Silvano Fecchio

Silvano FECCHIO è nato a Venezia; di professione insegnante ha sempre avuto passione per la scrittura, dedicandosi alla narrativa e occasionalmente alla poesia, dagli anni '90 in poi. I suoi scritti spaziano dalla pura fantasia, ai ricordi, al “fascino del mistero”, senza mai sconfinare nell'azione truce. Ha pubblicato con lo pseudonimo di Max Brico, il romanzo: “Lo strano caso del signor J.R.”. Nel 2005 con il racconto “1901” -solo 5 giorni- ha vinto il concorso letterario Prader Willi, ricevendo quale premio la pubblicazione del romanzo: “Racconti Brevi”. (Di seguito riportiamo la prefazione del libro e il racconto vincitore.)
Molti suoi racconti sono stati premiati e segnalati in concorsi letterari. Vive e opera a Venezia e a Padova, dove risiede.
È presidente dal 2008 dell'Associazione Culturale “Il Caffé Letterario del Pedrocchi”.


In questa raccolta di racconti spiccano le capacità narrative dell’autore che passa dal noir al filo dei ricordi, all’osservazione dei comportamenti, alla costruzione di situazioni che mettono a nudo i vizi e le virtù delle persone. Una narrazione nitida, senza fronzoli ma dettagliata, con quei particolari necessari alla piena comprensione della storia, portano il lettore a passare da un racconto all’altro, apprezzandone ogni volta la vivacità. Il concorso letterario internazionale Prader Willi è stato bandito dall’Associazione Carta e Penna, editrice di questo libro, al fine di sensibilizzare e far conoscere la Sindrome ad un pubblico sempre più vasto.
Prader e Willi sono i due studiosi che, mettendo insieme un complesso di sintomi caratteristici che costituiscono il quadro clinico di questa malattia genetica rara, hanno per primi descritto la Sindrome. È una malattia genetica causata da un’anomalia a carico di un piccolo frammento di uno dei due cromosomi 15 e colpisce un bambino ogni 15.000 nati; è difficilmente diagnosticabile e caratterizzata da: ipotonia, appetito insaziabile, obesità, ritardo mentale, ritardo funzionale, bassa statura negli adulti e problemi comportamentali, legati alla mancanza del senso di sazietà. Questo è uno dei problemi maggiori: il paziente, essendo privo del senso di sazietà, a causa di un’anomalia nel centro che controlla questo stimolo nel cervello, ha un appetito inestinguibile; allo stesso tempo, la malattia causa una disfunzione nel metabolismo che riduce notevolmente la capacità dell’organismo di bruciare le calorie assunte.
In tutto il mondo sono nate delle Associazioni di genitori dei soggetti affetti da sindrome Prader Willi con lo scopo di scambiarsi esperienze, suggerimenti e consigli, per far conoscere i sintomi guida della malattia, al fine di una diagnosi precoce che può aiutare sia il soggetto, sia la famiglia ad affrontare meglio i problemi che la sindrome, inevitabilmente, causa.
Le associazioni regionali italiane hanno fondato la Federazione delle Associazioni, (www.praderwilli.it) al fine di dare maggior impulso al coordinamento ed al proprio lavoro, migliorando l’attività e i rapporti con le Istituzioni Centrali, i Ministeri ed i Servizi Sanitari. La Federazione intende sensibilizzare gli organi politici, amministrativi e sanitari al fine di favorire la ricerca scientifica e l’attuazione di norme atte all’inserimento dei soggetti nelle realtà sociali e lavorative. Resta comunque primaria l’importanza di una diagnosi precoce: è necessario riconoscere subito il neonato affetto da Sindrome di Prader Willi, per poter intervenire con farmaci e cure affinché, sin dai primi mesi, si possa migliorare la qualità della vita del bimbo e della famiglia.

Donatella Garitta Direttore de “Il Salotto degli Autori”


DOLCE – SALATO

Si chiamava Giovanni e a Venezia lo chiamavano Nane. Correva voce che fosse figlio di N.N. e i soliti bene informati, dicevano che aveva una sorella gemella chissà dove e che la madre fosse una nota prostituta di Treviso.
Basso di statura e tarchiato, possedeva una forza straordinaria e un’agilità non comune. Lavorava come garzone in un panificio e ogni mattina presto, portava le ceste del pane alle rivendite e in alcuni alberghi. Camminava veloce per le calli e se era in ritardo correva, spingendo a mano un carrello che aveva un manubrio e due ruote di bicicletta; fischiettava perché la gente si scansasse al suo passaggio e niente lo fermava, né la pioggia, né la neve e nemmeno l’acqua alta.
Lo scatto di qualifica gli arrivò presto e da garzone di fatica, fu promosso aiuto-panettiere specializzandosi nell’impastare il pane e, sempre a quanto si diceva, nel dare all’impasto la giusta salatura, con l’acqua del sottostante rio, dal quale Nane, attingeva abbondantemente con un secchio, calandolo con una corda da una finestrella del laboratorio.
Anche se questo può scandalizzare; il salare il pane a quel modo e non soltanto il pane, era una pratica abbastanza comune nei secoli scorsi e non tanto disdegnata perfino in tempi relativamente recenti. Molte generazioni di veneziani, hanno mangiato focacce, biscotti, baicoli, zaleti e altri prodotti di forno rinomati per la loro bontà, salati… in quella maniera, ovviamente in divieto della legge.
“ Tuto dopo vien coto e queo che no’ sofega, ingrasa” ( tutto poi viene cotto e quello che non soffoca, ingrassa ), recita un antico detto e per coloro che non lo sapessero. Le fognature, allora come ora, non esistevano e nei rii defluivano e defluiscono dagli scoli delle case… avete capito cosa.
L’acqua di mare è ottima per cucinare, ha la giusta proporzione di cloruro di sodio ed è ricca di molti altri sali minerali, tutti preziosi per il nostro organismo. Nane lo sapeva bene per tradizione, non certo perché avesse studiato, dato che era quasi analfabeta. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, mise fine al suo impiego di fornaio e finì imbarcato in una corvetta della Regia Marina, dove diventò e non a caso, primo mitragliere di bordo, per i suoi riflessi eccezionali e la sua vista d’aquila, che sembra superasse i dieci decimi.
Un mattino, nel golfo della Sirte, al largo della costa Libica, abbatté da solo uno Spitfire inglese, che si era abbassato per mitragliare.
“ El svolava basso, a pelo de acqua, col sol da drio par no’ farse veder e ciapar, ma mi lo go becà in ala e n’tel timon de coa… el xe vegnio zo, come un pero-gnoco “, ( volava basso, a pelo d’acqua, con il sole alle spalle per non farsi vedere e colpire, ma io l’ho ‘beccato’ nell’ala e nel timone di coda… è venuto giù come una pera matura ), così raccontava Nane, a chi gli chiedeva di quel fatto, però non amava raccontare ciò che gli era successo poco tempo dopo.
Sempre di mattina, mentre come consuetudine, puliva e lubrificava la sua mitragliera contraerea, lo scatto accidentale dell’otturatore gli ghigliottinò due dita della mano destra. La carriera militare di Nane finì lì, anche se poi non lo congedarono, perché avevano un disperato bisogno di uomini.
Dopo la guerra tornò ad impastare il pane salandolo alla vecchia maniera, ma Nane non era più lo stesso. Forse quella mano mutilata, l’aveva cambiato dentro e spesso cercava di nasconderla tenendola in tasca; forse il calore del forno ora gli pesava e lo spingeva a bere non più acqua come una volta. Fu così, che lo mandarono via dal panificio e lui, “dal salato”, passò “al dolce”, impastando e tirando sul gancio il “ tira-mola “ , cioè lo zucchero filato colorato di bianco, rosso e verde, in una delle tante bancarelle delle fiere.
Quand’era ubriaco, i giovinastri lo prendevano in giro, chiedendogli: “ Come ti ga fato a butar zo l’aereo?” (come hai fatto a buttare giù l’aereo?)
Nane, serrava i pugni e li teneva vicini, mimando il gesto di stringere le maniglie di quell’arma, che in quei momenti, prendeva forma e consistenza nella sua mente e per qualche istante, lui si rivedeva giovane e forte, seduto alla mitragliera.
Davanti i suoi occhi le grosse canne bifilari, il collimatore centrale, poi in fondo, il mirino circolare e infine il cielo azzurro, terso, stupendo, del Mediterraneo.
L’aereo è appena un puntino scuro impercettibile, è il miglior caccia esistente, ha 5 mitraglie armate con proiettili esplosivi di potenza terrificante; ora picchia velocissimo giù, giù, fino a raggiungere quasi il pelo del mare, poi cabra e prosegue diritto sempre veloce, quasi invisibile con il sole alle spalle e sta per scaricare la sua grandinata mortale. Nane, l’aspetta prendendo la mira; lo tiene inquadrato costantemente nel centro del mirino, aspettando che giunga a tiro, mentre il servente nervoso gli urla: “ Spara, Nane!... Spara!... Sparaaa!”
“ Rata! Ta! Ta! Ta! Ta! Ta! Ta! Ta!” Usciva dalla bocca di Nane e quel suono a imitare i colpi cadenzati della mitraglia, gli sgorgava forte, lungo, disperato.
Il caso volle, che gli eventi importanti della sua vita, avvenissero sempre di mattina e così fu, quando uno spazzino lo trovò seduto sul gradino di un ponte.
Il cappotto logoro e sporco, la barba lunga da giorni sul volto diventato scarno, la mano destra nascosta nella tasca e la testa un po’ reclinata, appoggiata alle colonnine di marmo del parapetto.
Nane, sembrava dormire profondamente, a smaltire l’effetto dell’ennesima sbornia, se non fosse stato per quell’anomalo pallore del viso, così cereo e allarmante, che rifletteva tragicamente il colore plumbeo di quell’alba autunnale.
Stavolta lo Spitfire era arrivato a tiro volando alto, invisibile sopra le nuvole e poi era sbucato all’improvviso, picchiando a velocità vertiginosa. Le vedette della nave, l’avevano avvistato in ritardo e Nane, il povero, eroico Nane, con quella mano mutilata e i riflessi rallentati dall’alcol, non era riuscito a sparare per primo.

