Donato De Palma, nato a Pago Veiano (BN) il 19/10/1935.
Operaio comune. Nel maggio 1962 emigra in Germania, trova lavoro presso la Volkswagen, dove rimane per due anni.
Ritorna in Italia nel Dicembre 1963, dove rimane disoccupato per alcuni mesi.
Nel Maggio del 1964, di nuovo emigra in Svizzera presso Zurigo, dove trova lavoro presso una vetreria. dove rimane per altri due anni. Ritorna in Italia nel Dicembre 1965, con la volontà di lavorare in Italia, ma dopo un breve periodo di lavoro in edilizia, è di nuovo disoccupato per alcuni mesi.
Nell' Aprile del 1967 viene a Torino, assunto dalla FIAT dove ha lavorato prima a Lingotto carrozzerie dal 1967 al 1981, poi 6 anni di cassa interazione, proprio nel momento in cui aveva moglie e 5 figli a carico, e nel Dicembre del 1986 rientra al lavoro nello stabilimento di Mirafiori carrozzeria.
Residente a Torino dal Novembre 1967, 30 anni di lavoro alla FIAT. e dal 1° Agosto 1997, all'età di 62 anni, sono in pensione. Da pochi mesi ho cominciato a scrivere delle poesie e qualche piccolo racconto della mia vita come di seguito esposto, e penso di continuare con molta fiducia.
Grazie per la cortese attenzione.

Per i navigatori di Carta e Penna, presento le mie poesie:

25 Aprile 2013
Festa Nazionale della Liberazione

     

Portiamo un fiore ai nostri caduti,
un fiore rosso,
rosso come il sangue versato
per la libertà e per la pace.

Ricordiamo il loro sacrificio,
che ci ha donato
quel prezioso simbolo:
Una ruota dentata,
una stella a cinque punte sovrapposta,
un ramo di quercia ed un ramo di ulivo,
la forza e la Pace,
legati insieme
con un nastro tricolore,
con la scritta
Repubblica Italiana.

Ricordiamo sempre le parole
di quel lontano giorno,
Ora e Sempre,
RESISTENZA


2 Giugno 2013
Festa della Repubblica

Uno squillo di tromba,
l' inno d'Italia,
sull'alto pennone
la nostra bandiera !

Si innalza festosa
con un canto di gioia,
in alto e al vento
i nostri colori;

Il verde dei campi,
il bianco del monti,
il rosso del sangue
che vibra nel cuore.

Alto è il saluto
col grido di pace,
Evviva l'Italia
e la nostra bandiera.


RICCHEZZA E POVERTA'

Io sono la ricchezza,
ho tanto cibo a sufficienza
tanti beni e tanto denaro,
ho il dominio del mando .

Io sono la povertà,
non ho cibo a sufficienza,
non ho beni ne denaro,
l'unico bene che ho, è la vita!

Quanta ricchezza c'è nel mondo,
nelle mani di poche famiglie,
Quanta povertà c'è nel mondo,
nelle mani di tante famiglie!

Quanta tristezza e sofferenza,
vedere nel mondo tanta povertà;
sfruttamento di deboli e di minori,
con la forza e il potere del denaro!

Quanta mendicanza nelle strade,
davanti ai portoni delle chiese;
e quanti bimbi innocenti,
nel mondo muoiono di fame!

Si alzi un grido di dolore,
per coloro che soffrono la fame!
Sia distribuita meglio la ricchezza,
prodotto della terra, in questo mondo!

Ma oggi, ascoltiamo la voce del cuore,
doniamo almeno una piccola moneta,
essa può salvare una vita,
là, dove bambini muoiono di fame!


24 GIUGNO
(festa di San Giovanni Battista)

A quel Giovanni Battista,
duemila anni fa,
gli tagliarono la testa!
La religione, i fedeli, il popolo,
in questo giorno ne fanno una festa!
Nella festa si prega,
ma si mancia e si beve,
si canta e si suona,
si spende denaro!
Non si pensa al dolore
ma alla festa e alla gioia!
Sfilano le bande musicali,
una maschera allegra e gioiosa,
un lungo corteo di storiche figure,
tanta nobiltà e pochi contadini!
Un carro tirato da buoi,
con pochi prodotti dei campi,
simbolica offerta votiva,
frutto di tanto lavoro!
In piazza, è pronta la pira,
fatta di legna e fascine,
per esser bruciata la sera,
per farne un grande farò.
Un fuoco ardente,
brucia la legna e un piccolo toro,
fatto di carta o di legno.
simbolico rito dei tempi .
Spettacoli e fuochi d'artificio
Concludono la festa!
Ma a quel Giovanni,
gli tagliarono la testa!

