ALESSANDRO CUPPINI si presenta ai navigatori di Carta e Penna:
non ho mai saputo di avere la passione per la scrittura finché non ho avuto il tempo di dedicarmici. Infatti se si escludono occasionali collaborazioni ad alcune riviste, scrivo da quattro anni, da quando cioè mi è stato concesso il tempo di ripensare a ricordi ed esperienze maturate nei viaggi all'estero per lavoro e alle memorie di persone incontrate o perdute. E mi sono accorto che le storie che racconto sono tutte lì, nella memoria, accumulate in anni di osservazioni inconsapevoli, e aspettano solo di essere trasportate su carta. Dei paesi che ho visitato sono sempre stato attirato dagli aspetti sociali, che poi ho cercato di trasferire nei racconti e romanzi che ho scritto. Nelle persone ho cercato di capire i motivi dei comportamenti.
Tra i Premi conseguiti, particolarmente significativo il Premio RAI Radio1 - Tramate con noi. Venaria Real Fiction, 2011. Dal racconto premiato verrà tratto un episodio di una nuova fiction programmata dalla RAI.
Tra la quarantina di altri primi Premi, segnalo: Guido Gozzano 2008, Città di Sassuolo 2009, Città di Piacenza 2010, Città di Giussano 2011, Città di S. Benedetto del Tronto 2012, Città di Grottammare, 2012, Salvatore Quasimodo 2010, Premio di Drammaturgia Città di Martinsicuro 2010, Premio della Giuria Fortunato Pasqualino (Butera 2010), Segni dei Tempi (Roma 2009), S. Valentino (Terni 2011), Premio Anna Vertua Gentile (Codogno 2011), Violetta di Soragna (Parma 2010), Hypnos Drammaturgia (Taranto, 2010), Poggio dei Pini (Cagliari, 2010), Premio Drammaturgia L'arco in un baleno (Taranto, 2011), eccetera.
Ho pubblicato una quindicina di libri, in gran parte come premi di concorsi vinti.
Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto alcune poesie e racconti:


Quando avere diviene essere

Quello che non ho
sono i tuoi verbi:
tacere,
ascoltare,
riflettere.
Quello che mi manca
sono i tuoi sostantivi:
pazienza,
memoria degli amici,
certezze.
Se li avessi sarei.
Quello che non ho
sono i tuoi avverbi:
si e no.
Io ho i forse e i chissà,
ma non mi rammarico:
sono la mia rivincita.


18.1.2002

È freddo,
è freddo il maestrale.
Per strada
anche le parole gelano
e cadono a terra,
sonore,
separandosi dal vapore del fiato.
A primavera
riprenderanno vita,
e l'aria all'improvviso
si riempirà di parole isolate,
risate incongrue,
pettegolezzi datati.
A volte tra noi è proprio così:
parole d'amore
rinnegate da tempo
vengono alle labbra,
lacrime di dolori dimenticati
ritornano agli occhi,
come riprendessero vita
dopo un inverno di pura memoria.
Sentimenti storpi.
Ricordi non sconnessi,
perché un nodo li tiene aggrumati
come fossero sangue
su una ferita che si incrosta.
E il cuore li accoglie,
grato al gelo di anni
che li ha conservati.
Disperate le labbra sussurrano,
brucianti gli occhi si inumidiscono.
E la ferita riprende a sanguinare.


Supponiamo che

Supponiamo che tu avessi incontrato
un altro uomo,
supponiamo che mi fossi trovata
un'altra donna.
Tutto sarebbe stato diverso.
Mio figlio più tonto.
O più intelligente?
Chissà se avrebbe pianto ascoltando un blues.
E quand'anche, se buttando lacrime vere.
Chissà se avrebbe letto Proust
dall'inizio alla fine.

Supponiamo che lui fosse un altro
di cui ti piacesse il sorriso.
Quand'anche sorridesse come me,
non farebbe così come me.
Tutto sarebbe diverso.
E anche tu,
più felice o più triste,
gli staresti accanto,
e con lui cammineresti nella luce
di viali alberati,
ma forse di fatica e di sudore.
E quand'anche,
altri amici avresti come amici,
altre voci sentiresti a contrappunto.

Supponiamo che lei fosse un'altra,
forse più bionda,
forse più scema di te.
Che toccasse di parole vuote
ogni cosa attorno a sé,
o che irradiasse bellezza per la casa.
Tutto sarebbe diverso.
Non per questi sentieri scivolosi
camminerei con lei.
E quand'anche,
non questi uccelli canterebbero per noi,
non queste pietre calpesterei.


Con le gambe accavallate

Sono seduto in cielo,
amico mio,
al sole,
con le gambe accavallate.
Lontano scintilla il mare:
mille monete d'oro
simili a stelle
brillano in superficie.
Un grosso strato d'aria
sta sotto di me,
grosso, spesso, immobile.
E io ci galleggio sopra,
seduto,
con le gambe accavallate.
E Guardo giù.
Seguo con gli occhi un autobus,
che corre
tra due filari di pioppi.
L'autobus esce di strada,
s'incendia,
ma è tutto così lontano
così lontano
che sembra un film.
Ed ecco un'ombra,
che pallida esce
dall'autobus,
e sale.
Sale nel cielo azzurro,
nell'aria immobile,
e s'ingrandisce.
Viene verso di me,
ha i capelli e le ciglia bruciacchiate
sul viso nero.
Sei tu, amico mio,
e ti siedi al mio fianco.
Vedi?, mi dici.
Il fuoco ha annerito i nostri corpi,
e il mio è stato scambiato con uno di qui.
Così lui viene mandato in Sénégal
e la mia tomba sarà
in un vostro cimitero.

