi della Valle del Belice, l'11 maggio del 2014 si è inserita melodiosamente come nota accordata e ritmica, la Rassegna di letteratura dialettale e musica siciliana: ”Il Dialetto Siciliano: Un linguaggio da salvare”, questa svoltasi nel luogo nevralgico della cittadina, quale la sala consiliare "Cangialosi" presso il municipio.
Tale manifestazione patrocinata dal comune del paese stesso, a cura del poeta poggiorealese Cangelosi Calogero (Il poeta Randagio), si è avvalsa del contributo molto valido e dell'idea del dott. Pippo Pappalardo, cultore del dialetto siciliano.
 La rassegna presentata da Antonina La Menza e Mariano Pace, ha visto i poeti C. Cangelosi, F. Luzzio, G. Maniscalco, P. Monteleone, A. Pagano, G.Schiacchitano, L.Tumminello, G. Zummo,  che hanno recitato ciascuno rispettivamente due poesie, una propria e un'altra della letteratura dialettale classica. Francesca Zummo ha letto una poesia di P. Azzara, R. Loria ha letto una sua poesia. 
I versi poetici sono stati inframmezzati da alcuni brani musicali del Coro della Chiesa Maria SS. Immacolata: "E vui durmiti ancora" e "Sicilia, Sicilia", il Maestro Tusarolo accompagnato dal maestro Giacomarro con la canzone "Mi votu e mi rrivotu", e  uno spaccato musicale di chitarra classica "Tema e Variazioni op.9" e "Capricho Arabe" dal giovane Leonardo  Labita.
All'evento una interessante relazione ha visto protagonista il dott. Pappalardo, ideatore di questo format, che egregiamente ha evidenziato aspetti peculiari del nostro dialetto siciliano con una esposizione cronologica, storica della linguistica e morfologica  su alcuni termini dialettali: "Oggi il dialetto siciliano vive tra persone anziane e muore tra i giovani", preconcetti e stereotipi sul popolo siciliano hanno denigrato il nostro dialetto. 
Il dott. Pappalardo ha ricordato una frase del Pitrè "nel dialetto c'è la storia del popolo che lo parla". Facendo alcuni esempi di parole siciliane che derivano dal greco "strummula", "bummulu", dal latino, dal francese e germanismi come “Vastedda”. 
Il prof. Gaetano Zummo è intervenuto rammentando anche una frase di Dante Alighieri che considerava il dialetto siciliano come uno tra i più illustri volgari italiani del suo periodo.  In chiusura il Sindaco Lorenzo Pagliaroli ha affermato come la Valle del Belice stia diventando il centro di attrazione culturale e nel caso specifico Poggioreale sta facendo la sua parte, inoltre il Sindaco ha asserito come questa manifestazione si è  al meglio intercalata  in una giornata di tradizione culturale-gastronomica. Oltre all'intervento del Presidente del Consiglio Comunale Mimmo Cangelosi, il poeta Cangelosi Calogero ha spronato la platea dicendo che si partecipa alle manifestazioni poggiorealesi non per simpatia "ad personam" ma per valorizzare tutte le risorse culturali del paese stesso, il parroco Don Vito Saladino ha affermato come è necessario ed urgente questo tema e che occorre rivalutare la cultura che inestricabilmente è legato alla "coltura". 
Poggioreale riesce ad essere seducente e "prendere per la gola" non solo i ghiotti, ma a presentare un gourmand convivio  anche attraverso la buona e sana cultura.
Ponendoci l'interrogativo del relatore Pappalardo: "Come può sopravvivere la letteratura se si perde la lingua?", ci diamo appuntamento alla prossima sollecitante pagina di folclore.

Foto di Salvatore La Menza


LABORATORIO 1:
AL BALCONE DELLE ETÀ


Scivola l'acqua del mare
scivola e canta 
sta una donna al balcone
la donna è stanca
cerca nei fiori un sorriso
il figlio perso in guerra
canta un passero lontano
in cielo ancora una stella
aveva lunghi capelli
e vent'anni pieni di gioia.
Andava all'acqua al fiume
e sorrideva al vento.
Vecchia al balcone di sera
spunta una rosa-poesia
la vita, il silenzio:
profumo di un gelsomino bianco.


LABORATORIO 2:
CANTA E BALLA


Cantaparola
canta e balla
c'è una ragazza
che guarda il sole
lunghi capelli
gli occhi belli
sta al balcone
ad aspettare.
Cantaparola
canta e balla
alla nonna
che sorride
ai nipoti
alla vita.
Torna il vento
torna l'inverno
chiude il balcone 
la ragazza.
La parola 
non balla più.
Cantaparola
canta e balla
un'altra ragazza
aspetta l'amore.

Lo sperimentalismo della parola
in Cangelosi Calogero

Nel tempio della poesia di Cangelosi Calogero, il poeta randagio, c'è sempre una nuova luce, una nuova visione di vedere e comunicare ai suoi lettori appassionati. Innovativo, vivace e melodico non solo nel contenuto ma anche nella forma lirica. In queste poesie l'autore rifiuta la forma espressiva tradizionalmente usata, ma  si focalizza su un linguaggio libero, scorrevole e alternativo. 
Il poeta presenta le due opere i cui titoli sono: "LABORATORIO 1: AL BALCONE DELLE ETÀ" e "LABORATORIO 2: CANTA E BALLA", come delle filastrocche ma con un contenuto sostanziale molto profondo.
Nei due carmi troviamo non solo  la contrapposizione  dei personaggi, nella prima una donna vecchia e stanca e nella seconda una ragazza, ma troviamo anche situazioni diverse, infatti mentre la vecchia attende il figlio andato in guerra, e si mettono in luce bellissime immagini di cartolina: "profumo di un gelsomino bianco.", inoltre il tempo verbale  utilizzato è al passato, nella seconda lirica invece una ragazza aspetta l'amore e inoltre molti verbi hanno come soggetto la parola: "La parola  non balla più... canta e balla". Il tema dell'amore, del figlio andato al fronte, sono temi che  molto ha decantato l'autore in altre sue opere, allora qual'è l'originalità, la genialità? La bellezza di queste poesie sta nel prendere la parola come fulcro, baricentro, la parola prende forma, gira intorno, fa compagnia "Cantaparola/ canta e balla", la parola che rispecchia lo stato d'animo del personaggio, dell'ambiente "Torna il vento/torna l'inverno/La parola /non balla più."  
Queste due poesie  sono un laboratorio sperimentale. 
La parola è destinata a durare nel tempo, nacque come έπος e si sviluppò come λόγος e in seguito si differenziò nei vari campi del sapere fondendosi con l'arte dello scrivere. 
La sua rilevanza è facilmente riscontrabile nella mitologia e nelle leggende che tramandate oralmente per secoli, rappresentano le origini e i tratti costitutivi dei diversi popoli.
La parola in queste poesie non deve più suscitare sensazioni estetizzanti, ma si propone di rendere dinamicamente la sostanza concreta. Ricordiamo uno dei fondamentali insegnamenti che il maestro spirituale egizio Ptahhopte disse: 
"Per poter essere forte, diventa un artista della parola; perché la forza dell' uomo è nella lingua, e la parola è più potente di ogni arma”. 
 Il nostro autore Cangelosi Calogero è il poeta dalla parola forte in ogni contesto e in ogni forma espressiva in cui si cimenta.

