Ernesto D'Acquisto, Bancario dal 1958 al 1992, dopo avere esercitato attività varie (prima artigianali e poi rofessionali a carattere tecnico-commerciali). Opere di narrativa pubblicate:
· "I viaggi di Turicasba" – 2006
· "II cruciverba" – 1986
· "Beat no beat" – 1968

Antologie in cui è presente:
· "Arte e poesia dei nostro tempo" - nei primi cinque volumi;
· "Nuovi orizzonti" - 1974 e 1979;
· "I graffiti" - Club degli Autori 1975;
· Agenda letteraria ed. Lo Faro - dal 1984 al 1988;
· "Cerchio giallo" - nei nn. 2,3,4
· "Kelle" 1998, entrambe della Libraria Padovana.

Premi letterari (i più significativi):
· "Agosto termitano" 1969 - 3° class, per la poesia dialettale
· "Città di Marineo" - 2° class. per la poesiain lingua – 1979
· "Guglielmina Truzzoli" - Verona 1969, medaglia d'argento per il romanzo inedito
· "Guglielmina Truzzoii" 1970, con coppa d'argento per altro romanzo inedito
· "L'autore pubblico" 1974 (unico mensile) per il racconto breve
· "Ulivo d'argento" 1979;
· "Porta dei Leoni" per il "Cruciverba" — 1995;
· "Porta dei Leoni” 1998 —"Premio speciale per la cultura”
Ha collaborato a "Palermo idee" (giornale "L'Ora"); collabora a punto di Vista della Libraria Padovana e a 'Carta e Penna'.
Conferimenti; "Premio Speciale alla Carriera per le Letteratura" TOMMASO CAMPANELLA 2004 e altri (rifiutati perché onerosi).

RECENSIONI:

4/5, 2006 – Scorpione letterario – Literary Scorpion
I viaggi di Turicasba - Edizioni Universum, Messina 2006, pp. 60, sp.

Ha il sapore di una fiaba moderna, allegorica e straniante, questo lungo racconto in cui l'Autore descrive le peripezie del giovane Turicasba, partito risolutamente da casa alla ricerca della sorella Pace, rapita anni prima all'affetto della loro madre Alloria dai misteriosi corsari che ancora infestano — in perenne lotta coi pirati e con le inermi popolazioni locali — il Mediterraneo. In compagnia della saggia amica orca, che gli insegnerà a schivare le insidie nascoste nelle onde e nei cuori degli uomini, e del coetaneo musulmano Alicumba, unico sopravvissuto di un massacro che ha sterminato l'intero suo villaggio, Turicasba attraverserà paesi ed isole, conoscerà la povertà degli umili e l'arroganza dei potenti, il valore della fratellanza fra i popoli e le culture e quello del sacrificio di quei pochi che, in nome della libertà e della giustizia, mettono a repentaglio la loro stessa vita. Finché non ritroverà, prigioniera in una base americana situata presso le "colonne d'Ercole", quella sorella per cui tutto è cominciato, e con lei intraprenderà il nostos (il ritorno a casa) per ridonare alla madre la gioia e l'affetto che ella temeva perduti per sempre.
Adombrate in queste vicende picaresche e sognanti, in questi "viaggi di terra e di mare" che solo apparentemente richiamano i racconti d'avventura, stanno molte allusioni alla nostra realtà, e soprattutto alle lacerazioni di una terra (il meridione d'Italia) in cui "le immense ricchezze nell'uomo producono la cupidigia e la maledizione" e le stragi rimangono impunite, coperte come sono dalle maglie delle reti mafiose o dagli intrighi dei poteri politici collusi col malaffare. Un pamphlet, in definitiva, originale e bizzarro, che trasforma ironicamente l'amarezza e la disillusione dettateci dalla cronaca contemporanea nello stupore di una storia simbolica e senza tempo, attraverso invenzioni metaforiche continue ed il ricorso ad una lingua, insieme colloquiale e lirica, da cui traspare in pieno il grande amore che l'Autore porta - nonostante le contraddizioni che la esasperano - per la terra in cui è nato e cresciuto.