Guardi lontano sul mare;
guardo anch'io,
ne vedo il fondo,
i ricci viola nel cavo degli scogli.
Già è stato difficile
viverci
qui,
da nero;
ed ora mi tocca restarci
da morto,
per l'eternità.

Siamo seduti in cielo,
al sole.
Con le gambe accavallate.


Shirin khanom (Dolce sposa)

Io sono il platano del mio giardino,
grande e dalle mille foglie,
ma nessuno lo sa.

In primavera le mie foglie sono i miei occhi.
Ammiccano alla brezza del mattino:
coglile
e trova conforto in loro,
shirin khanom.

Le mie foglie d'estate sono le mie mani.
Vibrano al canto delle cicale,
ondeggiano carezzevoli
e ti invitano:
afferrale e appòggiati a me,
shirin khanom.

D'autunno
le mie foglie brillano al sole come monete d'oro,
frusciano secche come fazzoletti di seta:
strappale
e asciuga le tue lacrime,
shirin khanom.

Le mie foglie d'inverno sono il mio cuore;
mille cuori neri si dissolvono nel fango.
Tra l'erba secca
raccoglile,
shirin khanom,
e seppelliscile con me.

Io sono il platano del mio giardino,
ma nessuno lo sa.


7.x.2008

Verrà la morte un giorno,
quel giorno morirò.
Mi appoggerai una mano sulla nuca
e tra le dita sentirai il calore sfuggire.
Mi chiuderai gli occhi
e asciugherai l'ultimo sudore
dalla fronte.
Non una lacrima dalle palpebre secche,
non un sospiro.
Verrà la morte un giorno,
quel giorno morirò.

Sarà il giorno del vestito grigio
odoroso
di naftalina,
e della cravatta di seta rossa,
stirata per l'occasione.
Il sangue non uscirà
dal graffio che mi avrai fatto
con le dita inesperte.
Un ultimo schizzo di dopobarba.
Verrà la morte un giorno,
quel giorno morirò.

Mi laverai il petto con la spugna,
e guarderai il misero corpo
che fu parte di te.
Accenderai una candela,
mi pettinerai,
mi prenderai la mano.
Avrò dovuto morire
perché tu mi facessi ancora
una carezza.