Un recital poetico-religioso nella Chiesa Maria SS. Immacolata di Poggioreale

Foto di Salvatore La Menza

La Valle del Belice anche giorno 23 marzo 2014 si è connessa sulla frequenza di onde di emozioni e come un flusso d'acqua di sorgente, poeti, cultori, amatori del bello e del sublime inarrestabilmente l'hanno irrigata.
In mattinata un gruppo di artisti di Palermo del movimento culturale "Il Sublimismo" cui fondatore è Nino Balletti, si è diretto verso Gibellina per non spegnere mai la fiamma del ricordo e della memoria, non solo dei terribili ricordi del '68 ma, anche delle bellezze architettoniche a cielo aperto che si trovano proprio a Gebel-Zghir ("piccolo monte").
Infatti grazie al Presidente della Pro loco Sergio Zummo e alla sezione Fidapa di Gibellina (Federazione Italiana Arti, Professioni e Affari), cui presidentessa è Marianna Eliana Navarra, si è potuto fare un flash -tour sui monumenti presenti in questa terra: la stella di Consagra che rappresenta l'ingresso al Belice, il teatro Consagra, la Torre Civica, la Chiesa Madre, una serie di piazze, il museo "Belice : epicentro della memoria viva" in cui si può ammirare la temporanea mostra fotografica di Toni Nicolini, è un luogo che racconta le speranze e le lotte per la democrazia e la ricostruzione del Belice, infine "Il Cretto di Burri", lenzuolo bianco che ricopre le macerie del terremoto, ma che svela al tempo stesso l'ombra della reminiscenza.
Successivamente nel primo pomeriggio, il Tabernacolo della Parrocchia Maria SS. Immacolata di Poggioreale ha custodito i versi poetici di vari artisti, così da suscitare nei cuori dei tanti presenti la contemplazione della bellezza.
In questa mistica manifestazione di grazia, aleggiava l'impellente necessità di condividere, o per meglio dire mettere in comunione con gli altri, una bellezza che ha spalancato le porte verso un Mistero più grande.
Il recital di poesia sacra "con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente. Viaggio nelle vie estatiche del bello", è stato fortemente voluto dal parroco Don Vito Saladino di Poggioreale, con la collaborazione straordinaria di Cangelosi Calogero il poeta randagio e gli interventi di Giorgio Fiammella, Gaetano Zummo e Alessandra Balletti.
Antonina La Menza ha presentato i vari poeti che numerosi hanno accolto l'invito, provenendo da Santa Margherita di Belice, Poggioreale stessa, Palermo, Casteldaccia e da Menfi, invece gli interventi musicali-canori sia del coro della Parrocchia che del musicista Leonardo Labita, di Piero Manfrè e del violinista Mausner Aldo sono stati introdotti da Mariano Pace. La comunità Poggiorealese si è mostrata molto accogliente. Tutta la manifestazione è stata presieduta dal Sindaco Lorenzo Pagliaroli e dal Presidente del consiglio comunale Mimmo Cangelosi, lanciando un messaggio forte di come la cultura deve essere e può essere percorribile da tutti i fronti: religioso, civile e politico.
In questa manifestazione nella chiesa di Dio, massima paladina della sapienza e del sapere si è reso visibile ciò che di più intimo c'è nell'animo umano, come diceva Saba "L'opera d'arte è sempre una confessione". Don Vito Saladino prima dell'inizio del recital ha letto una parte dell'OMELIA DI PAOLO VI del 7 maggio 1964 e si ricordano queste parole:"Noi abbiamo bisogno di voi. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio, voi siete maestri.". Gli artisti si sono tolti la veste che indossano nel palcoscenico del successo personale, i drappelli esteriori e hanno gratuitamente donato la parte migliore della loro performance nelle arterie della bellezza. Nel canto I del Paradiso, Dante afferma che in realtà tutte le cose sono belle e in tutti gli stadi della realtà è partecipe la bellezza perchè c’è l’impronta di Dio: «Le cose tutte quante/ hanno ordine tra loro, e questo è forma/ che l’universo a Dio fa simigliante».
Come dove c'è un bambino ci sono sempre due braccia calorose pronte a proteggerlo, curarlo, sollevarlo, noi possiamo immaginare così la cultura come questo bimbo che va cresciuto, custodito e reso libero e la madre, la calda coperta è la Valle del Belice.
La vite che sta pian piano maturando annuncia un rinvigorimento della cultura stessa che fragile deve essere seguita con zelo e attenzione: la Valle del Belice si sta inebriando di questo calice di buon vino di sapienza.
Come diceva Vincenzo Consolo, "la Valle del Belice, partendo dalla millenaria storia delle sue pietre, e dalla propria antica memoria, oggi rivendica un futuro nel quale non è solo bisogno soggettivo ma è soprattutto un valore collettivo che respira l'entusiasmo di un progresso umano e sociale." Con questo eccelso incontro in Poggioreale c'è stato un grande fervore e concludo lasciando nei cuori di tutti, questi brevi versi tratti da una poesia del Poeta Randagio, letti oltretutto dal Parroco Don Vito Saladino: "Madre /di una sola /scintilla/bisogna /l'anima mia."


In copertina:
Rosalba Urru,
Il silenzio e la farfalla

Il silenzio e la farfalla di Calogero Cangelosi (Il Convivio 2013)
Recensione di Clotilde Cardella

La lettura della silloge di Calogero Cangelosi "Il silenzio e la farfalla" si traduce in una dolcissima esortazione al cuore dell'uomo a recuperare il naturale legame con la terra.
Non è solo il nostalgico ricordo dell'età contadina a guidare il poeta, ma è anche l'uomo di cultura, l'uomo divenuto cittadino ad invitare con la forza delle parole al risveglio dell'uomo.
La natura non ammette tradimenti, la terra genera sentimenti autentici e forze inaspettate, per questo, nella poesia di Cangelosi, i ricordi fluiscono limpidi come acqua che scorre (aspettando l'acqua limpida che corre ed abbevera il mondo).
Il ciclope ha lasciato il posto al giovane speranzoso che, pur lasciando la sua terra, non avrà però perduto il suo coraggio di uomo (ora il ragazzo corre, fiori in mano, e cerca soluzioni al suo avvenire).
Questa è forse la paura di Calogero Cangelosi, che uomini pavidi possano prendere il sopravvento su uomini che hanno invece una marcia in più, ma che, tradendo le loro origini, si assoggettano ad una realtà virtuale (il vento del benessere regala illusioni e non prepara futuri accessibili). L'uomo rimane solo e la solitudine devasta la coscienza, questo è il pericolo della nostra epoca, ma Cangelosi ha l'antidoto (aria di campagna e profumo di terra al sole non conoscono solitudine), quel ritorno amoroso alla vita condivisa, al quotidiano dove anche in assenza di benessere c'è il vero pane della vita: l'amore (è ora che i cordoni si sentano fratelli e salvino il mondo). Per questo il poeta scrive di sé e dei suoi ricordi, per condividere il dono da lui posseduto e, in atto di estrema generosità, ci regala la sua poesia. Scrivere è sempre atto di fiducia negli uomini, perché comprenderne il sentimento ci aiuta ad essere persone migliori e Cangelosi con le sue riflessioni ci aiuta a farlo (cerca le viti giuste, non stancarti mai).
La capacità di ritrovare l'anima del bambino, che vive in ciascuno di noi, rappresenta la chiave di volta della poetica del Nostro, perché sa offrire speranza a soluzioni impossibili in una società il cui "sistema non funziona più". Vivere altrove (tra fili di agrodolce e capelli di eucaliptus), concede riposo agli uomini (nel sorriso dell'ultimo giorno). Quando l'alfa e l'omega coincidono (quando gli opposti si toccano), quando il tutto e il niente si fondono, allora "frequenze parallele incontrano la nostra sensibilità" e, anche partire per non più tornare, avrà avuto un senso (il ritorno, domani o mai).