Pensiero e riflessione,
non solo festa


8 MARZO

In questo giorno ricorrente,
ad ogni donna diamo un fiore,
nel ricordo di quel giorno,
che ci fu quel triste evento.

Lunga e dura fu la lotta,
per difendere il lavoro,
per difendere i diritti,
ed un salario dignitoso.

Ma la forza del potere,
dura e sorda a quelle voci,
con le fiamme e con la morte,
pose fine a quell' evento.

Questo, è il giorno otto marzo,
un ricordo sì funesto,
per la donna sia omaggio,
con un fiore ed una festa.

Questo è il giorno della donna,
che noi tutti ricordiamo,
con affetto e tanto amore,
col sorriso e tanta gioia.

A te o donna questo dono,
un fiore profumato di mimosa,
il fiore della nuova primavera,
il fiore del ricordo e dell'amore.

Ecco, a te o donna,
il fiore di mimosa!





IL VIAGGIO DELL' EMIGRANTE

Son venuto da terre lontane,
ho viaggiato di giorno e di notte,
attraverso paesi, pianure e colline,
costeggiando l'azzurro del mare.

Ho lasciato il verde dei campi,
la terra del sole e del mare,
ho lasciato la mia piccola casa,
ho lasciato gli affetti e l'amore.

Ho viaggiato sul treno del sole,
per raggiungere terre straniere,
cercando l'onesto lavoro,
e una vita migliore e serena.

La, in quella terra straniera,
ho trovato il duro lavoro,
l'ho accolto con molto piacere,
pensando ad un domani migliore.

Passano mesi e stagioni,
di lavoro e di amata speranza,
di tornare nel vecchio paese,
la, dove ho lasciato il mio amore!

Giunto quel giorno radioso,
riprendo di nuovo quel treno,
ritorno nel vecchio paese,
la, nella piccola casa.

Sull'uscio un abbraccio amoroso,
fra la gioia e il sorriso dei bimbi.
E' una semplice e povera casa,
ma ricca di cuore, d'amore e di gioia!

Ma nel paese, nulla è cambiato,
tutto è rimasto come prima.
Ed io, di nuovo con le mie valige,
ripartivo , per un'altro lungo viaggio!

Questo, era l'emigrante di ieri.
Questo è l'emigrante di oggi!


LA MIA ROSA

Era di Maggio ed una bella sera,
che passeggiavo in un bel giardino,
in mezzo a tanti fiori c'è una rosa,
bella e di gradevole profumo.

Quella bella rosa era lei,
ondeggiando in mezzo a tanti fiori,
guardandomi mi fece un bel sorriso,
il segno del saluto e dell'amore.

Di riccioli eran fatti i suoi capelli,
color di rosa era il suo bel viso,
gli occhi luccicavan come stelle,
era la rosa del mio primo amore.

M'innamorai di lei quella sera,
seguii la sua via fino a casa,
là dove si svolgeva una gran festa,
le nozze di un altro grande amore.

Col suono di un piccolo organetto,
la gente era allegra e divertita,
in poco spazio al centro della casa,
girando il ballo liscio si faceva.

Un desiderio forte nel mio cuore,
voler ballar con lei quella sera,
col segno di un piccolo sorriso,
m'avvicinai e un ballo io le chiesi.

Col ballo che facemmo quella sera,
inizia quel cammino per noi due,
al suono di quel piccolo organetto,
sbocciava in noi il nostro grande amore.

Dal nostro amore nacque un bel giardino,
tre fiori rossi e due bianche rose,
quella nostra casa, era una reggia,
la casa dell'amore e della gioia.

Il tempo passa, e resta un bel ricordo,
di quella lieta vita fatta insieme.
Del piccolo organetto e quella rosa,
che per quarant'anni fu, la mia sposa.

Ora è là, nel freddo che riposa,
in quel cemento grigio senza vita.
Un marmo con la scritta che ricorda,
il nome e in tempo della vita sua.