BUONANOTTE AMOR MIO

Buonanotte stella con gli occhi azzurri
Chiudi le palpebre e spegni ogni pensiero.
Lascia il mondo fuori dalla tua stanza,
lascia che i capelli si scompiglino sul cuscino,
lascia che il buio t’avvolga in morbido abbraccio.
Buonanotte amor mio,
lascia aperta la finestra affinché entrino le stelle
e sogna accarezzata della mano del vento.
Sogna i tuoi sogni più belli,
sogna cullata dal tuo respiro
respirando il profumo che è in te.
Buonanotte tesoro mio,
addormentati pensando che anch’io ti penso
e dormi vegliata dal tuo angelo,
finché la luna non tramonti,
finché il sole illumini il tuo nuovo giorno.



RAGAZZA BELLA

Quando ti ho visto la prima volta è stata una sorta di folgorazione e non ho avuto dubbi: tu eri la più bella. Sì, fra le tante, eri l’unica a possedere quelle qualità che inducono un uomo a voltarsi e sapevo che inevitabilmente, prima o poi, avrei cercato d’attirare la tua attenzione. Avrei cercato di farti sorridere per essere notato e considerato soltanto da te, che fra tutte, eri la più bella. Ma come tutte le belle eri già in coppia con un altro e lui, che stringevi a braccetto, cosa aveva più di me? Per quanto mi sforzassi di “vedere e comprendere” non riuscivo a trovare in lui nulla di speciale, niente che io non avessi al pari suo se non addirittura di più e allora perché lui sì, ed io no? Potevo almeno sperare, ragazza bella? Ti ho rivisto alcuni giorni dopo, ed eri sola. In principio ho cercato d’ignorarti per non farti sentire troppo importante e ho quasi finto di non accorgermi della tua presenza; però era una lotta impari e proprio mentre cercavo d’apparire coriaceo e freddo come l’acciaio, ebbene, al pari d’una calamita tu m’attiravi. Alla fine hai vinto e non poteva andare diversamente; davanti a te non avevo difese e così, forse per reazione, ho fatto un tantino il pagliaccio affinché le tue labbra sorridessero. In quei momenti non ero io, ma tu mi hai sorriso e quel sorriso ahimé, era rivolto alla persona che normalmente non sono.
Ragazza bella, per quale ragione con te non sono riuscito ad essere me stesso?
Forse perché altrimenti non ti saresti mai accorta di me? Forse anche lui, al quale regali baci e carezze, si era comportato così?
Ragazza bella, sei una tentazione pericolosa, davanti a te gli uomini si mascherano e tu sei in grado di capirli? Oppure ti lasci ingannare volentieri dalla loro maldestra recitazione?
Comunque sia, lasciati e lasciaci tentare ragazza bella, tu sei un luminoso faro per noi maschietti; senza la tua presenza, la nutrita schiera delle “bruttine” diventerebbero tutte più aggressive, pretenziose e presuntuose. Non ti preoccupare se da loro riceverai scarse manifestazioni di simpatia, sappi che è merito tuo e di tutte quelle come te, se finora si è mantenuta intatta quell’unità di misura con la quale valutare i canoni estetici femminili; perciò grazie, ragazza bella, soprattutto di vivere in mezzo a noi, in questo mondo di crudeli brutture. Un grazie di riconoscenza benché per ricevere un tuo fugace sorriso, io abbia dovuto rinunciare per un momento ad essere me stesso.


SOLE, LUNA E STELLE

Non chiedermi dove il sole va a nascondersi quando tramonta
e dove si rifugia la luna, quando sorge l’alba.
Non domandarmi dove vanno tutte le stelle in quelle notti
che si vestono di nuvole.
Io non so nulla di tutto questo, ma so che sole, luna e stelle,
quando non brillano in cielo, sono nel firmamento dei tuoi occhi.