 

La dialettica dell'uomo ne Il silenzio e la farfalla (Ed. Il Convivio,2013)

di Antonina La Menza

Il libro "Il silenzio e la farfalla" di Calogero Cangelosi gorgheggia versi di poesia aulica, tutt'altro che silenziosi.
La mente del lettore fantastica immagini di vita sfavillanti, altalenanti tra passato e futuro, realtà e sogno, speranza e chimera. 'Il poeta randagio' è capace di fare intravedere, al di là del percepibile con i sensi, il vero volto delle cose, come in filigrana: un significato che di solito sfugge all'occhio umano, ma mai all'occhio attento del poeta vate.
La natura è una nota costante nel pentagramma di queste meravigliose poesie, contrapponendosi e proponendosi come alternativa alla città. Si tratta di una natura che, nel contempo, dovrebbe accogliere senza discriminazioni i più deboli e gli indifesi: una vecchietta, un bambino ecc.
Questi ed altri personaggi dei versi sono emblemi di profonde riflessioni e temi mai scontati. Il ritmo della natura riempie i silenzi dell'uomo e lo consola dagli interrogativi senza risposte. Anche l'acqua, elemento primordiale e fonte di vita, trova ampio spazio nell'elaborazione letteraria come proiezione di pulsioni inconsce (acqua=vita), come emblema significativo del rapporto uomo-natura: "Una nuvola bianca /../ canta motivi antichi" (Iter, storia di un viaggio senza ritorno), "E lo spruzzar d'acqua e di pietre ricrea suoni arcobaleno" (Il silenzio degli alberi).
Il nostro vate 'immaginifico', ossia creatore di immagini suggestive e di atmosfere incantatrici, è capace di coinvolgere il lettore in un mondo di sensazioni irripetibili, facendogli 'sentire' la magia della natura e suggestionandolo nella musicalità dei versi: "Dolci tintinnare di zappe / Concerto alla vita dei grandi perché" (La corsa). Poi, all'improvviso, la musicalità si interrompe e, come quando le corde di un violino stridono, il lettore è catapultato in un mondo senza sogni, di passeggiate senza ritorno, in cui il rumore dei camion spezza la naturalezza riportandolo alla realtà. Se prima c'era un mondo di ricordi fatto di fiabe e di favole che regalavano sogni e speranze a bambini e uomini, svelando un mondo più buono, oggi le "farfalle svolazzano sibilando: un giorno finirà" (Angolature).
Gli uomini non riescono a trovare nella fatica lo spirito della soddisfazione: un tempo si lavorava in campagna, si faticava e il sudore abbelliva le fronti dei contadini che cantavano per alleviare la stanchezza. Molte liriche sembrano rappresentazioni pittoriche dell'artista Millet, pensiamo alle "Spigolatrici", così in Cangelosi ritroviamo: "la zappa apriva la terra ed invitava a nuovi frutti" (L'amaca e il cardellino), "..dove passeri cercano gli ultimi chicchi di grano / da spighe sfuggite alla falce" (Pianta sulla pianta). La sera si imbandiva la cena d'amore perché bastavano i sorrisi, i sogni. Invece oggi si è stanchi anche di chiedere aiuto e ci si ritrova soli, ma sorridere soli fa male, così mentre una vecchia canta, una giovane dorme: "è un mondo dei sospesi, delle incertezze, senza avvenire" (Acqua).
A tutto questo sfugge la natura che prima era protagonista e adesso fa da sfondo, senza mai uscire di scena, come un cielo che è la culla delle stelle. Cangelosi mostra la precarietà dell'estrema condizione dell'uomo al giorno d'oggi. Mentre un tempo c'era appetito di vivere, oggi ci sono pance piene, ma tutto il resto è vuoto, cosicché l'uomo vive in un mondo lacunoso.
In questo libro ritorna la consonante sempre alla ricerca di vocali, non più zoppa (come nella precedente raccolta del Poeta) ma sola, non ha più voce, non si hanno più storie da raccontare, adesso c'è il silenzio che pervade l'ego dell'uomo. Il rischio è il ripetersi del male e della miseria. Sfogliando tra le pagine del libro, la poesia Il sorriso del nespolo riporta un accostamento al romanzo I Malavoglia, in cui Verga vede la società come una sorta di giungla intricata in cui gli uomini succubi della sopraffazione sono costretti alla sopravvivenza. Anche in Cangelosi è presente il perdurare delle burocrazie nocive nel mondo. Gli esìli allontano gli uomini dal vivere bene, dal vivere verde, e così come la famiglia del romanzo di Verga sognava di acquistare la casa del nespolo, nelle poesie del nostro poeta randagio "il sogno cammina sui rami del nespolo".
Dunque, bisogna estraniarsi dalla mischia e ritornare all'essenza della vita, la quale si ritrova nelle cose più semplici, negli affetti più cari: nella famiglia. L'ultima parte del libro racconta di guerre, pianti e dolori, speranze affacciate al mare. Nel carme Donna madre si presenta "..un ritorno aspettato da sempre.. / i figli dispersi ora sorridono al vento" e si sottolinea la duplicità della donna, che deve attendere due volte, la prima come madre che durante la gravidanza per nove mesi protegge il figlio nel proprio grembo e la seconda come donna in attesa del figlio dalla guerra, (forse) inutilmente. Il poeta si pone interrogativi attuali e mostra una realtà che bussa sempre ai nostri cuori come in La guerra perché? in cui "..una lettera cade per terra /../ (il figlio) non tornerà più." In questi versi c'è l'irruzione di un mondo brutale, che spezza cuori e speranze di un mondo agreste genuino e buono. Inoltre, attraverso la metafora del viaggio, si rappresenta la complessità di trasformazioni della vita umana, intrinsecamente legate all'esperienza, che proiettano l'uomo in una nuova realtà da esplorare. L'uomo si spinge in un universo oscuro, in una dimensione a lui estranea e, attraverso l'esperienza autentica e diretta, plasma e modifica la sua psiche e la sua identità. Alla base di ogni viaggio c'è sempre un'ardente necessità di cambiamento e poi, al contrario, di ritorno alla condizione d'essere precedente, volontà di rottura e desiderio di riconferma di un certo ordine, bisogno di fuga e necessità del ritorno. Si tratta di un nostos, ovvero di un viaggio che si compie su una linea circolare dove il punto di partenza coincide con quello di arrivo: "riaffiora un antico motivo.. / Ritornano gli odori ed i sapori.. / la realtà cancella il ricordo". Cangelosi, uomo di fede e di mille speranze, incoraggia gli uomini ad ascoltare i sibili della propria anima, perché l'uomo ha molto da ascoltare. Lascio a voi la buona lettura in questa navicella spaziale, concludendo con una frase di Sant'Agostino: "Il mondo è un libro e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina".




