Luca Buggio è nato a Torino, dove vive e lavora. Ha scritto racconti brevi e testi teatrali, spesso ambientati in Piemonte durante l’epoca barocca. La Danza delle Marionette, il suo primo romanzo, è una fiaba dark, ma anche una rilettura “simbolica” della sua esperienza di vita nel mondo del volontariato.


LA DANZA DELLE MARIONETTE

Lo chiamano “Samaritano” perché si prende cura di chi non ha nessuno.
Angus non si ammala, non invecchia:
Angus è speciale.
Ma Angus non è unico.
E ha paura di quelli come Lui.
Il passato di Kerri è un incubo che vuole dimenticare. Vede il cielo oscurarsi, e teme che questa volta non verrà un Angelo a salvarla.
Suona la musica e danzano le marionette:
Chi è che regge i fili?

RECENSIONE

“C’è molta vita vera in questa storia. Mi sembra anche molta ricerca di sicurezza e di verità. La vita però è movimento continuo, instabilità: la stabilità e la sicurezza esterna sono solo illusioni.
E’ l’accettazione dei propri limiti l’energia dell’affetto e dell’amore verso se stessi. Nessuno può essere perfetto, neppure un vampiro credo.
Ho imparato che quando non ci sentiamo capaci e bravi subentra una spinta di crudeltà verso noi stessi.
E’ questa, per me, la trappola.
Ho rivisto aspetti anche miei in questo libro ed ho intrapreso durante la lettura un monologo interiore con me stessa per vedermi nella mia verità, con fiducia, senza giudicarmi, io che tante volte marionetta sono stata ma che, grazie anche a questo racconto, cammino verso la mia libertà di essere umano”.

(Silvia Lo Sardo, supervisore educativo della Cooperativa Sociale Mirafiori)





ESTRATTO DALLA DANZA DELLE MARIONETTE

1.

“Ma un Samaritano che era in viaggio passò accanto a lui,
lo vide e ne ebbe compassione.”
(Luca 10:33)

2 novembre, ore 7:25 p.m., le strade della metropoli

A chi gli chiede come si guadagna da vivere, Brian Mallory risponde che fa la guardia del corpo di una persona importante. Lo dice con quell’accento irlandese di cui va orgoglioso e che non ha perso anche se vive in America da quand’è bambino: perché la patria, dice lui, non la si dimentica.
L’Irlanda gli ha lasciato in dono il rosso dei capelli, la passione per le birre e quella giovanile per le risse del sabato sera; oggi, a quarantacinque anni, Brian preferisce ascoltare heavy metal, giocare a scacchi, mangiare bene e leggere riviste sportive o i libri polizieschi di Raymond Chandler. Non è sposato e neppure fidanzato, anche se ogni tanto incontra una giovane vedova alla parrocchia di Saint Mary e trascorre con lei la domenica pomeriggio. Troppo poco, forse, per essere amore, ma Brian non si lamenta: la vita è già stata abbastanza generosa con lui, da accendere tutti i giorni un cero a San Patrizio.
Una patina piovigginosa si distende uniforme lungo strade viscide, illuminate da lampioni e insegne variopinte: Prescott Street povera e disadorna, Washington Avenue dal traffico sostenuto, Garland Street che alterna le luci dei negozi al buio di vicoli ingombri d’immondizia.
Brian guida mantenendo le distanze dall’auto che lo precede, rispettando i segnali, senza mai accelerare o frenare di scatto.
Questo è il momento della notte che preferisce: senza di lui il Capo sarebbe come uno zoppo in una gara di corsa, perché non sa guidare un’automobile.
Forse a quelli come lui non insegnano come si guida una macchina.
Si vede che hanno altre cose più importanti da imparare.
E grazie al culo, così almeno i loro autisti si sentono utili.
Gocce leggere come neve sporcano il parabrezza senza bagnarlo, scendono sulla metropoli da nubi scure e gonfie. Il fragore del traffico, di sirene e musica ad alto volume sovrasta i tuoni, il trionfo del mondo moderno sulle forze del creato. Nell’auto le voci della civiltà e della natura arrivano ovattate, disperse dalla musica di violini e pianoforte che eseguono un concerto di Mozart.
Brian incrocia i propri occhi azzurri nello specchietto: brillano su una faccia larga con la barba e i baffoni, e i capelli pettinati con tanto gel.
Sposta gli occhi e si specchia in quelli dell’uomo seduto dietro.
Gli sorride a labbra serrate: lo ammira, lo venera.
E ha terrore di lui.