1901 – Solo cinque giorni –

racconto di Silvano FECCHIO

Tutto ebbe inizio un mattino di settembre del 1984, mentre trascorrevo i miei ultimi giorni di ferie in Friuli. Ho detto: ebbe inizio, anche se questa incredibile vicenda aveva avuto origine molti anni prima.
Io stavo tornando al mio appartamento di vacanza, dopo una corsa in mountain-bike, quando incrociai Lorenzo, il geometra, mio buon amico. Aveva un'espressione seria e gli occhi spiritati, era anche lui in bicicletta e ansimava trafelato, nonostante stesse percorrendo la strada in discesa.
"Stai sbuffando troppo, devi allenarti di più, pigrone" gli dissi facendogli segno di fermarsi.
Lui rallentò strusciando con un piede sull'asfalto, ma non si fermò.
"Non posso fermarmi, ho fretta, devo andare! Sono stato a telefonare ai Carabinieri... è successa una cosa terribile!" mi urlò. "Ma che cosa è successo?" gli gridai mentre aveva ripreso a correre.
"È nella casa dove stiamo lavorando... è terribile!"
Girai la bici e mi misi a rincorrerlo.
In questi piccoli paesi non succede mai niente, cosa diavolo poteva essere di tanto grave, pensai mentre pedalavo in fretta. Ad un certo punto voltammo ad angolo, giù per una stradina laterale molto ombrosa, perchè fiancheggiata da altri arbusti e più avanti ci trovammo improvvisamente davanti a quella casa, in mezzo a un vasto prato. Era costruita interamente con i sassi dei torrenti, come usavano fare, in quelle zone, fino ai primi del secolo.
Fuori, sullo spiazzo, c'erano alcuni muratori, due di loro stavano seduti su delle travi e fumavano la pipia; appena ci videro si alzarono in piedi.
"Allora? Hai telefonato?" chiesero a Lorenzo.
"Sì... hanno detto di non toccare niente e che arriveranno fra poco" rispose lui ansando.
Adagiai a terra la mia bicicletta.
"Ma cos'è successo qui? Avete tutti un'aria stravolta", dissi attirando gli sguardi.
Lorenzo sul momento non rispose: io e lui eravamo coetanei e amici di vecchia data e ciò mi consentiva di insistere.
"Beh? Allora?"
"Allora, se vuoi, va a vedere tu stesso, guarda nel sottoscala... io non vengo, non torno lì dentro".
Cominciai a sentirmi inquieto e ricordo che alzando lo sguardo sulla porta d'entrata, vidi scolpita sull'architrave una data: 1901.
A quel punto non potevo tirarmi indietro e quando oltrepassai la soglia, avvertii un leggero brivido.
All'interno la luce filtrava abbondantemente da due finestre della cucina che illuminavano anche un breve corridoio più avanti, alla fine del quale c'era una scala di pietra che portava al piano di sopra. Camminando lentamente arrivai a i piedi di quella scala, che prendeva luce da un'altra piccola finestra proprio di fronte e qui, esitando, mi sporsi di lato per poter vedere cosa c'era lì sotto e ciò che intravidi mi raggelò.
Il sottoscala era chiuso da un muro di mattoni, che gli operai avevano in parte demolito e da quello squarcio, una luce radente illuminava un cadavere mummificato.
Era seduto su una sedia, in posizione quasi eretta perché tenuto su da una corda, che gli era stata legata attorno al busto e allo schienale. Le braccia, ridotte a scheletro, erano penzoloni e la testa era reclinata in avanti, mentre il viso appariva seminascosto da lunghi capelli, che sicuramente avevano continuato a crescere anche dopo la morte. Il vestito sembrava un semplice grembiule di colore scuro, indefinito. Ai piedi non calzava scarpe e su tutto quel corpo c'era una polvere grigiastra simile a cenere. Uscii all'aperto visibilmente scosso e respirai a fondo più volte per mitigare la sensazione di nausea, mentre la jeep dei Carabinieri comparve all'inizio della stradina. Lorenzo mi guardava pensieroso, forse convinto che avrei vomitato: "Hai visto che spettacolo? Cosa ne pensi?". "Credo sia una donna" risposi quasi a fatica "in quel sottoscala doveva filtrare dell'aria e il cadavere si è mummificato... ma chi può essere?"
Lui scosse il capo: "Ce lo siamo chiesto tutti e non abbiamo la più pallida idea, però sono sicuro che tutto questo dev'essere avvenuto quando non eravamo ancora nati".
Il maresciallo dei Carabinieri ci salutò, fece qualche domanda e subito dopo entrò nella casa assieme a Lorenzo, che stavolta non poté rifiutarsi di accompagnarlo; altri due Carabinieri e invece attesero fuori. Trascorsero sì e no dieci minuti, dopodichè Lorenzo tornò fuori stravolto più di prima.
Il maresciallo, con una faccia tesa, lo seguì a breve e senza dire niente andò alla camionetta dove chiamò con la radio il comando di Udine. Sentimmo che illustrava il rinvenimento e chiedeva l'intervento degli specialisti della sezione investigativa. Dopo un po' cominciò a piovere fitto e allora andai via, proprio mentre verbalizzavano le deposizioni di Lorenzo e degli operai. Poco prima delle due del pomeriggio, arrivarono degli investigatori dal capoluogo, con due automobili scure, belle lucide e i lampeggianti blue. Ormai la notizia si era diffusa per i paesi intorno e nonostante la pioggia c'era tanta gente che assisteva incuriosita e commentava l'accaduto. I commenti che sentivo erano i più disparati e non mancavano di fantasia, però c'era una domanda insistente e comune a tutti: ma chi poteva essere quella morta?
Quell'autunno fu cupo, nebbioso, seguito poi da un inverno particolarmente gelido e il mistero del cadavere mummificato rinvenuto in quella casa, non riuscirono a svelarlo.
Dalla città dove risiedo, lessi giornalmente le notizie di cronaca di quei paesi, abbonandomi a un giornale locale, ma di quel fatto non trovai scritto mai niente e dopo mesi, il risultato fu sostanzialmente zero. Alcune telefonate a Lorenzo confermarono che non era stato chiarito nulla, oltre le constatazioni effettuate ancora le prime settimane d' indagine.
Le perizie effettuate in quei giorni avevano permesso di stabilire che il corpo apparteneva a una donna abbastanza giovane, deceduta per lo sfondamento del cranio, dovuto a un violento colpo, che le era stato inferto con un oggetto contundente.
Quell'omicidio, perché di questo si trattava, fu fatto risalire a circa cinquant'anni prima e evidentemente, pensai io, non interessava più a nessuno, se non quale argomento di conversazione e di macabra curiosità.
Sicuramente fu curiosità anche la mia, che mi spinse, ai primi di giugno dell'ottantacinque, a prendermi una settimana di ferie per tornare al paese.
Lassù rividi quella vecchia casa e notai che i lavori di ristrutturazione non erano stati ripresi dopo che furono interrotti quella volta. I nuovi proprietari, da ciò che si sapeva, cercavano di venderla, evidentemente senza successo.
Il primo giorno della mia permanenza non feci assolutamente nulla, tranne pensare e correre in bicicletta per le stradine dei campi. Invece il secondo giorno di buon'ora, mi recai alla stazione dei Carabinieri che aveva sede in un paese vicino, dove il maresciallo, molto gentilmente, s'intrattenne con me a parlare del caso.
Naturalmente non accennò una parola riguardo alle indagini tutt'ora in corso, delle quali si occupava lui assieme alla sezione investigativa di Udine.
Disse che quella casa apparteneva, fino a pochi anni prima, a un certo Osvaldo M., nato nel 1902 e ultimogenito di altri due fratelli, che erano morti al fronte nel corso della prima guerra mondiale.
Alcuni anni dopo, i suoi genitori morirono anch'essi per le conseguenze dell'influenza spagnola del 1918.
Osvaldo in seguito si sposò e nel 1929 emigrò con la moglie in Olanda, dove si stabilì lavorando dapprima come muratore e successivamente acquisendo un'impresa edile per proprio conto.
Tutto qui, praticamente la storia era questa.
Alle mie domande, il maresciallo aggiunse che Osvaldo tornò al paese solo per brevi periodi di vacanza, dopo che rimase vedovo all'inizio degli anni '70. Lui morì in Olanda nel 1979 e quella casa l'ebbe poi in eredità un lontano parente, il quale, qualche anno fa, la vendette a gente forestiera.
La storia dunque finiva qui, il maresciallo non disse altro, però aveva capito fin dall'inizio che ignorava chi era il cadavere rinvenuto in quella vecchia casa.
Il terzo giorno andai all'ufficio anagrafe del Municipio, con l'intenzione di effettuare qualche ricerca, ma inaspettatamente rimasi deluso, in quanto mi dissero che tutti i registri, dal 1880 al 1917 erano poco attendibili perché erano stati distrutti da una granata austriaca durante la ritirata di Caporetto. Il tutto fu poi riscritto praticamente a "memoria" e consultando l'archivio parrocchiale, che riportava le nascite, i battesimi, i matrimoni e le morti.
Quindi il pomeriggio suonai alla Canonica e qui, alla mia richiesta di consultare i registri, il Parroco non si dimostrò entusiasta. Storse il naso, ma non arrivò a negarmi il favore, anche se, per tutto il tempo, restò sempre nella stanza senza perdermi d'occhio, evidentemente gelosissimo di quel suo archivio.
Trovai la data del matrimonio di Osvaldo: una domenica d'aprile del 1926 e appresi che sua moglie si chiamava Caterina D., nata e vissuta in un paese a pochi chilometri.