Omar Ceretta

I VIAGGI DI TURICASBA di Ernesto D'Acquisto - Edizioni Universum di Rocca di Caprileone (ME)

Leggendo il titolo del volume uno non immagina neppure per sogno di trovarsi di fronte ad un testo di narrativa che volteggia integralmente nel fantascientifico, nel fantasmagorico, nell'immaginifico, neU 'avveniristico: ritengo di aver centrato con questi termini la vera valenza contenutistica dell'opera di D'Acquisto. Gli eventi che si susseguono sono di una irrealtà disarmante, la definirei alla stregua di Veme, soprattutto per le originali trovate, per la imprevedibilità delle situazioni inimmaginabili. Tema centrale il rapimento di una ragazza. Pace, da parte dei pirati, personaggi non meglio identificati; lei'ha un fratello, Turicasba e la mamma Alloria che si dispera per la perdita della figlia; ecco allora che Turicasba si mette in viaggio per rintracciarla. Tutto il volume è, quindi, il racconto avventuroso di questa affannosa ricerca. Fra i personaggi c'è anche un'orca che animisticamente parla e invita Turicasba a salire sulla sua groppa... così ha inizio l'avventura. Ad un certo punto compare Alicumba che, impietositesi per il dolore di Alloria si unisce al giovane per andare a cercare Pace; questi partecipa a tutte le avventure e disavventure del viaggio. Il pensiero assillante di Turicasba è per il dolore e la disperazione della madre. Non mancano scene violente di lotte fra pirati e corsari, con uccisioni, incendi, fortunatamente l'orca in ogni situazione difficile suggerisce, consiglia, sconsiglia, oltre a spingere la barca su mari procellosi. Il racconto si snoda con disinvoltura narrativa avvalendosi di uno stile linguistico scorrevole e di intuibile realismo e il volume ha anche una valenza istruttiva e morale. Non viene tralasciata la realtà, con giudizi espressi su una civiltà che vive nel timore di assalti da parte di prepotenti che si avvalgono del moderno armamento, sia marittimo che aereo e missilistico. Le vicende a cui i protagonisti vanno incontro sono le più svariate, ma sempre con quel pizzico di fantasia, atmosfera che aleggia continuamente lungo il movimentato tragitto. C'è qualche espressione un po' forte inserita in un linguaggio contenuto ed animato da brevi dialoghi esplicativi. Vi è un'allusione alle Colonne d'Ercole e Gibraltar ove si erano insediati corsari e pirati, cenni allo schiavismo operaio da parte di potenti cattivi, allusioni a sensualità contenuta, a spregiudicatezza. Ma come ogni racconto che si rispetti anche I viaggi di Turicasba hanno un lieto fine: i due protagonisti, entrati nella base dei potenti nascondendosi entro un mezzo meccanico riusciranno a trovare Pace, la convincono a fuggire e, con l'ausilio dell'orca tornano al villaggio dove sono accolti festosamente. Un racconto che si fa apprezzare per la originalità dell'impostazione.

Pacifico Topa

I viaggi di Turicasba, narrativa - Edizioni Universum -Trento 2006, pp. 60
Pubblicata su: Literary nr.7/2006

I lettori di 'Punto di Vista' certamente ricorderanno i viaggi di Turicasba: difficile peraltro dimenticare quello stile particolare che è la cifra riconoscibile del D'Acquisto narratore. Quel mondo ritorna qui, come mitologia che affonda nella coscienza da un lato, e dall'altro nella realtà sociale del nostro tempo: è infatti reperibile dai nomi un legame preciso, inequivocabile, di personaggi divenuti emblemi e convergenti oltre il profilo temporale (l'esempio di D'Arrigo ci sembra alquanto diverso). Una volta entrati nelle storie saremo presi dal gusto della lettura (e dell'avventura).

