Leila Gambaruto è nata nel 1944 e vive a Chieri tra le verdi colline piemontesi.
Ama coltivare rose e collezionare libri, ma soprattutto ama comporre poesie e novelle, esprimendo con passione l'intensità emotiva del proprio vibrante universo, multicolore e fantastico.
Presente in campo letterario da alcuni anni, ha già vinto numerosi Premi Letterari nazionali ed internazionali e le sue opere vengono pubblicate su riviste ed antologie, riscuotendo lusinghieri apprezzamenti.


Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto alcune poesie e una novella:

Voglia di vivere

Brindo alla gioia, al sole, all'avvenire,
brindo alla gioventù che mi ha lasciato,
c'è tempo per pensare e per soffrire,
per piangere gli errori del passato.

Nei miei capelli ghiaccio, neve e stelle,
sulle mie labbra sabbie amare e sale,
i solchi incisi sopra la mia pelle
paiono dei tatuaggi fatti male.

In fondo al viale un'ombra scura avanza,
vedo i suoi denti bianchi scintillare,
Morte, resta laggiù, resta a distanza,
ho ancora tante gioie da donare!

E tanta tenerezza, tanto affetto...
Per chi mi vuole accanto, qui son io!
D'immenso amore mi trabocca il petto,
c'è tempo per partire e dirsi addio.

Aspetta Morte! Vai, non esser vile,
rallenta un poco il tempo che cammina,
in fondo a me c'è ancora una bambina,
che vuole guardare il sole da un cortile!


Ghiaccio d'aprile

Voglio sbarrar le porte del giardino,
sole d'aprile, eclissati, vai via!
Qui non c'è vita, qui non c'è mattino,
non c'è più amore, non c'è più allegria.

Arretra, dolce aurora, non entrare,
non voglio più di gemme il rifiorire,
né delle prime rose lo sbocciare,
non voglio udir le tortore garrire.

Torni novembre coi suoi cieli oscuri,
voglio rose di ghiaccio e gemme nere,
voglio foreste d'ombra strette ai muri,
nebbie d'argento e stelle prigioniere.

Odio la luce della primavera,
odio la gioia dei susini in fiore,
l'uomo che amavo è morto questa sera,
ch'io resti sola qui, col mio dolore.


Per la nonna morta

Chiare armonie di terre di collina
dove respira calmo il Monferrato,
scorre nel tempo l'aria contadina
sospesa tra il presente e il passato.

Come un'esausta tortora delusa
il mio pensiero ancor torna e s'invola,
verso la mia dimora morta e chiusa
dove viveva nonna un tempo, sola.

Là, dolce il colle sfiora l'infinito
e la cicala canta fino a sera
e fiammeggia il geranio, un po' ingiallito
e la cantina odora di barbera.

Nonna, che dormi in cima alla collina
dove ho vissuto il meglio del passato,
vorrei tornar da te, gaia bambina,
col cuore puro e il volto un po' arrossato.

Vedere ancora, attive tra le rose,
le mani tue dal dorso screpolato,
quelle tue mani calde e generose,
di contadina del mio Monferrato.


Notte di seta

Sospesa nel limbo infinito
della dilaniata notte di seta
ho voluto incidere
con la mia solitudine
l'algida lacca blu
del lontano cielo d'inverno.

Ho riscritto parole mai dette
e pensieri di fiorita follia,
spezzando con dita ferite
cristalli di siderali ricordi
effimere, perse comete
vaganti nel firmamento dela ragione.

Riarsa da sabbia gelosa,
fasciata di sale e contorti silenzi
ho pianto su remoti aneliti
levigati dagli asciutti baci degli anni
e con mani colme del passato,
ho sfiorato un amore d'ombra.


Amplessi perduti

Mentre un sole di rame
distratto matura, languido,
acerbi grappoli tardivi,
sui colli il freddo rossetto
delle labbra d'autunno
chiazza con baci d'amaranto
il sommesso pallore frusciante
delle nude vigne dorate,
che lente si spogliano
delle ultime foglie.

E come una pesca di vigna
troppo dolce e sfatta
tra brune foglie morte,
il mio cuore si disfa piano
nei silenzi rarefatti
della campagna indifferente,
quando il tepore vellutato
della tiepida sera d'ottobre
ancor mi rammenta, struggente,
il calore d'un amplesso perduto.


cuor di papavero

Ho camminato con te
tra spighe di grano verde,
pregustando autunnalif ragranze
di bionde focacce
nel calore del focolare.