Una giornata idilliaca tra volteggi di versi e storia

"La cultura non è un lusso, è una necessità."Gao Xingjian

Colline di sulla, distese di campi coltivati e curati, terra di sapori e odori fanno da cornice alla Valle del Belice. Questo ventre verde accoglie la storia del passato, presente e futuro nella loro eternità ed è qui che le coordinate temporali si innestano e la memoria diventa linfa vitale. In tale contesto, proprio il Sublimismo, movimento socio culturale, trova quel terreno fertile in cui i veri valori, semi che germogliano nei cuori di tutti, trovano l'habitat ideale. Il 20 ottobre presso l'aula consiliare“Cangialosi” del comune di Poggiorele (Tp), il sindaco Lorenzo Pagliaroli, ha accolto l'associazione il “Sublimismo”, questi ha coagulato artisti del movimento stesso e del comprensorio, per riscoprire l'Homo Sublimis anche qui, nella Valle del Belice, emblema di cultura e di sofferenza: “Un giorno tra storia e poesia”.
L'evento culturale è stato presentato da Calogero Cangelosi, poeta randagio (detto Gigi), poggiorealese, che dopo tantissimi anni di silenzio, con la partecipazione del circondario, ha organizzato tale giornata in omaggio del poeta Balletti, fondatore del sublimismo.
Nella prima mattinata un gruppo di artisti partito da Palermo, ha visitato le zone del Gattopardo a Santa Margherita Belice, accolti amichevolmente da un gruppo di poeti locali, dunque hanno rispolverato una parte importante della storia siciliana, visitando il Museo del Gattopardo, il Museo delle Cere e il Museo della Memoria prestando orecchio alla voce silenziosa e dignitosa della memoria del terremoto del '68.


Nel pomeriggio invece si è avviata la manifestazione e all'evento le orecchie hanno prestato ascolto ai poeti. Sono intervenuti il parroco Don Vito, Girolamo Cangelosi, Presidente del Consiglio Comunale di Poggioreale e il nostro grande collaboratore poggiorealese Gaetano Zummo. Ancora hanno presenziato la serata il sindaco Lorenzo Pagliaroli, che in tale circostanza ha ricordato come questa cittadina sia ricca di tradizioni e storia che bisogna valorizzare. Infatti proprio l'inno di Poggioreale (autore l'ex sindaco Maniscalco Giovanni), che ha aperto la manifestazione decanta lo stemma di Poggioreale rappresentando: “3 stelle 3 monti, unita alla luce di 3 millenarie civiltà”, il Generale Campanozzi e il poeta Nino Balletti che ha ricevuto una targa dal sindaco stesso e dal presidente del consiglio comunale e Cangelosi Calogero, il presentatore a cui per l'occasione è stato rilasciato altresì, una targa per i suoi 50 anni di vita dedicata alla poesia. Circa il sublimismo è stato letto un articolo dalla giovane poetessa e critico letterario Antonina La Menza e poi la figlia del fondatore del movimento, Alessandra Balletti, ha letto delle poesie espressione di tale movimento,“ La parola svelata è sublimismo” e “Il sogno di tornare”.
Il generale Campanozzi in merito al sublimismo ha asserito che questo si afferma come reazione ad una forza naturale devastante quale il terremoto, e la reazione è stato il buttarsi nella poesia, nella creatività, cogliendo l'essenza di tale sublime, inventare qualcosa di nuovo come gli squartucciati di Nellina Salvaggio, che tra l'altro erano messi in bella vista all'ingresso. Inoltre sempre il generale ha ripreso l'immagine del quadro di Friedrich in cui l'uomo sulla vetta, incarna l'Homo Sublimis, colui che riesce a superare il mare tempestoso e a guardare in alto.
Don Vito ha parlato della ministerialità dell'artista, che con sforzo creativo deve essere “artefice”, ha ricordato pure che il compito del sacerdote è della sintesi e di riconoscere i carismi su una pluralità di ministeri, dicendo “Io sono garante e valorizzatore".
È proprio in questo clima che vari poeti di Palermo, e del circondario di Poggioreale hanno guarnito la serata con i loro carmi, dai temi più svariati, emigrazione, natura, indifferenza, donna, speranza, alcune liriche anche in dialetto. Vi sono stati poi due musicisti Leonardo Labita e Manfrè Pietro che hanno arricchito il tutto con note musicali alla chitarra.
In tale occasione dato l'interesse e la partecipazione dei presenti ci si è ricordati come si può essere culla di eventi importanti , come quel lontano retaggio Premio Elimo, sperando che si spicchi il volo per altri eventi di un altrettanto spessore creativo-intellettivo. Certo ancora molto si deve fare e bisogna farsi trovare con sapienza sublime.
 

Foto di Salvatore La Menza

LE CORDE DELLA VITA di Antonina La Menza
Libro di poesie
Ed. RUPE MUTEVOLE - 2011

C'è nel libro LE CORDE DELLA VITA di Antonina La Menza una lirica: Essere non apparire, che ha tutto il valore di una autorappresentazione molto suggestiva dell'Autrice, donna e poetessa. Parole vibranti che rappresentano un mondo interiore ricco di forti empiti emozionali che il mondo esterno, distratto ed indifferente, non riesce a comprendere e che evidenziano lo struggimento di un contrasto ancora irrisolto di una bambina ormai donna: Sento dentro, il peso della vita eppure ancor leggiadra, gaia, ma con tante rughe dentro...Ho due facce, a tutti sembro ancora con le guance rosse e il viso di bambina, ma la mente ed i pensieri solo io li conosco...Il mio grido rimbomba nell'anima mia e il mio canto libero non ha sfogo.
Mi ha colpito il fatto che l'autrice, nonostante la sua giovanissima età, dimostra una grande maturità interiore ed una elevata sensibilità che, però, a volte, la portano verso la malinconia e il pessimismo tipicamente giovanile, che, tuttavia, riesce a sconfiggere e a superare, rivolgendo lo sguardo all'ottimismo e alla speranza: Diventerò un gabbiano pronto a prendere il volo e a decollare in un posto dove poter scrollare gli anni più brutti e naufragati, e ricominciare proprio da qui.
E ancora, per quanto sembri fragile la sua anima, la poetessa sa trovare la forza e la determinazione nel raggiungimento della sua meta, così come si legge nelle sue rime: Tu sai scappare, ma io so prenderti. Infatti, il suo pessimismo non è mai disperazione e si scioglie dolcemente, come in questi versi: E quelle gocce prima amare sono diventate semi del mio cuore, acqua per fare crescere la vite che c'è in me.
La poetessa detesta la vita esageratamente frenetica, stressante nonché, gli alienanti aspetti e la rumorosità della moderna società dei consumi che la disturbano ed inquietano; lei anela alla serena tranquillità e al dolce silenzio che le permettono di “ascoltare il cuore, per legare idee lontane, raccontare favole, tessere e ricamare sentimenti per tramandarli ad anime in ascolto...

