DAVIDE CONTINI attualmente frequenta il liceo classico. Ha partecipato alla Sceneggiatura del recital “Appuntamento con il tempo” realizzato nell'a. S. 2009/2010 con il liceo classico E. Duni di Matera, curandone la regia. Svolge attività di volontariato con gli scout, è responsabile Isp via Bruno Buozzi Matera, ha acquisito Competenze nella scrittura e nel giornalismo grazie anche ad uno stage presso Sole 24 Ore Italia e corso di Giornalismo finanziato dall'Unione europea con relativo corso di traduzione in lingua inglese. Ha partecipato a concerti scolastici con la chitarra classica e frequentato un corso di di fumettistica.
Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto:

Ciclo

Fuggi.
Non vedo parole bianche
nel tempo che annulla.
Finisci.
Ogni cosa perisce come foglie autunnali.
Appari.
Consolazione è la furbizia.
La noia.
Questo è lo stupido ciclo
di stupido animale.


L'istinto

E quel che spesso critico or m' afferra.
Io fuggir non posso nè forse voglio
riconoscer non so se così s'erra
e sovente e forte di ciò mi doglio

'che la sua forza sulla vasta terra
tutti domina e 'sì corro dal foglio.
Specchio mi dà che a me placido narra
Le cose che io mai fare non soglio.

Ed ecco la ragion che mi conduce
Ad immaginare le future cose
Conseguenze son la mia dura luce.

Son ferme al tronco le frementi rose,
son fermi i punti che la sarta cuce,
fermi i posti ove ragion conduce.