Ho sfogliato con te
margherite dal cuore d'oro,
gettando nel vento, ambigue,
parentesi di candidi petali
e virgole di cose mai dette.

Ho sgualcito con te
corolle vermiglie di papaveri,
mettendo a nudo, in controluce,
un nero cuore stellato,
turgido d'ombre d'oppio
e di sogni falciati nel sole.


Lacci d'afodelo

Avvinta con lacci d'asfodelo
alla vorace sfinge oscura
della mia notte di basalto,
come Ifigenia attendo
un mostro di mare e un eroe,
una spada e un'alba di rose.

Ma soltanto le braccia aliene
della serpentina solitudine
mi stringono forte al petto,
mentre con mute grida d'angoscia
mi dibatto invano sulle nevi
dei miei gelidi cuscini di seta.


Il discepolo di Lucifero

Per non sprofondare vorticando
nei baratri della notte,
fosco angelo di tenebra
perduto e dannato,
inutilmente dispiego
come sulfurei crisantemi di fumo,
le monche piume delle mie ali
verso purpurei cieli di broccato.

Ma l'algida luce degli astri
spietata ricaccia verso abissi d'ombra
i miei slanci riarsi dalla folgore,
troppo fragili per abbracciare l'infinito.

Eppure, ancor ebbro d'illusioni
e già travolto dal fatale roteare
di cupi gorghi d'angoscia,
ostinato, io stringo convulso
il cangiante, liquido balenare
d'un tenero sorriso,
smarrito e ritrovato
tra le arcane pieghe del tempo.

E con lui io precipito, riarso,
cenere dispersa di un'esistenza vana,
consumata da sogni troppo grandi
per colmare una sola vita.


IL PIENO

Dammi benzina, amico sconosciuto,
deve cantare forte il mio motore
e non temere, io non ho bevuto,
sono ubriaco solo di dolore.

Lascio per sempre tutta la mia vita,
chiudo la porta d'oro dell'amore,
getto la chiave rotta e arrugginita,
vado verso la luna e il suo chiarore.

Rose galanti e feste non m'aspetto,
reco come bagaglio il mio pensiero,
con questa pena che mi stringe il petto,
come uno spento e freddo sole nero.

Ma non rinnego affatto il mio passato
e non rimpiango quello che ho goduto,
le gioie che ho prestato e regalato,
l'amore che ho scommesso ed ho perduto.

Lasciami andare, amico sconosciuto,
la morte attende là, come un'amante,
che io l'incontri come son vissuto,
libero e solo, stretto al mio volante.


IL POZZO DEL TEMPO

Ricordo caduto
nel pozzo del tempo,
la notte discende
profonda e gelata,
la luna risplende
remota e d'argento,
la mente rimpiange
la gioia passata.

Vorrei ripescare
anche un solo frammento
coi dolci momenti
d'un sogno smarrito,
ma il pozzo è profondo,
l'amore s'è spento,
galleggia nel fondo
l'argento sbiadito.


PROFUMO DI MUGHETTO

Scende la sera lenta nella stanza,
tinta di fredda polvere lunare,
ormai non verrai più, già l'ombra avanza,
eppur io non mi stanco di aspettare.

Porto il profumo dolce che mi hai dato,
essenza di mughetto a primavera,
e indosso ancora l'abito scollato
che ti piaceva tanto quella sera.

Ma resto qui, coi riccioli laccati,
la bocca rossa e il cuore tutto nero,
fissando muta i vetri impolverati,
vittima di un amore menzognero.

Tristezza mia, compagna affezionata,
tu che riposi muta nel mio letto,
starai con me per tutta la nottata,
ombra leggera intrisa di mughetto.


FUOCHI E SOGNI D'ORO

Bruciano i fuochi sopra la collina,
spruzzano fiamme contro il cielo in festa,
arde l'amore come una fascina,
nella mia mente infuria la tempesta.

Guardo danzar le fiamme forti e chiare,
stridono sibilando sul pianoro,
ardono rami secchi e frasi amare,
fondono ghiacci d'odio e sogni d'oro.

Come brandelli e stracci colorati,
che pioggia, sole e vento hanno sbiadito,
giacciono i miei ricordi lacerati,
tra i sassi d'un tormento inaridito.