Il livello tematico ideologico dell'Autrice poggia sull'asse paradigmatico: così originano e procedono itinerari dell'anima, problematiche esistenziali, tensione emotiva, conoscitiva e metafisica. L'autrice scrive: L'amore ha già noi, ma noi non l'abbiamo ancora. E poi, parla del dolce mistero che si nasconde nella tempesta: L'Amore Divino.
Nella sua comunicazione, le tematiche viaggiano sulle acque tempestose dell'emotività e dell'inquietudine. La poetessa va alla ricerca di qualcosa che le manca, che colmi il suo vuoto, così la sua ricerca s'incammina per i labirinti sconnessi ed intricati del suo Io, verso quell'introspezione interiore che le faccia trovare la sua reale identità. Le Corde della vita, che hanno dato il titolo al libro, non sono altro che le corde della sua anima sensibile ed inquieta, che vibrano ad ogni tocco delicato o aspro che ricevono dal mondo esterno per alcuni aspetti convulso e tumultuoso, per altri, indifferente ed apatico. Quelle corde pizzicate dall'esterno, a volte emettono il suono di note dolcissime, altre, quello stridulo di note stonate come di un violino scordato, in quella immancabile dicotomia che caratterizza la nostra vita, dove, per intrecci imponderabili molteplici e diversi, il male si coniuga con il bene, la delusione con la speranza, il dolore con la gioia, il fuoco con il ghiaccio....
In questo disegno cosmico, la poetessa cerca l'Amore che umanizza la terra, che porta gioia e calore e conferisce a lei, quella sicurezza e quella forza di cui ha bisogno, come nei seguenti versi:
In questa notte e l'altra e poi per sempre
avrai un posto accanto a me.
Il mio pensiero vola per te,
ti stringo forte la mano...

Poggioreale di Sicilia,14 Dicembre 2013

Gaetano Zummo

LE CORDE DELLA VITA
RUPE MUTEVOLE-SOPRALERIGHE-BEDONIA(PARMA),
PAGG. 63, €10,00

Antonina La Menza è una giovane poetessa, eppure”le corde della vita” hanno già stretto la sua esistenza, avviluppato le sue gambe, hanno già mostrato quanto sia difficile districarle o saltarle per raggiungere gli obbiettivi. Ma Antonina non si avvilisce e nella comunicazione poetica trova la liberazione, così con versi limpidi nel lessico, organici nella strutturazione sintattica ed armonici nella musicalità che li caratterizza, immerge il lettore nei meandri nascosti della sua psiche, gli rivela sentimenti, pensieri e passioni. Il percorso della sua giovane esistenza si staglia subito netta nelle sue precoci delusioni d’amore che la fanno sentire “naufraga “ nel mare. Nella lirica Il naufragio, con la quale si apre la silloge, è proprio questa metafora marittima a significare la sua profonda amarezza e ad indurla ad istaurare un continuo rapporto analogico con i protagonisti dell’Odissea. Così la poetessa vorrebbe “...tessere \ la tela come Penelope ed aspettare”, ma è “...stanca di aspettare “ e vuole cercare un nuovo Ulisse, un nuovo amore che non si fermi “nell’isola di Calipso” . Come tutte le giovani donne che si affacciano alla vita, Antonina ha tanta voglia di amare , anzi il suo cuore rigurgita di tale desiderio e perciò non esita a dare “ la chiave”(pag.23) perché si apra il suo cuore ricolmo d’amore, ma di fronte all’assenza di corrispondenza nasce sofferenza, senso di vuoto, un cupio dissolvi, che ricordano molto la sofferenza di Saffo o di Alda Merini. Non bisogna stupirsi di questi accostamenti così lontani nel tempo, perché l’animo umano è sempre uguale a se stesso, pertanto, pur cambiando i contesti, sentimenti e passioni si perpetuano sempre nei secoli e la letteratura vera può perseguire quel lirismo cosmico di crociana memoria.
Però la sofferenza, nel momento stesso in cui si genera viene superata dalla vitalità, dalla speranza che la porta a guardare lontano e a trovare nella poesia, come già si è detto, l’ancora di salvezza, infatti essa, le “ ...apre \ le ali per...volare senza cadere”(Lasciami comporre, pag 29), o addirittura a cambiare l’oggetto del suo desiderio da fisico in metafisico, infatti, quando “... alla prima rupe \ tutto...è crollato” (L’amore ha noi..,pag 25) le torna in mente la Madonna, come unica possibilità di “cambiare rotta” .
La poetessa La Menza tuttavia non guarda solo se stessa, sa guardare anche intorno a sé e, come il cerchio generato da un sasso buttato in un lago, il suo sguardo si allarga e ora rievoca i suoi cari, ora guarda la società e il mondo. La nonna, a cui dedica anche la silloge, l’amica, l’insegnante, sono cantati attraverso una sorta di flashback memoriale che si carica di malinconia per ciò che è stato e non sarà mai più.” Nella scatola dei ricordi rimangono \ piccole cose,sensazioni, sguardi \ ma le grandi cose invece spariscono \...(Le persone più importanti, pag.53).
La denuncia, l’indignazione e lo scoramento, caratterizzano invece molte delle poesie a carattere sociale, sia quando guarda dalla finestra la massa anonima che si aggira fusa confusa “...alla ricerca di un io” (Per le strade di città, pag.14) e che, chiusa nel suo egotismo,è pronta “a vendersi l’anima \ per arrivare al vertice”, sia quando condanna l’abuso edilizio che deturpa alcune località balneari, o prende voce contro la guerra: “Regni la pace \ non sparare dal cannone \ non sparare” (Patriottica? Pag.41) . Ma non manca neppure l’esortazione alla solidarietà tra razze diverse o al rispetto dei genitori. Insomma, la giovane poetessa La Menza attraverso un iter di crescita interiore prende progressivamente coscienza e consapevolezza non solo del suo io, ma anche della realtà che la circonda e riesce in ogni caso a rivestire anche il prosaico di afflato lirico .