LA SPOSA AMERICANA

Mio zio Raffaele, vecchio scapolone novantenne, ricchissimo proprietario di case e terreni, una volta si era sposato. Già questa fu una sorpresa per me, non lo sapevo. Ma poi raggiunsi la stupefazione quando precisò che si trattava di un'americana, che l'aveva sposata in America e che aveva divorziato dopo tre mesi.
Fu da parte sua un matrimonio d'amore, stando a quello che mi raccontò un pomeriggio che era in vena. Perché quello del suo matrimonio era un argomento che affrontava malvolentieri, e quella volta fece proprio un'eccezione. Era certamente stata una fortissima delusione, Rhonda, la bella americana di Boston.
Stavamo camminando pian piano nei giardini pubblici, avviandoci sottobraccio verso il laghetto dei cigni. Era primavera. Nell'aria c'era quel senso improvviso di scoperta che si prova tutti gli anni, quel rammentarsi di una cosa dimenticata da mesi. Forse questo facilitò il ricordo e la confidenza dello zio, perché aveva conosciuto la moglie in un pomeriggio simile a quello, o forse fu perché la primavera rimescola il sangue di tutti, nonagenari inclusi.
Cominciò all'improvviso, saltando di palo in frasca. Un minuto prima stavamo parlando di sport e un minuto dopo eravamo immersi nel racconto del suo matrimonio.
Durante un mio viaggio negli Stati Uniti, cercando di distrarmi da una precedente delusione d'amore, avevo conosciuto molte ragazze, tra cui Rhonda, una ragazza della Virginia che studiava a Boston.
Era bella?,
chiesi.
Bellissima, di una bellezza ancora imbozzolata, come le ali di una farfalla. Era discendente di un'antica famiglia originaria del Galles. Una tipica bellezza americana: alta, con bellissimi capelli rossi, azzurri occhi di cielo, e le lentiggini che le si affollavano sotto gli occhi quando rideva.
La prima volta che l'avevo vista era seduta in un parco pubblico di Boston, sotto un grande tiglio, accanto alla vasca. Dovevano essere le tre del pomeriggio, con un bel sole. Un tempo molto mite per essere marzo sulla costa orientale degli Stati Uniti; una disgrazia per gli alberi: gemmano a tutto spiano e poi se viene una gelata, i fiori cadono e i frutti per quell'anno a Boston se li sognano. Lei era vestita come al solito, di un'eleganza strepitosa. Ovviamente quel giorno non lo potevo sapere che lei vestiva sempre così. I modi di essere degli altri li conosci solo quando conosci le persone di persona, se mi passi il calembour. La prima volta non si può prevedere quello che potrà capitare, non si sa se ci si vorrà bene, se ci si ricorderà a lungo di quel primo giorno, in séguito. O se si farà amicizia. E tutti quegli 'o' e quei 'se' che seguono. E i 'forse', che sono il peggio di tutto.
Rhonda era lì seduta, a non far niente, gli occhi nel vuoto, su una panchina proprio in fondo al viale principale del parco. Ricordo che aveva un vestito a fiorellini celesti, rallegrato da un bel nastro rosso in vita e da un cappello in tinta, come usava allora. Io avevo altro per la testa in quel periodo e fu solo perché ero stanco di camminare che mi sedetti sulla panchina presso di lei. Fu lei ad attaccar discorso, e dopo una bella chiacchierata in cui appresi di lei molto più di quanto lei imparasse di me, con la tipica spontanea franchezza americana mi chiese se volevo accompagnarla quella sera ad una festa a casa di un'amica. Accettai; dovevo pur cercare di farmi passare dalla testa l'ossessione della ragazza precedente, il viaggio era fatto per quello, e l'invito di Rhonda mi parve un buon modo per distrarmi.
La cosa finì lì, anche se poi riaccompagnandola a casa ci scambiammo gli indirizzi.
Dopo che fui tornato in Italia ricevetti una sua lettera, le risposi, e così iniziò una corrispondenza che diventò pian piano sempre più intima. Un anno dopo presi il famoso transatlantico Rex e tornai a traversare l'Atlantico. Per andare a trovarla a casa sua, a Richmond, in Virginia.
Rhonda era diventata più matura. Aveva fatto un corpo procace che si indovinava anche sotto ai vestìti, e dalla chioma frondosa e arruffata veniva un sentore di femmina mi faceva stringere pazzamente il cuscino, la notte.
Era un tipo strano, sai? Per esempio mi accorsi sùbito che raccontava bugie. Non è che proprio mentisse senza pudore. Era come se assestasse alla realtà un piccolo buffetto per rivelare una verità trasfigurata delle cose e delle persone, il che è diverso dalla volgare menzogna quanto la generosità è diversa dalla prodigalità o l'illusione dall'ipocrisia. E tuttavia queste due caratteristiche facevano parte della sua complessa personalità: Rhonda era prodiga e ipocrita.
Ciononostante mi piaceva da morire.
Era stata abbandonata due anni prima da un uomo da lei amato follemente, che era fuggito a una settimana dalle nozze con una ballerina spagnola, abbandonandola nel limbo delle fidanzate prese in giro. Quella crudele esperienza non le aveva tuttavia lasciato nessuna amarezza, ma anzi la convinzione che con o senza matrimonio, senza Dio o senza légge, la vita non valeva la pena di essere vissuta se non accogliendo un uomo, un uomo qualunque nel proprio letto. Ma di questo mi accorsi, ahimè, solo dopo. Perché con me giunse illibata al matrimonio, senza mai concedermi niente più che qualche fuggevole bacio. Tanto da farmi sospettare il contrario, di essermi innamorato di una sorta di suora mancata, tutta casa e chiesa. E invece la sera prima delle nozze, dopo che l'avevo lasciata sulla porta di casa sua per l'ultima volta, mentre io me ne tornavo sognante verso la mia pensione a poche centinaia di metri, lei accoglieva nel suo letto un giardiniere che dal tempo in cui il primo fidanzato l'aveva abbandonata consolava le sue notti, quando non era il giovane stallone vicino di casa o un giovanotto conosciuto la sera stessa ad una festa danzante.
