EMMANUELA IANNACE è nata a Benevento il 27 dicembre 1981. Attualmente vive a Bergamo e studia lettere e filosofia all'Università del Sacro Cuore di Brescia.
La passione per la scrittura l'ha scoperta da bambina, quando ha iniziato a comporre brevi racconti, non del tutto corretti, che tuttora conserva. Le piace molto indigare nel campo dell'introspezione o proporre situazioni esilaranti. Legge molto perché solo così è possibile scoprire forme nuove dentro se stessi. Da poco si occupa anche di poesie. Il suo sogno è quello un giorno di scrivere una storia originale per il cinema, altra sua passione e chissà, di dirigere il film. Per questo il corso universitario che segue è indirizzato al cinema ed ha operato in questo ambito con collaborazioni per video musicali di un noto gruppo di Bergamo, promozionali di una scuola di estetisti e ripreso svariati concerti, ordinazioni sacerdotali e matrimoni. Per i navigatori di Carta e Penna propone due poesie ed un racconto.



STELLINA

Nel far della sera splendi alta nelle tenebre
dolce stellina
ma dimmi
chi ti ripaga di un così imponente bagliore?
e dove andrai quando all'alba
il sole sorgerà forte?
Nelle tenebre fatti cullare dalla luna
e quando arriverà l'alba
piccola ragazzina
ricorda che le gocce di rugiada sulle foglie
sono lacrime di luna.


E ARRIVI TU

Leggermente offuscata dalla nebbia
mi appare la tua figura
sobria e decisa
in crudeli pensieri.
Il treno ha ripreso la sua via,
cerco di ricordare cosa ancora ci divide.
Ti avvicino, mi guardi
e non resisto,
anche questa volta mi strappi l'ennesimo sorriso:
la vita insieme è più forte del dirsi addio.


LO SCRIGNO COLOR PORPORA

Col naso all'insù
osservava tutto quello che di nuovo l'avvolgeva.
Le porte bianche, conmaniglie ad onde dorate ricordavano luoghi familiari.
Tutto era fortemente illuminato e l'aria era frizzante.
Un'insolita situazione, in un luogo principesco e le piaceva.
Lei, da sempre accompagnata mano nella mano dalla curiosità
nel suo cammino cerca il nuovo, lo sconosciuto.
Si stupisce e ammira tutto ciò che gli angeli con grazia le porgono
e non ha paura.
La voce un po' roca iniziò a riempire lo spazio
mentre le immagini scorrevano.
I dolci pensieri fiorirono.
Raccolse i petali nascosti tra i sassi del suo cammino.
Prima di conservarli, li accarezzo dolcemente.
Erano morbidi e soffici
proprio come il velluto porpora
trionfante tra i colori pastello di quel luogo.
Chiuse di scatto lo scrigno.
Un solo soffio di vento avrebbe spezzato quell'incanto
le foglie avrebbero coperto quegli occhi scuri, ma brillanti come perle
le mani come farfalle.
Le immagini non scorrevano più. Si alzò e continuò a camminare.
Portava, appoggiato sul cuore, lo scrigno color porpora che racchiudeva
lo spirito dell'intimità.


UNO SGUARDO

Se gli oggetti avessero gli occhi
capirebbero chi sono
Se i muri avessero un'anima da raggiungere
capirebbero quello che provo.
Se lo spazio potesse esprimersi per me
esploderebbe e si ricomporrebbe in un moto continuo, senza fine.
I fiori sboccerebbero per poi sfiorire segretamente anche senza di noi.
Le farfalle troverebbero la loro strada anche senza di noi.
Ma il cuore non si può tacere fino a renderlo sordo.


I CENTO SUONI DEL SILENZIO

Quando ancora le lacrime del soffitto scandivano il tempo della sigaretta, una voce meccanica annunciò la mia partenza. Mi affrettai a lasciare la panchina e con forza a sollevare la valigia. Il fastidioso odore di ferraglia mi colpì immediatamente mentre insospettita scrutavo il vagone vuoto. Decisi di sedermi in centro, nella direzione opposta che fra pochi minuti avrebbe preso il treno: non volevo dare le spalle al paesaggio. Facevo quella linea due giorni a settimana, ma ogni volta dalla polvere di un finestrino, coglievo qualcosa di nuovo. Era un gioco che ero solita fare, se avevo scordato un buon libro o se avevo troppi pensieri per la testa e il dì era uno di quelli. Sfilai la giacca di pelle nera e allentai il fulard di seta bianca che avevo alla gola. Sulla scia di un fischio, il treno portò via anche il mio pensiero. La giornata era uggiosa e le nubi spugnose pesavano di pioggia. Tutto rimaneva fermo allo sfilare del treno. Alla prima sosta, catturò i miei occhi la danza regolare di una fila di tre papaveri, uguali. Ondeggiavano, semicoperti da un binario morto. Prima con dolcezza e poi con furia, il treno ripartì.
Mi accorsi di non essere più sola.
Era salito un uomo, alto e snello. Voltandosi per riporre in alto il fodero di una chitarra, sfoggiò capelli raccolti in una coda che posava sul collo, fino a metà schiena e spalle robuste. Ripresi in un batter d'occhio lo sguardo quando, sedendosi, era lui ad osservarmi, mentre mostravo il profilo disinteressato. Attesi che il rumore di un giornale scartato diventasse fruscio di pagine lentamente girate, e poi lo guardai. Nonostante portasse pantaloni che a campana coprivano scarpe dalla punta sollevata e circolare ed un grazioso orecchino sul sopracciglio sinistro, non poteva avere meno di 30 anni. Leggeva, giocherellando con l'estremità di una pagina. La pelle candidamente punteggiata di lentiggini, faceva risaltare ancor di più il rame del suo raccolto: mi chiesi, al sole che stupefacenti sfumature avrebbero reso, sciolti e bagnati. Guardava in terra, lo guardavo; scalò i rilievi di un sedile, impaziente aspettavo; cercò subito i miei occhi, mi voltai. Come una bottiglia messaggera lanciata in mare, inutilmente immergevo il mio sconcerto nell'aria fredda di una sera che stava per arrivare. Deboli e vigliacchi mi percepivano, mi riconoscevano ed io non ricambiavo. Temevo la nostra illegittima ma naturale complicità. Fremevo dalla voglia di conoscere ciò che, come un vaso di porcellana, mi era scivolato dalle mani e invano cercavo di riunirne i pezzi in persone diverse, da sempre. Il disordine del mio mosaico mi ha coltivato, mi ha protetto e mi ha fatto crescere, ma in me cresceva anche quella metà di vaso che vedevo riflessa nello specchio o nelle mie decisioni, ogni giorno. Impercettibilmente iniziammo a rallentare, sempre di più. Il tempo non rubò più i nostri attimi, i nostri anni. Come onde posavano una sopra all'altra, le pagine, pianissimo; come sabbia finemente volavano, le mie pagine, pianissimo; i miei occhi nei tuoi occhi, pianissimo, i miei occhi sono i tuoi occhi. Non cercavo domande, né risposte: mi bastava il silenzio di quel treno. Tenere briciole di nuvola, già mi solleticavano e la polvere del mio finestrino maturò in un quadro di cielo.