FRANCESCA LUZZIO



La solitudine (vista da Antonina La Menza) nelle poesie:
'Nel vecchio solaio' e 'Ciao' di Calogero Cangelosi, il poeta randagio

La solitudine è stata, fin da sempre, per i poeti una grande compagna di viaggio nel bene o nel male e l'uomo è stato l'habitat ideale di questa, lasciandosi covare nel corpo e nell'anima. Nelle due liriche del poeta randagio Calogero Cangelosi , “Nel vecchio solaio” e “Ciao (storie di un vecchio che passeggiava solo nel parco e parlava ad alta voce)”, la ritroviamo come tema protagonista. Nella prima in contrapposizione al “Passero solitario” del Leopardi, ritroviamo sì il volatile, ma egli non si ritrova ad osservare la primavera né ad ammirare l'allegria di tutto ciò che lo circonda, ma sia l'ambiente che egli stesso, ed è molto triste e desolante e infatti cinguetta evocando ricordi che distruggono il presente e solo nei sogni può vivere una primavera “e lasci ai sogni il progetto di spazi infiniti:... fiori dai mille colori...”
Il passero qui non vola ma ciò che è volata è la vita “per i capelli bianchi“. Il Poeta non vola, si aliena dal reale non per volare, spaziare, librarsi, gioire, ma per rimanere immobile nella solitudine dei ricordi e dunque nella sofferenza, o ancora per sognare nella solitudine come in “Ciao”.
Nella lirica “Nel Vecchio solaio” già il titolo stimola di per sé amarezza e nell'altra “Ciao”, sembra un saluto confidenziale rivolto alla solitudine, piuttosto che tra il vecchietto e la donna immaginaria. Nei due carmi ritroviamo due figure femminili: Concetta viva e sensibile che nel solaio riscopre le sue vecchie bambole, la sua giovinezza dunque e piange mentre l'altra donna in “Ciao” è fredda e silenziosa “non parli, la tua fredda mano...” e il vecchietto la ritrova “come per incanto”, dunque come se fosse una folgorazione, un sogno. Proprio l'isolamento dei tempi di oggi, la freddura dei sentimenti, congela tutto e non dà neanche spazio alla creatività, “ai suoi figli i robot non bastavano mai”, evidenziando come il tempo e i giochi cambino con gli anni e via via l'uomo non cerca più il suo simile né si ritrova nella vita quotidiana perché ha bisogno di rinvenire nei ricordi, nelle fotografie che “fermano il tempo”,... e gli anni apparentemente belli e ricchi di innovazione “riporteranno la fantasia e la miseria”. Nella solitudine il tempo sfugge “Nicola non scrive più... non ha tempo” in contrapposizione al vecchietto della poesia “Ciao”, nella quale egli si emoziona, si rallegra per una stretta di mano e ancora si rifugia nella poesia... “io ormai scrivo poesie e poi le leggo”, dunque questi due personaggi sono prototipi di generazioni così tanto differenti, per abitudini e voglia. Inoltre mentre il vecchietto porta con sé gli antichi valori e i sorrisi come se fossero la sua fortuna, nella lirica “Nel vecchio solaio”, si sottolinea la materialità e l'asprezza dei valori “ci vedremo un giorno per soldi raccolti o per fortuna improvvisa”. Il nostro vecchietto non attende la luce come nella prima lirica in cui “l'acqua aspetta momenti di cataratte aperte” ma egli dice “io non sono cambiato...gli anni i dispiaceri ma la gioia di vivere c'è” e così non si lascia imbruttire dall'inquietudine della condizione umana sola, triste e caduca né si lascia impressionare dai capelli bianchi.
Questa angosciante solitudine si maschera laddove sembra ci sia il tutto, lì dove sembra che non si è soli, e invece non c'è un individuo distinto e distinguibile, ma “la folla indifferente corre sempre” o ancora “ti vorresti bussare alla porta per dirti: chi è ?”, dunque si rischia anche l'estraneità da noi stessi.
Il poeta randagio però cerca di dare una speranza nell'immagine: “Un albero sfonda le nubi” ed è come se cercasse di aggrapparsi a delle certezze nella figura di quest'albero piantato che con i rami travalica i dubbi, le paure perché i suoi pensieri procedono tra “Viottoli stretti e sterpaglie”. Nella solitudine tutto è rovesciato, assurdo, “Il cane scodinzola al gatto”, tutto è preso dalla noia, non c'è più voglia né un sorriso, le giornate si logorano, piene di domande senza voce di risposta, ciò mi induce al raffronto con l'estraneità, l'indifferenza e la svogliatezza della vita di Mersault, in “L'étranger” di Camus. Nel componimento del poeta si asserisce che verrebbe la voglia di isolarsi nella solitudine, come se già non lo fosse, come se fosse l'unica soluzione per accettarsi e per accettare il fatto che i ricordi devono fare il salto di staffetta, invece nella poesia “Ciao” è definita “brutta malattia”, dunque una tremenda condanna, della quale prima o poi tutti comunque potrebbero essere colpiti. In conclusione, i nostri personaggi sono malati di solitudine, ma nel frattempo non trovano né il tempo né lo spazio per restare soli.

Nel vecchio solaio

(poesia edita)
Mi hanno detto che non ha
il sorriso di una volta
piange al primo soffio del vento
e ricorda il fiume in tempesta.
Un albero sfonda le nubi
cibandosi di pietre e sole
quando l'acqua aspetta momenti
di cateratte aperte.
Viottoli stretti e sterpaglie
nel cammino dei suoi pensieri:
andava a scegliere l'uva
quando l'uva era nera.
Un passero cinguetta
canzoni che ritornano
e feriscono il presente creando
immagini di memoria: a scuola
non piangeva mai perché i compiti
erano sempre corretti.
È volata la vita sul ramo
del pino più alto, vicoli sparsi,
per i capelli bianchi.
Si racconta che ancora
alle fontane si radunano donne
di una certa età. Il tuppo
in testa per le quartare. Sorridono:
l'acqua buona della terra e delle
pietre. Nicola non scrive più
ora è sposato, ed ha figli
e non ha tempo.
Ci vedremo un giorno per soldi
raccolti o per fortune improvvise.
Sfogliare fotografie serve soltanto
a fermare il tempo e vivere.
Comincia a battere sulle tegole
una strana pioggia improvvisa,
finirà presto, non è stagione.
Qualcuno passa gridando regali
al cuore di chi ha memoria.
Bussano alla porta con un paniere
di fichi neri e bianchi. I gelsi poi,
domani, forse. Se c'è tempo.
Nel solaio Concetta ha trovato le sue
bambole: lacrime improvvise per lei.
Ai suoi figli i robot non
bastavano mai. Ritorneranno
gli anni della fantasia o della
miseria: il pane duro lo vivi
in tutti i telegiornali.
Eppure verrebbe la voglia di fare
gli eremiti in cima a montagne
inaccessibili, tanto si è
sempre soli
con la tavola imbandita
ad aspettare: ospiti inattesi
non bussano più. Il cane
scodinzola al gatto e ordinati
senza rompere nemmeno una
ciotola, noia?, si siedono e
ti manca la voglia di sorridere
a qualcuno. Ti vorresti bussare
alla porta per dirti : “ chi è?”,
ma il gioco non regge. Ed allora
ti siedi e lasci ai sogni
il progetto di spazi infiniti: laghetti
e fiumi in aperta campagna,
fiori dai mille colori e le
fontane: un giorno solo ti basta
per trovare nel sogno la vita.
“Cosa darei per un sorriso!”
Gratis, non si fa più niente
sussurra una mosca e tu
allora...cosa hai fatto della
tua vita per tutti? E senza chiedere mai?
Ricordi...sbiaditi che scavano ancora
montagne d'amore...


