Gianfranco Gremo nasce a Torino il 17 ottobre 1947 e sin da ragazzo ha la velleità di essere un grande scrittore di racconti, che preferisce alle poesie. Col passare del tempo questa velleità diventa presunzione bella e buona, forse a fronte di qualche piazzamento in concorsi nazionali ed internazionali.
Un bel giorno decide di scrivere una guida sulla Francia, allora sua grande passione. Ah, dimenticavo, ama molto viaggiare in modo non convenzionale, il più possibile da turista indipendente ed alla ricerca di località poco battute dalle masse. Chissà, si crede facente parte di una elite. La presunzione continua.
La guida sulla Francia esce nelle librerie e riscuote un grande successo, a detta degli amici ai quali ha regalato una copia autografata costringendoli a leggersela tutta: 400 pagine!
Abbinata alla passione per i viaggi, quella per la fotografia, anche in questo caso alla ricerca di paesaggi dove non compaiano quasi mai esseri umani.
Si sottopone a lunghi appostamenti e si dota di grande pazienza per non fare entrare intrusi nell'obiettivo!
La passione per la Francia si tramuta di colpo in quella per i Paesi Anglosassoni (reminescenza della sua adolescenza e dell'epoca “beat”) ed in questo caso la ricerca della solitudine, del silenzio, e dei paesaggi e località estreme diventa esasperata ed esasperante.
Finalmente arriva la pensione alla tenera età di 50 anni (ma è un lavoratore precoce, ha cominciato a 14) e tutte le passioni vengono godute a tempo pieno. Contestualmente scoppia una nuova, grande passione: il teatro.
Diventa autore di commedie (per la verità una sola, che è andata in scena il 21 ottobre 2006 al Teatro di Caselette) a carattere psicologico.
Dimenticavo, l'altra sua grande passione è sempre stata la psicologia, con azzardate incursioni nella psicanalisi.
La sua passione per il teatro attivo è nata dalla sua attività, una volta andato in pensione, di promotore di spettacoli teatrali, principalmente di tipo itinerante, meglio se in parchi, vecchie dimore, castelli, in riva a laghi, ecc.
Dopo la prima della sua commedia, dal titolo a metà strada tra l'ambiguo e l'accattivante: NOSTALGIA DEL PRESENTE, che si spera avrà un discreto successo, conta di replicarla in altri teatri. Nel frattempo pensa di scriverne un'altra, altrettanto bizzarra e fuori del comune, come i suoi racconti, del resto. Le poesie, invece, sono di tipo classico.





Con Carta e Penna ha pubblicato le raccolte di racconti UOMINI E DONNE SOLI - 12,00 €.

Gli uomini e le donne si cercano, si trovano, per poi scoprire che sono fondamentalmente soli.
È il loro destino di esseri umani, e al destino non si sfugge.
Il suggerimento è di considerare la solitudine una ricchezza da coltivare e non una condizione senza speranza.
Chi è solo è in buona compagnia.

UOMINI E DONNE... SEMPRE PIù SOLI di Gianfranco GREMO - 12 euro

L'autore è nato il 17 ottobre 1947 a Torino. Ama scrivere racconti, poesie e commedie; la sua opera "Nostalgia del presente" è stata più volte replicata con successo in diversi teatri torinesi. Questo è il secondo volume che pubblica con Carta e Penna ed è il proseguimento del primo poiché continua l'escursione dell'autore nel mondo emotivo degli uomini e delle donne. Un mondo affascinante, nonostante quel "sempre più" che tende a colorarlo di pessimismo. Questa volta il suggerimento è di ricavare forza dalle difficoltà relazionali che si incontrano nella vita. Affrontarle per vincerle è il compito di tutti noi.

