Giuseppina Iannello Siccardo è nata a Messina nel 1955; qui ha compiuto gli studi umanistici e ha conseguito la laurea in Lettere Moderne. Attualmente risiede a Brescia. È sposata. Scrive poesie fin dall'infanzia, ma ha deciso di far conoscere le sue liriche nel 1992, quando ha pubblicato nell'antologia "Spiragli 24", dell'editrice Nuovi Autori di Milano.
Successivamente ha pubblicato nell'antologia "Note di Poesia" del 1994, delle Edizioni Bresciane; nell'antologia "Il Riccio d'Oro", Valtesse 1998; nell'antologia "Meliusum '98", dell'editore Nicola Calabria di Patti (Me).
Ha partecipato, superandoli, a vari Concorsi: segnalazione nel concorso "Spazio a chi sa scrivere", del1992 abbinato all'antologia "Spiragli 24"; "Concorso Novantiadi '95" del "Gruppo 90", di Villa Carcina (Bs), terza classificata; concorso del Comune di Borgosatollo (Bs) '96, prima classificata; segnalata nel concorso "Il Riccio d'Oro" del 1998 organizzato dal Centro Ricreativo Valtesse - Sant'Antonio di Bergamo; segnalata nel concorso "Meliusum '98", poesia inedita, medaglia d'argento; segnalata per l'antologia del premio "Cinque Terre 2001"- sedicesima edizione; segnalata nel sesto concorso di poesia "Voce Nuova 2001", organizzato dalla delegazione fiorentina dell' "Unione Italiana Mutilati della Voce"- (U.I.M.d.V.); ha ricevuto una "Menzione d'Onore" nel concorso letterario nazionale "Vivere il mare - Vittorio G.Rossi" 2002; ricevuto "Menzione d'Onore" nel concorso letterario nazionale "Poesie al Pésto" 2003; 5° classificato sezione poesia del Premio "Città di Caivano", nel concorso nazionale di narrativa e poesia 2003; ricevuto "Menzione d'Onore" nel 18° concorso letterario internazionale "Giovanni Gronchi" di Pontedera (Pi) 2003; 2° classificato sezione minisilloge di poesie, del Premio "Andrea da Pontedera", nel concorso di Pasqua, 8° edizione 2004; 2° classificato sezione poesia nella III edizione del Concorso Letterario Internazionale "Premio Città di Savona" 2004; 6° classificato sezione poesia nel 19° concorso letterario internazionale "Giovanni Gronchi" di Pontedera (Pi) 2004. Ha recitato, varie volte, diverse poesie in un programma di "Radio Mobilificio di Cantù" di Desenzano del Garda (Bs).



Con Carta e Penna ha pubblicato il libro una raccolta di poesie e alcuni racconti così commentati dalla poetessa Isabella Michela Affinito nella recensione:

Come un’improvvisazione prende forma la silloge poetica di Giuseppina Iannello Siccardo, tra l’astrattismo e la delicatezza di affetti veri e per questo indimenticabili. Più volte il mare è stato evocato dall’autrice come una necessità interiore di rivederlo e con esso le persone più care, tra cui il padre che gradiva tanto praticare la pesca. È inopportuno, credo, collocare la Iannello in una dimensione poetica fatta soltanto di sogni e di figure dei propri cari che, comunque siano andate le cose, sono e le saranno sempre vicino: il padre, la madre, la nonna, la zia, la figlia mai nata, la nipotina, l’amica...; figure che la poetessa ha reso indelebili sui vetri della propria anima. Fra tutti i sogni di Giuseppina Iannello plausibilmente quello più importante è stato di realizzare il presente libro, giacché contiene versi che raccontano parecchio della sua vita, nei quali sembra di discernere persino i volti dei parenti che le hanno voluto bene e che sono stati ricambiati da lei con altrettanto bene e non solo. Tanti nomi compaiono fino a formare una moltitudine di persone, ognuna distinguibile grazie a caratteristiche uniche che la poetessa (nata a Messina e residente a Brescia), ha tratteggiato amorevolmente ricordando (di essi) i pregi e non i difetti. La Iannello ha voluto mostrarsi a noi sia come poetessa, sia come scrittrice di racconti, dato che il volume consta di una lunga prima parte poetica e sul finale due brevi storie, dove ancora una volta il senso degli affetti si fa sentire determinato. Fin dove arriva e quali terre o isole lambisce il mare dei sogni di Giuseppina Iannello? Abbiamo detto che i suoi genitori sono sempre stati al centro del suo mare, piccole grandi isole sulle quali si sono svolte l’infanzia e l’adolescenza dell’autrice, comunque pronta a ricamare altri versi per ripresentare il suo passato che, in attinenza col mare, sa di sale. Per la madre ha scritto: “Sorreggi/ con le piccole mani/ questo cuore/ tu, madre stanca,/ forte nella fede:/ tu madre santa,/ vita dell’amore./ E sono gli occhi tuoi/ fulgenti stelle/ di quel ciel di bambina./” (da “A mia madre”). Per il padre ha aggiunto: “Vorrei vedere nei tuoi occhi il sole,/ quel sole antico della giovinezza/ in quell’estate della fanciullezza,/ in cui ci prendevi per mano.../ Tu avevi allora un hobby:/ era la pesca. Con te ci conducevi/ alla marina; poi, ci mostravi/ in fra la sabbia fine,/ i bianchi sassolini,/ le tue pietre ‘bambine’./” (da “ A mio padre”). Quanto contano in definitiva per l’autrice questi legami? La risposta è facilmente rintracciabile fra le pagine di codesto libro, nato perché ella ha voluto spiegare quanto è importante essere attorniati dalle persone più care, che - nel suo caso - indubbiamente hanno contribuito al rigoglio di tanta sensibilità, con la quale la Iannello si è realizzata scrivendo poesie e prosa. Gli affetti rappresentano quella parte di compagnia necessaria all’essere umano durante il suo cammino terreno, quell’amore che contrasta le avversità e le amarezze purtroppo destinate a ciascuno, in tal guisa l’autrice ha voluto insegnarci di riporre la fiducia anche nel più piccolo di tutti i nostri affetti.