Luciano Nanni


Pensaci sopra

"Pensaci sopra” andava ripetendosi il principe Borvello mentre all'uscita della villa Collimato faceva sgommare la vecchia Ferrari. E lo sgommìo coprì il tonfo prodotto dalla gioia crollata sul fondo dello stomaco. Ma l'onorevole Savio Collimato era un amico e l'unico potente che in quel clima politico-sociale potesse far rinascere Piano de Gregoli di cui il principe, sessantacinquenne, era proprietario. Tuttavia quella espressione pronunciata dall'amico si insinuò nella sua mente come un maleficio circolare che gli impediva di pensare in estensione. In quel groviglio il principe riuscì però a sentirsi confortato ché Savio, oltre ad essere un amico degno di stima e fiducia, era anche un fratello che non poteva tradire il sacro vincolo de La Croce Bianca. Di questa loggia segreta facevano parte anche Peppe Gambalunga e Stefano Cappozzo, rispettivamente capo e vice di un'altra associazione occulta che si era auto denominata Camara. Il principe li conosceva, e bene, come camarati e soci di affari della società Gambalunga & Cappozzo, ma non come fratelli ché i due, essendo fra gli intimi del gran maestro Collimato, partecipavano ai conclavi de La Croce Bianca con le facce ben coperte.
Il principe Enzo Borbello, prima da scapolo e poi da vedovo, si era molto divertito in giro per i casinò del mondo e si era ridotto con le toppe sul sedere. Gli era rimasto l'agrumeto di Piano De Gregoli, che era stato della moglie Licia De Gregoli, e un pozzo artesiano in concessione. Ma il pozzo gli era stato estorto dalla ditta Gambalunga & Cappozzo che vi aveva impiantato l'opificio di imbottigliamento dell'acqua Poggiorello (dal nome del sobborgo). Al principe rimase l'agrumeto con le sue sterpaglie e rovi diffusi che mostrava sintomi di tendenza al rogo. E menomale che al margine del seccume vi era un piricino coltivato a cedri che il principe poteva piazzare sul mercato di Liverpool d'Inghilterra, altrimenti sarebbe potuto morire di inanizione insieme al fratellastro con cui viveva. Alla desolazione del principe si sommavano ora le vessazioni causate dalle lettere minatorie che gli incominciarono ad arrivare dopo aver opposto il suo irriverente rifiuto al prezzo irrisorio offerto dalla ditta Gambalunga & Cappozzo per l'acquisizione dell'agrumeto. La desolazione del principe diventò immane e menomale che nel castello ridotto ad un rudere viveva insieme con Cocò, che oltre a sapere ben cucinare, lavare e stirare, col suo ottimismo e l'affetto profondo leniva la sofferenza del principe fratellastro. Sì, fratellastro quasi coetaneo: Cocò, trovatello, era stato adottato dai genitori del principe e ora rudere anche lui per via dell'artrosi che gli bloccava la gamba sinistra.
Quella mattina Cocò era stato latore verso il principe della convocazione urgente dell'onorevole Collimato. Il principe, agghindatosi in fretta come se dovesse andare al solito appuntamento passionale con Lucrezia Striglia nel gallinaio, si era precipitato per le scale mentre Cocò, claudicando, preparava la vecchia Ferrari. L'alano, annusata l'aria, si era seduto vicino allo sportello in attesa del consueto abbraccio mattutino. Invece il principe frettoloso l'avrebbe ignorato se il cane non l'avesse bloccato addentandogli il calzone sinistro mentre saliva in macchina. Soddisfatto il cane, diede fondo all'acceleratore; la Ferrari cigolò e l'alano coprì il lamento con i suoi latrati di commiato.
Il principe aveva immaginato che nel salone camuffato della villa Collimato avrebbe trovato i soliti fratelli. Invece era stato ricevuto nel lussuoso salotto dove gli era stato presentato l'assessore all'urbanistica per l'ennesima volta. Argomento di discussione era stato: cessione dell'agrumeto ormai consunto per sostituirlo con case popolari e meno popolari.