Il giorno prima mi aveva portato davanti al notaio a firmare il contratto matrimoniale. Negli Stati Uniti usa così: il matrimonio è un vero è proprio patto messo per iscritto, con obblighi e clausole scritti fitto fitto. Io mi ero premurato di esaminare i paragrafi relativi all'affido degli eventuali figli in caso di divorzio, me li ero fatti spiegare e mi erano parsi equi. Il giorno dopo invece ci sposammo; era un martedì, avrei dovuto dar retta al proverbio.
Eravamo arrivati al laghetto, e ci sedemmo su una panchina. Si era alzato un tiepido vento che odorava di erba tagliata: alcune spighe matte ci confabulavano assieme e le canne della riva ridevano appena le sfiorava. Zio Raffaele si godeva il caldo del sole con un sorriso beato. Poi ricominciò a raccontare la storia del suo matrimonio infelice.
Capii fin dalla prima notte che Rhonda non era come pensavo. La sua sfrenata sete di sesso e l'esperienza che manifestava nel soddisfarla mi aprirono gli occhi dopo poche ore che ci conoscevamo.
Un lampo di ilarità passò nei suoi occhi, venuti a galla tra le rughe e i peli grigi.
La cosa che più mi stupì fu che aveva portato con sé nella valigia un ciuccio da bambino, che appese con una cordicella alla testata del letto dell'albergo di Chesapeake Bay dov'eravamo andati a passare la notte di nozze. Le chiesi a cosa servisse e lei mi rispose: 'Vedrai.' Il fatto era che mentre faceva l'amore doveva succhiare il ciuccio per raggiungere la completa gloria. Già questo e la precauzione di appenderlo a portata di mano mi fece capire che non mi trovavo certo di fronte ad una suora come ingenuamente avevo sospettato. Finì che ne comprò una sfilza di ogni grandezza, forma e colore, e ne decorò la testata del nostro letto matrimoniale per esser certa di trovarne uno alla cieca nei momenti di estrema urgenza.
Aveva anche l'abitudine di consacrare le fatiche amorose al culto della poesia. Con una memoria spaventosa ricordava perfettamente, verso per verso, gli ermetici poemi della Woolf, della Dickinson e di Marina Cvetaeva, ed era tale la sua estasi declamatoria che non la finiva più di recitarli gridando mentre facevamo all'amore, al punto che mi trovavo costretto a metterle un ciuccio a viva forza, come si fa con i bambini per farli smettere di piangere.
Presto mi resi conto di non poter far fronte da solo alla sua esuberanza, cosa del resto di cui lei stessa fu pienamente convinta fin dalla prima sera. Già la seconda infatti, dopo un'estenuante sessione amorosa dalla quale ero piombato in un sonno pesante, Rhonda uscì di casa per terminare la notte con il giovane stallone che, come il cinese sulle rive del fiume Giallo, aspettava solo che il mio cadavere passasse per prendere il mio posto. E certamente sarei morto se avessi insistito a vivere con Rhonda, o di rabbia per i suoi continui tradimenti o di semplice esaurimento per la voracità del suo ventre.
Dopo tre notti separammo i nostri letti e io me ne andai a dormire nella stanza degli ospiti. Non ebbi più rapporti carnali con lei ed avviai immediatamente le pratiche per il divorzio. Anche Rhonda era d'accordo che fosse quella la soluzione migliore.
Tuttavia notai che sembrava non aver fretta, tirava in lungo, trovava sempre nuove scuse per non eseguire le semplici operazioni di preparazione al divorzio che la legge americana richiede: presentarsi al Giudice di pace, preparare qualche semplice autocertificazione, firmare qualche carta… Sembrava non avere mai tempo. Tirava in lungo, insomma.
Una sera che lei era uscita per andare non so dove sentii suonare il campanello. Alla porta c'era una bella ragazza bruna che mi disse di avere la macchina in panne lì presso e chiedeva di poter usare il mio telefono. Non erano quelli tempi di cellulari e queste situazioni erano relativamente comuni. Mentre si avvicinava al telefono si tolse le scarpe e la camicetta ('per essere più libera'), mentre telefonava (a chi?) si tolse la gonna. Era attraente, io avevo ventisei anni e non avevo rapporti da settimane. In breve ci trovammo allacciati sul divano. Avevo appena cominciato a darmi da fare che vidi un lampo. Sul momento non ci feci caso. Ma quando i lampi diventarono due poi cinque poi sette capii che si trattava di flash. Un fotografo mi stava immortalando attraverso la finestra in compagnia della ragazza bruna. Pensai: 'Un ricatto? E da parte di chi? Di Rhonda l'assatanata? Proprio lei! Ma non scherziamo…'. Mi alzai e rincorsi il fotografo che stava scappando a bordo di una moto. Non potevo inseguirlo in mutande. Tornai in casa e finii il lavoro con la ragazza. Poi le diedi trenta dollari e la liquidai.
La manovra la capii qualche giorno dopo. La ragazza in panne e il fotografo erano stati assoldati da Rhonda per scoprirmi in adulterio flagrante. La trappola era scattata ed io c'ero caduto in pieno. Il giorno dopo all'improvviso Rhonda aveva una fretta maledetta di andare dal Giudice. Quando fu là esibì il contratto matrimoniale da me firmato e autenticato dal notaio: una clausola prevedeva che in caso di mio provato adulterio avrei dovuto indennizzare la povera sposa tradita e in lacrime. E il bello era che sul contratto nulla era previsto nel caso reciproco di tradimento da parte della moglie. L'indennizzo che dovevo pagare era pari alla modesta cifra di un milione di dollari. Di allora, naturalmente. Protestai, raccontai che si trattava di una trappola, che la ragazza bruna e il fotografo erano stati pagati da Rhonda. Il Giudice mi chiese di provarlo, figurati… Una trappola legale, o meglio: la corretta applicazione di un contratto stilato da due parti di cui una era chiaramente impersonata da un incapace circonvenuto.
Aveva pronunciato quelle ultime parole con un senso di amara tristezza che mi strinse il cuore. Zio Raffaele aveva occhi neri e lucenti a riposo, ma che all'occorrenza sapevano trasformarsi nelle vampe di un forno fusorio. In quel momento mandavano lampi tremendi e risentiti:
Quella avventura di nessun conto mi costò trenta dollari per la ragazza bruna e un milione per Rhonda. Da allora mi sono spesso chiesto: chi fu la più puttana delle due? La ragazza bruna o Rhonda?