LE LACRIME DEL SOLE di Giuseppina IANNELLO SICCARDO ISBN: 978-88-89209-75-2 - Prezzo: 13 euro

Questo mio libro “Le Lacrime del sole”, ha come tema di fondo, la figura umana nella interezza della propria spiritualità. Racchiude altresì, il concetto del rispetto per ogni forma di vita e per ogni espressione della vita stessa articolata secondo un sano equilibrio e rapporto tra spiritualità e materia e, se trovo simpatici, perfino alcuni oggetti, una statuina, una scatola, un bacile, è perché dalla loro fattura, traspare il temperamento artistico e poetico di chi tali opere ha costruito (demiurgo). Nelle “Lacrime del sole”, sole auspicato dagli esseri umani, quasi sempre, immagino che il celebre astro, versi una lacrima di commozione, ogni qualvolta, un bambino viene alla luce. Per lacrime intendo anche la rugiada, quella per la quale un giardino appare ancora più incantevole perché baciato dalla luce delle emozioni; ecco perché ros solis, mi è sembrato un titolo appropriato per ciò che io voglio esprimere. In conclusione, il mio libro tratta argomenti autobiografici e non, ma con un contenuto ed una forma che sono il risultato di una sottile fusione tra realtà e fantasia; fusione, anche, tra pianto ed umorismo e, a proposito, riporto alcuni versi: Che cos’è l’umorismo? Se non l’altra guancia del pianto, della solitudine, del silenzio, un desiderio incoercibile di sdrammatizzare la vita. La mia poetica segue le orme di Leopardi, Pascoli, Gozzano, ... Quanto, agli stranieri, credo di avvicinarmi un po’ a Prévert. Affermo ciò con grande umiltà. Amo le poesie sia brevi che lunghe, ma è importante per me che la poesia contenga anche la prosa e la prosa contenga la poesia. Sono molto importanti le assonanze, le rime, se vengono: io non le vado a cercare. È molto importante la delicatezza dell’espressione anche nei momenti in cui vorremmo lasciarci trasportare dal turbinio delle nostre irrequietezze. Bisogna essere, però, sinceri. La musicalità deve accompagnare tutto il testo. A mio parere, non è bene tralasciare musicalità e vivacità coloristica che sono il supporto di ogni buon testo.

Per i navigatori di Carta e Penna pubblichiamo alcune poesie:

PAESE

Paese... Quando la neve fioccava
e le vie sparivano
diventando una coltre
e magia non c'era
né estasi,
né tenerezza,
né calore
se non nel candido
cuore di noi,
forse passai per le tue strade.
Forse passammo...
Una mano stringeva quella mia;
i nostri passi stenti
erano grevi.
Primavera lontana...
Quanta forza!
In quel tempo lontano
tu infondevi.

Paese tra vecchie strade
in salita, odorose di formaggio
quando quietavasi il gelo
forse passai per le tue strade.



COME DICE LA NONNA

Vieni con me, Pinuccia!...
Mia quarta creatura,
la notte degli spiriti
è passata
col vento di tempesta
che ci ha fatto paura.
Rimangono le anime
di chi ci vuole bene
Vieni con me,
ti laverò il visino
con acqua pura di fonte
unita a petali di rose,
lasciati in un bacile
per ventiquattro ore.
Ti intreccerò i capelli
come fece la mamma,
la mia mamma, sciogliendoli
in un manto, pettinandoli tanto
fino ad ondularli.
Ti accosterò al mio cuore
a ti raccontando la fiaba
che più ami e che anch'io preferivo
quella della bella addormentata;
ti parlerò di un principe
che con un bacio l'ebbe risvegliata.
Sii, come la tua nonna che i temporali
non teme perché in ogni giorno,
diceva, e lo dice ancora, sul
calendario c'è un santo
che illumina la vita.
Ed ogni giorno è del Signore.