A SIPARIO CALATO

Valerio si appoggiò pesantemente allo schienale della poltrona. Restò così per lungo tempo, gli occhi chiusi ed il pensiero che galoppava a ritroso, come a ripercorrere il tempo appena trascorso. Una domanda gli vorticava nel cervello con la stessa frenesia di cui è preda un topolino confinato in un'angusta gabbietta. Era impossibile per lui dare una risposta a quella martellante domanda. Un quesito che come un delirio gli occupava ogni singolo, minuto spazio della mente, quasi a farla scoppiare. Quell'angosciante stato d'animo gli era compagno tutte le sere quando, ritiratosi nella piccola stanzetta disadorna e impersonale, ma dal grande specchio illuminato, cominciava a domandarsi, spossato, di che qualità era stata la sua recita.
E mentre, lentamente, sempre ad occhi chiusi, si liberava di tutti gli orpelli che aveva inevitabilmente portato con sé sulla scena, gli appariva il suo volto, quello vero, quello di tutti i giorni, quello mai completamente amato ed accettato. E dietro a quel volto poteva vedere tutti i sottilissimi fili che lo collegavano all'interno, fili invisibili e dalla proverbiale fragilità.
Si chiese, come sempre, se il personaggio da lui rappresentato era stato convincente, se tutti avevano colto le delicate sfumature della voce e del gesto, se tutti erano stati trasportati in un mondo lontano dalla realtà, ma più affascinante della realtà stessa.
Per come si applicava ogni giorno nel rendere vera la finzione, per la fatica impiegata con scrupolo maniacale, il risultato DOVEVA essere buono, anzi, ottimo. Al punto che nessuno si sarebbe dovuto distrarre un attimo e pensare che lì si rappresentava niente altro che una gigantesca finzione. Sottile, accattivante, affascinante, ma pur sempre una finzione.
Replica dopo replica quel personaggio gli era così entrato nella pelle e nel cuore, nell'anima e nelle viscere che spesso faticava a distinguerlo da sé. Replica dopo replica ne aveva affinato le caratteristiche sino a portarlo alle soglie della perfezione. Ma intimamente non era soddisfatto. Mai lo era. Un'ansia lo invadeva quando tirava le somme, mettendosi sul banco degli imputati ma interpretando, stranamente e contestualmente, tutte le parti in causa: accusa, difesa e giudice. E finiva per accorgersi della debolezza delle tesi della difesa, delle feroci e lucide argomentazioni dell'accusa e delle limpida, imparziale ed inconfutabile logica del giudice. Mentre continuava a spogliarsi con esasperante lentezza degli orpelli che lo rivestivano, riaprì gli occhi e sussultò vedendosi illuminato dalla cruda luce dello specchio. - Domani - disse ad alta voce affinché anche chi era più lontano potesse udire - farò meglio.
Nessuno si accorgerà più del palcoscenico, delle luci, di quanto sono scontate le mie battute, di come sia già scritta la mia parte. Nessuno vedrà questo volto che lo specchio riflette senza metterci un po' di riflessione, uno stupido specchio che riproduce senza fantasia creativa ciò che vede: uno stupido specchio che presuntuosamente spaccia la sua verità.
Pronunciò queste ultime parole in un crescendo parossistico.
La luce si spense mentre la sua voce (quella splendida voce così ben impostata da apparire innaturale) continuava ad inveire contro lo specchio.
Un rumore di vetri infranti.
Silenzio.



“AU RELAIS DES ROUTIERS”