Quel volume era magnifico, ben rilegato e scritto con bella grafia, con inchiostro color seppia e riportava anche interessanti notizie riguardanti la comunità parrocchiale.
Andai via soddisfatto; certo erano notizie di pubblico dominio, ma proprio su quelle pagine mi erano venute delle idee e se avevo un po' di fortuna...
Il mattino del quarto giorno, m'informai su chi fossero le persone più vecchie del paese e poi andai a parlare con loro.
Il primo della lista era un certo Beppino, un simpatico ultra ottantenne, che viveva con un figlio e la nuora; però purtroppo, da quel colloquio non ricavai gran che. Quel vecchietto aveva un aspetto arzillo, invece la sua mente non lo era altrettanto. Lui ricordava poco e male e continuava a chiedermi, a bassa voce, se avevo un sigaro toscano da dargli di nascosto, perché non volevano che fumasse. Inconcludente fu anche l'incontro successivo con una certa Celestina, pure lei ottuagenaria, la quale comunque disse una cosa, che al momento sottovalutai e cioè che Osvaldo era un bell'uomo e corteggiava le donne anche dopo sposato.
Praticamente senza storia fu anche il colloquio con un'altra vecchietta di nome Rosa, con la variante che ripeté alcune volte, che ero un bel giovanotto e che ero stato gentile a andarla a trovare.
Del mosaico che cercavo di comporre, non riuscii a aggiungere nessun tassello e l'intera composizione continuava a rimanermi nebulosa. A quel punto cominciai a perdere le speranze: non avrei ricavato nulla parlando con i vecchi. Sicuramente anche i Carabinieri avevano battuto la stessa pista e dall'epoca dei fatti era trascorso molto tempo, forse troppo: oltre cinquant'anni e i ricordi si erano affievoliti se non azzerati, mentre io avevo bisogno di notizie certe. Perciò il quinto giorno, fu solo per scrupolo e non per convinzione che andai in un paese vicino, per parlare con Amalia.
Come mi avevano detto, lei viveva da circa un anno in una casa di riposo. La trovai in giardino, seduta su una panchina da sola e dopo un po', non senza sorpresa, mi resi conto che avevo avuto un colpo di fortuna: lei ricordava bene.
L'artrite le aveva artigliato le gambe, però il cervello, come constatai, era ancora pronto e lucido e così Amalia, una dolce vecchietta rimasta sola al mondo, fu la mia carta vincente, fu la chiave con la quale potei aprire la serratura di quel caso misterioso. Seduti sulla panchina parlammo per più di un'ora e non ci fu una sola domanda alla quale lei non seppe rispondere.
Il pomeriggio, bighellonai a lungo per la campagna; l'indomani mattina sarei ripartito, mia moglie mi reclamava al telefono e il lavoro anche; in un certo senso la mia missione era terminata, ma prima di andarmene qualcosa mi spinse a dare un ultimo sguardo dentro quella casa.
L'ingresso era transennato e tutto attorno erano cresciuti folti cespugli d'erbacce. Riuscii a entrare con qualche difficoltà; attraversai la cucina, arrivai in fondo al corridoio, fino ai piedi della scala.
La luce stava diminuendo, ormai mancava poco al tramonto, comunque i resti di quel piccolo muro si distinguevano ancora bene, erano davanti a me; passai le dita fra mattone e mattone per sentire con i polpastrelli la consistenza di quella vecchia malta.
Osvaldo aveva lavorato bene, in fretta ma bene e non c'erano dubbi, si vedeva che era stato del mestiere.
"Ma che fai qui? Sei tornato nel luogo del delitto?" Ebbi un sussulto e d'istinto mi voltai di scatto, benché quella voce l'avessi riconosciuta immediatamente. vidi Lorenzo dietro di me, a qualche metro e sorrideva.
"Accidenti, mi hai fatto prendere un colpo, non ti avevo sentito".
"Su dalla strada ho intravisto la tua macchina qui fuori, così sono venuto giù a vedere... allora sei riuscito a svelare il mistero della casa della mummia?"
Mi pulii le mani con il fazzoletto, c'era una punta d'ironia nel suo tono. "Adesso la chiamano così"
"Già e lo credo che i proprietari cerchino di disfarsene".
"Usciamo da questo posto, comincia a darmi un senso di oppressione" ripresi. All'aperto il sole stava declinando dietro le colline, ancora pochi minuti e sarebbe scomparso del tutto. La luce rossastra del tramonto, illuminava il paesaggio, proiettando bagliori e lunghe ombre intorno a noi. Lorenzo mi guardava con aria interrogativa, come attendendo che dicessi qualcosa.
"Ti racconto una storia" gli dissi sedendomi sul cofano della mia auto "ho impiegato cinque giorni per venirne a capo e devo anche ringraziare la fortuna".
"Allora avevo intuito giusto, sei dunque riuscito a svelare il mistero?"
"Ti ripeto, la mia è solo una storia e sono partito dal principio che in questi paesi tutti si conoscono e così è sempre stato, anzi una volta ancora di più. Quindi era normale sapere degli affari degli altri e viceversa, perciò era impossibile che la sparizione di una persona del luogo potesse passare nell'indifferenza generale, a meno che..." Lorenzo ascoltava attento, sembrava affascinato dal mio racconto. "A meno che?" ripeté lui. Io continuai: "A meno che non ci fosse una sostituzione di persona, così ben architettata che i paesani non fossero in grado di rendersene conto. Questo è stato un omicidio crudelmente premeditato, con sostituzione di persona e il tutto ha funzionato talmente bene che è durato fino a quando i tuoi operai non hanno sfondato quel muro. Questa storia cominciò quando Osvaldo si sposò con Caterina nel 1926; quell'uomo non aveva avuto una vita facile, aveva perso i due fratelli in guerra e dopo appena qualche anno perse anche i genitori per un'epidemia. Il suo matrimonio si guastò quasi subito, probabilmente perché Caterina non rimaneva incinta; il non avere figli, specialmente per le famiglie contadine di quei tempi, era una vera disgrazia. Lui sicuramente accusava lei di essere sterile e di averlo ingannato, in seguito, invece, dovette accorgersi che era esattamente il contrario. Osvaldo era un bell'uomo, non aveva difficoltà ad amoreggiare con altre donne e ad esserne ricambiato. Ebbe una relazione con una ragazza forestiera di nome Maria, che faceva l'inserviente nell'albergo "Leon d'Oro" del paese vicino. Si innamorarono l'uno dell'altra e qui finisce la prima parte della storia. Il seguito è un allucinante crescendo, perché Osvaldo convince la moglie che sarebbe meglio per loro emigrare in Olanda, paese che lui conosce bene, in quanto vi aveva lavorato per diversi anni come muratore stagionale.
Richiede i passaporti, fa tutto in regola, fa tutto alla luce del sole con fredda determinazione. Intanto Maria si licenzia dall'albergo e se ne va in un posto concordato con Osvaldo.
Una sera lui uccide la moglie con un colpo di maglio alla testa, poi occulta il cadavere nel sottoscala e in poche ore tira su il muro. Per lui è facile, è del mestiere e ha predisposto ogni cosa da tempo; poi in piena notte lascia il paese. Sicuramente prende un treno a Udine dove precedentemente aveva depositato i bagagli e dove s'incontra con Maria, alla quale fa assumere l'identità della moglie Caterina. Forse le due donne si somigliavano, forse la descrizione sul passaporto concordava in molti punti, forse a quei tempi la polizia di frontiera badava poco a quei straccioni di emigranti. Sta di fatto che i due arrivano in Olanda e vi si stabiliscono. Maria diventa quindi Caterina, moglie di Osvaldo e entrambi ormai hanno poco da temere; lei era una ragazza orfana, non aveva genitori o fratelli che potessero cercarla. Lei non rientrerà mai più in Italia e morirà in Olanda nel '74. Dalla loro unione non nacquero figli, perché Osvaldo era sterile... questa, amico mio, è tutta la storia".
Lorenzo rimase assorto, sembrava riflettere; alla fine volse lo sguardo su quella casa. "Questo spiega perché Osvaldo non tornò mai al paese in compagnia della falsa moglie: non poteva scoprirsi".
"Proprio così" dissi io "non poteva tornare con lei. Lui venne qui alcune volte e sempre per pochi giorni, soltanto dopo che era rimasto vedovo. Ma mi chiedo come abbia potuto, con il cadavere di Caterina, la vera moglie, oltre quel muro".
Restammo tutti e due in silenzio; Lorenzo mi pareva colpito da ciò che gli avevo raccontato. Guardò l'orologio come a farmi capire che doveva andare.
"Questa storia la racconterai ai Carabinieri?" mi chiese.
Scossi il capo dicendo "Pensi servirebbe a qualcosa? Ormai sono trascorsi tanti anni e i protagonisti non ci sono più... non c'è più nessuno che debba pagare per questo delitto".
"Potrebbe servire a dare almeno un nome a quella poveretta, sepolta in cimitero" disse lui.
"Se vuoi, racconta tu questa storia al maresciallo, io domani mattina devo partire".
Ci salutammo con una stretta di mano mentre si era fatto buio e quel luogo aveva assunto un aspetto ancora più tetro.
Salii in macchina e facendo manovra, i fari illuminarono per un istante la porta della casa e quell'architrave di pietra dov'era scolpito 1901.



