Invitato dall'Associazione Carta e Penna, ruberò pochissimo spazio alla presentazione per dedicare il massimo consentito alle poesie.
Ormai considerato uno sradicato (26 anni a Roma, 16 a New York, 2 in Sicilia. e 21 in Calabria dove pure son nato), ho alle spalle 12 raccolte di poesie(tutte opere vincitrici di altrettanti premi letterari) e la pubblicazione in decine di antologie e riviste specializzate.
Tradotto in inglese, francese, russo, spagnolo e latino; della mia poesia si sono interessati, tra gli altri: Geno Pampaloni, Margherita Guidacci, Walter Mauro, Francesco Petrocchi, Guglielmo Petroni, Francesco d'Episcopo, Massimo Grillandi, Dino Carlesi, Giorgio Barberi Squarotti, Giuseppe d'Errico, Luciano Luciani, Dante Maffia, Joseph Tusiani.

BENITO GALILEA, per i navigatori di Carta e Penna, ha scelto le seguenti poesie:

La donna che accarezzava i treni

La donna che accarezzava i treni,
esclusa dai portali delle piazze
e delle chiese dove i preti sono altari
di sicurezza e colombe predestinate,
oggi si riconosce in un gesto di disordine
mentre urina cieca ai lati della strada.

Succede che il morto non sia morto
se l'illusione condisce i patimenti
e ne allarga i confini soppesando
tutti i dati, inclusa la nascita.

Qui nessuno l'ha guardata, neanche l'uccello
allontanatosi dai primi freddi per tornare
sfinito ai caldi delle terre rianimate.
Nessuno ha più chiuso o aperto gli occhi
per riconoscersi in quest'angolo di cielo
dove niente torna e niente si diparte
se non l'anima, costretta dagli affari.

Che io sappia fu proprio uno che di vita
se ne intende, un prete, che un giorno vide
il cadavere illuminato nel mattino e lo cacciò
al riparo di una fossa al cimitero
senza suoni recitazioni od olio santo.

Ché non sono gli angeli intoccabili e muti?

Poi venne la pioggia di marzo
con la croce di Pasqua e il messale porporino
posato sull'altare vicino a un mazzetto di viole
straniere che faceva da cornice a una preghiera.
All'angolo di strada avevano sistemato
un venditore di fusaglie, l'inverno sfinito
e la parola virtuale di un segreto divenuto acqua.

Lungo il viale d'aria dell'assenza,
in terra d'altri, prima della resurrezione,
la donna che accarezzava i treni era nessuno.


Non odi i passi

Solo la notte avrà memoria
di queste veglie stellate se tu
prendi commiato dalla riva
e non odi i passi che giungono
alla presenza del cuore. Anche
l'onda trascina l'esilio dalle terre:
ogni ombra è insonne sulla porta.
Altri sono venuti a chiedere ginepri
e sogni lungo il fiume quando l'acqua
era orfana di canti e tu alle brevi
estati davi fiato tra i cortili.

Il Sarno non è in questo verde
putrido che separa villaggi
dai sentieri se di nascosto portano
ancora la luna nell'estate saracena
a rimirare gli specchi della notte.

Non sei tu che in ogni stagione
annunci l'albero azzurro e lo deponi
a filo d'acqua nello sguardo dei bambini;
non sei tu, Madre, che dalle rive
svegli l'illusione consegnandola
a maree che hanno il seme della terra?

Dicono che un giorno torneremo
con i nostri cappotti di papaveri
a riempire il cielo di colori,
i gatti ancora ai davanzali
a respirare una stagione intera.
Un giorno.


Quali infiniti l'equinozio

A brevi sussulti il grano s'alza
incendiando le sere, voli senza frontiere
che portano sulla terra una nuvola rossa.

Così si può tornare dove il sole
frusta la pelle e gira a piedi nudi
con la trebbia che si compra il cuore,
cingolo di paese lasciato dai treni
dell'estate per svegliare le colonne
dei musi duri sulle panche delle piazze.

Chi sa se invecchiati vivremo smemorati
in un campo di colombi torraioli mentre mirano
il loro Dio lontano (il nostro?) da un petalo
di luce apparso a dismisura tra le cime.

Ma quali infiniti l'equinozio pretende di comprare
da mercati di siringhe emozionali se l'ora curva
come un cane che fuori branco avallerà la resa
piantando l'ennesima croce al cardo di una statale.

Penseremo così d'essere forti come i lupi solitari
dei bivacchi dai volti di frontiera senza storia,
profumando d'erba come la nostra immagine tornata
dall'eterna trasferta senza orme vessilli chiodi da limare.