***

Ore 8:10 p.m., Revere Park
La lattina vacilla, fa un giro su se stessa, cade e rimbalza sul selciato, accolta da applausi, urla e fischi; il cielo scuro, riluttante, brontola tuoni ma trattiene la pioggia, come se anche lui volesse fermarsi ad assistere allo spettacolo.
Uno stereo portatile ringhia musica hip-hop tra gli scivoli e le altalene di un parco giochi e il chiosco di Sam (che di giorno fa i migliori hot dog alla cipolla del quartiere), davanti ad una fila di alberi e una macchia intricata di cespugli, dove spesso vanno ad appartarsi le coppiette.
Rachel Kinsella ascolta il peso del sasso, se lo rigira tra le mani come fa con la palla, quand’è sulla pedana di lanciatore nel campetto della scuola. Il vento profumato di umido le sfiora il viso con una carezza, e fa tremare l’ultima lattina vuota come un condannato davanti al plotone d’esecuzione.
Rachel ha con lei tutto quello che le serve per una serata da sballo: skateboard, stereo e abbastanza soldi per un hamburger. E le Ankle Sisters al completo.
Ankle significa “caviglia”, ma nel linguaggio di strada indica una ragazza carina: Sisters perché tra loro sono sorelle, l’unica famiglia che molte di loro si possano permettere. I modi e il linguaggio sono quelli dei BG, i “Baby Gangsta”: rubano alcolici al supermercato, imbrattano i muri, spaccano i lampioni. Da lì a passare a qualcosa di più serio è un salto, lo stesso che divide i Baby dagli Original, i ragazzi dagli adulti, i teppisti dai criminali.
«Questa la sbagli!», «Stiamo qui tutta la notte?», «Spicciati!», «Sei scarsa!».
Le Sorelle cercano di distrarla sperando che sbagli il tiro. Niente di strano, ci sono soldi in ballo.
Rachel tende il braccio e la pietra sibila, incontra un rumore di metallo sgangherato. Game over, sei su sei: scommessa vinta, fuori la grana.
«Avete visto chi c’è?» cinguetta Carmen, assumendo una posa seducente. Rachel segue il suo sguardo lungo il viale fiancheggiato dai lampioni.
C’è un uomo fermo vicino ad una panchina: indossa un cappotto scuro con il colletto di pelliccia e tiene le mani in tasca. Il viso è nascosto dal riflesso dei lampioni, ma Rachel riconosce quel modo tutto suo di piegare il capo ed è sicura che stia sorridendo.
«Ehi… guarda, c’è l’amico-damerino di Rachel».
«Dio, quant’è fico».
«Chiedigli se porta fuori me, domani sera».
«Digli che faccio tutto quello che vuole… tutto!».
Rachel si sforza di far finta che non le importa. Nella cerimonia d’ammissione ha giurato: “quello che è mio è delle Sisters, quello che è delle Sisters è mio”.
«Va bene, glielo chiedo. Smettete di sbavare, fate pena».
«Parli così perché te lo godi tu». Chrissy ha tre anni, dieci centimetri e almeno altrettanti chili più di lei. Nel suo ringhio a denti stretti c’è uno spazio vuoto, ricordo di quando ha fatto a botte con un ragazzo di Benjamin Street, e ne ha date più di quante ne ha prese:
«Già… Che ci vuoi fare? Mi spiace, ma preferisce me».
Si avvia sul vialetto lasciando le amiche in compagnia di invidia e pettegolezzi.
Sugli uomini Rachel ha già le idee molto chiare, e per questo deve dire grazie a sua madre. Ci sono gli “Alza il Dito”, che dura finché non si stancano e spariscono col medio alzato. E ci sono i “Di Sicuro”, che piantano le tende in casa, si fanno cucinare due pasti al giorno e lavare la biancheria; quelli che“me lo sento Rachel, con questo ci sposiamo di sicuro”.