Come vorrei bruciare tutto quanto,
ricordi stanchi, sogni e tradimenti,
volar lontano, senza alcun rimpianto,
libera verso cieli trasparenti.


CAVALLI VERMIGLI

Galoppano sfrenati
nella notte senza fine
della mente delirante,
folli cavalli vermigli
s'avventano arditi
verso un cielo d'ombre,
dove una luna chiara
nasconde gelosa
sublimi giardini
e paradisi perduti.

Galleggiando irreale
sospeso ai ricordi
d'un sogno perduto,
un fragile amore
ucciso dal peso
del tempo passato,
senza tregua
rinasce e scompare,
celato dall'ombra
d'una luna remota.


NEL GIARDINO DEGLI AMANTI TRADITI

Voglio giacere
come una foglia caduta
impigliata nel silenzio,
tra rami contorti
di stravolti ricordi,
per respirare ancora
la dolce vaniglia
degli anni perduti,
sepolti per sempre
sotto la neve del tempo.

voglio giacere
come una cincia ferita
impigliata nel dloroe,
tra i fiori amari
della mia gelosia,
sfiorando con muti perché
i boccioli oscuri
di notti d'amore
a lungo sognate
e mai dischiuse.

Voglio giacere
come una rosa perduta
nell'ombroso giardino
degli amanti traditi
ed abbandonarmi
all'abbraccio mortale
dei rovi pungenti,
perché mi restano
soltanto loro
da stringere tra le braccia.


LE ROSE DELL'ALZHEIMER

Soavemente atroce,
il dolce dedalo della follia
ti conduce, inesorabile,
in un lento, progressivo scivolare,
verso il terribile abisso dell'infinito nulla.

Invano sussurrano con voci mute
le nebbie di Avalon,
ancora si smorzano pavane
di spettri senza volto,
anonimi, ciechi e perduti
tra le pieghe del tempo.

La tua solitudine si popola
d'ombra evanescenti e sovrapposte;
urlano, a tratti, arsi e trafitti
i tuoi torturati ricordi,
compressi tra cristalli opachi,
prigionieri di se stessi, vinti.

Come tralci di rose s'intrecciano,
aggrovigliate e spinose,
la tua è la mia follia,
sostenendosi ad effimeri appigli
d'oscuri ghiacci fondenti
e di speranze cieche e sorde.

Nella marea di pensieri disciolti
che il tempo spietato porta via,
la realtà diventa sogno,
ed i sogni sono realtà,
fioriti di smisurate spine
che un tempo furono rose.


I LUPI DEL LUNEDI'

Vento del Nord, ti prego, soffia piano,
non scuotere l'imposta arrugginita,
nonna non sente più, tu batti invano,
lei dorme col rosario tra le dita.

La casa piange, senti i suoi lamenti?
Pur non tremo, sai? Quanti ricordi!
Li stringo forte a me, caldi e presenti,
parlano al cuore, con struggenti accordi.

Vedi quell'ombra dietro la tendina,
con gli occhi troppo grandi, tristi seri?
E il passato di me, che fui bambina
sola, con i suoi libri e i suoi pensieri.

Quante fiabe! Le fate, Cappuccetto,
con la mantella rossa sul sentiero...
eppoi tremavo, insonne, nel mio letto,
pensando al lupo con il pelo nero.

Ma giungeva la nonna, bianca e rosa,
che mi diceva "Dormi, non sei sola.
Il lupo non c'è più, sogna riposa,
domani è lunedì, si torna a scuola."

Quanto studiato nella vita, nonna,
quanti pesanti esami ho preparato!
Eppure come sposa, madre donna,
il mondo troppo spesso m'ha bocciato.

Ed ho incontrato molti lupi veri,
che m'ha sorriso e preso per la gola,
lasciandomi straziata dai pensieri...
Nonna, nessuno ormai più mi consola!