LA TERRA TREMA

Il sole che sorge sul mare,
la neve che splende sui monti,
col verde di campi e colline,
arriva la bella stagione.

E' Primavera, di fiori e di rose.
Si svegliano campi e giardini,
con fiori di tanti colori,
nell'aria c'è un dolce profumo.
Fertili terre d'Abruzzi,
amate da vecchi pastori,
in cerca di pascoli verdi,
per le loro greggi pregiate.

Piccoli e grandi paesi,
città di storia e cultura,
estesi fra mare e colline,
L'Aquila, è il suo capoluogo.

Gente tranquilla e serena,
dedita ai propri lavori,
nei servizi civili o nei campi,
per produrre la loro ricchezza.

Ma una notte del mese di Aprile,
la gente tranquilla riposa,
di colpo si sveglia atterrita,
la terra trema, la terra trema!

La gente scappa fuori all'aria aperta,
con panico e paura chiede aiuto,
cerca di aiutare altra gente,
a farle uscire fuori dalle case.

Ma la terra trema, trema ancora.
Crollano case, scuole e chiese,
tanta gente non si salva,
momenti tristi, la, sotto le macerie.

Arrivano soccorsi d'ogni parte,
si cerca di salvare altra gente,
costante il lavoro notte e giorno,
ma la terra trema ancora, e fa dei danni.

La storia parlerà di quegli eventi,
triste è il ricordo di quei morti.
Tra lacrime e tristezza il tempo passa,
la vita, riprende il suo cammino.

Torna il sole a splendere sui monti,
su quelle terre fertili d' Abruzzi,
tornerà il sorriso tra la gente,
segno del saluto e dell'amore.

Così è la vita,
che passa e và!


Lo zappatore de n'a vota

Lo zappatore la matina presto.
s'aiza e v'a zappa la terra,
zappa, zappa tutta la jornata,
strutto e stanco la sera s'arritira.

Arriva a casa pe se fa la cena,
e trova nu piatto de menestra,
Na cotechella accanto pe secondo
e beve vino se c'e stà l'acquata.

Doppo che la cena se finita,
vicin'a la focagna s'assettava.
E dopo na jornata de fatica
co la mogliere fa na chiacchierata.

Quanno lo ffoco gia s'è consumato,
se prepara per andare a letto.
A riposare co la bella amata,
stanco, e pure fa l'amore.

Ma po si gira e dorme a sonno chino,
la notte passa e subbito fà ghjorno.
La matina lo sceta la mogliere.
Vagliò, aizete ca lo sole è sciuto.

Com'è stata corta sta nottata,
quanno fatico la jornata è longa.
Me pare ca la sera non'arriva mai,
aggi' ' aspettà lo sole che tramonta.

No pane cotto pe colazione,
pane e aulive pe ce fa la mbrenna.
La zappa ncollo e se ne và ffore,
la terra aspetta, mo se fa majese.

Lo tempo passa e st'arrivenne Marzo,
saddà fini de preparà la terra.
Ca mo che vvene Aprile s'accavalla,
pe chiantà rautinio, fasuli e ciciarelli.

E zappa mo pe fa majese,
e zappa mo pe accavallà la terra,
e zappa lo ggrautinio chè cresciuto
e zappa ancora a derroscià la terra.

Lo mese de Novembre s' avvicina,
sadd'à zappà pe sementà lo grano,
pecchè chi non sementa non raccoglie,
e sensa grano non vai a lo mulino.

Ma questa vita no' me piace tanto,
vurria cagnà mestiero a questo punto,
vurria trovà no posto a lo paese,
pe non tenè sta zappa sempe mmani.

Voglio puro i la scarpa fina,
lo vestito e no ccappello novo,
e voglio i puro a Binivento,
che n'a Cità che se ne parla tanto.

No bello jorno s'assettao e disse,
non voglio chiù vedé st' arnese,
non voglio chiù zappa la terra,
mo fazzo lo ffoco e abbiccio zappa e stilla.

No ffoco de mastruzzuli seccati,
ceppe d'auliva e leonarelli,
ncoppa ce metto questo brutto arnese,
accussì s'abbiccia e stonco reposato.