Salutai la mia amica…

Lei
Salutai la mia amica, felice della serata trascorsa insieme, entrai nell'ascensore , iniziai a scendere, ma all'improvviso vi rimasi bloccata, la luce all'interno si spense, ma non mi feci prendere dal panico, da qualche mese nulla mi avrebbe fatto perdere la calma, sapevo di dover morire e non c'era differenza tra il mio letto e l'ascensore. E' il destino a decidere, lo sapevo bene. Mi sedetti all'interno dell'ascensore e vi rimasi aspettando che qualcuno riattaccasse la corrente . La mia vita era soltanto una continua attesa , io aspettavo, aspettavo di morire… “Signora, mi spiace moltissimo, ma non possiamo fare altro che aspettare, un tumore che si è metastatizzato in tutto il corpo, non sappiamo da dove sia partito, se vuole si può tentare una chemio, ma credo…”
“....................., è inutile, soffrirei soltanto, grazie” dissi al dottore che mi predisse la morte. Stavo per lasciare la stanza quando il mio sguardo fu attratto dalle lastre sulla lavagna luminosa. Erano terrificanti: punti neri, moltitudini in quei fogli enormi, una cartina bellica che segna i punti degli scontri a fuoco, la faccia di un bimbo con la varicella.
Non piansi, mi girai verso il medico:” Quanto? Quanto ancora? “ gli chiesi con una rassegnazione nella voce, una rassegnazione non mia, cosa mi succedeva, io amavo vivere?!
“Due, tre mesi al massimo “
Lasciai l'ufficio, mi truccai nel corridoio, i miei figli dovevano vivere gli ultimi mesi con la loro madre e volevo che fossero fantastici…
L'ascensore riprese a muoversi, la luce si riaccese, arrivai al piano terra e uscii, c'era la mia famiglia là fuori, mi aspettavano.
“Ciao mamma ! Ti sei divertita con Gina ? “
“Sì, certo, tantissimo. Abbiamo visto un bel film e mentre lo vedevamo, il suo cane, quello che mi piace tanto, no, come si chiama ? Oh, mi sfugge !”
“Frank ! “disse Luigi, il mio ometto di sette anni.
“................., mamma “ controbattè Carlo il piccolo vispo di cinque anni. Iniziarono a discutere.
“Su , via, non litigare, non ha importanza come si chiama il cane !Tu, Francy, che dici ? “
“Io mi ricordo che si chiama Franklin “disse balbettando la mia passerottina Francesca di soli tre anni.
“Ah, è vero “
“E' vero “
“Visto, la nostra piccola non parla mai, ma quando parla lo fa con giudizio. Tu sarai molto brava da grande perché saprai sempre trovare l'equilibrio tra tutti “
“Eccola, vuoi sempre più bene a lei solo perché è la più piccola, a me non dici mai niente !”
“Non è vero, Luigi, voglio sempre molto bene a tutti. Vuoi che ti dica qualcosa? “ gli dissi con dolcezza e lui annuì. “Tu, Luigi, sei l'unico che mi conosce bene e, quando sarete grandi, tu sarai quello a tenere uniti tutti. E poi sei bravo e diventerai un grandissimo uomo “
“Un dottore, vero? “
“Si, uno splendido e bravissimo dottore “
“E tu, Carlo? Non vuoi che io ti parli, che io ti dica il tuo futuro? “
Dissi scherzando : “Io sono un mago indovino! “
“Come Mago merlino! “
“Più forte!“
“Come Harry Potte? “
“Di più, ancora di più, io sono convinta che né Merlino, né Potter sanno dire perché tu sei speciale! Tu sei speciale perché hai tanta fantasia e scriverai tante belle storie per bambini, più belle di Harry Potter! “
Così parlai loro e loro sorridevano e battevano le mani. I loro occhi brillavano di speranza, speravano nel futuro. Per me la speranza era morta tre mesi fa in quella stanza di ospedale. Arrivammo a casa.
“Amore, cucino io, non ti stancare“ mi disse mio marito, ma io non volevo privarlo dei suoi bambini, soltanto di sera poteva goderseli.
“No, non transigo, i bambini vogliono giocare con te, va da loro! “
Mi sorrise e andò via. Era dolce, affettuoso, alto e robusto; da sempre quando lo guardo vedo un cucciolo tenero, senza artigli, incapace di ferire.
“La cena è pronta, tutti a tavola!“ dissi dalla cucina e riuscii anche a sentire “Uffa“, “Già“, accompagnati da vari “sbuffi “.
“Ecco a voi la bistecca! “ dissi enfaticamente e fui ben accolta dai loro sguardi famelici in grado di commentare perfino la cena.
“Tesoro, poi non hai finito di dirci cosa avete fatto a casa di Gina, come sempre si divaga nei discorsi…”
“Ah, sì, abbiamo visto “ The Interpreter “, ma il cane non ha fatto altro che abbaiare e abbiamo interrotto la visione del film. Poi ci siamo divertite e vi ho preparato una sorpresa, Amore l'hai presa?“
“Sì, stai tranquilla!“
“Allora io vado a prenderla“
Entrai in cucina, presi la torta al cioccolato dalla scatola, la posizionai sul vassoio. Mi girò la testa, mi appoggiai al mobile. “No, non adesso, non mollare, i tuoi bambini aspettano la sorpresa, tu vivi per far felici loro. Sì! Ripresi le forze, afferrai il vassoio e mi diressi verso il tavolo. Mi girò la testa, “Devi dare la sorpresa ai tuoi figli, su! “lo ripetetti a me stessa più e più volte, riuscii a poggiare la torta sul tavolo, ma caddi sulle gambe di Luigi.
I miei figli non fissavano la torta ma me!
“Mangiate! L'ho preparata per voi!” dissi sperando di togliermi di dosso gli sguardi della famiglia. Mi rialzai vacillando.
“Ho capito, devo dividerla io” Sollevai la torta, la portai verso di me…cadde ed io con essa.
“E' il momento, porta via i bambini” sussurrai a mio marito.
“Vi amo e vi ho sempre amato e vigilerò su di voi” dissi guardandoli , nei loro occhi c'era inconsapevolezza, due lacrime mi spuntarono dagli occhi come la rosa dal bocciolo. Fu la prima volta che piansi in tre mesi.
“ Ti amo”. Scappai in bagno, non riuscii a chiudere la porta, mi accasciai sul pavimento, piangevo. Così si concluse la mia vita, con l'immagine della sorpresa sul pavimento, dei miei figli inconsci dell'accaduto, di mio marito distrutto.
Io non li avrei più visti sorridere, ridere e giocare, litigare e piangere, discutere. Mai avrei più visto il loro matrimonio e la loro laurea, ero stata tagliata fuori dalla loro vita dal brutale destino. Sarebbero cresciuti senza me, spero soltanto di averli resi sempre felici e di non averli mai fatti soffrire.