Ciao

(poesia inedita)
(storia di un vecchio che passeggiava solo nel parco e parlava ad alta voce)

Ciao,
è bello incontrarsi
in questa strada:
la folla indifferente
corre sempre,
e.. come per incanto tu,
come allora il tuo sorriso,
ed io ti rivedo, sei uguale,
cinquant'anni sono forse passati
solo sui miei pensieri...
e stringerti la mano,
mi rallegra e rende felice.
Che fai? Come vivi? Sei sola?
Sai, io ormai scrivo poesie
e poi le leggo,
dove capita,
quando capita...
sono invecchiato,
d'aspetto,
ma di dentro mi commuovo ancora
come ai nostri incontri...
non parli e la tua fredda mano
mi dice che forse sei sola...
mi hai cercato...
chissà,
ora vado,...
Perché non parli?
Sorridi?
Ti fa piacere avermi incontrato
sai io non sono cambiato
e poi tanto gli anni i dispiaceri
ma la gioia di vivere c'è sempre
ciao...
mi ha fatto piacere vederti...
porto sempre con me il tuo sorriso...
... e lei improvvisa parlando:
ho tre figli e tanti nipoti e vivo sola...
mi ha fatto piacere
tutto quello che mi hai detto
mi ha fatto, viaggiare lontano.
(...brutta malattia la solitudine
ti fa sognare anche
con persone che non conosci...)


Consonante zoppa di Calogero CangeLosi, il poeta randagio - Editore Il Bandolo, Palermo, 2012

L'immagine di copertina del libro “Consonante zoppa” di Robba Maria Luisa, nonché gli altri disegni ben appropriati, palesemente rappresentano, con i loro elementi chiave ciò che queste preziose pagine partoriranno, un fotogramma di vecchi ricordi, che riportano alla famiglia, un mondo con i confini delineati, ma ricco di forti legami e memorie, queste voluttuose sono accarezzate con indugi languidi, quando un pretesto apparentemente irrilevante o banale, come l'attesa di un fiore dalla terra, sprigiona emozioni di forte moralità, serbate dal cuore e dai sensi. Ma l'imponente finestra, incoraggia verso nuovi orizzonti, per spezzare la monotonia dei nostri gesti, che può cristallizzare la nostra immaginazione e proprio ciò suggerisce un paragone con “L'infinito” di Leopardi, basterebbe che ogni uomo aprisse la finestra della propria anima al mondo per soddisfare la sete d'infinito, e come in Leopardi scatta il meccanismo immaginativo, anche in Calogero Cangelosi (il poeta randagio), una volta scostata la tendina, perché altrimenti questo mondo sarà sempre opaco, “in cui schiere di pescecani/s'arrampicano nel mio cervello/ per rubarmi la gioia di vivere” pag 61.
Cangelosi è capace di captare i colori della natura, di suggestionarci con i suoi versi colorati e caldi, capace di mostrare anche la piattezza di un mondo assorbito dalla superficialità e dalla “distrattezza”. Leggo nei versi del poeta un augurio a lasciarci stupire dalla meravigliosa natura, tema molto presente, punto di riferimento della sua vita, paragonabile all'Arcadia di Virgilio: un paesaggio fittizio che molto spesso consola il poeta dal dolore. L'immagine di un locus amoenus, in cui donne e vecchiette cantano le loro pene e abbandoni, recuperando il codice bucolico di Virgilio. La natura narra il tempo passato “pietre scavate nel tempo/ raccontano storie/ antiche” pag.7, “i fiumi.. regalano al cuore di chi sogna,/ poesie inattese” pag. 15.
La sola natura forse può essere la nostra via d'uscita da questo mondo in cui “un uomo/ in città senza nome/ stanco di niente e di tutto … sa di non essere/un uomo” pag. 21, l'uomo in città sembra essere assuefatto, la vita corre e scorre proprio come il fiume e la corrente fa scivolare tutti i nostri riflessi che avevamo sognato contemplando la natura “sempre le stesse cose./ La vita si veste uguale … convinti che il cuore/ va riempito ogni giorno/ di nuove emozioni.. età dei giorni da inventare” pag. 60, generazione apatica, il cuore svuotato, noi soli a volte seduti al tavolo, rovinati dalla frenesia delle lancette, si vive al minuto e senza perché, la poesia di Cangelosi caldeggia la ricerca del bello, del nuovo, sperare senza mai mettersi in stand by, credere che ci sia un mondo più buono in cui “i sorrisi di pietra...” si sciolgono in sorrisi sinceri e ci riempiono di stupore, perché così come può farlo la natura anche gli uomini possono stupirsi di loro stessi. Percepisco in questo carme una voglia di avvicinarsi sempre più all'essere natura, prendere il buono che c'è in questa, un invito ad essere più altruisti quando si legge “ho ricevuto strette di mani..: alcune sincere” pag. 68.
Non possiamo permettere che la nostra sia un'esistenza desolata, ma così come il fiore ha una propria identità ed è capace di sorridere, anche noi dobbiamo elargire sorrisi, appare chiaro il rischio in cui si rincorre: essere turisti distratti di un mondo insignificante “mezze luci/illuminano/ solo vite a metà” pag 73.
Se solo ritrovassimo in noi quel fanciullino soffocato dall'impazienza di crescere velocemente, insomma avere tutti un po' l'innocenza dei bambini, emozionarsi ed emozionare per le piccole cose, dunque la sobrietà di un saluto, un fiore curato, ma ciò che appare è una bellezza ormai sfigurata dalla stanchezza, zoppa, in cui anche i sentimenti sono volubili il cuore paragonato ad “un motore spento da anni” pag. 57. Noi fragili, dobbiamo imparare a vincere le lotte quotidiane e restare secolari come quegli alberi sopravvissuti alle guerre che hanno nutrito le terre assetate di tutto. In questi versi viene mostrata l'altra faccia della medaglia, una natura che può anche essere cattiva con noi “tra risa che il vento/ confonde/ con rumore di cascate” pag. 19, “il cielo .. si veste di nubi” pag. 33, “il vento furioso/ porta via ogni cosa” pag. 31, “La pioggia… fa quasi paura” pag. 38.
Questo eco costante nei versi del poeta alla natura, mi porta ad accostarli alla poesia “Correspondances” di Baudelaire, in cui nella prima strofa “La Nature est un temple où de vivants piliers Laissent parfois sortir de confuses paroles”, i pilastri che diventano viventi, emanano parole confuse, sono protesi in un continuo suggerimento di misteriosi messaggi che l'uomo comune non riesce a comprendere. Così il poeta cerca di farsi interprete, la natura così come nella poesia francese anche in Cangelosi si carica di molti elementi, ritroviamo un forte dualismo le spighe, le rose, i fiumi, i tulipani, il vento, la neve e il sole, “una gallina svolazza terra ed erba” pag. 44, ma a queste immagini che profumano di fresie, ci sono anche altre forme contorte, dal silenzio di una pineta, si passa ad “un sonatore di tromba” o al “portone che ruggisce”, “il rumore lontano d'un aereo”, insomma un'altra realtà parallela che conduce l'anima a forti stati di sospensione, “nel vuoto del cuore”. Proprio l' autore che ha vissuto in campagna “ora chiede alla/ vita-città/scintille” pag. 46.
Amante della vita il poeta, scrive due lettere allo stesso amico, un inno alla vita, al non arrendersi mai, al non voltarsi mai indietro perché è un giorno la vita, “Un giorno per sconfiggere il tempo”. Il poeta consapevole che le favole non esistono più, cerca di credere ancora in un mondo più buono, anche se lui, forse non sa se canterà più per gli altri, ma conoscendolo pensiamo di sì e al contrario di ciò che scriveva Baudelaire nella sua opera “l'Albatros”, “ses ailes de géant l'empechent de marcher”, egli è sicuro che le sue ali non strisceranno mai, perché non le abbandona “comme des avirons”, lui sì che è Le Roi de l'Azur ! E anche se nessuno più ascolta la voce dei poeti “et s'en va, chanter inutile,/ Par la porte de la cité!” (Hugo), nella preghiera a Maria dice: madre/di una sola/scintilla /bisogna/ l'anima mia” pag. 75.
Cangelosi ha trovato con la poesia il modo per ridare dolcezza e musicalità alla durezza del cuore degli uomini, i suoi versi sono semi piantati in un mondo gravato ma che germogliano auguri di un mondo genuino, baluardo contro il pericolo dei costumi smodati! Alienandosi in viaggio perenne tra il passato, il presente e l'immagine del futuro, in questa dimensione, capace di portarsi con sé, i legami più forti, i sentimenti più veri, la semplicità di un mondo rurale.
Vi lascio alla lettura di questo piccolo grande messaggio concludendo con una frase di Flaubert “Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.”