Ma, con il vento, un'eco misteriosa,
sussurra piano "No, non far così.
C'è tempo per la scuola, ora riposa.
Domani sarà ancora lunedì. "


IL CAN CHE SCAPPA

Il giovane e brillante giornalista incaricato d'intervistare il candidato sindaco, entrò nell'elegante ufficio del signor Dante cercando di mascherare il suo nervosismo e la sua timidezza. Non che il candidato sindaco fosse un individuo sgradevole o restio alle interviste, ma si trattava pur sempre di una delle più importanti personalità cittadine ed un suo giudizio negativo avrebbe potuto compromettere irrimediabilmente la sua carriera.
Mentre si accomodava un po' rigidamente sopra una bella sedia imbottita, il giornalista studiò con attenzione la fisionomia del suo interlocutore, cercando di valutarne la personalità: il signor Dante era un uomo abbronzato dall'aspetto dinamico e piuttosto bene in carne senza essere veramente grasso, come si addiceva al prosperoso proprietario della famosa catena di pizzerie “Il can che scappa”.
L'unico dettaglio che al giornalista parve un po' stonato per quel robusto personaggio fu un minuscolo cagnolino tuttto bianco, simile ad una palla di pelo, un po' lezioso, che se ne stava acciambellato in braccio al suo padrone, calmo e sereno.
Il giornalista ricordò che anche una sua amica possedeva un cagnolino di quella razza, una bestiola adorabile con un ottimo carattere, giocherellona e per niente mordace che faceva le feste a tutti.... ma poiché il candidato sindaco lo stava fissando con aria interrogativa, si riscosse e, schiarendosi la voce, iniziò la sua intervista.
“Bene, signor Dante...hmm...mi parli un po' della sua catena di pizzerie. Stando a quanto mi risulta lei possiede una lunga esperienza nel settore, perché fin da bambino aiutava già i suoi genitori che avevano una grande pizzeria molto nota e ben frequentata e....”
“No! No!” l'interruppe subito il signor Dante. “Io devo contraddirla. I miei genitori possedevano sì una pizzeria che si chiamava molto prosaicamente “La buona pizza” ma non era affatto nota, né ben frequentata, anzi, stava per fallire. Non che la cucina fosse scadente” si affrettò ad aggiungere. “Posso assicurarle che i miei genitori erano entrambi degli ottimi pizzaioli ed ai fornelli ci mettevano l'anima, ma il locale era spoglio e male arrredato, con dello squallido mobilio incolore che non attirava i clienti. Inoltre c'era la concorrenza di altri locali che servivano dell'infetto cibo surgelato, ma piacevano ai giovani ed erano alla moda, anche se facevano venire i bruciori di stomaco.
Insomma, per i miei genitori le cose andavano di male in peggio, finché un bel giorno io ebbi un'intuizione o, se vogliamo, un colpo di fortuna che ribaltò la situazione. Ma procediamo con ordine.”
Il giovane giornalista pendeva dale sue labbra.
“Io avevo appena compiuto diciassette anni e sognavo un motorino” continuò il signor Dante, “ma non avevo nemmeno i soldi per versare un anticipo. Un bel giorno, mentre mi cercavo un lavoretto per raggranellare qualcosa, venni a sapere che la redattrice d'una ben nota rivista femminile cercava urgentemente un dog sitter per il suo Tesoro, perché doveva partire per un lungo viaggio d'affari e non poteva portare il cane con sé.
Io non avevo la minima esperienza di cani, ma mi servivano i soldi, per cui mi presentai ugualmente.
La redattrice abitava in una elegante villa di stile Liberty sulla collina vicino a casa mia ed era una di quelle durissime e temibili donne in carriera che sacrificano tutto alla professione. Non si era mai sposata, viveva sola con una domestica che in quel periodo era in ferie, ed aveva riversato tutto il suo affetto sul cucciolo, Tesoro, che lei viziava e coccolava come un figlio. Si, Tesoro era un cane come questo” aggiunse, notando lo sguardo del giornalista sulla bestiola che teneva in braccio.
“Sulle prime la padrona di Tesoro non mi prese in considerazione. Disse che ero troppo giovane e mi fece capire che non le davo affidamento. Ma io continuai ad insistere sfoggiando una dialettica degna d'un vecchio avvocato e vantando delle doti che non possedevo affatto. Solo quando il cane, che mi aveva preso subito in simpatia, prese a leccarmi la faccia, la redattrice si convinse che io ero la persona adatta per il suo Tesoro e decise di affidarmelo.