E' opinione corrente, al punto da diventare un luogo comune, che nei posti di ristoro frequentati dai camionisti si mangia bene e si spende poco. Spinta da questo pseudo-dogma la famigliola italiana composta da padre, madre e figlioletto di otto anni, in viaggio di piacere nel sud della Francia restò attratta (a onor del vero fu il padre ad imporre in modo petulante il suo punto di vista) da quell'insegna che prometteva bene.
L'uomo, che era al volante, diresse l'auto verso il parcheggio deserto. Per essere un luogo di ritrovo per camionisti, di camion nemmeno l'ombra. A parte un rimorchio impolverato che giaceva nell'angolo estremo del parcheggio, ai margini del bosco. Ma presto lo spiazzo si sarebbe riempito di rumorosi mezzi e vocianti conducenti. Non poteva che essere così.
A vederlo da fuori il “relais” era poco attraente, all'interno quell'impressione trovò conferma. In più era deserto. Quelle avvisaglie avrebbero dovuto far desistere il più tenace (e ostinato) dei viaggiatori alla ricerca del colore locale. Tuttavia, coraggiosamente, i tre si sedettero al tavolo presso un caminetto spento (era estate piena) e, dopo aver scorso un menu bisunto e dalla scrittura incerta, ordinarono.
Il padre si guardava attorno, cercando di scorgere i segni distintivi per i quali aveva deciso di entrare là. Nulla che potesse essere definito “originale”, poche foto sbiadite appese ai muri, qualche oggetto vetusto ed impolverato allineato sulle numerose mensole.
Alla porta d'ingresso si affacciò una ragazza giovane, maglietta attillata, pantaloncini corti aderenti, zoccoli col tacco di sughero ed una borsa a tracolla. Trucco vistoso e pesante, capelli che, nelle sue intenzioni, dovevano essere ondulati ma che avevano perso ogni piega.
Rivolse un saluto al “patron”, ordinò qualcosa da bere e se lo portò appresso, sedendosi su di uno sgabello. Si appoggiò col dorso al muro stando in equilibrio su due gambe dello sgabello stesso. Era a pochi passi dai tre, intenti a mangiare. Il suo sguardo era acceso, quasi avido, una smorfia di broncio sul viso bello ma segnato dalla stanchezza e dalla disillusione.
In un francese stretto si rivolse al padre, l'atteggiamento voleva essere disinvolto ma risultava goffo, imbarazzato, come se tutte le colpe del mondo ricadessero sulle sue spalle. Istintivamente aveva scelto lui come interlocutore, da una parte perché abituata a “trattare” soltanto con uomini, dall'altra per una sorta di volontà di intromissione nel nucleo familiare. L'uomo non capì la domanda, lei allora fece il gesto di fumare, accentuandolo con grezza seduttività.
No, lui non fumava, spiacente.
La ragazza brontolò qualcosa con viso corrucciato. Ma subito tornò alla carica. Nel suo sguardo c'era un misto di sfida, di velata tristezza, di fiero scoramento. Si rivolse ancora all'uomo, dondolandosi sullo sgabello e giocherellando col piede infilato nello zoccolo. La sua domanda questa volta risultò più comprensibile, le parole più scandite, ma dette quasi a voler escludere l'altra donna.
L'uomo capì e rispose che sì, quella era la loro auto, quella rossa. Sì, erano italiani. In vacanza.
Il figlio si rivolse al padre, lo tocco sul braccio e, mettendo le dita a formare una sorta di calice di fiore ancora chiuso, dondolò la mano avanti e indietro. Gesto mediterraneo inconfondibile, che vuol dire: “Ma questa che vuole?”.
Il padre arrossì sino alla radice dei capelli. Con la coda dell'occhio cercò lo sguardo seccato della moglie e se lo trovò lì, puntuale, ben stampato sul volto. La ragazza continuava il suo dialogo col “maschio” e ci metteva tutta la sua seduzione. Chissà da quale profonda campagna veniva, chissà da quale vuota infanzia era piombata lì. Era la ragazza dei routiers, nulla più. E quella famiglia che veniva da lontano, un figlio che mai lei avrebbe avuto, né un marito al quale dedicarsi. La ragazza guardò l'ora, si rivolse al patron. Si capì che proprio di quell'ora parlavano. Scese dallo sgabello, si stirò pigramente nel vano della porta, illuminata dal sole. Salutò imbronciata il patron, poi dedicò il suo ultimo sguardo all'altro uomo e solo a lui rivolse un cenno di saluto. Poi uscì nel sole impolverato. L'uomo pensò che mai più l'avrebbe rivista.
Si sbagliava. Quando uscirono, a pranzo finito, senza aver visto l'ombra di un camionista, la ragazza era lì, presso il rimorchio a lato del parcheggio. Passeggiava nei due o tre metri quadrati che costituivano il suo regno. Il volto ostentatamente rivolto altrove, per non vedere la famiglia che saliva in auto. Ma si tradì. All'ultimo istante rivolse in quella direzione uno sguardo colmo, al contempo, di disperazione e di sollievo. Anche l'uomo, per un attimo, pur pressato dalla moglie e sollecitato dal figlio a far presto, non riuscì a fare a meno di voltarsi, come ad imprimere definitivamente nella mente, e nel cuore, quella solitudine.