Lo ffoco chiano chiano piglia forza,
la stilla de lignamo se consuma,
la zappa ch'è de ferro non s'abbiccia,
e resta là ppe terra abbandonata.

La zappa è la' ppe terra che me guarda,
co l'occhio storto pare che mi dice,
lo tempo passa e i sto qua c'aspetto,
tu ma i a catta' la stilla nova.

Forse quella zappa ave ragione,
è la pensata mia che è sbagliata.
La terra se fatica pe li frutti,
e pe faticà, ce vole quell'arnese.

Con quest' arnese torno nella terra,
fatico na jornata e son felice.
Penso gia a la prossima stagione,
da raccoglie grano e frutti saporiti.

A primavera lo ggrano è tutto verde,
mennole e cirase so sciurute,
pere e mele stanno tutte in fiore,
questa terra, è tutto no profumo.

A Giugno che lo ggrano è gia maturo,
se mete co n a favoce affilata.
Lo iermetante affascia e fa le gregne,
e ncopp' à l'aria, se fanno li pignoni.

Co la scogna vene lo ggrano novo,
no sacco chino porto a lo mulino,
a casa porto la farina nova,
pe fa pane maccaruni e cecatelli.

Po vene la stagione de li frutti,
prume, pere e mele de stagione,
fichi dolci e noci di settembre,
uva janca e uva nera d'Autunno.

Se tutta la raccolta vene bona,
tutta sta fatica vene pagata.
de grano se riempe lo cascione,
grazie a questa terra e a la fatica.

Lo tempo passa, e stanco è de fatica.
Zappava de verno e de stagione.
Faticava la terra tutto l'anno.
Sperando sempe na raccolta bona

Dopo tanti anni de fatica.
Era diventato vecchio e stanco.
E bene, amici miei! Questa era la vita,
de lo zappatore de na vota..


LA MIETITURA DEL GRANO

Il mese di giugno è arrivato,
con i campi di grano maturo,
col sole che scalda la terra,
e la falce pronta al lavoro.

Ecco, la nuova raccolta,
del frutto di tanto lavoro,
di tante giornate nei campi,
curando quel seme prezioso.

O sole che sorgi sui monti,
ruotando ti elevi nel cielo,
proteggi, o luce divina,
il frutto del nostro lavoro.

Lavoro che svolto nei campi,
col sole con l'acqua e col vento,
lavoro dall'alba al tramonto,
curando quel frutto del pane.

A novembre spaglio del grano,
a marzo è grande il germoglio,
a maggio son piene le spighe,
a giugno il frumento è maturo.

O sole che splendi nel cielo,
che illumini e scaldi la terra,
illumina il cuore dell'uomo,
che splenda d'amore e di gioia.

E' una gioia guardare quel campo,
coperto da un manto di spighe.
Col soffio leggero del vento,
le spighe ne formano l'onda.

Un uomo ha la falce nel pugno,
di cannelle protegge le dita,
al polso un bracciale di cuoio,
pronto ad entrare nel campo.

Con una mano lancia la falce,
con l'altra accoglie le spighe,
ne fa un mazzo e lo posa per terra,
poi li raccoglie e lega i covoni.

Lavora l'intera giornata,
sotto il calore del sole,
fino al calar della sera,
quando il giorno è finito.

Ma quando arriva il tramonto,
un altro lavoro lo attende,
raccogliere tanti covoni,
formando dei mucchi da venti.

Stanco a casa ritorna,
una cena leggera lo attende,
in famiglia gioioso racconta,
il lavoro svolto nei campi.

Pian piano la sera fa tardi,
è l'ora di un giusto riposo,
riposa pensando al domani,
ma si, domani è un altro giorno.


LA MIETITREBBIA

Sul colle un mattino d'estate,
guardavo la bassa pianura,
vedo dei campi di grano,
dorati dal frutto maturo.

Col sole che illumina i monti.
in questo bel giorno d'estate,
che sale radioso nel cielo,
e scalda la vasta pianura.

Quel grano che aspetta nei campi.
la falce di quel contadino,
per esser rasato e raccolto,
e portato nel proprio granaio.

Ma quel contadino è cambiato,
non prende la falce nel pugno,
ma guarda soltanto il lavoro,
che è fatto in modo diverso.

E' questa la nuova raccolta,
come era negli anni passati,
ma è cambiato il lavoro dell'uomo,
lui guarda e raccoglie quel frutto.