LA NASCITA DI BARABBA
(Atto Unico)

Personaggi:

Tophel (T), il protagonista (P)

P entra nella Libreria Antiquaria Tophel.

Sul fondo è seduto il proprietario, sig. Tophel. Ha gli occhiali e legge il giornale. Sopra di lui c'è una vecchia fotografia ingrandita di una piazza o di una strada. T parla con voce stridula, servile e lamentosa fino a dove indicato nel testo.

P - Buonasera, signor Tophel.
T (incerto, guarda da sopra gli occhiali) - Buonasera…
P - Non mi riconosce? Una volta ci conoscevamo.
T - Ma, a dire il vero…
P - Venivo qui col mio amico Sandro Sàssoli, tanti anni fa… Ricorda?
T - Ah, il signor Sàssoli… quanto tempo è passato. Mi scusi signore, sono diventato vecchio.
P - Non mi sembra proprio. Eravamo studenti del Liceo. Spesso di pomeriggio venivamo qui, nella sua Libreria.
T - Ma… sì, mi pare…
P - A me piacevano i libri antichi.
T - Allora questo era il posto giusto.
P - Già. Sandro invece si sedeva qui, presso il suo tavolino.
T - Sì… è vero… ora ricordo… un ragazzo piccolino, distinto…
P - Ah, certo! Sàssoli era un nobile. Per essere distinto era distinto di sicuro, ma quanto a quattrini…
T - Non era ricco?
P - Allora no. Ora sì, è ricchissimo e famoso. Ma allora, no, tutt'altro. A scuola veniva vestito con gli abiti del fratello maggiore, lisi e più grandi di due taglie. Mai un soldo in tasca. Non ricordo quante volte andando al Cinema Smeraldo… ora non c'è più, ma allora faceva film di quarta visione, a prezzi popolari… Ecco, allo Smeraldo non ricordo quante volte ho pagato io per lui.
T - Non l'ho più visto da allora, il sig. Sàssoli. Sono passati più di trent'anni, non è così?
P - Proprio. Io guardavo i suoi bei libri, mentre Sàssoli veniva qui, si sedeva su uno sgabello vicino a lei. E lei lo accoglieva come un amico. Vi sentivo ridere e parlare… Non ricorda?
T - Non mi pare.
P - Già. (silenzio) Quando mi avvicinavo smettevate. Sa una cosa, signor Tophel? Mi son sempre chiesto di cosa parlavate, voi due, così fitto fitto e così a lungo.
T - E chi lo sa? Vedo tanta gente, parlo con tanta gente… E poi, dopo tutto questo tempo…
P - Quando lo chiedevo a Sandro, dico: delle cose che vi dicevate, mi rispondeva: 'Parliamo di cose nostre, faccende che non ti riguardano.' Come fossi un bambino. (pausa) Era un tipo strano Sàssoli, al Liceo. Apparteneva ad una antica famiglia senza più un soldo né proprietà, ma nonostante questo continuava a darsi molte arie, come se fossero ancora i tempi in cui i suoi antenati, tre secoli fa, erano i padroni di mezza città e di tutte le campagne attorno, con ville e palazzi per ogni dove. E invece no, lui viveva modestamente in un due locali di un casermone di periferia, assieme alla madre vedova. Era bruno, foruncoloso, magro e sparuto, coi capelli arruffati e gli occhiali di tartaruga. (pausa; ride) Sa? Sono stato io ad insegnargli a pronunciare correttamente la 's'. Come tutti nella sua famiglia non riusciva a emetterla, la trasformava in una strana 'tz', per cui il suo nome lo pronunciava in modo ridicolo: 'Tzandro Tzàtztzoli', diceva. E tutti ridevano, mentre lui cercava di darsi il contegno di uno che si annoia; ma non ci riusciva e dalla sua faccia pareva semmai che gli fosse morto un parente. Le risate aumentavano a dismisura, e allora assumeva quell'atteggiamento da dignitario offeso che gli era così congeniale, il mento nobilmente sollevato di due centimetri, a significare disprezzo, gli occhi semichiusi come se la nostra vista gli fosse insopportabile. Uno dei primi giorni che ci conoscevamo mi avvicinai e gli chiesi: 'Come hai detto che ti chiami?' In realtà lo sapevo perfettamente. Sandro mi guardò stupito, ma rispose obbediente: 'Tzandro.' 'E di cognome?', continuai. 'Tzàtztzoli.' 'Dimmelo tutto insieme.' 'Tzandro Tzàtztzoli.' Io già allora ero grande e grosso, più alto di lui di tutta la testa. Gli afferrai forte il mento con una mano, avvicinai la faccia a due centimetri dalla sua e gli mostrai due o tre volte come soffiare l'aria tra i denti per pronunciare la 's'. Fu sufficiente. E lui divenne l'unico Sàssoli a parlare come si deve. Mi fu molto grato. Da quell'episodio nacque la nostra amicizia.
T - Ma guarda! E lo vede ancora il suo amico Sandro, oggi?
P - Di tanto in tanto, ma da lontano. È sempre stato un tipo mediocre e senza mezzi, eppure lo vedo passare nelle strade eleganti del centro a bordo di auto di lusso, ogni volta una diversa, le mani appoggiate distrattamente sul volante, austero e senza espressione come un idolo Maya. Il suo sguardo attraversa persone e luoghi come se non esistessero, e se pure mi vede finge di non avermi visto. A fianco ha sempre una bella donna, usualmente bionda. Ogni volta diversa come fosse una dotazione dell'auto nuova. L'ultima volta è stato un mese fa: passava dal Corso su una Jaguar ultimo modello, l'ho visto scomparire frusciando alla curva in fondo. È sempre abbronzato, sempre elegante. A scuola non avrei scommesso un centesimo sul suo avvenire ed ora … Perché? Come ha fatto a diventare ricco? Dove ha trovato la sua fortuna?
T (si alza, zoppica fino ad uno scaffale, prende una pergamena che infila nel cassetto del tavolino; poi si risiede) - A volte basta niente… un colpo di fortuna… qualcosa di inaspettato…
