Matilde Ciscognetti è nata e vive a Napoli. Scrittrice, poetessa e commediografa, ha pubblicato vari volumi di narrativa, poesia (anche dialettale) e teatro; ha collaborato con diffusi periodici con articoli di varia attualità. È inoltre inserita in antologie letterarie distribuite in varie scuole, avendo ottenuto riconoscimenti e primi premi, anche da Assessorati alla Cultura e Pubblica Istruzione di diverse Regioni d’Italia, nonché da Assessorati alle Pari Opportunità per suoi articoli sulla condizione sociale della donna nel mondo e sui diritti umani. Le copertine dei suoi libri riproducono dipinti e foto di sua creazione.

Nel 2014 ha ricevuto il premio "G. Leopardi" alla carriera nella sala consiliare del comune di Trentola Ducenta.

Per i navigatori di Carta e Penna propone un racconto e alcune poesie.

L’anima violata

Quella mattina Malù aveva lasciato il villaggio molto presto e si era recata con la nonna nel bosco. Era una tiepida giornata di primavera e il sole splendeva alto nel cielo. La bambina stringeva fiduciosa la mano della donna ed era felice al pensiero di trascorrere qualche ora a cogliere fiori e a rincorrere farfalle, raccontando storie. Aveva solo 7 anni ed era felice nonostante i piedi nudi e solo una ciotola di riso da mangiare. Sembra l’inizio di una bella favola ma il lupo cattivo era in gguato….
All’improvviso l’anziana donna afferrò la bimba e con un coltello sporco e arrugginito le asportò le parti intime. Inutilmente la piccola Malù provò a difendersi: era piccola e indifesa, e quando ancora le sue urla strazianti giungevano fino al villaggio, la sua mutilazione era già stata eseguita. La donna le disse di tacere e di non piangere perché ora lei era pura e poteva essere venduta al suo futuro marito. Malù tornò al villaggio con le mani sugli occhi gemendo per il dolore e l’umiliazione, non potendo neanche sperare nell’abbraccio della madre perché la violenza subita era avvenuta nel rispetto della tradizione. Questa è una storia vera e si ripete di continuo in paesi dell’Africa sub sahariana. Per queste sventurate bambine le conseguenze sono gravissime: emorragie, tetano, setticemia, sterilità, e spesso la morte; e queste donne indifese subiscono l’asportazione totale dei genitali esterni con il pretesto di conservare loro la verginità, pretesa dai mariti, e ridurre le pulsioni sessuali. Agli occhi del mondo civile è senza dubbio una orrenda barbarie, ma per i popoli che la praticano è una tradizione così radicata che, finché non si svilupperà una coscienza di civile rispetto nelle nuove generazioni, difficilmente potrà essere debellata. Tradizione che viola nel corpo e nell’anima milioni di bambine e donne africane. Eppure la letteratura africana è ricca di storie e leggende che parlano della donna con tenerezza e rispetto, come questa antica favola del Kenia dal titolo “Waku e l’aquila” che delle donne così racconta.
“C’era una volta una ragazza di nome Wacu che, unica fra le donne, mangiava la carne come gli uomini. Durante il giorno pascolava gli animali con il padre che, la sera, la portava con sé a mangiare carne e a raccontare storie con altri uomini riuniti attorno al fuoco nella capanna di bambù, vicino al fiume. Wacu era bella ma nessuno la chiedeva in moglie perché lei era forte come un uomo a causa della carne mangiata, e questa abitudine era malvista dalla comunità. Un giorno la madre ne parlò col marito che ammise il suo sbaglio e cominciò a sentirsi in colpa verso la figlia ma, per fortuna, un ragazzo si innamorò di lei. I genitori di Wacu imposero allora alla figlia di non mangiare più la carne davanti agli altri, per timore che i suoceri, conosciuta la verità, non dessero più il consenso alle nozze. Wacu acconsentì e da allora si comportò da donna, sia pure a malincuore. Si sposò ed ebbe molti figli, ma ogni tanto pensava che gli uomini erano ingiusti con le donne e bisognava ribellarsi alle loro prepotenze. Cominciò a parlarne con le altre donne e al marito disse che le donne dovevano avere gli stessi diritti degli uomini. Ma l’uomo rispose che, pur rispettandola per i molti figli che lei gli aveva dato, non le avrebbe dato più carne. Ma intanto la notizia della ribellione di Wacu si era sparsa e molti cominciavano a darle ragione, ammirandola per il suo coraggio. Ogni sera gli uomini e gli anziani discutevano la questione. Un giorno, mentre essi mangiavano carne cotta al fuoco, scese dal cielo una grande aquila che afferrò tutta la carne e volò via: gli uomini ne seguirono il volo e la videro discendere in un campo, e posare la carne presso Wacu che stava lavorando, e poi volare via verso la foresta sacra. Tornati indietro, essi raccontarono tutto agli anziani i quali decisero di concedere alle donne di mangiare carne perché così voleva Dio; l’aquila da Lui inviata, era infatti il simbolo del riconoscimento di tale diritto.”