A nulla valsero le offerte apparentemente vantaggiose perorate dal fratello Collimato. Il principe aveva concluso: “È tutto quello che mi rimane di Licia e nessuno l'avrà finché mi lasceranno in vita.” E naturalmente il pensiero del principe era corso a Gambalunga, essendo lui che furbescamente comandava; e il pensiero era stato inseguito dall'immagine della vecchia carabina. Né quelli di Cocò erano da meno, ché anzi... la sofferenza del fratellastro lui l'assimilava tutta e la moltiplicava per dieci.
Dopo pochi giorni, era lunedì 21 maggio, il principe dovette sgusciare dal bagno tirandosi su le brache, ché Peppantonio, l'ortolano, a squarciagola gridava da sotto il balcone: “Hanno ammazzato a Peppe Gambalunga, hanno ammazzato a Peppe Gambalunga dentro l'acqua Poggerello!”
“Che disastro!” fece il principe affacciandosi. “Mi pareva che quacchio aveva, Peppantonio.”
Pappantonio lo fissò strabuzzando gli occhi. Poi fece un rapido dietro front e galoppò verso il suo orto. Cocò dalla cucina percepì il messaggio e, incontrato lo sguardo di Enzo, che intanto rientrava, manifestò la sua commozione: “Dio l'abbia in gloria. Ne abbiamo uno di meno.”
Ma entrambi non immaginarono che il giorno dopo avrebbero ricevuto un invito a comparire. Il principe, leggendo il suo, rimase imbambolato: veniva invitato a presentarsi subito al commissario Trivello insieme col cane ben custodito. E la mattina seguente tutti e tre erano dietro la porta del commissariato.
Nella sala d'aspetto c'erano già Cicco Striglia, spedizioniere di anime per conto di Gambalunga e consorte Lucrezia che furono prontamente ignorati dai due uomini. Invece l'alano accennò ad un ringhio contro Cicco.
Dopo circa un'ora, dalla stanza del commissario uscì Stefano Cappozzo che impettito salutò tutti con una levata di braccio destro, mentre con le gambe sembrava che falciasse il terreno. Il pianto introdusse Lucrezia che ne uscì dopo due ore, stravolta. Cicco, che l'accompagnava per impedire agli sbirri di insidiarla, la prese a braccio e l'affretto verso l'uscita, ché ora temeva quelle del principe.
“Mi deve scusare principe” disse il commissario sarcastico appena l'ebbe davanti “ma dobbiamo parlare della morte di Gambalunga...”
“E lei crede che l'abbia suicidato alano” insinuò il principe
“Non siamo qui per scherzare” obiettò il commissario “Intanto il suicidio, a colui che l'ha ideato è andato di traverso; poi, intorno all'opificio dell'Acqua Poggiorello sono state notate le zampate fresche d'una belva, come ha scritto il relatore. A Poggiorello non ci sono circhi equestri e l'unico cane che può lasciare la zampata di una belva è il suo. Dunque è necessario stabilire se il giorno venti maggio scorso, fra le ore undici e le tredici, il suo cane è stato intorno all'opificio in questione e perché. Vede, disgrazia ha voluto che quella mattina fosse piovuto, e quindi le zampate erano molto incidenti nel terreno. Pertanto i nostri tecnici le hanno prelevate e faranno un esame comparativo con quelle che otterranno dalle zampe del suo alano. Ora, radiofante dice che a lei, principe, il signor Gambalunga, pace all'anima sua, aveva chiesto di vendergli l'agrumeto... e lei non ha voluto. Niente di strano. Però si dà il caso che dopo questo rifiuto, sempre secondo radiofante, lei ha incominciato a ricevere delle lettere, non molto ortodosse,, anonime. Radiofante dice anche che lei e Gambalunga... (e il commissario scosse le labbra a grugno) con Lucrezia Striglia... Che cosa mi dice lei su queste ciance?”
“Sì, quello che dice è vero. Ma in nessuna delle tre lettere si fa riferimento al mio agrumeto o all'altro. Per cui è azzardato pensare che rappresentassero una reazione al rifiuto di cedere l'agrumeto, o a donne. Contenevano soltanto parolacce.”