I CINQUE SENSI

A casa mia ho una bella bambolina, quando apro la porta lei mi viene incontro e mi sorride dicendomi: “ ti amo, ti adoro, sei tutto il mio amor”.
Ha una vocina gioiosa e la sento spesso canticchiare per le stanze; a volte l'ascolto senza farmi vedere cercando di cogliere le sfumature di quelle note, altre volte invece mi piace perdermi nel colore limpido dei suoi occhi, nei quali scorgo il cielo e il mare, il verde dei boschi e perfino i contorni di quella valle segreta dove nasce l'arcobaleno dopo ogni tempesta e tutto questo m'inebria, come mi inebria quel sapore indefinito e avvincente che trovo sulle sue labbra.
Se la mia mano sfiora la sua pelle, mi pervade un brivido intenso e il profumo dei suoi tenui sospiri mi avvolge in un sottile incantesimo, che raggiunge il culmine al suono sussurrato del suo: “ti amo”.
Non potrei vivere senza di lei e quando sono lontano, mi manca terribilmente e allora io guardo le altre bamboline, cercando vanamente fra di loro quella che le assomiglia di più, ma è sempre tutto vano.
Mi manca la sua riempitiva presenza e il calore del suo sguardo, la tenerezza del suo sorriso, la dolcezza dei suoi bacetti delicati. Mi manca quell'ultima carezza della sera sulle palpebre dei miei occhi, per farli chiudere e addormentare al sussurrato melodioso di quel suo: “ti adoro”.
Non c'è nessun'altra come lei e con nessun'altra ho mai pensato di cambiarla.
Lei è stata creata su misura per me e quel genio che un giorno l'ha finemente modellata, si è dimostrato un artista eccezionale e non solo, perchè alla fine, per un arcano quanto meraviglioso sortilegio, le soffiò dentro la vita e lei...lei proprio quel giorno mi ha visto e si è innamorata solo di me.
Quel giorno mi ha sorriso e mi ha preso a braccetto mormorandomi: “sei tutto il mio amor”.
A casa mi aspetta quella bambolina da tanto tempo e condivide con me ogni cosa; quando mi vede mi corre sempre incontro sorridendomi, poi mi prende per mano e non mi lascia mai e mai finora ha smesso di sussurrarmi, come un soffuso fruscio di vento: “ Ti amo, ti adoro… sei tutto il mio amor “.


