Edda Pellegrini Conte, nata a San Giuliano Terme (Pi), vive a Pisa.
Laureata in lettere moderne, insegnante di R.O. Come narratore e poeta compare nella Storia della Letteratura Italiana del XX secolo (1999) e nella Antologia della Letteratura Italiana del XX secolo (2000) Ed. Helicon, Arezzo.
Collabora con Book Editore (Bo) per Antologie di Poesia contemporanea, anche bilìngue, (coll. Minerva).
Pubblicazioni:
Ambizioni (racconti), L'Autore libri-Firenze, 1990;
Il sapore della Fragola (romanzo), II Grappolo-Salerno, 1992;
Fantastico ma non troppo (favole), T.E.P.-Pisa, 1994;
Hi-Fi in chiave diversificata (narrativa diaristica), T.E.P.-Pisa, 1996;
I fatti della vita (racconti), Helìcon-Arezzo, 2002.
Per la Casa Editrice II Grappolo -Salerno- ha curato Messaggi (Antologia dì Prose e Poesie dì Autori Contemporanei), 1993.


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La Colomba

La colomba spiccò il volo e fu sulla chioma di un tiglio, soddisfatta, felice dell'accoppiamento recente. Guardò il prato, in basso, ormai lontano, dove il partner continuava a becchettare tra l'erba. Il tiglio era folto, in fiore; il suo profumo stordiva. Al di là del fiume gli antichi muri del porto, con qualche buca tra i mattoni e le pietre erose dal tempo, potevano offrire un valido rifugio, ma lei voleva trovare qualcosa di meglio, di più comodo, ora che la stagione si faceva calda. Sul fiume i compagni sciamavano spensierati, il cielo e i cornicioni dei palazzi erano tutti per loro.Da quando i concorrenti, più grossi e sempre affamati, erano partiti per la migrazione stagionale, loro si sentivano i padroni della città. Dimentichi di tutto, anche delle primarie necessità della specie. Lei aveva dovuto insistere, per quell'accoppiamento, il maschio proprio non ne voleva sapere. Invece era necessario, perché questo era il momento. Il ricordo la mise di buonumore: si era abbassata invitante, ma lui si spostava più in là, a cercare qualcosa tra l'erba, lei si avvicinava, gli andava di fronte, gli dava piccoli colpi col becco sul becco, si accovacciava provocante, ma lui faceva l'indifferente. Continuava a ignorarla. Questo gioco si era ripetuto più volte, e lei era sempre più desiderosa… Finalmente si era deciso. Un attimo, e tutto era compiuto.
Quel prato fiorito, la bella giornata di sole, i tigli profumati le sarebbero rimasti nel cuore. Decise che lì sarebbe tornata, per la prossima volta. Verso sera, sotto il cielo rosso del tramonto, un angolo riparato, tra il muro e una persiana sollevata, richiamò la sua attenzione. Si appostò sul tetto del palazzo di fronte e rimase in attesa del calare delle ombre. Non voleva rischiare… Intanto raccoglieva stecchi e ramoscelli secchi. Ecco, grossolanamente il covo era pronto. Al di là dei vetri silenzio e buio. La colomba schiuse lievemente le ali sotto le doppie strisce nere, raccolse le zampine sul mucchietto di stecchi, piegò il collo dove i riflessi porporini scomparivano nel piumaggio verde, e chiuse gli occhi in paziente attesa.

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La donna si alzò dal letto più affaticata del solito. Stentava a passarsi la spazzola sui lunghi capelli candidi, fini come seta. Faceva fatica a svolgere le solite piccole cose quotidiane, la debolezza a quell'ora già si faceva sentire. Oggi il suo precario stato di salute le pesava ancora di più. Tra pochi giorni le avrebbero portato la piccolina, era necessario preparare la sua stanza. Aprì la porta e un forte odore di chiuso la investì. C'era il disordine solito: bambole e giocattoli sparsi ovunque, il triciclo capovolto sotto la finestra. Sorrise, consapevole della sua eccessiva indulgenza verso la nipotina che di tanto in tanto riempiva il silenzio della casa. Si avvicinò alla finestra per dare aria.
-Oh! Un piccione- esclamò, e d'istinto agitò la mano per farlo volare via.
Il piccione seguì quel gesto con il piccolo occhio vivace, per niente intimorito. Rimase fermo, accucciato, con le ali gonfie e le zampine nascoste. La fissò. La donna chiuse i vetri. Tra la persiana e la finestra c'era una zona di verde penombra, un riparo ideale per la piccioncina…
-Poverina, non posso scacciarla, ora, tornerò questa sera a vedere…- La donna amava il mondo intero e certo il suo senso di compassione non si arrestava davanti a un piccione, che aveva scelto una delle sue finestre per fare il nido.