Tredici anni fa, suo padre doveva essere un Di Sicuro. Che reggano qualche settimana o mese, alla fine dei conti i Di Sicuro non sono altro che Alza il Dito a lungo termine. I maschi sono tutti uguali: tranne lui. Forse.
Veste da film in bianco e nero. E’ un vecchio e non è neppure bello.
Eppure è fico, una bomba. Un Vincente punto e basta.
Il Re dei Vincenti.
Il Re dei Vincenti difende una ragazzina che le sta prendendo di brutto per aver sfilato il portafogli alla persona sbagliata. Ha stile, non chiede niente in cambio. Nemmeno un grazie.
«Buona sera, Rachel».
«Ciao, Maestà, come ti butta?».
Lui sorride sempre quando si sente chiamare così, si vede che gli piace.
Chissà se ci crede davvero.
Mania di grandezza o rotella fuori posto che sia, Rachel gliela perdona: dopo tutto, se si chiamasse Angus, anche a lei verrebbe da cercarsi un soprannome.
«Discretamente. E a te? Come… ti butta?».
«Alla grande. Senti, devo parlarti, ma prima togliamoci da qui».
Un fulmine balena tremolante sopra di loro, sbianca le chiome degli alberi; un tuono lo accompagna, ruggisce, si perde nel traffico di Becker Street e nel coro di risa sguaiate e commenti volgari che si fanno sempre più lontani.
Raggiungono un muretto di mattoni che costeggia un campo da baseball. Angus ci si appoggia, Rachel si deve arrampicare per sedersi, fa ciondolare le gambe contro l’intonaco imbrattato di scritte:
«E’ una cosa seria».
«Ti sei messa nei guai?».
«Non io».
Rachel ha un patto con lui, un patto solenne, anche se all’inizio credeva che fosse una presa per il culo.
«C’è un ragazzo a scuola… Ruben Vasquez… noi lo chiamiamo “Cabeza”».
«Cos’ha combinato?».
«Per campare fa qualche lavoretto negli appartamenti dei polli. Con le Sisters gli diamo una mano guardando che non arriva nessuno, e lui ci passa un po’ di verdoni». Fa una pausa e lo guarda in viso.
Se Sua Maestà disapprova, ha il buon gusto di non farle la predica.
«Ricordi il magazzino di Chase Road, quello davanti alla cartoleria di Coleman? Prima era sempre vuoto e ci facevamo i rave party: adesso è una settimana che girano facce losche. Italiani. Ruben dice che ci tengono roba che scotta, ieri sera è andato a dare un’occhiata: gli ho fatto il palo col guardiano mentre entrava, ma poi non l’ho più visto e neanche oggi a scuola».
«Hai fatto bene a dirmelo. Penso che sia nei guai».
«Ma se te l’ho detto io! - sbuffa Rachel, e le viene da ridere - Ieri, dopo un po’ che Ruben era dentro, è arrivato un elegantone ed è entrato anche lui. Uno con una Corvette, questa è la targa».
Tira fuori dalla tasca un foglio che profuma di ketchup e patate fritte, sopra c’è scritto “LOU1355”.
«Sai chi era?».
«Non gliel’ho chiesto: troppo vecchio per me, e pure antipatico».
Angus annuisce, non mette in dubbio nemmeno una parola:
«Un buon lavoro».
Rachel trattiene il sorriso.
Ti pare che Bruce Willis o Steven Seagal farebbero un sorriso scemo a chi gli dice: “Un buon lavoro”? Piuttosto risponderebbero…
«…E’ stata solo una cazzata. Adesso vado».
Salta giù dal muretto e fa per tornare al chiosco, Angus le chiede:
«Hai bisogno di qualcosa? Soldi?».
«Dopo la scuola do una mano alla signora Berry in lavanderia. Ma tanto lo sapevi, no? Scommetto che è amica tua».