IL MAGO DELLA PIOGGIA

Gli abitanti di G., popoloso ed esteso villaggio disposto con pittoresco disordine in una fertile pianura racchiusa da ripide colline, da qualche tempo rivolgevano, non appena desti, il loro primo sguardo al cielo. Confidavano di scorgervi una pur minima nube, segno che prossimamente una certa quantità d'acqua sarebbe caduta da lassù.
Ne sentivano un gran bisogno poiché da lungo tempo, da mesi ormai, non avevano visto l'ombra di una goccia di pioggia. Inoltre, fatto gravissimo, i serbatoi di riserva erano prossimi alla fine ed i pozzi ormai a secco.
Per un villaggio che traeva il suo maggior reddito dalla coltivazione e vendita di ortaggi di qualità si trattava di un'autentica sciagura.
Il sindaco faceva fatica a tenere a bada la popolazione ormai giunta all'esasperazione in quanto chi direttamente, chi indirettamente, tutti erano coinvolti nel commercio di quei preziosi frutti della natura. L'opposizione in Consiglio Comunale aveva bizzarramente ribaltato il classico motto che viene solitamente rivolto al potere quando lo si vuole incolpare di tutto, anche di quelle mancanze delle quali non è responsabile. Così, tra i “cospiratori” che volevano abbattere il “regime” comunale, circolava una frase che veniva poi amplificata in ogni dove:
- NON PIOVE, GOVERNO LADRO!
Parole che dimostrano che non si è mai contenti di nulla e che tutto può contribuire ad accendere gli animi, specialmente quando la sospirata pioggia non è in grado di spegnerli.
Queste lamentele erano più che giustificate. Che non piovesse da mesi era un fatto. Ma che ciò non dipendesse dalla cattiva volontà del sindaco era un altro incontrovertibile fatto.
Dietro forti pressioni della popolazione venne alfine indetta una riunione in Consiglio Comunale per decidere il da farsi. Tutti erano convenuti là, soltanto l'oste aveva deciso di tenere aperta la locanda che da tempo immemore occupava il punto più centrale dell'abitato principale, proprio di fronte al Palazzo Comunale. Con l'oste erano rimasti i suoi più affezionati avventori, quattro accaniti giocatori di carte, le cui partite si succedevano per l'intera giornata, annaffiate da mezzi litri di vino di pessima qualità. Se l'acqua era carente il vino no; era tuttavia sempre più difficile, all'oste, diluirlo scrupolosamente. E mentre in Comune la polemica era al calor bianco, un esausto viandante apriva timidamente la porta della locanda e si affacciava con imbarazzo, scrutando lo stanzone occupato dai cinque.
L'oste gli fece cenno di entrare, sfoderando il più mellifluo e falso del suo scarso repertorio di sorrisi. Dentro di sé già almanaccava.
- Dai vestiti che porta mi sembra uno straccione, ci sarà poco da scucirgli.
Il viandante si sedette pesantemente ad un piccolo tavolo confinato nell'angolo più remoto dell'osteria. Ordinò una bibita fresca per combattere la sete accumulata durante il suo vagabondare e per scacciare dalla bocca la polverosa canicola che lo aveva accompagnato passo dopo passo.
L'argomento divenne presto quello della siccità che incombeva sul villaggio, della riunione che si stava svolgendo in Comune, dell'esasperazione della gente, dell'impossibilità di trovare un rimedio.
Stranamente, mentre questi concetti venivano sviscerati e le lamentele dell'oste prendevano corpo invadendo la stanza, lo sguardo del viandante s'illuminava gradualmente sino a divenire una sorta di sorriso ghignante.
Ciò destò la curiosità dell'oste sempre attento, per mestiere, a cogliere e decifrare gli umori dei suoi clienti, per quanto fossero occasionali e miseramente vestiti. Quella sorta di ghigno si tradusse presto in parole e concetti che, sintetizzati, esprimevano la volontà del viandante stesso a tentare di provocare la pioggia. Affermò che non era la prima volta che lo faceva, c'erano stati dei precedenti, non garantiva nulla ma ci avrebbe provato, se opportunamente compensato. L'oste restò a bocca spalancata, mostrando una chiostra di denti anneriti dal fumo di sigaro. Ma subito decise di cogliere al volo la grande occasione. Se il viandante non era un ciarlatano, un millantatore, lui, oste, si sarebbe preso tutto il merito di aver scovato il rimedio alla siccità. Molti sarebbero stati i vantaggi: la notizia sarebbe corsa in un baleno e frotte di riconoscenti villici avrebbero popolato la sua locanda, giornalisti sarebbero venuti da ogni dove per intervistarlo e, fatto altrettanto lieto, ci sarebbe stata più acqua per allungare il vino!
Detto, fatto. Si tolse il sudicio grembiule, espulse con decisione dall'osteria i quattro giocatori di carte che protestarono debolmente, inebetiti com'erano dal vinaccio loro servito, chiuse il locale ed accompagnò il potenziale mago della pioggia in Comune.
Il popolo là riunito accolse dapprima con scetticismo, poi gradualmente con timida fiducia condita dalla speranza, l'offerta del viandante. Questi chiese qualche giorno di tempo per provarci. Se avesse fallito non avrebbe chiesto nulla. Se, al contrario, l'esito si fosse rivelato favorevole voleva gli fosse elargita una cospicua somma di denaro ed il vitto ed alloggio garantiti per un certo periodo di tempo nella locanda a spese del Comune. Per il momento si sarebbe installato lì, spesato di tutto, per tre giorni. Il patto venne stipulato con una stretta di mano, come si faceva nel buon tempo antico.