LA MASCHERA

Il medico appoggiò la radiografia sul pannello luminoso alla parete e l'osservò per una decina di secondi restando in silenzio, poi si sedette alla scrivania, mentre Cristina stava finendo di rivestirsi. Scrisse alcune righe sul ricettario e alla fine alzò gli occhi sulla ragazza, che intanto si era seduta di fronte a lui.
“ L'altr'anno hai preso la bronchite e quest'anno, com'era prevedibile, hai compiuto un salto di qualità”, le disse con piglio un pochino severo. Cristina fece fatica a sostenere lo sguardo e allora guardò di sbieco in basso le mattonelle del pavimento.
“Ora sto bene e non ho più la tosse, mi sento solo un po' debole”, gli rispose.
“ Diciamo che l'hai superata abbastanza bene, ma ti avverto che le pleuriti lasciano il segno e per il futuro devi toglierti dalla testa di andartene a spasso in pieno inverno, con una scollatura di quel genere”.
Lei riprese coraggio e lo guardò in viso abbozzando perfino un mezzo sorriso.
“ Mi creda, è stata una sfortuna che il gran freddo sia venuto proprio quella settimana di Febbraio… e come non bastasse, è nevicato pure”.
Il medico le allungò la ricetta; erano vitamine, più delle iniezioni ricostituenti a base di ferro e la sua espressione si addolcì: “ Ma guarda tu che fatti inconsueti succedono d'inverno… in ogni modo avresti dovuto coprirti il petto e la schiena, almeno con uno scialle di lana, che ti avrebbe riparata dal freddo”.
La ragazza reagì come fosse stata punta con uno spillo e scosse la testa: “ No, non si può”, disse alzandosi, “ sarebbe stata una stonatura inaccettabile ,non potevo farlo”. “ Mi pare giusto, allora meglio una pleurite”, aggiunse l'altro scotendo il capo a sua volta.
Cristina uscì, sentendo alle spalle il peso dello sguardo del medico e lasciandosi dietro l'ultima raccomandazione: “… Quest'estate un mesetto di Lido, però niente bagni e se proprio non potrai farne a meno, scenderai in acqua fino alle cosce e non oltre”.
Rimuginò per un po' su quella raccomandazione, mentre attraversava il campo Santi Giovanni e Paolo, in direzione di Rialto, poi tagliò per il campiello Santa Marina ed entrò nella farmacia d'angolo di San Lio, per farsi dare le medicine della ricetta.
La giornata era luminosa e c'era un sole primaverile che cominciava a scaldare timidamente. Gli immancabili turisti, specialmente quelli che provenivano dall'Europa settentrionale, indossavano già delle magliette estive e pantaloni corti, come fosse piena estate e non la metà di Marzo.
Quando Cristina rientrò a casa, sua madre non c'era e nemmeno sua sorella e lei andò dritta in camera. Si tolse le scarpe e il giubbetto di piumino, che gettò sul letto assieme alla borsetta, poi sedette sul bordo con le mani in mano. Si sentiva stanca, svogliata ed era il risultato inequivocabile di quanto era stata debilitata da quella malattia. Il grande specchio incorniciato sulla porta dell'armadio, che stava in fianco del letto, ora le rifletteva l'immagine e lei notò immediatamente il proprio pallore e le guance leggermente scavate, segno evidente che era dimagrita di almeno un paio di chili e forse anche più.
Si alzò in piedi osservandosi prima di fronte, poi di lato e sì, i jeans un tempo attillati, adesso le andavano sensibilmente larghi e si vedeva smagrita anche di seno e di fianchi. La natura non era stata granché generosa con lei; non le aveva dato delle belle proporzioni, né dei lineamenti regolari. Le gambe erano un po' magre e al contrario, i fianchi un po' larghi con natiche alquanto piatte, mani lunghe e ossute come le braccia, il viso con zigomi sporgenti e occhi di colore comune, marrone scuro, per non parlare dei capelli che mettevano a dura prova l'abilità della sua parrucchiera.
A 30 anni compiuti, Cristina non aveva ancora trovato il ragazzo giusto, o più verosimilmente, tutti quelli “giusti” non avevano voluto lei. Nella sua vita c'erano stati 5 – 6 corteggiatori e tra questi, sicuramente due avevano dimostrato intenzioni serie, ma erano tutti tipi di “seconda scelta”, se non addirittura di terza e lei non era una che s'accontentava.
Aprì la porta dell'armadio e con quel movimento, sparì repentinamente lo specchio e l'immagine di lei e inaspettata meraviglia, comparve un bellissimo costume di dama del settecento, il quale riempiva completamente l'interno del mobile.
Cristina, allungò una mano e la passò delicatamente su quell'abito, con un gesto prolungato d'affettuosa carezza.
La gonna, rotonda, ampia a mezza sfera, era di finissimo raso nero e amaranto e tutta trapuntata e ricamata con del filo d'argento. Il corpetto invece dorato, quasi lucente e anche questo interamente ricamato, ma con del filo d'oro e sul davanti la scollatura generosa a rettangolo, bordata di merletto fatto a mano. Su una mensola laterale, erano allineate le scarpette nere di vernice con fibbia d'argento, realizzate artigianalmente da un maestro scarpaio della riviera del Brenta e la vistosa parrucca color cenere chiaro, infine la mascherina nera con la veletta ricamata e, chiusi in un sacchetto di cellofan, i guanti di seta della lunghezza dell'avambraccio.
Un costume eccezionale, che le era costato un patrimonio e non solo in denaro; per realizzarlo c'era voluto quasi un anno di lavoro di due sarte costumiste del teatro La Fenice e di due ricamatrici-merlettaie di Burano . Un costume, che alla gente strappava esclamazioni di meraviglia, un costume che le nascondeva il suo fisico bruttino e al contrario la faceva apparire bella; un costume che la settimana di carnevale le apriva le porte delle feste mascherate più esclusive, nei palazzi sul Canal Grande, un costume grazie al quale, lei era ammirata, desiderata, cercata.
Cristina richiuse la porta dell'armadio e si sedette come prima sul bordo del letto. Lo specchio, tornato al suo posto, le rifletté nuovamente l'immagine e lei ebbe un sorrisino ripensando al rimprovero del medico, perché non s'era coperta con uno scialle per ripararsi dal freddo.
Coprire anche un centimetro di quello splendore d'abito, equivaleva ad un atto sacrilego, come profanare l'altare maggiore della basilica di San Marco; ah, quel dottore non capiva niente al di fuori della medicina. Meglio rischiare una polmonite e anche di peggio, meglio vivere un'unica settimana come una dea dell'Olimpo, piuttosto che 365 giorni nell'anonimato di un tran tran sempre uguale.
Ad un tratto Cristina di voltò di scatto verso l'uscio della camera; assorta com'era in quei pensieri, non s'era accorta che sua madre era rincasata e faceva capolino sulla soglia, con un'espressione interrogativa.
“ Cosa ti ha detto il primario ?” Le chiese.
Cristina si alzò in piedi andandole vicino e la sua immagine scomparve dallo specchio. “ Nulla di particolare, mi ha assicurato che non c'è niente di cui preoccuparsi”. “ E quella macchia sul polmone, che ti hanno trovato con la schermografia ?”
“ Oh,, è un fatto normale”, ripeté accennando un gesto rassicurante, “ sparirà presto e il prossimo carnevale potrò tornare ad essere la Pompadour e sfidare anche il freddo del Polo Nord”, Così dicendo volse lo sguardo sull'armadio e sua madre capì, che oltre a mentire, stava accarezzando con gli occhi il costume che c'era dentro.