Lui ha la faccia soddisfatta del professore preso in castagna dalla sua allieva secchiona preferita, ma solo per un attimo. Poi torna serio:
«Notizie del motociclista?».
Il motociclista, anzi, il Motociclista con la “m” maiuscola. Giubbotto di pelle e moto nera con fregi d’argento a forma di teschio come la bandiera dei pirati.
Avrà venticinque o trent’anni. E’ carino e lo sa: e tra tutte le Sisters sembra aver posato gli occhi su Rachel, l’unica che non se lo fila.
Il Motociclista non le piace, puzza di fregatura come un cartoccio di latte lasciato ammuffire in frigo. Sa di Alza il Dito lontano un miglio.
Il Re degli Alza il Dito.
«E’ passato ieri… no, era mercoledì».
Angus diventa più attento:
«Ed era notte».
«Sì, e aveva quei fottuti Rayban! Cazzo li tiene a fare che non c’è il sole?».
Le piacerebbe sentire una risposta diversa da quella che si è data lei, che il Motociclista tiene sempre gli occhiali a specchio, perfino di notte, per non far vedere chi guarda, e come.
«Arriva con la moto e si ferma proprio davanti a noi. Immagina le altre: “ehi bello!”, “ciao tesoro!”, “mi fai fare un giro”? Io non gli ho detto niente, te lo giuro, manco lo guardavo! E lui invece mi fa: “Se vuoi lo faccio fare a te il giro”. Chi gliel’ha chiesto a quello stronzo?».
Rachel non aggiunge che le tremava la voce, a lei che non ha mai paura di niente: ancora adesso, a pensarci, sente la pelle diventare come buccia d’arancio. Ma forse Angus capisce lo stesso, e non sarebbe la prima volta che sembra leggerle nel pensiero.
«Non rimanere mai da sola con quel tipo».
«E’ un maniaco, vero?».
«Qualcosa del genere».
«Lo sapevo».
«Fai attenzione, Rachel».
«Tranquillo, sono una che si tiene alla larga dai guai».
«Spero che continuerai a pensarlo quando i ragazzi t’inviteranno ad uscire».
Lo dice con quello sguardo furbo di chi sa pungere senza far male, come un pizzicotto sulla guancia.
Rachel voleva nascere maschio e a volte riesce perfino a sembrarlo, quando nasconde i capelli color sabbia con i berretti da baseball, il seno minuscolo sotto maglioni informi e i lineamenti graziosi con smorfie da dura. Sa che presto non basterà più tenersi alla larga da trucchi e rossetto per scoraggiare i ragazzi del quartiere. Ma per allora vedrà di essere pronta: di Kinsella perdenti ne basta una, sua madre.
«Che stronzo… Guarda che i ragazzi m’invitano già anche adesso».
Infila le mani nella felpa e si avvia lungo il vialetto, ma dopo qualche passo si volta, e Angus è ancora lì, fermo, quasi si aspettasse che lei si sarebbe guardata indietro. Forse è davvero magia.
«Ehi, Maestà…».
«Sì?».
«Il guardiano del magazzino è solo un pivello, non fargli troppo male».
Da qualche parte il latrato di un cane risponde ad un tuono più vicino degli altri.
Rachel ritorna dalle amiche pronta alle solite domande.
Com’è andata? Te lo sei fatto? Lo hai almeno baciato?
Quando parla di lui alla banda si adegua alle aspettative per non farsi prendere in giro: parla di una preda a cui spillare un po’ di soldi.
Le Sisters sono la sua famiglia e sanno tutto di lei, ma a loro non confesserà mai che quando sogna Angus lo immagina che guardano insieme il baseball alla TV e poi va a rimboccarle le coperte e le dà il bacio della buona notte.
Il giuramento non la obbliga a dividere anche i sogni.

