Giuliano Fantini nato il 12.11.1947 a Medolla (MO).
Nel 1957 si trasferisce a Torino. Dopo il completamento degli studi ha lavorato come impiegato presso un'industria metalmeccanica sino al raggiungimento dell'età pensionistica.
Attualmente vive ad Almese (TO). La passione per la letteratura lo accompagna sin dagli anni del liceo classico.
Solamente da qualche anno, a seguito delle insistenze della moglie Laura, ha iniziato a conservare e raccogliere i racconti e le novelle che si diverte a scrivere.

Con Carta e Penna ha pubblicato la raccolta LA MASCHERA E ALTRI RACCONTI.
Dalla prefazione di Pier Carlo Maschera, giornalista:
Con questa raccolta di racconti brevi, opera prima di Giuliano Fantini, l’Autore si presenta al pubblico con un libro che non mancherà di riscuotere il favore dei lettori. Questo per diversi motivi. Innanzi tutto per la sua grande capacità di narratore attento all’uso di un linguaggio appropriato e nel contempo dotato di stupefacente lievità e vitalità. A cui va aggiunta, cosa non secondaria, la notevole abilità nella costruzione di un impianto narrativo sempre avvincente che, partendo – per stessa ammissione dell’Autore – dalla realtà di fatti o personaggi, gli permette di sviluppare una sequenza descrittiva di pregevolissima fattura, con un ottimo bilanciamento fra realtà e fantasia. Racconti in cui intelligentemente una pregevole aura poetica evita il ricorso alla facile retorica a cui, autori meno abili di Giuliano Fantini, sarebbero certamente ricorsi. Racconti piacevoli, da leggere tutti d’un fiato, per gustare il sottile fascino della “buona scrittura” supportata da una fantasia che sa creare l’intrigante atmosfera che avvolge il lettore, di volta in volta preso per mano e accompagnato nell’immaginario e talvolta onirico labirinto narrativo. Una piacevole rivelazione, dunque, questo libro di Giuliano Fantini, che sommessamente ma nel contempo prepotentemente entra nella schiera di “autori di opere prime” non dalla porta di servizio, bensì , a pieno titolo, dall’ingresso principale.