Prima di partire, la donna mi fece un sacco di raccomandazioni, ripetendomi che Tesoro era estremamente sensibile e se si sentiva trascurato rischiava di cadere in depressione. Io potevo alloggiare nella casetta del custode in modo da essere sempre presente e disponibile e c'era tutta una serie di regole che dovevano essere tassativamente rispettate, contenute in un blocco di appunti, che mi consegnò con la massima serietà.
Occuparmi del cane non era afatto semplice: c'era il rituale del bagno con lo sciampo anallergico all'olio di visone, la pulizia accurata dei denti e delle orecchie, la preparazione del cibo fresco, perché era fuori questione che Tesoro si cibasse di volgari scatolette. Inoltre io dovevo conversare con il cane...sì, disse proprio così “conversare” senza alzare la voce perché, come mi aveva già spiegato, Tesoro era estremamente sensibile.
La paga era più che buona, per cui non feci commenti. Prima di salire sul taxi per l'aeroporto, la redattrice mi buttò lì, distrattamente, che c'era solo un piccolo problema con Tesoro: il cane aveva il brutto vizio di scappare, di conseguenza dovevo stare molto attento, perché riusciva a filarsela come uno spiritello.
Io non diedi peso all'avvertimento e promisi che avrei fatto attenzione, ma....” fece un gesto sconsolato. “Quella piccola peste scappò quasi subito, nonostante tutta la mia vigilanza ed i miei buoni propositi. Sparì praticamente sotto il mio naso ed ancor oggi non riesco a spiegarmi come abbia fatto.”
Il signor Dante fece crocchiare le nocche delle dita. “Per me fu l'inizio di un incubo. Incominciai a cercare il cane freneticamente e più passava il tempo, più mi disperavo. Le assicuro che feci tutto quanto era umanamente possibile per ritrovarlo, ma....niente! Di Tesoro nessuna traccia.
Io persi il sonno e l'appetito. Che cosa avrei raccontato alla padrona? Sicuramente sarebbe diventata una furia e m'avrebbe aggredito accusandomi delle peggiori turpitudini. Peggio, si sarebbe rivolta ad un avvocato ed avrebbe coinvolto anche i miei genitori, che già se la passavano male.
Non sapevo più dove battere la testa quando sentii parlare di un allevamento dove vendevano cani della stessa razza di Tesoro e mi venne l'idea matta di sostituire lo scomparso con un cane che gli rassomigliasse.”
Il signor Dante sorrise, accarezzando la palla di pelo che teneva in braccio. “Ero un ragazzino proprio ingenuo e sprovveduto, ma devo dire a mia difesa che non avevo mai posseduto cani. Solo più tardi ho realizzato che due animali non si rassomigliano mai completamente, anche se hanno il pelo dello stesso colore e sono suppergiù della stessa età.
Comunque io mi procurai un cagnolino simile a Tesoro, pagandolo a rate con l'aiuto recalcitrante dei miei genitori e lo condussi alla villa, augurandomi che l'acida proprietaria non s'accorgesse della sostituzione.
Tesoro n° 2 era un amabile cagnolino molto socievole, per cui ero certo che avrebbe accolto festosamente la padrona di casa quando costei fosse rientrata dal suo viaggio. Incominciai a rilassarmi, ma nello stesso tempo divenni un po' triste, perché mi stavo affezionando alla bestiola ed avrei voluto tenerla con me.
Un assolato pomeriggio estivo giunse il momento tanto temuto: l'ostica redattrice varcò il cancello della villa carica di valigie e non appena mi vide, chiese subito notizie del suo cane, cercandolo con lo sguardo. Prima ancora che potessi rispondere, una palla di pelo inzaccherata di terra fino all'inverosimile saltò fuori da un cespuglio d'ortensie e si precipitò verso la donna, abbaiando e scodinzolando freneticamente.
Sentendolo abbaiare rimasi piantato lì come uno scemo! Quel cane non era il secondo Tesoro, era il primo, la piccola peste scomparsa, rediviva. Chissà dov'era rimasta nascosta quella bestia matta, ma in ogni caso non era affatto denutrita. Sporca sì, come un maialino, ma in ottima salute.”
“E l'altro cane?” chiese il giornalista.
“Beh, saltò fuori subito ed incominciò a fare le feste ed a giocare con il primo Tesoro. I due animali si rincorrevano tra le aiuole e si rotolavano nell'erba, con l'aria di andare perfettamente d'accordo.”