Passato il temporale, si cammina e si semina
e si sgronda ubriachi di paure e di pietre cantate.
Si può anche vivere così: ostili. Come ostile
è la stagione che crepa senza averci lasciato.

Da altri capricci il tempo si dipana

Da altri capricci il tempo si dipana
ma se io rimango fermo con le scarpe slacciate
guardando allontanarsi la tua ombra,
almeno tu, Padre, fammi crescere
vicino alla testimonianza del silenzio:
qui ti attendo per non perdere l'orma che
segnala le catene consumate nella notte.
So che verrai di nuovo a chiedermi con forza
di correre al tuo fianco sulle croste dove
più molle è la sabbia di palude.

E in certe notti quando vacillerà la fede
mi chiederai con forza d'attraversare insieme
vicoli di poveri e di lutti, tra campanelli d'ospedale
e rantoli di padri che cambiano in corsa
le regole del gioco per assistere figli
di polveri bianche e di siringhe

Altro è il segno sul versante opposto
dove il Tempo si fa legge sciogliendo l'uragano
che toglie i veli dal volto delle donne dell'Islam
sfigurate tagliate mutilate per tua accettazione.
Il pensiero rende miserabili le azioni dell'uomo
che tiene stretto in sogno le memorie;
ma di tanto in tanto le costellazioni guidano
ai Tuoi spazi sconosciuti ed io non sono
che un nano bambino di fronte all'universo.

Ora fammi di nuovo abitare la tua orma
per ricominciare da dove le ginocchia cadono
ogni volta che c'è un Giuda da impiccare;
fammi vedere i solchi della piccola croce
che segna i pani prima dell'Ave Maria.

La mia città

E' come l'uncino dei grandi rematori
che noi fummo il giorno a tocchi
che se ne va tra le speranze dei selciati,
in una città aspra nell'ora di punta.

Mi accartoccio al telefono col cane rovesciato
sui divieti di transito, i seri direttori
delle banche che svicolano ad orario,
qua e là uno sciame dalla Standa:
studenti, dotte lavandaie e un'organista,
d'improvviso tutti i mestieri a fare da comparsa.

Ad ogni semaforo la vita cede il passo
alle lattine schivate con le cicche dai solerti
netturbini del Comune, poi un portiere in lucida
divisa guida la nonnina a ritrovare il bel
soriano uscito di soppiatto dalla gabbia.

Sul prato rifatto, ragazzi liberano pensieri
tirando poedate ad un pallone, la volontà d'esistere
nella gioia di un calcio di rigore, la corsa al goal
verso una mimosa ch'offre il giallo ancora al cielo.

E' uno scenario o forse un registro lessicale
che si schiude puntuale a chi non trova
le chiavi dell'automobile a quest'ora,
un carnevale sempre variegato nei gesti
fuori moda, i coni marzolini sotto smog.
Sul marciapiede infine ognuno cambia gioco
con l'abbandono di buste di plastica ai margini
dei pini, capriccio del solito bimbo imperatore.

E' questa la mia città nell'ora di punta, una fragilità
di cosmo che accompagna voli d'avventura,
in cielo un aquilone che come sempre saluta
gli orchestrali agli incroci d'ogni giorno.

Immaginare un timoniere

Immaginare un timoniere nel mare di Sicilia
diretto ai tropici con la sola bussola del cuore,
pensando a una terra promessa, a quella
dove non chiedono più di stringere in un giorno
i lacci del centesimo pezzo di cuoio del pallone.

Sul ponte pure è un germinare d'occhi scuri,
di scapole serrate le une contro l'altre
per seguire la bandiera verde della nave
mentre da qualche parte Dio gli va incontro.

Sono così i piccoli angeli che lasciano il nulla
fingendosi maturi, scriccioli di borghi africani
fuggiti dagli orrori delle guerre dove un boia
dice di essere pulito aspettando l'altro ceppo.

Scarso è il tempo per scandagliare i falsi tormenti
della storia che si dice più ricca quando semina
di schegge i continenti, degli altri, dei diversi,
mentre un bimbo pesca l'esplosivo che è servito
a dargli un altro padre all'arrivo del diluvio.

Ma non durerà che una notte questo dubbio,
una notte soltanto, perché all'alba giungeranno
i musici del fuoco per portarli via, lontano dalle terre
dei poeti dove nessuna vita è fedele a qualcun'altra.

Poi le autostrade delle città importanti li dividono
a gruppi, disseminandoli nei campi di cocomeri
e tabacco, in attesa di scoprire l'altro mondo
o di un capo che li adotti prima d'essere internati.