P - Più che un colpo di fortuna lo chiamerei un colpo preparato. Sandro era il mio compagno di banco, lo conoscevo bene. Io ero bravino a scuola, mentre lui era un lavativo e un testone tremendo. Lo aiutavo spesso nei compiti, a casa o in classe. Risale all'ultimo anno di Liceo il suo cambiamento epocale. Avevamo l'esame di maturità, a luglio, e lui al primo trimestre ebbe quattro insufficienze, tra cui un tre in latino scritto. Poi, dopo Natale, cominciò a prendere tutti sette e otto, incomprensibilmente. I professori lo separarono da me, pensando che durante i compiti in classe gli facessi copiare, ma lui continuò nel suo miglioramento inspiegabile. Solo in Religione non raggiungeva la sufficienza, ma quella materia, si sa, contava più nulla che poco. Non aveva mai avuto un soldo in tasca, e cominciò ad andare vestito come un signore. Era brutto e mingherlino, e cominciò a vedersi in giro accompagnato da fanciulle stupende, e lui stesso pareva diventato più bello. All'esame arrivò a bordo di una decappottabile rossa che parcheggiò con nonchalance in divieto di sosta. Che fosse lui il misterioso vincitore dell'ultimo Superenalotto? Un'eredità insperata? Una miniera d'oro in Sud Africa? Quando glielo chiedevamo Sandro scuoteva la testa e rideva, ma non diceva niente. All'Università non si iscrisse. Dal nostro umile punto di osservazione lo vedemmo salire percorrendo una traiettoria stupenda. Cominciò a frequentare il gran mondo, la sua foto compariva sui giornali di gossip, gli si attribuivano innumerevoli flirt con ragazze ricchissime, perfino con una principessa malese. Divenne amico di uomini dal potere immenso, frequentava ambienti e feste esclusive. Non viveva più nel condominio di periferia, bensì in un palazzo in centro che aveva rimesso a nuovo; però lo si vedeva sempre di meno in città, perennemente in giro come una trottola da un posto alla moda all'altro. Poi sparì, e di lui si conobbero solo lontane e lacunose voci: un crack finanziario, uno scandalo a sfondo sessuale, un processo in Sud America seguito da condanna, un figlio illegittimo con una cameriera che lo ricattava.
T - Ma guarda! In effetti sono tanti anni che non lo vedo.
P (con amarezza) - Io invece ho fatto tutt'altra vita.
T - E che vita ha fatto, signore?
P - A scuola ero bravo, gliel'ho detto. L'ultimo anno di Liceo ci fu l'esame di maturità. Il giorno che, finiti gli esami, andai a controllare i tabelloni esposti con i risultati, fu l'ultimo in cui parlai con Sandro. Avevamo appena appreso che entrambi eravamo stati promossi (lui meglio di me!). Sandro mi guardò fisso negli occhi, con uno sguardo strano, quasi affettuoso. Era emozionato, lui sapeva che era l'ultima volta. Per l'occasione riprese a parlare al modo dei Sàssoli, e mi fece un discorso che non capii sul momento: 'Non pentzarci, tu. Tu non dovretzti neanche tzaperle certe faccende, non tzono per te quetzte cotze. Tu tzei a potzto, a te non tzervono a nulla, non ne hai bitzogno. Tzei intelligente, tzei bravo a tzcuola, con una famiglia alle tzpalle che ti tzotztiene… Farai la tua tztrada tzenza problemi.' Non capii niente di quel che voleva dire e non me ne curai. Mi iscrissi all'Università, studiavo le lingue antiche. Studiando l'ebraico venni a sapere che 'tophel' significa 'calunnia, menzogna, infamia'. E che 'mephiz' vuol dire 'colui che propaga'. Allora le due parole insieme significano 'colui che propaga l'infamia', nella nostra lingua Mefistofele. (Pausa. P fissa T che resta immobile e in silenzio) Questa piccola scoperta mi fece riflettere e capii infine l'origine delle fortune di Sandro Sàssoli, le improvvise gratificazioni della fortuna, il denaro, l'intelligenza, le donne, il successo. Tutto si paga a questo mondo, e ognuno sa quale sia il prezzo per questo antichissimo eterno mercato. Tutto tornava, ora capivo anche le misteriose parole che mi aveva detto l'ultimo giorno in cui gli avevo parlato. (pausa) La sua predizione sulla mia capacità di farmi strada da solo all'inizio apparve corretta. All'Università filavo come un treno, il migliore del corso, tutto mi riusciva facile. Mi sarebbe parso spregevole rivolgermi a qualcuno per ottenere quel successo che già riuscivo a conquistare con le mie doti, per giunta senza svendere la parte migliore di me stesso. Quando passavo davanti alla Libreria Antiquaria, lei mi diceva: 'Buongiorno, signore. Come mai non viene più a trovarmi? Ci terrei proprio che lei mi usasse la cortesia di dare un'occhiata a miei libri, scegliendone qualcuno. Non si stia a preoccupare per i contanti, ci potremo sempre intendere. Venga a trovarmi quando vuole, anche solo per chiacchierare un po'.' Ma io passavo oltre, senza rispondere. Ero a posto, io, avevo la mia strada da percorrere; di fronte avevo il successo, non certo quello mondano di Sandro, ma quello che poteva venirmi dai miei studi, ed era quello che a me bastava, avanzandocene pure, e per ottenerlo non avevo certo bisogno di liquidare l'anima.
T - E la vita le ha dato le soddisfazioni che cercava, signore?
P - Viene un momento nella vita di ognuno in cui si tende a fare un bilancio di quel che si è riusciti a realizzare, si paragonano le aspettative con gli effetti, i desideri con i risultati. Per me quel momento venne una mattina, mentre mi facevo la barba: mi guardai allo specchio e vidi un uomo anziano, avviato sul viale del tramonto, deluso dalla vita e da quello che gli aveva dato, stanco ed incapace di speranza, un rudere d'uomo vinto e malato. Così, di botto, con la faccia insaponata mi misi a considerare me stesso e la mia esistenza, e fui costretto a trarre amare conclusioni: nulla di quanto avevo programmato, una carriera brillante, un giusto benessere, una famiglia serena, si era realizzato se non in minima parte, e il fallimento mi si prospettò come unica vera risultanza di una vita sprecata. Per un attimo mi si affacciò anche l'idea del suicidio. Mi venne una tremenda nostalgia della mia giovinezza, così segnata da errori teneri e commoventi, altezzosi e confusi, adolescenziali e brufolosi, del cuore e della mente. Le cose più mediocri della giovinezza mi si trasformarono, giusto o errato che fosse, in delizie perdute. 'Niente è come la giovinezza', pensavo. 'Gli uomini di mezz'età sono sotto ipoteca della vita, i vecchi si trovano nel suo ripostiglio. Ma i giovani sono i signori della vita. La giovinezza ha di fronte un regno; ogni uomo nasce re, ma la maggior parte di noi muore in esilio, non appena lascia la giovinezza, proprio come la maggior parte dei re.' E intanto in fondo al cervello continuava a ballonzolare la visione di quell'ignorantone di Sandro, che aveva saputo mettere a frutto i suoi anni.
(silenzio)
T - Le piacciono sempre i libri antichi, signore?
P - Ah, certamente!
T - E oggi è venuto per un qualche libro? O semplicemente per dare un'occhiata, come un tempo?