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Diffondendo l'amoroso verso nell'aria della sera la colomba tornava al nido, il gozzo pieno di poltiglia per i suoi due nati. Il compagno rimasto a guardia dei piccoli ancora nudi rispose al suo richiamo e le dette il cambio presso i piccoli. Questi avevano il becco spalancato e un lieve tremito agitava la loro nudità. Piccoli e indifesi, tubò la madre amorosa e si chinò per trasferire in quelle bocche affamate la secrezione del suo gozzo.
Al di là dei vetri della finestra due occhi attenti seguivano la scena con espressione di complicità. La donna dai lunghi capelli candidi partecipava alla vicenda della famigliola con stati d'animo diversi e contrastanti.
L'innato senso dell'amore panico la portava a proteggere la colomba e i suoi piccoli, mentre una certa ancestrale fobia la tratteneva dall'aprire la finestra per allungare la mano…
Temeva infatti qualsiasi tipo di insetto.
I giorni passavano e la coppia continuava ad assistere i nati, che nel frattempo si vestivano di peluria da cui cominciava a spuntare qualche tenera penna cinerina. La colomba e il suo compagno facevano la spola dal cielo ai tetti e dai tetti al rifugio del davanzale, avanti e indietro con tenera cura.
Tra poco i due piccoli sarebbero stati in grado di volare.

***************

Il davanzale era stato accuratamente pulito. A ricordare il passaggio della colomba e della sua famiglia rimaneva soltanto un'ombra più scura nell'angolo tra i vetri e la persiana.Su quell'ombra la donna passò lievemente il palmo della mano, per accertarsi che la pietra serena del davanzale fosse stata lavata bene, ma forse anche per una inconsapevole carezza. Era una bella storia: ne avrebbe ricavato una favola e l'avrebbe raccontata alla nipotina prima di dormire.
Guardò le finestre del palazzo di fronte. Finalmente nessuno. Nessuno a spiare il volo dei piccioni. Sapeva che nel quartiere si era sparsa la voce che lei faceva nidificare i piccioni sulle sue finestre. Qualcuno l'aveva guardata di traverso; uno dei condomini l'aveva persino fermata sulle scale per dirle “lo sa che i piccioni portano molte malattie?”
Si era sentita in colpa, più che mai combattuta nei suoi contrastanti impulsi. Anche lei aveva spiato la colomba, l'aveva seguita nelle varie fasi della cova, si era intenerita quando aveva scoperto i due piccoli usciti dal guscio. Ogni volta aveva anche sperato che la madre li portasse altrove.
Oggi ricorda quella sua telefonata alla Società per la Protezione degli Animali: ancora si rammarica della risposta che le fu data.
Che cosa aveva detto quella voce impersonale (e forse anche un po' seccata)?
-I piccioni non sono una specie protetta. Faccia come crede…-
Ma questo, nella favola che avrebbe raccontato alla nipotina, non lo avrebbe detto.