Eppure un giorno tornerà questa ciurma leggera
a riprendersi il mare di avi mai conosciuti,
tornerà a sedere di fronte alle capanne di fango
per cuocere mais nel sole della dimenticanza.


Un frammento di noi torna respiro

Specchiarsi in questo lago grande del tuo
volto, trattenendo il fiato quando l'ora
ha forza di radice, dentro il tuo ritratto
divenuto ali per inseguire il cielo che rapimmo.

E noi qui a chiedere una terra che apra
a piccole emozioni tornando a piedi scalzi,
nel groviglio di questo tempo che corre
a fatica tra canti di gente dura al mare.

La città ci consuma e nel silenzio
un frammento di noi torna respiro,
nella stanza dove la luce aveva il senso
dell'attesa, nella salita d'ogni giorno quando
otto rotelle senza scontrino bastavano
a dare presenza alle mani verso l'alto.

Nell'altro di noi, l'attimo eterno è
in questo fuoco che attacca la cornice
e ne scioglie i contorni per vederti ancora
quercia di memoria piantata a terra e cosmo.

Fosti con tutto ciò che oggi tace,
sugli occhi un breve riverbero di grano
che a giugno rimanda per te ogni altra
voce, accanto i portici e le chiese e le madonne
degli altari che così care ti furono, madre.

Ma ora dammi il tuo tempo e il cuore
affacciato alle finestre per non sentire l'urlo
dei marciapiedi in un giorno di festa, dammi
o madre, il tuo vangelo che si rifiuta d'accettare
il poco sonno tra le pieghe dell'Alzheimer.


Vangelo sotto i ponti

Me ne sto così. Ai bordi della strada.
A pesare il mio silenzio.
Cristo ci aveva chiamati,
ci aveva, ma capita di non accorgersi delle guerre
e i terremoti oppure della discesa dal cielo
se la carne non è che un uragano steso sulla pelle
dei dimenticati in una domenica di Quaresima.

Solo ai vecchi il pane si scandisce in gola
ogni domenica dell'anno, con il vino
delle osterie e il sangue delle autostrade,
memori di una spiga che confrontava
la parola alla vita della fame di Dio.

Così era il pane nelle vie dei nessuno,
ogni giorno ai focherelli inghirlandati
dal muschio delle rive sotto i ponti, quasi
si sappia in quei luoghi di perdizione
dire la verità una sola volta.

Vangeli di fuoriusciti sradicati al tramonto
per ritrovare una candela che sgoccioli
nei deserti delle città, in quei grumi sgomenti
che divorano l'asprezza dei muti
e le pupille dei ciechi.

Il resto è tirato fuori dalle oasi che il tempo
ci lascia nella sopravvivenza, prima delle tempeste
d'ogni stagione, prima che altro naufragio
srotoli il sudario tra gli sbandati e i matti
che siedono alla tavola per comprare i chiodi
che serviranno un giorno ad inchiodarli alla croce.

Ognuno ha una memoria da recuperare. Ed io me ne
sto così. Ai bordi della strada. A pesare il mio silenzio.


Momenti in solitudine

Questa strada è una dichiarazione d'amore
e di tarantelle etrusche che risuonano
bevendo a Pitigliano, nel tempo del grano
che sparge sulle aie il mare d'Argentario
da dove un giorno tu pure lascerai tornare
il cuore per ritrovare gli amori e le sue terre.

Vita che scuote i ramarri dai filari
con gli odori della terra che avanzano
al ronzare delle siepi, tempo di scacchiare
prima di tornare al mare dove le pecore
già sanno della via del tufo dentro i borghi.

Poi le nebbie diradano i bianchi di Parrina
e siamo in tanti a gridare la solitudine
profonda dei mattini, immaginando
il passaggio dei treni lungo la costa
mentre butteri al lavoro corrono sbuffando
con gli stranieri che via si porteranno un giorno
i segreti dei sassi e le nostre intenzioni.

Le strade del vino guardano lontano
un passaggio di gru, oltre i colli
di Maremma, ed io non resisto più
a tanta luce. Me ne vado così a sedere
su una soglia tra cielo e terra, una mano
rugosa con una fetta di pane unta d'olio,
il camposanto e le piche, i figli ai crocchi
dove di sera il tempo aspettando li colora.

Ai piedi della locanda dondola intanto
una lanterna mentre risalgono i sapori all'alba
nuova, tra le terre rapate, sull'ultima farfalla
che torna in superficie per morire.


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