***

Ore 10:00 p.m., 155 Chase Road

Brian tiene gli occhi sull’auto, una Corvette bianca con la targa “LOU 1355”. Gli sono sempre piaciute le Corvette, sanno di telefilm dove i protagonisti bevono drink sulla spiaggia al sottofondo di musica caraibica, circondati da ragazze in bikini striminziti. Le Corvette profumano di schifosamente ricco.
L’hanno trovata dove aveva detto Rachel: di fronte al 155 di Chase Road, un palazzo grigio dai vetri rattoppati con nastro adesivo e cartone. Scritte e disegni sui muri sporchi di smog raccontano i sogni di chi abita da queste parti: soldi, sesso, fama.
Dallo stereo dell’auto esce la musica che piace tanto ad Angus. Non che Brian si permetta di giudicare i suoi gusti, lo sa anche lui che Mozart era un grande, ma per notti come questa sarebbero meglio i Metallica, i Linkin Park o i System of a Down. Ha provato a farglieli sentire, e non si può dire che non li abbia ascoltati, prima di sbilanciarsi in un cortese: “Non sono il mio genere”.
Angus si è spostato sul sedile davanti, accompagna le note con le mani come sulla tastiera di un pianoforte. Attende di chiudere il conto con la carogna di turno, seguendo un copione che Brian ha già visto andare in scena molte volte.
Da qualche parte, nel quartiere di Saint Mary, qualcuno fa del male agli altri: uno spacciatore, un magnaccia, un figlio degenere che mena i genitori per fumarsi i loro risparmi in polvere bianca o alle corse dei cavalli, un padre degenere che si porta a letto la figlia. Prima o poi per quel qualcuno inizia il conto alla rovescia, e quando il tempo è scaduto arriva Angus.
Molte volte Brian si è chiesto se quell’assonanza Angus-Angelo sia un caso, una sorta di predestinazione, o piuttosto uno scherzo di cattivo gusto.
Perché chiunque sia, qualunque cosa sia, di sicuro Angus non è un angelo.
«Sono arrivati» gli fa notare.
Dalla station wagon Ford scendono due uomini massicci che si guardano attorno sospettosi; le mani in tasca e le braccia strette sui fianchi lasciano immaginare almeno un’arma da fuoco nascosta sotto le giacche. Sfilano accanto al vetro della guardiola, fanno un cenno di saluto, poi spariscono dentro mentre un fulmine inonda di bianco la facciata dell’edificio.
Brian lascia sfogare il tuono, osserva ancora:
«Gorilla».
Non è certo un avvertimento, non occorre: gente così al capo non fa un baffo.
«Tieniti pronto se qualcosa va male». Il marcato accento scozzese di Angus si riconosce dal modo di arrotare le “r” e dalle vocali prolungate e solenni.
«Sicuro» annuisce Brian, con la sensazione di avere appena ricevuto una caramella, come un bambino a cui non vuoi far cominciare i capricci.
Cosa vuoi che va male? Due, tre, dieci cristi qualsiasi contro uno come te?
Da che ti conosco non ho mai nemmeno dovuto tirare un pugno… fai tutto tu! bella guardia del corpo del cazzo che sono! Ho abbastanza fuoco nelle vene da far vedere i sorci verdi a ‘ste mezzeseghe di mafiosi. Ma tu l’hai capito che mi fai paura, per questo non ti fidi, giusto? Per questo non vuoi che vengo con te quando c’è da menare le mani, e non mi dici se sei una specie di diavolo. Ma io ti seguo anche giù all’Inferno, se me lo chiedi.
Lo guarda con un sorriso colpevole: Angus è venuto a salvarlo la notte in cui Boss Mahoney aveva deciso che come gladiatore non faceva più girare abbastanza grana e non valeva le spese mediche per rimetterlo in piedi.
In un amen ha massacrato Boss Mahoney e i suoi sgherri, tutta gente tosta. E alzi la mano chi ha mai visto qualcuno a cui le pallottole fanno il solletico, senza indossare neppure un giubbotto antiproiettile!
Se uno come Angus si è scomodato per dare al vecchio Mallory un’altra possibilità, il vecchio Mallory è in debito con lui, sissignore.
Ogni giorno vissuto è guadagnato, e non è affatto una brutta vita: bei vestiti, i migliori ristoranti, un tetto di lusso sotto cui dormire e un gruzzolone in banca con una persona in giacca e cravatta che cura i tuoi interessi. Ci sono momenti, quando parlano fino all’alba nel rifugio che da fuori non gli daresti un centesimo, in cui Brian s’illude di essere qualcosa di più, forse… un amico.
Dalla vita ha tutto quello che può desiderare, tranne una vita sua, ma a quella non sente di avere diritto. La sua vita se l’è già sprecata da solo, e quella che gli resta la dedica spontaneamente al suo salvatore.
Da solo forse non sono capace di vivermela, la vita.

***

Ore 10:25 p.m.