Passò un giorno, ed i misteriosi rituali operati dal viandante nel mezzo della piazza del villaggio incuriosirono tutta la comunità, ma nulla accadde.
La mattina seguente, quella del secondo giorno, già correvano mormorii di disapprovazione e di delusione, il popolo diventava irrequieto ma il “mago” non pareva essere influenzato dalla strisciante sfiducia che serpeggiava. Nel pomeriggio, come d'incanto, APPARVE UNA NUVOLA ALL'ORIZZONTE. Una nube bianca, piccolina, ma tendente, col passare delle ore, al grigio e ad ingrandirsi con rapidità. Venne la sera. Venne la notte.
La mattina del terzo giorno si annunciò con un benefico e ben augurante rombo di tuono che aumentò presto di intensità echeggiando nelle valli scoscese che convogliavano verso la pianura. A mezzogiorno e mezzo, mentre il nostro eroe (tutto lasciava pensare che presto lo sarebbe diventato) mangiava con appetito innaffiando il tutto con un vinello appositamente scelto per lui (non così buono tuttavia come quello che l'oste beveva di nascosto), cominciarono a cadere i primi goccioloni, rumorosi come petardi sul selciato. Poi si aprirono le cateratte del cielo e giù pioggia a secchi, a barili, a tinozze, a cisterne.
Un ruggito di gioia echeggiò per ogni dove, quasi a coprire il fragore della pioggia. L'oste, scovando nel fondo limaccioso del suo animo gretto un rivolo di umanità corse ad abbracciare l'ormai conclamato eroe. I quattro intenti a giocare a carte sollevarono appena gli occhi dal tavolo per subito ripiombare nel loro mondo appannato.
Il viandante, il cui nome non era dato di sapere poiché egli stesso non aveva inteso dirlo ad alcuno, s'insediò in pianta stabile nella locanda. Gli venne versato un primo acconto sulle sue prestazioni. Il saldo gli sarebbe stato corrisposto di lì ad una settimana, dopo aver verificata l'efficacia del suo intervento.
E che efficacia! Fu una settimana di diluvio, d'acqua a profusione. I pozzi ed i serbatoi si colmarono rapidamente, i ruscelli ricominciarono a percorrere il loro letto da tempo disseccato, a battere nuovamente il loro ripido sentiero convogliando a valle, come dice il poeta, chiare, dolci e fresche acque.
L'emporio del villaggio, che vendeva tra i tanti articoli ombrelli e galosce, rinacque a nuova vita. Tutti erano contenti….. ma ora basta!
Infatti, passati dieci giorni di ininterrotta pioggia e con la prospettiva non remota di un principio di inondazione nelle parti più basse del villaggio, una delegazione con alla testa il sindaco si presentò alla locanda.
Il celebre “mago” era nel salone, intento a tracannare quel vinello saporito e che andava giù come l'acqua sebbene ne contenesse neanche una goccia. Alla precisa domanda rivoltagli su come intendesse far smettere di piovere rispose che lui era stato incaricato di far piovere, non di far smettere. Del resto non aveva la minima idea di come fare.
Ciò fece oltremodo infuriare sindaco e delegazione tutta. Ed il viandante venne minacciato che, se non avesse provveduto, gli avrebbero ripreso il denaro e lo avrebbero scacciato dal villaggio.
Al che il nostro obiettò, con lucida logica, che quei soldi lui li aveva onestamente guadagnati perché la pioggia era arrivata come richiesto. Se volevano che la facesse cessare occorreva altro denaro:
Alle ulteriori furiose reazioni convenne, piegandosi ai chiari minacciosi segnali di passare a dolorose vie di fatto, che avrebbe provato a far cessare i rovesci a titolo gratuito. Venne quindi fissato un incontro per l'indomani mattina nella locanda stessa.
Ma l'indomani una brutta sorpresa accolse il sindaco e la delegazione, ancora più folta del giorno prima, presentatisi all'osteria. Nottetempo il celebre “mago2 se l'era svignata, era sparito, volatilizzato.
Avventurarsi sotto quel diluvio, colle strade ormai impraticabili, era una follia. Così salirono nella stanza occupata sino a qualche ora prima dal viandante a cercarne una qualche traccia. Frugarono ovunque ma non trovarono nulla di rilevante, niente bagagli, indumenti, si era portato con sé tutto quel che possedeva. Ma qualcuno, più osservatore degli altri, notò una piccola lacerazione nel materasso, come un taglio fatto ad arte nella parte più interna del medesimo. Furiosamente, incuranti delle lamentele dell'oste, presero a lacerare quel materasso sinchè emersero delle carte ingiallite e più volte ripiegate. Le spiegarono con rabbia e con delirante curiosità. Quando lessero il documento di identità del viandante scoppiò un tumulto di voci che si trasformò in un ruggito da far tremare le fondamenta quando videro dei minuziosi disegni completi di misure come quelli di un ingegnere. Un ingegnere navale, un tale Mosè, abile artefice di una certa “Arca”, una sorta di natante che poteva tranquillamente galleggiare in quel mare di pioggia.