GIUFA' E IL TEMPO

C'era una volta un ragazzo
che abitava in campagna
e si chiamava Giufà.
Faceva il contadino.
Sentite, ora,
che accadde una mattina:
dorme Giufà nel letto,
fatto di fieno e paglia,
e qualche foglia gialla
e un poco di lavanda.

Ed accanto a quel letto
ve n'è uno più grande
fatto di fieno e paglia
e un po' di camomilla:
vi dorme la sua mamma.

Vi dorme la sua mamma,
vedova già da tempo,
che vede in quel suo figlio
l'unico suo sostegno.

Or sentite, che accade una mattina:
sono di già le cinque, Giufà
è ancor sopito. Con mezzo cervello
pensa: "E' triste, non è bello
alzarsi la mattina per andare
in campagna,
portare da mangiare a Lisetta,
la cagna, a Ciccio l'asinello,
alle galline affamate."

La mamma, invece, è desta
e rivolta a Giufà: «Giufà, Giufà,
mi senti?»
«O, sì, madre, parlate.»
«Mi è parso di sentire
un temporale; va', dunque,
alla finestra, che io sto
un poco male. Dimmi se c'è
il sereno.»
Ubbidiente, Giufà,
scende dal letto,
ma le imposte sono chiuse:
al primo passo, inciampa
contro di un mobiletto,
al secondo, pesta la coda al gatto,
al terzo, finalmente, la riconosce
al tatto la maniglia e dice: «Ti, ho
trovato, finestra!»

La schiude, ma, purtroppo, rimane
senza fiato per una sorpresa.
«Giufà» grida la mamma: «Ma sei
incantato?»
«Oh! Madre, avevate ragione a percepire i tuoni:
il tempo è nero, nero, nero...
come il carbone...
Non è che io sia incantato
è quel che è peggio odora di formaggio,
quello più stagionato.»
A questo punto la mamma,
perde la pazienza.
«Scimunito», gli grida,
«Hai aperto la dispensa!»

Giufà, non ha parole;
si aspetta quasi un ceffone
ma, ecco che la mamma
ora lo stringe al cuore
quell'unico figliolo
che forse è un poco ingenuo...
Perché Giufà è buono, adora
la sua mamma.
Si lamenta se piove
sorride se c'è il sole
e scorrazza per i campi.



IL RICAMO

Al tempo perduto pensava
ed a una strada interrotta,
Marianna su un gradino
tra bianchi fior di luna.
E all’improvviso scelse
di prendere una tela
e da un cestino trasse
ago, ditale e filo.
Iniziò un ricamo
ed il colore azzurro
volle usare per primo.

O filo, filo…
della vita sua,
a qual cielo lontano
t’accostavi?
A quali occhi di bimba?
A quale mare?
A qual sogno incompiuto?

E con il giallo, dopo,
creò una messe d’oro;
poi si adagiò nel sole
di un mondo antico.



C’È UN STANZETTA

C’è tra le stanze
della nostra casa
una stanzetta che non è
abitata, ma è come se lo fosse:
è la tua, Desirée, bimba mai nata.
C’è un letto azzurro;
non c’è più la culla:
del resto, oggi, saresti
signorina.
L’arredo, a parte il letto,
è tutto bianco:
bianco il comò, l’armadio,
il comodino...
C’è un specchiera, bianca
la cornice, presso cui siedi
a pettinar le chiome,
oh i tuoi capelli, vellutati
e neri, neri fluenti
sulle rosee spalle.
Guardo i tuoi occhi:
come sono belli,
bruni, sognanti
su spazi di cielo,
sì somiglianti a quelli
della nonna, come pure
il sorriso.

Nella stanza ho disposto
una pianola.
A sera, quando chiudon le persiane,
lieve il tuo spirito siede al piccolo piano;
ecco, la musica conduci.
Suoni per me, figliola,
e per tutte le madri
che non ebber creature;
suoni per tutte le nonne
che non ebbero nipoti.



AD UNA CITTÀ DELLA MIA GIOVINEZZA

T’ho veduta...
città,
frazione,
giovinezza,
luogo,
come una goccia
tremolante e muta,
come una foto
nella luce fioca
delle candele
e, certamente, antica.
Per le tue strade
ho camminato ancora,
forse cinque minuti
o un quarto d’ora,
e nessuno s’accorse
che ero viva
e in quell’andar
di gente che fluiva
nessuno io riconobbi.

T’ho veduta...
Tra le case ingiallite
e tra le cose
inosservate prima;
tra giardini remoti...

E ti ho sentita...
Come effluvio
di fiori,
come sole,
come piogge gentili
ed argentine voci
nell’aria, come brezze marine, come aromi
di fragranze
già note.
E ti ho compresa;
col cuore di chi parte
ti ho compresa;
di chi ritorna
per vederti solo
per pochi istanti.

E sei per me,
città fantasma, ancora,
dopo mille anni,
lacrima caduta
sul far del vespro,
tremolante, muta.



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