Lui
Non so chi mi diede la forza quel giorno, ma è sempre così, in questa situazione la forza la trovi, nasce in te.
Mandai i bambini dalla coinquilina, sollevai mia moglie e la distesi sul letto, lei mi sorrise. Lì, dinanzi a lei, chiamai le Onoranze Funebri e ordinai che la bara, pronta da tre mesi, venisse portata a casa, ricordo ancora quando andammo a sceglierla,…
“Buongiorno” dicemmo.
“Buongiorno“ ci rispose “Cosa desidera?”
“Devo scegliere la mia bara “ amavo mia moglie disinvolta e per niente velata di tristezza, così serenamente che il necroforo rimase di sale.
Dopo qualche attimo, a cui eravamo abituati dal giorno della funesta notizia, ci fu dato il catalogo dal quale mia moglie scelse subito. Un ciliegio molto chiaro, come i mobili della camera dei nostri figli, “così sarò sempre vicina a loro” disse…
Quanto li amava, tanto da dedicare loro gli ultimi mesi della sua vita, vivendo a loro totale disposizione, voleva e ha sempre voluto la loro gioia, la loro felicità, quasi trascurando il fatto che ogni giorno poteva essere l'ultimo; è riuscita a farci vivere serenamente, facendoci dimenticare che l'avremmo persa. Io, infatti, me ne accorgo solo ora, non ci sarà più lei con me, nessuno più mi rimprovererà il fatto che non seguo i nostri figli a scuola, nessuno più sarà lì ad aspettarmi la sera, nessuno cucinerà per me, ma specialmente, con nessuno io potrò sorridere come ho fatto con lei e più nessuno potrò amare come si ama una moglie, io non avrò più una moglie. Mi sedetti accanto a lei, le presi la mano, mentre le lacrime rigavano il mio viso dolcemente, quasi non stessi soffrendo e sorridevo, volevo darle la certezza che noi ci saremmo sempre stati per lei e che sarebbe stata lei a doverci guidare.
Gli attimi furono interminabili e ogni respiro diventava un'immagine nella mia mente, un ricordo impresso con il fuoco.
Ci guardammo negli occhi senza proferire parola e poi…ci lasciò. I suoi occhi si chiusero, ma le sue labbra formavano un sorriso, forse solo un'impressione ma mi piacque pensare che fosse così. Chiusi anch'io gli occhi, sperando di riaprirli e di abbandonare in questo modo il mio incubo peggiore. Non fu così, quando li riaprii lei era ancora sdraiata sul letto, il suo corpo inerte.
Uscii dalla stanza, telefonai a sua madre:”Ci ha lasciati “ dissi e chiusi il telefono, non avevo voglia di parlare, avevo ancora una moglie in casa, volevo godermela, anche se da defunta, per gli ultimi attimi. Volevo ancora guardare il suo viso scavato dalla malattia, i suoi capelli castani, le sue labbra disegnate sempre sorridenti, le sue mani affusolate con la nostra fede del matrimonio.
“Voglio portarla con me nella bara, come anche l'orologio, così mi ricorderò anche di te!”
Le pompe funebri arrivarono, lasciarono la bara nel soggiorno e mi chiesero:” Vuole che la vestiamo noi?”
“No, no, devo farlo io, lei avrebbe voluto così” risposi.
Andai in quella che era stata la nostra camera, aprii l'armadio, vidi i vestiti e ogni vestito era un ricordo.
In un giorno qualunque non avrei connesso ad ogni vestito un ricordo, ma oggi era un giorno diverso.
Scelsi un vestito celeste, piaceva tanto ai nostri figli e poi mi ricordavano quella splendida giornata al lago di un anno fa, allora non avremmo mai immaginato di dover vivere questa giornata.
Presi poi l'orologio che le avevo regalato per i dieci anni di matrimonio…
“Buonasera“
“Sera” mi rispose il vecchio orologiaio del paese. “Come mai da queste parti?”
“Anniversario di matrimonio, voglio qualcosa di speciale, amico!” dissi felice di regalare qualcosa alla mia amata.
“Bene, come lo vuoi, elegante, sportivo, da poter indossare ogni giorno?”
“Un mix di sobrietà e ricercatezza!” risposi.
“Ah, capisco, vogliamo stupire eh? Caro vecchio Gianni! Vediamo, vediamo… sì, vedi questo Chopard di qualche anno fa, un classico, ma ricercato e poi molto semplice!” disse porgendomi l'orologio.
Lo guardai attentamente, era d'acciaio con la ghiera d'oro bianco, il fondo nero e un cinturino semplice. Ricercatezza, classe, sobrietà.
“Prendo questo!”
“Bene, farai felice tua moglie, …”
Signore!”
“Sì” sussultai
“Deve vestirla, …
“Sì, sì, subito…”
La vestii e fu indimenticabile, poi mi aiutarono a porla nella bara. Le incrociai le mani sul petto, le baciai e iniziai a constatare il vuoto che aveva lasciato, piansi, piansi.
Poco dopo arrivarono i bambini che non piansero, stranamente per me, lei sicuramente avrebbe saputo dare la giusta spiegazione, pianse solo Francesca e molto fragorosamente, la feci allontanare, Ma era giusto? Capii anche questo, avrei dovuto prendere da solo ogni decisione.
Arrivò la mia famiglia, i suoi colleghi, i miei, parenti, amici e anche l'unica persona della sua famiglia, sua madre.