IL POSTO GIUSTO

Cercavo il posto giusto
per poterti parlare:
lo scorrere dell'acqua
le aguzze vette
spruzzate di candore
un morbido tappeto
color della speranza;
un luogo cullato
dalla brezza del mattino
dove il sole e l'ombra
giocano a rimpiattino.
Nel frenetico cercare
dove poterti dire
l'affanno del mio cuore
nel lungo peregrinare
ho incontrato il tuo.
Il posto giusto
era il tuo cuore
dal battito ritmato
come il mio;
a che vale doverti parlare
solo tacendo
ci possiamo capire.



UN GIORNO

QUANDO
INTORNO
CI SARA' NESSUNO
E
LA LUCE
SARA' SOLO
IN NOI
DIVERREMO
UNA COSA SOLA
UN SOLO,
ETERNO,
SENTIMENTO.



UN MATTINO

IO CERCHERO'
I TUOI OCCHI ,
UN MATTINO, NON SARANNO LONTANI,
SARANNO SUL CUSCINO

IO CERCHERO'
LA TUA MANO
UN MATTINO
DI SOLE,
UN MATTINO LONTANO

IO CERCHERO'
LA TUA BOCCA
UN MATTINO,
LA TROVERO'
SARA' VICINO

IO CERCHERO'
IL TUO AMORE
UN MATTINO,
LO TROVERO',
STRINGENDOTI SUL CUORE

IO CERCHERO'
UNA DONNA,
UN MATTINO,
UN MATTINO SPLENDENTE
E SARA' FRA LE MIE BRACCIA



Per contattare l'autre invia un e-mail alla redazione di Carta e Penna: cartaepenna@cartaepenna.it

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