L A NEVE DI TITILLI

Il vento spirava forte. Ripetutamente sbatteva da qualche ora i battenti sganciati, contro il rosa pesco di una casetta dal tetto a punta. Una foglia, sollevata dal suo sonnecchiare in una pozzanghera, fece due volteggi nell'aria fino a terminare la sua corsa sul davanzale dell'unica finestra di quella casetta, che tanto si mimetizzava nel cuore dell'autunno.
La stanza era povera. Subito di fronte, c'era un armadio di legno scuro, sui lati inciso di disegni irregolari. Vicina, ma per un lato protesa in avanti, incuriosiva una panca, figlia dell'armadio, entrambi senza chiave. La piccola panca era fonte di luce. Su di essa, un enorme ampolla di vetro cercava di catturare la luce di una candela ormai stanca. Sulla destra, nell'angolo più buio, s'intravedeva uno scrittoio. Posizionata per incartare la flebile luce, occupava l'est della stanza, una tela. Il ritmico e crescente tintinnio di un mazzo di chiavi entrò adirato.
A passi corti, ma svelti, attraversò la stanza fino a quella che ricordava la “Tela di Penelope”; così, dipinta di giorno e disfatta di notte. Le sue gambe, piccole e pasciute, non gli avrebbero permesso di coronare la sua intuizione: portò alla luce uno sgabello e per via della sua naturale pancia gonfia, fece fatica a salirci: alle spumose sopracciglia bianche già aggrottate, si unì una smorfia d'ira, confusa nella lunga e irta barba. Nascosto dietro la tela, di lui si vedevano ormai, solo le scarpette nere dalla punta arricciata, il cappello verde a cono, per metà volto all'indietro e parte delle chiavi legate al cinturone nero che portava in vita.
Come nei suoi occhi, carichi d'esperienza, si riflettevano le bellezze del mondo, così cercava di dipingerle, e fra tutte, di trovarne l'essenza. Era confuso. Non riusciva fedelmente a far rivivere il coro di angeli che cantavano la purezza di una bambina, mentre spostando le foglie lo scoprì nascosto in un giardino e gli sorrise.
La candela si spense in un sibilo, ma come un baleno, si accese nei suoi occhi la luce del sapere. Saltò dallo sgabello, aveva già pronte le chiavi, aprì la panca e spalancò le ante dell'armadio. Gettò a terra gli innumerevoli dipinti e dalla panca sollevò gli eletti. Il primo, con la totale assenza di colori, rivisitava luoghi primordiali: seduto sulle cosce di una donna, le braccia di un bambino su un tavolo avevano fatto nido, adagiato sognava, rosicando un osso stretto nella manina. Lo prese da un angolo e lo poggiò con gli altri, scoprendo i caldi colori del secondo dipinto. Il musetto rotondeggiante di una cagnolina dal pelo biondo e liscio, spuntava alto nell'aria dalla ringhiera di un balcone, per fiutare i pungenti odori primaverili, insieme col fresco profumo del bucato che un uomo faceva seccare al sole. Aggiunse una lacrima sul volto rugoso della donna che nell'ultimo dipinto, ricurva sul peso dei suoi anni all'argine di un lago, ammirava la luna nel suo tramonto, con grazia appoggiata al fedele bastone.
Raggruppò gli eletti con gli altri, in un unico mazzo poggiato sulle gambe in posizione indiana cominciò a contare. Nel fuori autunnale si levò un vento ghiacciato che sapeva di neve. Con un'insolita agilità, quando ancora contava, balzò in piedi: con una mano teneva stretti in petto a fatica i dipinti e con l'atra aprì la finestra. La foglia si fece da parte. Con un gesto teatrale, liberò le sue intuizioni, affidandole al vento. Le più veloci avevano già coperto di bianco il terreno e quelle che ancora volavano, diventarono neve. Con la felicità dei suoi occhi, ammirò lo spettacolo e poi si voltò a guardare l'armadio e la panca, deserti. Con immensa saggezza si diresse verso lo scrittoio. Levò il cappello e sganciò le chiavi, che ripose al posto di un foglio preso per scrivere. Leggero come una piuma, macchiato d'inchiostro diceva: “l'Arte è in ognuno di voi”. Fuori ancora nevicava.


Per contattare direttamente l'autrice

Homepage