PENSAMI

Pensami quando sono lontano, quando corro in autostrada, quando cammino per i boschi, quando spacco la legna sul greto del torrente, quando non sono dove dovrei, o dove vorrei… pensami.
Pensami quando al telefono senti le voci di tutti, tranne la mia, quando trovi spento il mio cellulare, quando ti sfiora il dubbio che potrei non tornare... pensami.
Pensami quando accarezzi il tuo gatto, quando ti accoccoli sul divano e t'annoi davanti al televisore, quando sai che sto scrivendo, quando rispondo a monosillabi… pensami.
Pensami quando vedi che i miei occhi guardano un'altra, quando ti affiora la gelosia, quando di sera t'infili nel letto e al mattino ti alzi, quando ti osservi allo specchio e scopri una nuova piccola ruga… pensami.
Pensami quando dalla finestra vedi il sole svanire oltre quella collina, quando la luna è piena e passa lenta sopra la tua casa, quando t'arrabbi perché non riesci a riprodurre i colori di certi tramonti… pensami.
Pensami sempre, pensami forte, pensami con la parte dolce della tua mente e così, forse, non smetterai d'amare quest'uomo difficile.


EROTIKA

Carmen arrivò con un treno a metà mattina, dopo che aveva viaggiato per tutto il giorno precedente e l'intera notte,durante la quale non era riuscita a chiudere occhio,in quello scompartimento cuccette; soltanto verso l'alba la stanchezza le fece socchiudere le palpebre, ma si trattò di un sonno effimero e breve, paragonabile a uno stato di dormiveglia. Erano parecchi i pensieri che le frullavano in testa, anche se, stringi, stringi, era uno solo quello che le impediva di dormire. Un unico pensiero, persistente, assillante, la tormentava da mesi e l'aveva spinta ad attraversare mezza Europa, per arrivare a Milano una Domenica mattina di fine Settembre.
L'appuntamento per il colloquio con il produttore era stato fissato di comune accordo per l'indomani pomeriggio, alle 4 e da quel verso non poteva lamentarsi; quell'uomo al telefono, si era dimostrato corretto, addirittura gentile.
Due settimane prima, lei gli aveva scritto una lettera, annotando alla fine del foglio soltanto un numero di telefono e inserendo nella busta un paio di fotografie formato cartolina e manco a dirlo, otto giorni dopo, lui le rispose con una telefonata; frasi gentili, accattivanti e alla fine una richiesta d'appuntamento. Era fatta e così quella porta si era aperta con sorprendente facilità, però si trattava appena di un primo passo e il difficile cominciava proprio ora, perché… già, perché quelle foto non erano le sue, ma ritraevano una modella tedesca; una bionda “ valchiria” di almeno un metro e ottanta e lei, Carmen, era l'esatto contrario.
Raggiungeva a malapena il metro e sessantatre e non era tedesca ma italiana, nata nel profondo meridione ed emigrata con i genitori in Germania; magrolina, senza appariscenti attributi femminili e come non bastasse, dimostrava assai meno dei suoi 23 anni e aveva i capelli neri corvini.
Carmen aveva elaborato un piano e specialmente in quell'ultimo periodo, era diventato il suo chiodo fisso e lo rimuginava continuamente in testa cercando di eliminare quelli che riteneva i punti deboli.
Quando uscì dalla stazione centrale, camminò immersa profondamente nei propri pensieri, senza guardare niente e nessuno. Prese una camera in una pensione poco distante, pagando in anticipo per un paio di giorni e si stese sul letto vestita com'era. Non sarebbe tornata indietro, ormai la decisione l'aveva presa, ed era stata una decisione meditata a lungo e per certi versi sofferta. Non le importava cosa avrebbero pensato di lei e come sarebbe stata giudicata dai suoi genitori e dai parenti; ci voleva coraggio per compiere ciò che si accingeva a fare, almeno questo, nessuno avrebbe potuto negarglielo.
Stando supina sul letto, il suo sguardo indugiò pigramente sulla spoglia parete di fronte e dopo si posò sul soffitto, dal quale pendeva una brutta lampada a forma di campana e ingrigita dalla polvere. La stanchezza del lungo viaggio cominciò lentamente ad impossessarsi di lei e nelle orecchie le ronzava ancora l'ovattato tran,tran del treno in corsa e inoltre, stranamente, avvertiva nelle narici quell'aria secca e pesante che c'era nello scompartimento cuccette, poi, piano,piano, il sonno giunse a spegnere tutto.
Il giorno dopo non le fu difficile trovare la via e il numero e per questo l'aiutò molto una pianta della città, che lei acquistò appena giunse in stazione.
Il luogo era un po' lontano dalla pensione dove aveva preso alloggio, comunque non una distanza eccezionale, solo 25 minuti di metrò e poi quattro passi lungo un viale ombroso, fiancheggiato da due filari di tigli.
Lo stabile era abbastanza moderno e faceva angolo con una via dall'aspetto anonimo e senza alberi. Carmen arrivò con mezz'ora d'anticipo e allora gironzolò intorno, occhieggiando senza interesse le vetrine dei negozi, molti dei quali ancora chiusi e con le scritte dei saldi di fine stagione.
Il cuore le batteva in fretta, era emozionata, nervosa e ci fu un momento che pensò di desistere e tornare indietro, ma fu solo un flash, un breve impulso che scacciò subito. No, niente ripensamenti, né pentimenti dell'ultimo minuto, sarebbe andata fino in fondo; non aveva percorso più di 1400 chilometri per poi tornare al punto di partenza.
Alle 16 in punto suonò un campanello della porta di quel condominio e sulla targhetta solo una sigla: C.P.C. Alcuni secondi d'attesa e dal citofono si udì una voce maschile un po' roca, che chiedeva chi fosse.
“Sono Dora, ho un appuntamento con il produttore”, rispose Carmen avvicinando il capo alle piccole fessure del microfono. Il nome l'aveva scelto con cura, perché era breve e facile da memorizzare per chiunque.
“Terzo piano”, riprese la voce e all'istante ci fu lo scatto della serratura elettrica.
Il cuore, le riprese a battere più velocemente di prima e quando entrò nell'ingresso sentì un vuoto allo stomaco; un uomo abbastanza anziano le disse di attendere un momento, dopo di che l'accompagnò all'ufficio del produttore.
Carmen, nelle sue meditazioni, aveva immaginato che si sarebbe trovata di fronte a un uomo corpulento, dai modi volgari, in un ufficio tappezzato di brutti manifesti e invece niente di tutto questo, ma esattamente il contrario. La stanza era luminosa e ben arredata, con una grande scrivania di pregio e un computer ultimo modello e il produttore, un uomo longilineo, piacente, sulla quarantina, vestito con tanto di giacca e cravatta e appena vide la ragazza ebbe sul volto un'espressione incredula.
“ Ma lei chi è?” Chiese visibilmente stupito.
“Sono Dora, ma non quella delle fotografie che le ho spedito e che ora ha sopra la scrivania”. “Cos'è uno scherzo?” Riprese lui.
Carmen scosse il capo: “No, non è uno scherzo, voglio lavorare con voi e lei sicuramente non mi avrebbe ricevuto se avessi inviato le mie vere fotografie e ho compiuto un lungo viaggio per venire qui a Milano”.