LA COMPAGNIA DEL COLORE

“La Compagnia del colore” così, dopo alcune animate discussioni, era stato battezzato quel piccolo club composto da cinque amici che avevano in comune una grande passione per la pittura ma non disdegnavano anche cimentarsi con altre forme artistiche come la fotografia ed il cinema. Dopo aver affittato uno scantinato e averlo ripulito rendendolo abitabile, lo avevano arredato in modo tale che ognuno potesse avere uno spazio indipendente per l'esternazione delle proprie velleità artistiche. In quel luogo si riunivano per lavorare alle loro opere, per scambiarsi pareri, opinioni, consigli ma anche per organizzare scampagnate con relativi pranzi o cene sempre allietati dalla presenza delle relative consorti. I momenti di impegno altamente creativo si alternavano a momenti spensieratamente ludici e scherzosi.
Un giorno però accadde un avvenimento imprevedibilmente tragico: Cesare, uno dei componenti del club, fu trovato senza vita sotto una grande quercia del parco: era stato barbaramente assassinato. Gli inquirenti non riuscirono a trovare né l'arma del delitto, molto probabilmente un coltello, né tantomeno un movente che li potesse indirizzare verso la ricerca di un colpevole.
Dopo alcuni mesi di indagini il caso fu archiviato come irrisolto.
I rimanenti quattro componenti della compagnia, seppur tristemente, continuarono a ritrovarsi nella loro “tana” (così avevano infatti battezzato la cantina) e, durante una riunione indetta per scambiarsi pareri su una mostra a cui avrebbero voluto partecipare con le loro opere, Gaetano propose agli altri tre di realizzare un piccolo filmato per ricordare il loro amico prematuramente e drammaticamente scomparso. La proposta ricevette immediatamente il consenso unanime ed entusiastico di tutti.
Gianni, per la sua somiglianza fisica, fu scelto per interpretare la parte di Cesare.
Per quanto concerneva l'abbigliamento da indossare durante le scene interne trovarono il suo camicione pieno di macchie di colore ancora appeso ad un chiodo in un angolo buio dello scantinato. Mancava però un accessorio fondamentale.
Cesare era un profondo conoscitore e grande ammiratore degli Impressionisti, soprattutto di Monet, e da quando, in una mostra, aveva visto il quadro di Renoir che lo ritraeva col basco in testa, mentre dipingeva nel suo giardino di Argenteuil, ne aveva acquistato uno simile e tutte le volte che si poneva col pennello di fronte ad una tela bianca orgogliosamente se lo calcava sulla testa.
Nel loro locale non fu rinvenuto però nessun copricapo e quindi lo richiesero alla moglie la quale fu ben lieta di darlo avvisandoli però che quello, essendo già un po' vecchio e piuttosto logoro, era stato da Cesare sostituito con uno nuovo che molto probabilmente aveva con sé anche il giorno dell'omicidio ma che non era mai stato ritrovato.
Gaetano e Mirco, dedicando quasi tutto il loro tempo libero, scrissero con molta cura la sceneggiatura, inventando dialoghi, battute e pensieri che mettevano in evidenza la personalità dell'amico artista ed il suo spirito allegro e scanzonato. Prepararono poi con altrettanta attenzione la scenografia degli interni e ricercarono nei dintorni del paese, con pignoleria quasi maniacale, i luoghi più adatti per le riprese esterne.
Mauro, l'esperto di cinematografia, si procurò due videocamere professionali con tutti i relativi accessori per effettuare le riprese nel miglior modo possibile.
Erano quindi pronti per iniziare.
Il giorno del primo ciac nella “tana” aleggiava un'aria di grande entusiasmo accompagnata però da una indescrivibile emozione.
Gianni indossò il camicione, si pose il basco sul capo facendolo leggermente cadere sul lato sinistro, prese il pennello e, come se fosse stato improvvisamente guidato da una forza misteriosa, iniziò a coprire la tela con decise tracce di colore. Mauro filmava mentre gli altri due, perplessi e senza parole, non distoglievano lo sguardo da quelle mani che continuavano a dipingere con una maestria tale che non era, almeno fino a quel momento, propria di quel modesto pittore che era Gianni.
Non ebbero il coraggio di interromperlo. La sua fronte era madida di sudore, il suo viso era di un pallore quasi mortale e quando spossato si accasciò per terra Gaetano fu il primo ad avvicinarsi temendo per la sua incolumità. Come primo atto gli tolse il basco cercando con questo di fargli aria: quasi immediatamente Gianni riprese colore e, spalancando gli occhi, guardò il suo soccorritore con aria interrogativa e spaventata. Questi lo aiutò a rialzarsi e appena comprese che le sue condizioni erano ritornate pressoché normali gli fece alcune domande con l'intento di ricevere qualche chiarificazione su quanto gli era accaduto.