“Una situazione imbarazzante”
“Può dirlo forte. La padrona di casa era talmente stupefatta che incominciò a balbettare, poi s'irritò ed alzò la voce. Che cosa ci faceva quel cane nella sua proprietà e senza il suo permesso?
Per fortuna io ha sempre avuto dei buoni riflessi ed una grande faccia tosta. Risposi prontamente che Tesoro aveva sentito molto la sua mancanza ed io, vedendolo così triste, avevo pensato bene di distrarlo facendolo giocare con il mio cucciolo. Poi pensai bene di sottolineare che, come poteva vedere lei stessa, i due cani avevano simpatizzato e si stavano divertendo insieme.
L'irascibile signora si rabbonì ed io tirai un respiro di sollievo, ma non avevo tenuto conto che.....”
Il signor Dante scoppiò in una franca risata, lasciando un po' interdetto il suo interlocutore.
“I due cani si sono azzuffati?” chiese timidamente.
“Macché” rispose il signor Dante, continuando a ridere. “Quei due andavano veramente molto d'accordo, anche troppo. Peccato che il primo Tesoro fosse una femminuccia e non sterilizzata.
Me ne accorsi troppo tardi e quando la sua padrona incominciò a ruggire, diventando rossa come un pomodoro arcimaturo: “Ma cosa stanno facendo? Cosa stanno facendo?” l'incidente, ahimé, era già avvenuto.
La redattrice era fuor di sé. Ebbe una mezza crisi isterica, mi disse cose irripetibili, strepitò, minacciò di denunciarmi, fu lì lì per alzare le mani....”
“Ebbe delle noie?”
Il signor Dante sorrise. “No, grazie al cielo. Dopo la scenata la redattrice si precipitò dal suo veterinario di fiducia, ma il buon medico la convinse a tenere i cuccioli che sarebbero nati, spiegandole con convinzione che la maternità era un fatto positivo per una cagnolina. Almeno una volta nella vita.
Quando vennero al mondo i cuccioli, sei deliziose palline di pelo, la redattrice si sciolse di tenerezza e non mi serbò rancore.”
“E che ne fu del secondo Tesoro?”
“Ah, rimase con me e diventammo inseparabili. Non solo, ma la fuga di Tesoro numero uno mi diede un'idea per salvare la pizzeria.
Così, pur se con qualche difficoltà, convinsi i miei genitori a cambiare il nome del locale che da “La buona pizza” divenne “Il can che scappa” e disegnai io stesso la nuova insegna, che rappresentava un buffo cagnolino stilizzato in fuga con una pizza più grande di lui in bocca.
Senza spendere un patrimonio modificai l'arredamento, inserendo delle tinte allegre e vivaci per le pareti ed i tavoli: un bell'arancio rosato, delle pennellate di bianco avorio ed azzurro, molte piante verdi....fu la mia fortuna. La cucina dei miei era buona e la presenza della nota redattrice, che mi aveva preso in simpatia ed ogni tanto ci riservava dei tavoli, contribuì a creare quel giusto tocco di mondanità che attirava clienti. Poi, da cosa nasce cosa......”
Il cagnolino che il signor Dante teneva in braccio si stiracchiò, spalancando le minuscole fauci in un roseo sbadiglio.
“Questo é Tesoro numero cinque” disse il signor Dante con tenerezza. “E prima di lui ci sono stati Tesoro numero tre e numero quattro. Le avevo detto che la redattrice mi aveva riservato il cucciolo più vivace? Sono cani che riempiono la vita e non posso concepire la mia esistenza senza uno di loro. Leali, sinceri, disinteressati” aggiunse con una punta d'amarezza. “Offrono tanto, tanto affetto e non tradiscono mai.”
Il brillante giornalista stava per dire qualcosa, ma si trattenne in tempo. S'era ricordato che sulla giovane moglie del signor Dante circolavano dei brutti pettegolezzi. La signora di buona famiglia ed un noto tossicomane....Si diceva che il signor Dante ci soffrisse enormemente.
L'istinto del giornalista gli consigliò di cambiare tempestivamente l'argomento, deviando l'intervista verso le complesse tematiche delle alleanze di partito in vista delle elezioni, ma notando suo malgrado un'ombra d'amarezza scivolare sul volto ben abbronzato del candidato sindaco, si disse che l'esistenza di fortunati uomini politici poteva avere molte facce, mescolando alle limpide fedeltà canine delle insospettabili e sordide slealtà umane.


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