Il produttore sul momento non disse niente, si limitò ad osservare quella ragazza minuta che gli stava di fronte, poi anch'egli scosse la testa: “ Lei vorrebbe fare l'attrice porno, ma da quello che vedo, le manca il fisico e mi dispiace per il lungo viaggio, perché dovrà rifarlo per tornare a casa”.
Carmen non si diede per vinta e sostenne fieramente lo sguardo dell'uomo.
“L'anno scorso avevate un'attrice che mi somigliava: Erotika era il suo nome d'arte… mi somigliava e andava forte, sono venuta per prendere il suo posto,perché posso fare benissimo quello che faceva lei e forse anche meglio”.
L'altro rimase silenzioso e pareva colpito dalla determinazione di quella mezza cartuccia di ragazza e anche dall'inaspettato affiorare di un certo ricordo. “Erotika, è stata una storia triste…si uccise in una crisi di depressione; ma tu che ne sai di Erotika?” Riprese l'uomo.
Carmen notò quel tu e avvertì d'istinto che il colloquio stava prendendo una piega diversa, forse a suo favore. “Lo so perché ho visto alcuni filmini e sono venuta per occupare il posto di quell'attrice, mi metta alla prova…non ci rimetterete niente e per i primi tempi non mi pagherete, se non sarete soddisfatti”.
Ci fu silenzio, il produttore sembrava pensare e dopo pochi secondi schiacciò il pulsante di un citofono. “Chiamatemi Carlo, che venga subito qui”, disse asciutto.
Altri secondi d'attesa e comparve sulla porta un uomo, anch'egli sulla quarantina, era di bassa statura con un fisico appesantito da una pronunciata pinguedine; aveva modi e abbigliamento da invertito, con collanine di perline al collo e un vistoso braccialetto al polso, al posto dell'orologio.
“Questa ragazza desidera lavorare con noi e vorrebbe diventare l'erede di Erotika, tu cosa ne pensi?”
Carlo, la guardò osservandola con occhio professionale e trascorsero altri secondi di silenzio. “ Beh, per somigliarle, un po' le somiglia… forse si potrebbe provare, lo dico da regista, naturalmente”, disse alla fine.
L'altro si alzò in piedi e accese una forte lampada a stelo, che era a lato della scrivania, puntandola su Carmen.
“Spogliati completamente e tieni solo le scarpe”, aggiunse con un tono che sapeva di comando. Lei non manifestò sorpresa, né accennò imbarazzo, era sorprendente come adesso si sentiva sicura e padrona di sé, a differenza di mezz'ora prima.
Si spogliò velocemente la parte sopra la cintura restando a seno scoperto, poi al contrario, si mosse lentamente, sfilandosi i jeans, i collant e gli slip e lasciando tutto sul pavimento. I due l'osservarono silenziosi, come fosse un oggetto e stranamente, Carmen non provava alcuna vergogna. Vide il regista che assentiva con un percettibile sorriso e piccoli cenni del capo in senso affermativo: “Sì,… si può fare, potrebbe interpretare i ruoli della ragazzina e ha anche poco seno, il che va bene. Dovrai raderti i peli del pube, mia cara e depilarti sotto le ascelle e per i capelli… beh, forse una parrucca bionda a caschetto”.
“No, niente parrucche”, intervenne deciso l'altro, “si ossigenerà i capelli e casomai si farà le trecce, ma niente parrucche”.
L'invertito assentì di nuovo e continuò: “Potremmo farla lavorare anche con Oreste, l'attore anziano, il 'nonno e la nipotina', è sempre un binomio vincente… dimmi cara, lo prendi anche nel di dietro?” Carmen non esitò: “Faccio tutto, non ho problemi”.
Il produttore fece cenno a Carmen di rivestirsi e tornò a sedersi dietro alla scrivania. “ Va bene, ti metteremo alla prova e per cominciare, ho bisogno di alcuni documenti: la tua carta d'identità, poi servirà un certificato medico per attestare che non hai malattie veneree e l'AIDS… sei sposata?”
Carmen accennò di no, porgendogli una carta d'identità falsa, che si era procurata pagando 600 euro a un tipografo di Amburgo. Il produttore diede appena un'occhiata e gliela restituì “Sarai contenta Dora; oggi è stato il tuo giorno fortunato. Faremo 5 o 6 filmini brevi, per il mercato del medio oriente e poi vedremo”. La ragazza, dopo essersi infilata la maglietta si rassettò un po' i capelli con aria civettuola. “Quando comincerò?” Chiese.
“Quando mi porterai il certificato medico; la nostra società cinematografica è seria e rispettiamo la legge, però con me potrai incominciare anche subito. Stasera sei invitata a cena a casa mia”, disse con un tono che non ammetteva repliche.
A quel punto il regista ebbe un sorrisino e se ne andò con un cenno di saluto e Carmen si sentì soddisfatta; era andato tutto come voleva e con facilità sorprendente, mai avrebbe pensato che la cosa sarebbe filata così liscia. Accettò l'invito senza la minima esitazione e poi attese pazientemente per più di un'ora in un salottino,guardando la televisione fino a quando il produttore non venne a prenderla, Fu sorpresa nel sapere che quell'uomo abitava in quello stesso condominio, su in alto, in un attico con un'ampia terrazza panoramica, che comprendeva ben due lati dello stabile.
Lui non perse tempo in preamboli e le mise subito le mani addosso, mentre erano ancora dentro all'ascensore. Carmen cercò di contenerlo, pur lasciandosi palpeggiare le parti intime, ma quando giunsero nell'appartamento, lei stette al gioco e lo seguì subito in camera e qui volle che lui si spogliasse per primo.
“Stai calmo, rilassati, conosco dei giochetti e ti divertiranno più di quanto pensi, adesso voltati, rilassati, dammi le mani”, gli sussurrò dolcemente prendendolo per le braccia. Fu così che lui, senza quasi accorgersene, si trovò steso sul letto e con le mani ammanettate dietro alla schiena. Carmen gli tappò velocemente la bocca con del nastro adesivo e nonostante lui scalciasse, riuscì anche ad ammanettargli le caviglie. Aveva sognato quel momento da molti mesi, nutrendosi d'odio e preparandosi con pignoleria e addirittura allenandosi alla tecnica di immobilizzare una persona.
Avvicinò la testa a guancia a guancia con quella dell'uomo, tenendogli una fotografia davanti agli occhi. “Ecco, questa era Erotika… la tua Erotika, che hai schiavizzato con la droga, costringendola a fare quello che volevi… le hai fatto toccare il fondo della depravazione e della disperazione. Erotika era mia sorella Concetta, la mia unica sorella… lei ti amava e tu l'ha ricambiata distruggendole
la vita e portandola al suicidio. Lei mi telefonava, si confidava con me, mi diceva tutto; non c'erano segreti fra noi”.
Carmen continuò così, parlandogli sottovoce, quasi sussurrandogli all'orecchio, senza mai alzare il tono, poi, quando decise che era giunto il momento, gli tenne ferma la testa afferrandolo per i capelli con una mano e con l'altra strinse un rasoio che aveva portato con sé da Amburgo, come le manette e il nastro adesivo. Gli fece un taglio sul lato del collo, incidendogli la giugulare, ma senza reciderla; il dissanguamento non doveva essere rapido perché i suoi occhi dovevano guardare la fotografia di Concetta fino all'ultimo, fino a quando non si fossero spenti per sempre.



Per contattare direttamente l'autore: silvanofecchio@yahoo.it

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