Seppe solamente rispondere che, qualche istante dopo aver indossato il vecchio basco di Cesare, aveva sentito nella testa come una tremenda scossa che gli aveva fatto vibrare tutto il cervello. Oltre a questo però non ricordava più nulla.
Mirco, che era convinto di aver visto comporsi sotto le pennellate dell'amico il dipinto di un paesaggio con un casale, si avvicinò al cavalletto ma con sua grande meraviglia e stupore notò che sulla tela vi erano solamente informi macchie di colore. Certo di non essere stato ostaggio di una visione, chiese a Mauro di collegare la videocamera al computer per poter meglio esaminare sul monitor quanto era stato ripreso. Le immagini furono fatte scorrere con l'effetto moviola in modo tale che ogni fotogramma passasse lentamente. Mirco aveva visto bene! Il dipinto ad certo punto era realmente completato. Mauro fermò l'immagine tra la perplessità dei presenti. Lo sguardo di ciascun componente della compagnia passava dal monitor alla tela e dalla tela al monitor ma nessuno sapeva dare una spiegazione al fenomeno che appariva davanti ai propri occhi. Da una parte un paesaggio ben definito e dall'altra una serie di macchie senza senso. Gianni, ormai ripresosi completamente, azzardò una spiegazione che lasciò gli altri perplessi ed increduli ma, nello stesso tempo, anche un po' spaventati: in quel luogo a lui caro Cesare aveva voluto comunicare loro qualche elemento che permettesse di risolvere il caso delle sua misteriosa uccisione.
Gaetano si avvicinò al monitor per osservare con più attenzione il fermo-immagine e dopo qualche istante informò gli altri di aver riconosciuto la costruzione dipinta: si trattava della cascina Corte Grande. Era situata infatti in una bella località ai piedi della collina meta di molti pittori dilettanti che, spesso nei giorni festivi della bella stagione, vi montavano i loro cavalletti. Non tanto distante dal paese, era facilmente raggiungibile percorrendo per circa un chilometro quella polverosa strada sterrata che nel dipinto si vedeva molto chiaramente. Essendo le tre del pomeriggio e le ombre della sera ancora lontane, i quattro amici decisero di andare a visionare il posto. Stamparono una copia della videata per potersi posizionare, una volta giunti a destinazione, nel luogo esatto in cui, ipoteticamente e misteriosamente, era stato dipinto il quadro.
Fermarono l'auto e si sparpagliarono alla ricerca di qualche indizio che confermasse, anche a distanza di tempo, la presumibile presenza di Cesare in quella località. Dopo più di un'ora di inutili ricerche, delusi stavano per abbandonare quando Mirco lanciò un urlo: aveva trovato semisepolto dall'erba e dalle sterpaglie un malridotto basco visibilmente sporco di sangue raggrumato.
Ormai certi che il loro amico fosse stato assassinato in quel luogo e poi trasportato, per sviare le indagini, in una località che non si potesse ricollegare con il vero teatro dell'omicidio, si recarono nel Commissariato di zona, fecero la loro deposizione, consegnarono quanto avevano rinvenuto e riconosciuto e richiesero ufficialmente di far riaprire il caso.
Logicamente, sapendo che sarebbe stato molto difficile credere al loro racconto, tralasciarono di precisare come erano giunti al ritrovamento del basco di Cesare. Affermarono semplicemente che il tutto era avvenuto mentre stavano visionando alcune località che sarebbero servite come oggetto per dei dipinti che avevano intenzione di presentare alla mostra in programma il mese successivo presso il centro culturale del paese.
La compagnia proseguì, senza ulteriori e misteriose interruzioni, nel progetto del cortometraggio in ricordo del loro amico. Girarono le ultime scene esterne sfumando sull'immagine di Cesare mentre stava completando quel dipinto di cui solo loro erano a conoscenza.
Il montaggio durò qualche settimana, ma alla fine il risultato che Mauro portò nella “tana”, per la visione in anteprima, fu veramente notevole e soddisfacente.
Presentarono il breve film in una serata culturale presso la biblioteca comunale. Ricevettero molti elogi e molti complimenti ma ciò che in quello stesso giorno li rese più felici fu la notizia pubblicata sulla pagina della cronaca cittadina del giornale regionale.
I Carabinieri avevano infatti arrestato un'intera banda di trafficanti di droga responsabili anche dell'omicidio di Cesare. Il loro amico era stato ucciso perché, per un tragico caso, si era trovato ad essere testimone del trasferimento di una grossa partita di cocaina proprio nella cascina che stava ritraendo con i suoi pennelli.
Il giornalista aveva inoltre spiegato che gli assassini sarebbero certamente riusciti a farla franca se i componenti della “Compagnia del colore” non avessero casualmente e fortunatamente rinvenuto l'inseparabile basco del loro amico pittore nella località dove era realmente stato commesso l'omicidio.

Novembre 2010




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