“Ma lei deve averla un'idea su chi è interessato a minacciarla...”
“Bhe... potrebbe essere Ciccio Striglia, il marito della donna.”
“Poi vedremo perché lei non ha sporto querela contro ignoti. Ma ora mi deve dire, se non le dispiace, che cosa ha fatto e dove, dalle ore undici alle tredici del venti maggio di quest'anno.”
“Alle undici ero a sentire messa, come ogni domenica, nella chiesa di Poggiorello ed essendo stata messa cantata è finita alle dodici e passa. sono arrivato al castello alle dodici e mezza, circa; mi sono cambiato i pantaloni e mi sono messo in pantofole. dopo me ne sono andato sul terrazzo da dove mi piace rimirare il mio agrumeto derelitto.”
“Verificheremo il suo alibi, principe. Ora la prego di seguire l'agente per prelevare le impronte digitali del cane.” E il principe uscì dalla stanza ripetendo: “Le impronte digitali del cane... ma siamo pazzi?”
Questo in sintesi l'interrogatorio e il commento del principe.
A Cocò furono rivolte pressappoco le stesse domande con alcune varianti intorno ai movimenti compiuti dal fratellastro quella mattina.
Alcuni giorni dopo, il commissario Trivello e il brigadiere Nasone analizzarono i verbali e gli elementi di prova emersi dalle indagini e dalle perizie. In loco, accanto al cadavere c'era la pistola che sparò il proiettile mortale; gli occhiali neri che usava Gambalunga per nascondere l'anima da vivo erano al loro posto per nascondere il sito da morto; sull'impugnatura della pistola soltanto le impronte della vittima; il proiettile entrò nella tempia destra. Questi elementi, al primo impatto avevano indotto il convincimento che si trattasse di suicidio. Ma due gocce di sangue scoperte dopo sulla manica sinistra della casacca di Gambalunga e un livido sulla mandibola destra, accesero la spia sull'omicidio. Pertanto furono esaminate le gocce che risultarono non essere della vittima. Da qui l'invito spiccato sul principe e sugli altri.
Il brigadiere Nasone legge i verbali: Cappozzo Stefano a domanda risponde: “Quella mattina ero stato all'opificio per registrare i colli che venivano caricati sul camion che doveva partire la notte successiva. Ma completammo il lavoro verso le nove, e io me ne andai con gli operai perché i miei cavalli erano in gara all'ippodromo. Lì rimasero Gambalunga, l'autista del camion, che si chiama Striglia Cicco, e forse il guardiano.” A.d.r.: “Sì, Gambalunga aspettava la signora Lucrezia Striglia che doveva fare le pulizie. Ma debbo aggiungere che il mio socio Gambalunga era molto depresso, forse per la presenza del marito della Striglia.” A.d.r.: “Sì, perché Gambalunga e Lucrezia se la intendevano... E lì s'incontravano.”
“Interrogato il guardiano” dice il brigadiere “ha risposto che quella mattina aveva chiesto il permesso di andare a messa. Perciò era uscito alle dieci e mezza. A domanda risponde: Quando me ne sono andato, nell'opificio c'era la signora Striglia e fuori dal recinto c'era Cocò Borvello che cercava il cane del principe fratellastro. A domanda” aggiunge il brigadiere “il guardiano risponde: Al rientro dalla messa? Mica faccio il giro delle stanze, io!”