Questa antica favola del Kenia “Wacu e l’aquila” è una semplice ma significativa ed efficace rappresentazione in chiave metaforica della fierezza e dell’orgoglio della donna africana, e in una più ampia interpretazione degli elementi simbolici in essa contenuti, di tutte le donne; con partilare riferimento alla sacralità della libertà di pensiero e di opinione, e della inviolabilità della dignità umana, in questo caso vista nella sua accezione più ampia come personalità dell’individuo. A tali riflessioni ne consegue, come condizione imprescindibile del rapporto simbiotico mente-anima, l’obbligo del rispetto assoluto dei diritti civili correlati alle suddette condizioni etico-civili. Diritti, che insieme ad altri, costituiscono il pannello protettivo ed insieme il suo fulcro, della primaria qualità umana dell’individuo, e cioè la sua dignità.
E non vi è, e non vi deve essere dubbio alcuno, che costituisce una grave forma di violazione alla dignità umana, in questo caso quello di una donna, assolutamente tra le peggiori perpetrate agli individui; la pratica efferata della infibulazione, ovverosia la “operazione” compiuta sulle donne per impedire o limitare al massimo i rapporti sessuali, menomandone i genitali con pratiche rozze e cruente. Esercitare tale violenza, con molto diffusa specie tra i somali, sotto l’egida di un costume sociale discutibile, tramandato dagli avi ed erroneamente acquisita come abitudine assurta ad uso quasi legale costituente la vita sociale e spirituale di un popolo, costituisce una grave violazione dei diritti umani.
Sul piano sanitario e psico-sociale essa comporta traumi, rischi durante il parto, e di trasmissione dell’Aids, emorragie spesso letali e disturbi della personalità: tutto ciò è sempre ribadito dai responsabili dell’UNICEF (Fondo della Nazioni Unite per l’Infanzia) in occasione della giornata mondiale di lotta contro le mutilazioni genitali femminili che si celebra ogni anno ai primi di febbraio. I dati ogni volta comunicati sono tragici: tre milioni di donne e bambine sono vittime di tale violenza e Obaid, il direttore esecutivo del Fondo delle Nazioni Unite per le popolazioni (Unpfa), auspicando maggiori interventi contro le mutilazioni, ha ribadito come “le mutilazioni inferte alle donne non sono imposte da alcuna religione, come erroneamente ritenuto da molti, e l’infibulazione è condannata da molti capi religiosi di tutto il mondo che da tempo invocano la totale cessazione di questa pratica”. Secondo la stima dell’Unicef 140 milioni circa di donne, e anche bambine, nel mondo sono state sottoposte a questa usanza. Essa è infatti molto diffusa in Africa, ma anche in alcune regioni del Medio Oriente e in molte comunità di immigrati sparsi nel mondo. Fino ad oggi, ad abiurare tale pratica sono stati 16 paesi africani considerandole reato suscettibile di condanna, condanna che il protocollo di Maputo del novembre 2005 ha ufficializzato in modo esplicito e giuridicamente rilevante come punto di riferimento per un adeguamento ad esso del sociale. Ordinamento. A questo proposito egli ha così sostenuto “C’è bisogno di mobilitare le nostre comunità, i leader tradizionali, i politici e i capi religiosi; donne e uomini attraverso campagne di educazione e informazione perché cambino la propria mentalità e si coinvolgano direttamente nella battaglia contro le mutilazioni”. Poiché tale pratica è universalmente riconosciuta come una violazione dei diritti umani e della dignità di donne e ragazze, nella Carta Continentale dei diritti e del benessere dei bambini essa viene esplicitamente condannata, insieme ad altre pratiche cruente. È importante che tali affermazioni provengano da organismi ed enti ufficialmente riconosciuti nel mondo, affinché il problema ottenga l’attenzione universale e una radicata risoluzione internazionale.