P - No, non è per i libri che sono venuto. (Lungo silenzio. La scena è come congelata, i due personaggi irrigiditi si guardano fisso) Signor Tophel, una volta con me lei era così cortese. Quando passavo davanti alla sua Libreria mi diceva: 'Mi venga a trovare.' A volte mi zoppicava dietro qualche passo lungo il marciapiede.
T - Non capisco, signore.
P - Sàssoli non veniva qui per i libri. Io so il motivo per cui veniva. E anch'io vorrei… (La luce sulla scena si smorza di colpo; solo un piccolo faro illumina il piano del tavolino e le mani di Tophel. Ora il suo viso è quello di un mercante levantino, il suo sorriso servile si è spento, sostituito da un ghigno che gli deforma le labbra. La sua voce da qui in poi non è più stridula, ma bassa e autoritaria).
T - Non capisco.
P (un po' intimidito dal cambiamento di Tophel) - Su signor Tophel. Che storie mi fa adesso? Quel che ha dato a Sàssoli lo vorrei anch'io. Cosa c'è da capire?
T (con disapprovazione) - Signore!
P - Cosa c'è che non va? Quel che le ha dato lui in cambio, glielo posso dare anch'io, no?
T - Signore!
P - Non neghi, signor Tophel! Riconosce allora di aver acquistato la sua…(esita)
T - L'anima, vuol dire? L'anima per il successo, l'amore, l'intelligenza, il denaro, la felicità? (P fa cenno di sì con la testa) È questo che intende, signore? Quello che ha avuto Sàssoli? (Di nuovo P fa cenno di sì con la testa) E adesso si presenta, lei? Adesso si decide, lei! Ce ne ha messo di tempo, vero? Per anni quando passava le ho chiesto di entrare nella mia Libreria, non solo per comprare ma anche per parlare un po' tra noi. Ma lei si sentiva sicuro, non aveva bisogno di me, vero? E anzi, passando mi gettava occhiate di disprezzo.
P - Non era disprezzo, era paura.
T - E oggi la paura è passata, vero, signore? Oggi il disprezzo non c'è, c'è propensione al baratto, perché ha capito tutto, oggi, il signore. Ma cosa può fare, ora, il suo Tophel? Nulla può fare, caro signore, nulla. È troppo tardi, oggi.
P - Perché mai? Pagherei come Sàssoli.
T - Purtroppo no, caro signore. Lei non vuole capire e mi forza a buttare tutto in vil moneta, come un mercante del suk, quando invece tra gentiluomini ci si dovrebbe intendere al volo. No, caro signore. La sua anima? Mi dica, onestamente: cosa me ne posso fare della sua anima? Con sincerità. (P china la testa e tace: comincia a capire) Lei dice: 'Sàssoli.' Ma lui a quel tempo aveva diciannove anni, mi ha appagato totalmente, con piena soddisfazione, può credermi. Ma lei, signor mio…
P - Io di anni ne ho sessantuno.
T - Appunto. E dunque…
P (quasi a sé stesso, a testa bassa) - E dunque quali soddisfazioni potrei mai dare? Quali crimini, quali delitti, scelleratezze e perversità, bassezze, infamie, tradimenti, orge e gozzoviglie potrei mai offrire in cambio dei privilegi che Tophel mi concederebbe a prezzo dell'anima? La vita mi ha respinto, e pazienza. Ma perfino il diavolo mi respinge, ora! È il colmo! Che umiliazione, che amarezza! La giovinezza mi ci vorrebbe, col suo ardore e il suo furore, per servirlo onestamente. Quella giovinezza che ho rimpianto negli ultimi tempi con tanto rammarico, ecco cosa mi ci vorrebbe. (Ora più forte, rivolto a Tophel) Dammi la giovinezza, Tophel, in cambio dell'anima. Dammi la forza e l'insolenza, la passione e l'incoscienza della giovinezza. Così potrò servirti come Sàssoli. Ridammi i miei vent'anni.
T - Credi che non ci abbia pensato? Ma Dio non concede a nessuno di avere una seconda chance. 'Troppo comodo', mi disse una volta quando ancora ero lassù. 'Troppo comodo: così ogni uomo commetterebbe ogni sorta di nefandezze in vita, certo di chiedere, all'ultimo istante, di tornare alla sua giovinezza e condurre una vita esemplare, per venirsene poi qui in Paradiso. No, a nessuno concederò il potere di far tornare indietro il tempo.' E così neanche io posso farti tornare ai tuoi vent'anni per cambiare la tua vita. (P a testa bassa gira su sé stesso e, sconfitto, lentamente si avvia verso l'uscita. Ha già la mano sulla maniglia della porta) A meno che…
P (si gira di scatto) - Sì?
T - A meno che tu non cambi nome.
P - Come?
T - Cambiando nome è come se tu fossi un nuovo individuo alla tua prima vita.
P - Ma Dio non se ne accorgerà?
T (con fare pratico) - Dio potrebbe accorgersene, naturalmente. Ma ultimamente ha delegato per l'anagrafe San Tomaso, che è il più pratico dei suoi dodici. Ogni tanto Dio fa un controllo a spot e se capiti in quel controllo per te sono guai. Ma ci sono serie possibilità che tu la faccia franca.
P - E San Tomaso?
T (con un gesto di noncuranza) Oh… a quello penso io. Lui non si accorgerà di nulla. Non dimenticare che dopo la Trinità io sono il più potente essere dell'universo. (Silenzio) Allora? Cosa decidi? O vuoi forse fare come il tuo solito, pensarci una quarantina d'anni?
P (dopo un attimo di riflessione) - D'accordo. Sono d'accordo.
T (estraendo dal cassetto del tavolo la pergamena, con un testo già scritto) - Ecco il contratto standard. Dovremo solo stabilire il tuo nuovo nome. Preferenze? (indecisione di P) Va be', decido io. Se sto ad aspettare te… ti chiamerai Capone Barabba fu Giuda.
P - Ma che nome è?
T - Senti, non farmi il difficile, sai? È un nome come un altro. Sia Barabba che Giuda che Al Capone erano tre miei cari amici. Firma qui e qui.
P (firma una sola volta) - Cos'è questa seconda firma?
T - Per la privacy. Ora dimmi: in che anno vuoi ritornare?
P (parlando tra sé, a testa bassa) - Non ho pensato ad un anno preciso. Ho sempre detto dentro di me: 'quand'ero giovane.' Ma giovane quanto? Vent'anni? Perché limitarsi al generico 'quand'avevo vent'anni' e non andare invece decisamente all'alba della vita? Mi godrò di nuovo l'amore di mia madre, gusterò di nuovo la felicità di certe domeniche in montagna con mio padre, l'aspettativa del Natale, la gioia di un regalo inaspettato…(alza lo sguardo, vede la vecchia foto sopra la testa di Tophel) Guarda Tophel (indica la foto): al tempo di quella fotografia.