Il Castello Stregato

L'uomo viaggiava tra boschi di querce da sughero dal tronco spellato rosso come sangue, tra eucalipti giganti e rocce traforate dai venti. In una terra dove la natura stessa aveva scritto la storia degli uomini ammirava l'aspra bellezza dei paesaggi. Dopo le testimonianze di popoli per natura forti e crudi la fantasia gli partoriva immagini che lo lasciavano turbato.
Il buio gli si aprì all'improvviso su un tappeto di luci provenienti dal basso. La strada prese a scendere velocemente e il brusco passaggio dall'oscurità alla luce e al consorzio umano lo sorprese come una nota insolita, stridente in quella regione scarsamente popolata. L'auto correva quasi alla cieca e l'uomo temette di finire dritto nel mare; forse quelle luci erano un miraggio stregato, o magari il riflesso di un mondo sommerso.
Approdò in una realtà strana, però fatta di concretezze. Percorse a piedi una via tra palazzi alti come case torri, il fondo stradale di ciottoli colorati, ai lati due perfette parallele di basalto, lucide e nere come binari ferroviari. Dai lampioni pioveva una luce rugginosa: non c'era angolo d'ombra. Tanta luce lo scoprì nudo e indifeso, orfano della sua stessa ombra. In tutta la strada non vide anima viva. Nell'aria però c'era un vago brusio, come di folla che stesse venendo in processione.
Palazzi con architravi ornati di bassorilievi in pietra rossa, balconi di ferro battuto in stile vagamente barocco; incuria e abbandono colpivano assai più delle bellezze architettoniche. Forse case abitate, c'erano però finestre buie con i vetri rotti: occhiaie vuote in un volto deturpato.
Poi l'uomo si trovò in uno slargo con una fontana di stile moresco nel mezzo, e un colonnato circolare. Tavolini e sedie addossati l'uno all'altro alla rinfusa, come alla fine di una festa. In fondo alla via, che deserta com'era sembrava fuori dalla realtà del tempo, un'insegna luminosa rosso fuoco.
Là si diresse l'uomo con un sospiro di sollievo, convinto di ritrovare in un piatto di spaghetti il senso delle umane proporzioni. Si ripromise per il giorno dopo la visita al castello.

*************

Visto dal basso il castello sembrava quasi intatto. Sorgeva in cima alla collina in mezzo a macchioni di corbezzolo. Lungo il percorso arbusti insoliti con bacche grosse come mele selvatiche, e piante di cisto dai fiori giganti.
Dall'alto i tetti della città erano tessere di un enigmatico puzzle. Impossibile individuare la pianta dell'abitato. Molte cose in tutto l'ambiente sfuggivano a una logica sistemazione.
Un centinaio di scalini consumati condussero l'uomo fin sotto le mura del castello, davanti a un cancello sbarrato.
Trasalì al fischio del vento che passò in mezzo alle rovine e aggredì i rami di un caprifico. L'uomo ebbe la sensazione di vederlo uscire dall'arcata principale. Poi l'aria fu nuovamente immobile.
Lui rimase fermo dov'era: la sorpresa era troppo grande. Tutto sembrava mutato: la giornata non più quella, l'ambiente privo di ogni rapporto con ciò che c'era là fuori.
Si chiese come faceva a trovarsi al di là delle sbarre, tra le rovine del castello. Solo e confuso. Il tempo divenne un'entità irreale e dieci secoli gli alitarono sul viso il loro gelido respiro.
In quella terra molte genti di lingua e costumi diversi avevano lasciato tracce del loro passaggio, e l'uomo del terzo millennio in un solo istante raccoglieva le testimonianze del tempo e veniva a conoscenza di tutto.
Prese a camminare tra le rovine, poi fu sul tappeto erboso fino alla cappella in fondo al cortile.
Sulle pareti riconobbe le sembianze passate, ritrovò i ricordi di esistenze trascorse in mezzo ai divertimenti di corte. Gli affreschi esaltavano ancora la grazia delle damigelle, in contrasto con scene orrifiche dell' aldilà.
Una fiammata improvvisa illuminò l'ambiente, si posò sulle immagini dipinte e le fece palpitare quasi fossero viventi. L'uomo distolse lo sguardo e abbassò gli occhi. Fu allora che vide ciò che non avrebbe dimenticato più: una minuscola figura di donna tutta vestita di rosso, con uno scialle a fiori che dalla testa le scendeva fino sulle spalle. Era una jana e gli veniva incontro con fare minaccioso. Lui cercò di aggrapparsi alla realtà del luogo e del tempo, quando un crepitio di fiamme lo spinse a uscire all'aperto.
Il profilo delle torri si confondeva con il cielo cupo, mentre l'incendio si accaniva contro tutto ciò si trovava dentro la cerchia delle mura. Il fumo acre saliva fino a coprire il cielo.
Vaghe ombre entravano a frotte dall'arco principale e si buttavano tra le fiamme con orribili gridi. Altre ne uscivano con urli di vittoria e correvano giù per la collina fino al mare.
In quell'istante riapparve la piccola donna vestita di rosso.
Ma l'uomo che già conosceva tutti gli eventi, aveva il cuore pesante.Sapeva che quei saccheggiatori correvano ad innalzare le belle cattedrali della sua città.
Tra le rovine del passato le janas continuano a riavvolgere sui loro fusi d'oro le storie degli uomini.