Manuela, 15 anni

Fino a ieri giocavo con le bambole,
il mio cuore batteva per divi e cantanti,
ed impronte di baci e dolci carezze
sulla carta dei poster lasciavo…

Poi Marco mi disse: “Giochiamo all’amore?...”
E io ho fatto la grande coi sogni e la vita,
e le bambole e i poster ho chiuso
dentro il baule della memoria;
il velo ho squarciato al mistero
che incendia la luna nel bacio del cielo,
che schiude la vita sul mare del tempo,
quel mare che spuma con graffi sul cuore…

E ora sono come conchiglia
a cui l’onda una gemma ha donato,
come un piccolo sole nella serra del buio
che già palpita sul mio respiro…

È la bambola nuova che è in me,
che ancora non parla, ma sente il mio cuore
tremare e gridare d’amore e paura,
non so cosa fare… so farla sbocciare…
o farla appassire sul prato dei sogni…

In cucina tintinna un riflesso di stelle,
che mia madre cantando versa in piatti d’amore,
quello che ha schiuso nelle mie notti buie
la stella più viva,per darmi conforto.
In silenzio la seguo e con gli occhi l’invoco,
e già luce ristora il mio cuore in tempesta,
come uccello smarrito mi adagio nel nido:
sarà la mia luce sul mio grido d’aiuto
quel trepido sguardo d’amore assoluto…


Adolescenti

Capelli lunghi
sulle spalle curve,
a sostenere pesi
di sogni e di cd,
musica in cuore
che suona anche sui banchi
al ritmo di latino
e storia e matematica.
Bandiere al sole
è il jeans con i rattoppi,
gonfio di niente sui fianchi trasparenti,
carezza lieve le gambe da stambecco,
e ondeggia piano come canna al vento.
Fragili eroi che negano paure,
che hanno negli occhi miraggi d’avventure,
e ai piedi scarpe, fedeli come amici,
che sanno strade ignote
senza averle fatte,
navigatori ignari di gomma e lacci bianchi.
E una chitarra in gruppo strimpellata,
è il tappeto volante delle fiabe,
sulle cui note salire e poi fuggire,
coi sogni sciolti, come puledri bradi,
al laccio di una email, nella savana di un pc.
Adolescenti,ribelli come fiori
che ardono d’inverno,
orologi di silenzi
scandiscono nel cuore…
E dentro un sogno
Il giro della terra…
con l'autostop nel cielo
su Honde di comete...


I vecchi

I vecchi sono i fragili steli
del tempo che scorre,
corolle richiuse
dall’eco del vento
soffiato sui volti al tramonto.

Sono bianche candele
dal tremolante fiato,
pennelli tenui di luce
che ancora s’accende
a un soffio di vita.

I vecchi
sono fogli di quaderno in bianco,
gli ultimi lasciati nel diario
all’ascolto di memorie,
li gira piano
la mano del silenzio
che voci trattiene
a parvenze di volti,
non scrivono le pagine finali
per allungare il tempo
a risvegli del mattino
su albe chiare catturate dai ricordi,
solo il respiro scrive ancora storie
d’inafferrata vita, feconda di chimere,
Per segnalibro il pianto
riflesso fra le righe.
E il cuore in mano,
come nuvola strappata al cielo incerto,
a stringere ostinato
un nido di sole,
una carezza di luce
che all’amore ancora
un brivido ruba
nel sorriso della sera,
e ha il passo lieve dell’onda
smarrita sulla spiaggia.

I vecchi sono libri d’antico
smarrirsi di fogli
nel diario che scrive
l’ultimo autunno,
e un vento dolce di farfalle
lo richiude
e lo fa suo…


Donne d’africa

Ghirlande d’erba intorno ai piedi scalzi
vestono passi sulla terra calda,
alle caviglie anelli di rugiada.

Al seno scriccioli d’uomo affamati
bevono gocce sparse a seni asciutti,
paiono perle che uno schiuder d’albe
come lacrime di stelle intrise
sugli ambrati cuori ha deposto.

I corpi sono rami di parole
brucianti al trepidare di gazzelle,
polvere d’oro è il sudore sulla pelle
che graffiti incide nelle rocce
frementi ad un fruscio d’uccelli,
echi mietuti dalla falce del silenzio…

La notte veste dell’anima i sospiri
per non udire della fame il grido,
il giorno sparge sulle vie del cielo
canto di soli, parabole di mari,
per addolcire l’ansia di sognare
il muto abbraccio che irradia nel crepuscolo.

E vanno immote sui fiume del passato,
con cantici d’amore sulla bocca
e agli occhi sogni di ammalianti lune
quando la notte penetra il mistero,

sono trofei di luce tra le palme,
della memoria il canto solitario
scolpito nell’avorio all’imbrunire…

aquile ignare che il nido hanno di pietra,
dell’aria prigioniere tra le dune,
che il capo piegano gravido di vento
quando si tuffa nella sabbia il cielo
e sparge in terra, come un fiorire d’onde.

….fardelli d’ombre tra le braccia stringono
e di acque scintillìi lungo i capelli…

Farfalle sonnolenti sulle spalle
le adagia l’ala stanca del tramonto
quando si posa nel loro falò di respiri.

Son queste donne
della terra i solchi
che i loro semi schiudono
ad un guizzar di cielo,
quando un sospiro cade
dal ventre di una stella.


 

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