Le luci si spengono mentre si sente una risata sghignazzante di Tophel. Quando le luci si riaccendono sono basse e smorzate. La scena è vuota salvo per P che è seduto su uno sgabello. Si sentono delle voci mormorare, ma non si capiscono le parole e non si vede nessuno. Da ora in poi Tophel parla da dietro le quinte.

P - Dove sono? Cos'è questa nebbia fredda, attorno? Mi aspettavo di ritrovarmi bambino nella piazza, magari per mano con mia mamma e invece…
T - Barabba! Barabba! Dove sei?
P - Tophel! Sono qui!
T - Ah, eccoti. Come ti trovi?
P - E me lo chiedi? Come vuoi che mi trovi? Male. Di chi sono queste voci che sento?
T - Dei nascituri.
P - I nascituri? Ma dove sono?
T - Nella terra dei nascituri, appunto.
P - Nella terra dei nascituri? Ma cosa ci faccio qui?
T (sghignazza) - Cosa ci fai? Ma se sei stato tu a chiedermi di tornare al tempo di quella foto…
P - Appunto. E dunque?
T - Quella foto è stata scattata due anni prima che tu nascessi. Dunque a quel tempo tu ancora dovevi essere concepito.
P - Oddio! E allora?
T - E allora sei qui, nella terra degli uomini che ancora devono nascere.
P - O Madonna! E quindi ci devo stare due anni qui, in questa nebbia?
T - Chi l'ha detto?
P - Ma… Tu! Non mi hai detto che la foto è stata scattata due anni prima che nascessi?
T - Prima che nascessi tu, non Capone Barabba fu Giuda, che adesso sei diventato. Ti ricordo che questi non è mai nato.
P - E quindi?
T (ride) - 'E quindi', mi chiedi? Bello scherzetto che ti sei fatto da solo.
P - Maledetto Satana!
T - Perbacco! Devi ancora nascere e chissà se mai nascerai… ma i sentimenti umani ce li ho già tutti.
P - Sei tu l'autore di questo scherzetto, come lo chiami tu.
T - In realtà lo scherzetto è stato fatto a Dio. Sai la grana che gli ho tirato addosso? Un capolavoro! Ho riso per mezzora quando mi sono reso conto di quello che gli avevo combinato. Col tuo aiuto, si capisce. San Tomaso non sapeva più che pesci prendere. Si è rivolto a San Pietro che a sua volta, non essendosi mai verificato un caso del genere, l'ha dovuto dire a Dio Padre. Ed ora questi è in conclave con i suoi due soci per decidere cosa fare di te.
P - Ma non possono farmi nascere come Capone Barabba fu Giuda?
T - Ah, ma allora non capisci proprio nulla! Lo vuoi capire che tu non esisti nell'Anagrafe dei nascituri, che sei uno inventato che ha preso un posto non suo? Facendosi retrocedere però fino oltre la soglia della nascita, dove il controllo di Dio è totale. Io qui, nel mondo dei nascituri, non posso intervenire. Magari potessi far nascere solo quelli che voglio io! Sai che divertimento? Un mondo di soli criminali! Ma non è così, purtroppo. Dio è arrabbiatissimo, qui è il suo regno assoluto, decide lui chi vuol far nascere e quando. Io mi ritrovo con il materiale umano che lui ha deciso di far nascere. È stata una carognata che mi ha combinato a suo tempo, perché io posso agire solo di rimessa, dopo la nascita di ogni uomo, comprando a fatica un'anima per volta. Finché non mi capita un caso come il tuo che mi ripaga di tutti gli sforzi di secoli. Le risate che ci siamo fatti giù in Inferno!
P - A spese mie, maledetto porco!
T - Beh, devo ammettere che ti ho un po' usato, è vero. Ma anche tu, però… se non ti facevi trascinare dalla gola di volerti godere di nuovo tutta, ma proprio tutta la vita… se mi avessi chiesto, che so, 'Portami a quando avevo quindici anni' oppure 'quando avevo vent'anni'… Nossignore: voglio tornare infante! Ed ecco il risultato! (sghignazza) Ed ora sono proprio curioso di vedere come se la caverà Dio. Magari non ti fa nascere e ti ammette direttamente al Purgatorio, ma io credo che ti vedrò presto all'Inferno. Non si piglia in giro Dio in questo modo.
P - Maledetto!
T (si allontana, la sua voce giunge smorzata) - Ti saluto, Barabba. Stammi bene e … a presto!

Le luci si spengono.


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