La scienza e la tecnica avanza,
insieme ne fanno il progetto,
di una macchina che serve nei campi,
alleviando il lavoro dell'uomo.

Ed ecco una macchina nuova,
è arrivata la giù in quel campo,
pronta e guidata da un uomo,
per mieter quel campo di grano.

Affilati sono i suoi denti,
per l'inizio del proprio lavoro,
parte da un lato del campo,
e prosegue girandogli intorno.

Falcia e raccoglie le spighe,
trebbia e separa la paglia,
riempie i sacchi di grano,
e lascia il terreno pulito.

Quel campo di grano dorato,
diventato un campo di stoppia,
il grano è stato raccolto,
ora tutto è già nel granaio.

Di questa buona raccolta,
ora il lavoro è finito,
contenti andiamo al Paese,
là si prepara la festa.

La festa del santo e del grano,
dopo un anno d'intenso lavoro,
è la festa della raccolta,
della raccolta del grano.


CASTELVETANO

Sulla costa ripida e scoscesa,
sorgeva antico un piccolo Castello,
insieme ad uno splendido palazzo,
che era la dimora del marchese.

Per cinta non aveva alte mura,
ma il retro delle case e quella costa,
per entrare si passava un varco,
dov'era sistemata una gran porta.

Da quella porta si partiva un vico,
che portava dentro il vecchio borgo,
sul muro a destra si trovava il nome,
dov'era scritto, Vicolo Castelvetano.

Un vicoletto interno si estendeva,
ma dopo di tre angoli finiva.
Stretto era quel vico fra le case,
all'ombra di quei muri senza sole.

Il centro di quel piccolo Castello,
uno spazio dove splende sempre il sole,
una piccola piazzetta ed un chiesa.
di Maria del rosario e San Nicola.

Povere le case e le famiglie,
vivevano col prodotto della terra,
che a tutti un pezzettino era concesso,
per coltivare un orto e pochi frutti.

Uscivano la mattina nel contado,
per lavorar quel pezzo di terreno,
per pascolar la pecora o la capra,
e ritornare al calar del sole.

Dentro rimaneva l'anziano,
il sarto, che di festa era barbiere,
il fabbro, il calzolaio e il falegname;
mestieri per servire i borghigiani.

Di sera quando tutti erano dentro,
al varco si chiudeva la gran porta,
paura dei lupi si diceva,
ma tutti si sentivano sicuri.

D' Inverno, la sera dentro casa,
col fuoco sempre acceso nel camino,
si stava fino a che si consumava,
e l'olio nella lanterna si finiva.

D'Estate la sera era più bella,
sotto lo splendore della luna,
cantava nel boschetto l'usignolo,
e i grilli ne facevano armonia.

Là, in quella piccola piazzetta,
seduti su quei piccoli scalini,
si raccontava fatti e fatterelli,
favole di fate e di stregoni.

Vicino, sotto l'arco di una porta,
due cuori l'un dell'altro innamorati,
si scambiano promesse del futuro,
di una vita splendida e serena.

Insieme stanno fino a notte fonda,
sotto un cielo limpido e stellato,
col forte desiderio di dell' amore,
e di essere felici nella vita.

Così era la vita in quel castello,
nella storia e dai lontani anni,
erano poveri, ma forse erano felici,
bastava poco per essere contenti.

Ma in quell'Agosto del sessantadue,
la terra trema , ci fu panico e paura,
la gente scappa fuori all'aria aperta,
per mettersi al sicuro dal disastro.

Continuò a tremare a più riprese,
facendo danni ai tetti e le strutture,
crollarono le case più mal messe,
ma per altre non ci fu riparo alcuno.

Ma quando un giorno arrivano le ruspe,
tutto fu spianato e senza resti,
non fu lasciato pietra per ricordo,
fu salvato solo il vecchio pozzo.

Ora su quel luogo c'è una piazza,
la piazza del mercato e delle feste.
Nessuno più ricorda il vecchio borgo,
che fu la fonde del piccolo paese.

Disteso sulla piccola collina,
all'ombra di un colle ed un boschetto,
si estende il piccolo paese,
che porta il nome di: Pago Veiano.

Ma l'antico e piccolo castello si chiamava:
CASTELVETANO.


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