Il brigadiere legge il verbale di Striglia Lucrezia: a domanda risponde piangendo: “Ci sono andata la domenica perché il sabato lavorarono.” A.d.r.: “Sì, quando sono arrivata, vicino al cancello c'era il fratello del principe Borvello.” A.d.r.: “No... non l'ho capito che cosa faceva.” A.d.r.: “Il signor Gambalunga era solo, nel suo ufficio che parlava al telefono.” A.d.r.: “L'ho sentito soltanto che diceva: va bene, ti aspetto.” A.d.r.: “Non lo so chi era.” A.d.r.: “Mio marito? Io l'ho lasciato a casa e a casa l'ho trovato e non è uscito fino a quando andò a prendere il pane che era l'una, e sono sicura perché avevo messa la pentola.” A.d.r.: “Mah... Io il cancello lo trovo sempre aperto.” A.d.r.:” Io!... col signor Gambalunga? Ma quando mai! Sono zizzanie delle persone che non si fanno i fatti suoi!” A.d.r.: “Me ne sono andata poco dopo il guardiano perché il signor Gambalunga mi disse di pulire soltanto l'ufficio del signor Cappozzo.” A questo punto il brigadiere sintetizza le dichiarazioni rese da Borvello Cocò. “Il Cocò” dice il brigadiere “ha dichiarato che quella mattina l'ortolano era andato a prelevare il concime delle galline e dimenticò di chiudere la porta del recinto. Il cane approfittò e se ne andò in giro in cerca di galline abusive. Allora Cocò fece un'escursione nei dintorni, fischiò e alano lo raggiunse. E dopo averlo rinchiuso, andò a tirare le orecchie all'ortolano nel suo orto. Lì ci rimase fino al rientro del principe che era andato a messa. Dal canto suo l'ortolano ha confermato. Qui c'è un vuoto di circa mezz'ora. Ma quello che mi sembra più pieno di pidocchi è Cappozzo: aveva gli occhi arrossati e gesticolava nervosamente. E poi... non è normale che un uomo d'onore si sbrachi in insinuazioni diffamatorie a danno della moralità di una donna. Allora mi sono permesso di verificare la telefonata che ha fatto, o che ha ricevuto, Gambalunga e di cui ha parlato Striglia. Era Cappozzo che telefonava da un telefono pubblico dell'ippodromo dove è stato visto dai suoi fantini verso le dieci, e poi basta. Pertanto se lei lo crede sarebbe il caso di sottoporre all'esame del DNA il sangue di Cappozzo.”
“D'accordo” riprese il commissario “Avvia la procedura d'urgenza per la custodia cautelare e la richiesta dell'esame del DNA del Cappozzo.” E le due gocce di sangue coagulate sulla manica della casacca della vittima risultarono essere uscite dal naso di Cappozzo.
In carcere, Cappozzo raccontò la sua verità come gli fu suggerita dal suo avvocato.
“Finalmente” esordì Cappozzo “avevo trovato una donna capace di sopportare la mia malconcia forma e brutta effige. Ma essendo Lucrezia Striglia una bella donna e Gambalunga un maniaco di dominare su tutto, il truffatore me la soffiò minacciandola di esporla al giudizio del marito. Non potei sopportarlo. Per questo quella mattina decisi di reclamare il mio diritto. Lui reagì estraendo la pistola, ma io gli bloccai il braccio con la sinistra. Lui mi diede un pugno sul naso; io con una ginocchiata sui paesi bassi e un violento diretto alla mandibola sinistra lo squilibrai e lui lasciò cadere la pistola a terra. Io l'avevo presa per buttarla lontano, ma lui mi afferrò la mano e involontariamente qualche suo dito finì sul grilletto.”
“Ma... signor Cappozzo” fa il commissario “com'è che sull'impugnatura della pistola non ci sono le sue impronte digitali? Che ha le mani corazzate lei?” “No, non ce l'ho corazzate, commissario. Tornavo dall'ippodromo, e siccome avevo condotto un cavallo per la briglia, mi dimenticai di togliermi i guanti.” “Bella questa! E non ne ha sentito caldo in questo mese di maggio arroventato dal sole? Chissà se il giudice le crederà? Certo, con gli onorevoli Collimato che dettano leggi e sentenze c'è d'aspettarsi di tutto… figli di cani. Arrivederci, signor Cappozzo.”“No, non ce l'ho corazzate, commissario. Tornavo dall'ippodromo, e siccome avevo condotto un cavallo per la briglia, mi dimenticai di togliermi i guanti.” “Bella questa! E non ne ha sentito caldo in questo mese di maggio arroventato dal sole? Chissà se il giudice le crederà? Certo, con gli onorevoli Collimato che dettano leggi e sentenze c'è d'aspettarsi di tutto… figli di cani. Arrivederci, signor Cappozzo.”

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