Fumate Nere

Alle quotidiane domande
risposte indecifrabili
promesse abbaglianti
irreali
fumate nere da carta stampata.
Resta la giornata
un problema contingente
impellente…
i bisogni familiari
i sogni accantonati
nel carrello della spesa
annegati col pieno di benzina
            nel ventre dell'auto di famiglia.
            Il destino di tutti
            nelle mani di pochi.
Pittori esperti di colori e di pennelli
sopra una tela / fatta e disfatta
annodano al presente
i fili del passato
rimandano al futuro
la speranza
di una fumata bianca.


Poeti

Nel vuoto del mondo
apriremo il vaso di Pandora
scavalcheremo il Tempo incontro al mythos
per abbracciare l'Oltre
dove la purezza è istinto
che riscatta ogni errore.
Saranno perle
le parole dalla nostra bocca
e diadema alle stelle
nell'ultima danza
prima che il sole
nel fuoco della sua dimora
i nostri sentimenti estingua
nella catarsi estrema.


La vita nei vestiti rivoltati

…e il muro sgretolato
degli anni si faceva scrigno
per i dentini strappati
con la cordicella
dalla mano del nonno
           e l'orto verde
dove cresceva l'insalata
generosa di lumache
si abbrunava a sera
per il trionfo della luce
fosforina delle lucciole…
           e la corte deserta sotto il sole del meriggio
al fresco della sera estiva
si animava
tra le seggiole di paglia un po' sfondate
chiacchiere di donne giochi di bambini…
           e gli uomini intorno ai tavolini
del caffè
in attesa dell'ora un po' più tarda…
e la vita di allora…
che trascorreva nei vestiti di panno
           più volte rivoltati.


Restami accanto

Tra i vortici della mente
si avvolge la sera.
Lusinghiera è la notte
all'abbraccio del sé.
Incombe un'assenza
nel silenzio
che la memoria incupa.
           Vivere è amare
           ma nel percorso
           si fa rovente il passo
           che il piede tenta a ristare.
Restami accanto
Signore
e non lasciarmi sul sentiero
sola.


Via Crucis (A Sant'Anna di Stazzema)

Quante volte ancora
dovrai morire.
Quante volte
Signore
cadrai sotto i colpi
della ferocia
che guida la mano dell'uomo?

Nella madre
che l'urlo muto impietrì
davanti alla furia omicida.
Nel vecchio
che annegò nell'impotenza
l'istinto di difendere i suoi.
Nel giovane
che barattò con la vita
l'innocenza perduta.
Nel bambino
che chiuse negli occhi innocenti
lo stupore della morte.
Nell'uomo
impiccato al palo della luce
che pagò a caro prezzo
il sogno della libertà.

O Signore
vittima eterna
il tuo Sudore nell'Orto
bagnerà all'infinito
l'ara sacrilega del mondo?



SARDEGNA

Schizza di verde
il bruno della pietra
al piede del Nuraghe
il ficodindia.
Mormora una preghiera
in lingua ignota
la stele
sulla Tomba del Gigante.
Respirano i trafori delle rocce
a guardia delle vie deserte;
sospinge il vento verso la marina
l'intrusa vela.

Il vento di Maestro
si fa forte
ai salici giganti
piega le braccia
molli
scava la terra
in mezzo alla brughiera
fruga i cespugli
del mirto
fino a sera.


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