Mia moglie, infatti, aveva perso il padre qualche anno fa, per insufficienza cardiaca e alla madre, più anziana del padre, ora spettava anche assistere al funerale di sua figlia.
Entrò nella stanza e tutti la salutarono rispettosamente, era una figura importante nel paese, una maestra che aveva educato tante generazioni. Era noto il suo alito al sapore di “sardine rancide” e, ancor più, il suo vizio di “giocare” con la dentiera spingendola in avanti e indietro con la lingua. Lo faceva quando era nervosa. Tozza, elegante ed esibizionista quella sera sembrava un'altra persona, non voleva farsi notare, non indossava una delle sue tante pellicce, si accostò a me, mi baciò e mi strinse in un caloroso abbraccio come mai aveva fatto sino ad allora.
“Seppellire un figlio è innaturale, ti può condurre alla pazzia, …”
Parlò con una dolcezza che non aveva mai usato con me e iuo la capii, allungai la mano per stringergliela, ma lei mi avvolse fra le sue braccia massicce, prima evitai di ricambiare, poi mi accorsi che in situazioni simili deve guidarci il sentimento, non il rigore.
Entravano e uscivano persone, in alcuni momenti la rabbia mi sovrastava e avrei voluto mandare via tutti, perché la loro presenza era inutile, non avrebbero riportato in vita mia moglie, … ma era anche vero che loro non avevano alcuna colpa, non ero arrabbiato con loro, ma con quel Dio crudele e insensibile pilota del fato.
“C'è un motivo per ogni evento, Dio non chiude mai una porta se non per aprirne una più grande”, mi pareva di sentire la sua voce, la sua risposta ai miei pensieri. Era così cattolica per niente dubbia di quel Dio che le aveva negato la vita.
La notte decisi di trascorrerla da solo, senza figli, sul divano di fronte a lei a contemplare per l'ultima volta la mia identità di sentimenti; sua madre soltanto era lì con me, ma era copme se non ci fosse, ognuno guardava l'amata riconducendo la mente ai ricordi, ai giorni felici trascorsi in sua compagnia.
Fu straziante, ma ancor di più lo fu la mattina seguente.
Quel giorno non mi sembrava giusto che sorgesse il sole, che gli uccelli cinguettassero, che la vita continuasse a scorrere. Mia moglie, la mia metà era morta! Come poteva la vita trascorrere naturalmente? Con questo enigma fui chiamato ben presto a duellare: chiamai i bambini, allontanai tutte le persone che non fossero parenti stretti e diedi e feci dare l'ultimo bacio a mia moglie, alla loro madre.
Il coperchio della bara ci separò definitivamente.
“Torna qui, mamma, dove la portate mamma?” gridò tra le lacrime la piccola, ancora incapace di capire la caducità dell'essere umano e il gran mistero della morte. Luigi e Carlo assistettero attoniti alla scena, credo inacapaci di comprendere la realtà.
Seguimmo lei, non la bara, così volli pensare, fino in Chiesa e lì fu svolta la funzione. Non so dirvi come fu, il mio corpo era là, non la mia mente, quella vagava nei labirinti della memoria. La funzione finì, i suoi colleghi, l'intero paese era presente e ora gareggiava per portarla a spalla nel cimitero.
Il suo parrucchiere, i suoi alunni a cui aveva sempre dedicato molto tempo, tutti i professori, gli ausiliari, perfino le commesse dei negozi e dei supermercati, il commissario con la squadra di polizia, il sindaco, il prefetto “ha reso sempre un servizio all'umanità con i suoi insegnamenti di profondo valore etico” enunciò quest'ultimo nell'elogio funebre. Come dargli torto? Era un essere più unico che raro e non lo penso come lo può pensare un comune marito privato di sua moglie, ma come un uomo esterno alla vicenda.
La tumulazione non mi commosse oltre modo, era solo un altro strato fra me e lei.
Il sacerdote benediceva lei e l'intera cappella, quando mi girai, il mio occchio fu rapito da una porta lasciata aperta …
“Quando uscirò da quella porta …” pensai estraniandomi dall'intero mondo circostante, dalle urla dei bambini a cui non volli negare la loro forma di sfogo, dalle parole del sacerdote, dai respiri affannosi della gente, “non sarò più quello di prima. La mia vita cambierà, dovrò essere padre e madre, prendere da solo le decisioni, constatare il vuoto, ma ancor più grave di ciò, vivrò ogni cosa con dolore, vedendo in ogni cosa la sofferenza. Vivevo in una famiglia felice, ricca di quell'amore che ho sempre pensato contenesse solo gioia, solo ora apprendo il dolore, l'infelicità. Forse non sposandomi, … sì, non avrei visto i miei figli, non ne avrei avuto e con loro le gioie, ma, senza dubbio, non avrei sofferto in questa maniera atroce. Uscirò da quella porta, andrò a casa, vivrò con la domanda”non vivere per non soffrire?”


Per contattare direttamente l'autore
Homepage