Il cantico “naturale“ dell'amore e della donna in Cangelosi Calogero

Questa trilogia di poesie (edite negli anni '90) i cui titoli sono “Ed il saggio racconta”, “Il saggio ricorda la sua amata”, ”La donna diceva al saggio”, è un tripudio della donna e dell'amore dolce e sensibile. La donna adesso comincia a muoversi intorno alla natura, non c'è artificiosità nei versi ma un ritorno ai classici e in particolar modo al filone bucolico che dà la possibilità di rappresentare l'innocenza, la semplicità, la grazia e la castità come mezzo di rigenerazione spirituale e intellettuale.
Infatti nelle poesie del poeta randagio Cangelosi Calogero, l'ambiente che corona questo amore è un locus amoenus liricizzato ed è qui che i sentimenti del poeta si confortano.. “dolce luna”, le spighe ondeggiano al sole”, paesaggi primitivi, “spine e rovi” ,“alloro profumo di marzo” fieno, paglia, frumento e formiche, aspetti dolci come albe e tramonti rappresentano la felicità, predominano i notturni, i chiari di luna. In questo contesto lontano dal mondo borghese e “civilizzato”, si rima con espressione poetico-contadina, un amore profondo e sembra opportuno citare un verso di Virgilio “Non omnes arbusta iuvant humilesque Myricae», cioè "Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici", perché qui Cangelosi Calogero, nell'accezione di Pascoli, si propone di conservare un tono basso come gli arbusti e le tamerici, per arrivare dritto all'essenza. L'amore tanto decantato in questi idilli, sfugge alla ragione e lo si ritrova nei sogni … “Ti vorrei nel sogno”, dunque in contrapposizione all'amore romantico che fonda anima e corpo, qui ritroviamo, in un luogo puro e vergine, un accostamento all'amore stilnovista che è spirituale, nobile, riscopriamo l'amore platonico tra il saggio e la donna.
La donna del poeta randagio, angelicata, è oggetto di un amore tutto platonico, non ci sono veri atti di conquista, parlare di lei è pura ascesa e nobilitazione dello spirito, puro elogio e contemplazione che consente al saggio probabilmente ormai, ”vecchio abete al tramonto”, di mantenere sempre intaccata e puramente potente la propria immagine. Mancano riferimenti fisici tra l'uomo e la donna, manca l'agitazione o il travaglio nervoso che si manifesta quando c'è un desiderio amoroso, ma il tutto è molto etereo, quasi freddo, cristallino quando dice “tra i ghiacci ..” Nella poesia italiana la figura femminile è stata variamente apprezzata dai diversi poeti, che ne hanno fatto perlopiù il simbolo per presentare una particolare visione della vita e della propria poetica: Beatrice, Laura, Angelica e ancora nella poesia provenzale.
Per il nostro poeta invece, la donna diventa la protagonista assoluta e gli incipit di tutte e tre le poesie la celebrano, nella lirica “ Il saggio ricorda la sua donna” si verseggia così: ”la più bella, la più dolce, la più cara” e inoltre nel “la” non apostrofato dell'ultima strofa della stessa lirica, si intravede lo spazio che il poeta lascia alla donna, senza troncarla in una sua parte e/o funzione. Quella stessa donna che era il cuore della casa in cui lì passavano ore e ore a tessere con ago e telaio aspettando l'amato, adesso.. “lei tesseva il mio cuore”, l'anello di congiunzione tra esperienza terrena e beatitudine celeste, il tramite tra l'uomo innamorato e l'altrove. La donna e l'uomo vengono naturalizzati, quasi come in D'Annunzio abbiamo una fusione panica, una metamorfosi della donna, paragonata al mondo contadino “dolce luna”..”somigli alla paglia, al fieno”, ”porti trecce a cometa”, ma anche una naturalezza dell'uomo”: ”il mio cuore di pietra”. La poesia, dal greco ðïßçóéò significa "creazione" e proprio in queste tre meravigliose liriche è come se ci fosse la creazione di una tela di cuori intrecciati, indipendenti, liberi ma insieme, uniti e separati, insomma un amore che non soffoca ma che innalza “libertà in due”, un sentimento che conduce all'Assoluto: “camminiamo su un letto di stelle”.
In questi versi il nostro poeta Cangelosi si è mostrato “magister amoris” e con la sua roccia di valori, fa riflettere su tematiche importanti e quanto mai attuali, quale la semplicità di un sentimento vivo e denso nella nostra vita ma che spesso questo stesso deve fare la lotta con un qualcosa che rende talvolta le donne anche vittime di un non- amore.

«Amatevi l'un l'altro, ma non fatene una prigione d'amore.» (K. Gibran)  

...Ed il Saggio racconta

Lei tesseva il mio cuore di pietra
con spine e con rovi
melograni e fichidindia.
Cercavo canzoni nel buio degli anni
stornelli o ninnenanne.
Alloro profumo di marzo
vecchio abete al tramonto,
sorridi e poi dormi.
Ti vorrei nel sogno...
Ritorna dolcezza di mare.


Il Saggio ricorda la sua donna

Sei la più bella, la più dolce, la più cara
nei sogni soltanto ritrovo
la dolcezza del tuo cuore
di frutta a dicembre.
Tra i ghiacci di laghi stagnanti
e le ultime rane di terra.
Dolce luna quando il cielo è stellato
somigli alla paglia, al fieno
al cuscino dei miei sogni.
Porti le trecce a cometa e mi vuoi bene.
Come la luce ama il sole
sei la ultima
sei la prima.


La donna diceva al saggio

Con l'ago e col filo
ho cucito il tuo cuore
chicchi di nero frumento
quando le spighe ondeggiano al sole...
Lunghe file di formiche
tra spine e fili
di paglia ammucchiata.
Con l'ago e col filo
il mio cuore al tuo cuore ho cucito:
libertà in due
camminiamo su un letto di stelle.


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