Mark Lawson soffoca uno sbadiglio: la stufa elettrica diffonde un tepore confortevole, e il ronzio ipnotico che sembra le fusa di un gatto induce a chiudere gli occhi e prendere una pausa. Per allontanare la tentazione, Mark si concentra sulle formule, ripetendole per scritto sul plico di carta riciclata.
La cabina è illuminata da una lampada che rischiara il tavolo, dove oltre al libro di matematica ci sono gli avanzi della cena. E la fondina con la pistola.
Appesa ad un attaccapanni, la giacca pesante ricorda a Mark che un giro d’ispezione lo aspetta.
Più tardi, ha detto Lou, quando saranno andati via; adesso non vogliono essere disturbati. Occhi aperti quando serve, chiusi quando ti dicono di chiuderli. Con l’extra che gli ha passato Lou, Mark porterà Nathalie a cena da “Papà Giuseppe” e fanculo a tutti.
Sobbalza quando sente bussare al vetro.
Un uomo, dall’altra parte, gli fa un cenno cordiale. Indossa un cappotto e un cappello a tesa larga, e tiene in mano un ombrello… no, un bastone da passeggio. Il colletto è sollevato, senz’altro per il freddo, nasconde il viso ma non gli occhi brillanti nel buio.
«Desidera?».
«Buonasera, mi serve un’informazione».
L’accento non è del posto, dev’essere un venditore di passaggio o un uomo d’affari. Strano che sia finito da queste parti. Forse cerca il Saratoga Hotel.
Ha una voce simpatica, modi educati.
E i suoi occhi sono così
straordinari
buoni.
Un sorriso si apre nella fenditura d’ombra scavata dalla stoffa:
«Mi fa entrare? Mi riscaldo un poco».
Una richiesta strana, ma altrettanto strana è la sensazione che raggiunge Mark al cuore, con un gradevole profumo di ricordi sereni.
Quest’uomo lo conosco: è un amico, mi posso fidare.
«Aspetti».
Ha la prontezza di prendere la fondina e di allacciarla alla cintura, forse per darsi un aspetto più professionale, per far capire che ha tutto sotto controllo, anche se non ha mai sparato un colpo in vita sua, se non nell’immaginazione con cui ha dipinto il colloquio per avere questo lavoro. Ruota le chiavi nella serratura e apre la porta al vento gelido, che porta il ruggito dei tuoni e la promessa di pioggia imminente:
«Venga, venga pure».
L’uomo entra e rimane in piedi, strofinandosi le mani: sono magre e pallide, nota Mark. Davvero molto pallide.
«Cosa stai studiando?».
«…matematica, mister».
«Complimenti. Sembra una cosa piuttosto difficile. Studi al college?».
«Ho la faccia da college, secondo lei? No, è un corso per corrispondenza. Però al college mi piacerebbe andarci».
Mentre parla, Mark si accorge che c’è qualcosa di stonato in quella conversazione. No, non è la conversazione, è lui che stona. Sembra così… familiare. Già, tra poco si toglierà il cappello e si farà riconoscere.
“Sono il professor Campbell, ti insegnavo letteratura. Quella volta che pensavi di avere messo incinta Sandra eri venuto da me a chiedere consiglio”.
“Testa di cocomero, non ricordi tuo zio Jeff? Ti portavo le caramelle e ti raccontavo le fiabe finché non ti addormentavi tra le mie braccia”.
Mark aspetta la rivelazione, sente che è prossima. Quest’uomo non può essere uno sconosciuto: gli vuole troppo bene.
«La tua famiglia deve essere molto orgogliosa di te» gli dice, e in questo quasi lo convince di essere il professor Campbell. Glielo diceva sempre.
«Sì… signore» si trattiene dal chiamarlo “professore”. E se invece fosse zio Jeff, che prima di trasferirsi in Messico con la sua nuova moglie faceva il carrozziere?
«Mi faresti una cortesia?».
«Se posso…».
Una cortesia? Dopo tutto quello che ha fatto per me, professore? Mi ha dato ripetizioni quando rischiavo di farmi bocciare, senza farmi pagare un centesimo, e per non umiliarmi mi faceva tagliare l’erba del prato. E sono in debito anche con te, zio. Per tutte le volte che mi hai tenuto in braccio e mamma era troppo stanca e papà dormiva perché poi era di turno in fabbrica.
Chiedetemi quello che volete.
«Poco fa sono entrati due uomini».
«Sì… sì, certo».
«Ne sono arrivati altri, prima di loro?».
La cortina vacilla e s’insinua il dubbio.
Ecco la realtà, pura e semplice. Deludente come solo la realtà sa essere.
Quest’uomo dai modi gentili deve essere un socio in affari di Lou, quindi una coscienza tutt’altro che candida. Il resto è stato solo un… come lo chiamano? Un deja-vu, uno di quegli incontri che ogni tanto capitano, con qualcuno che ti sembra di aver già conosciuto. Magari in un’altra vita, perché no?
«Soltanto Lou. La stanno aspettando?».
«Oh, non credo proprio». Quelle parole accendono qualcosa di nero, un’ombra maligna e convulsa che riempie di gelo la cabina riscaldata.
Non è zio Jeff, non è il professor Campbell.
E nemmeno un socio di Lou.
Dimentica di averlo visto non guardarlo Dio pietà fa che si dimentichi di me.
Una fiammata gli esplode alla tempia, riempiendo la vista di nebbia pulsante.
Mark si risveglierà all’ospedale, con un gran mal di testa, e papà, mamma e Nathalie attorno al letto. Scoprirà che è stato trovato in un vicolo a diversi isolati dal magazzino, privo di sensi e portafoglio, ma con lo zaino e tutte le sue cose dentro: aggressione a scopo di rapina.
All’agente che verrà ad interrogarlo non dirà del suo lavoro per gli italiani, e descriverà l’aggressore come un uomo con cappotto, cappello e bastone da passeggio, che dopo avergli chiesto un’informazione (“mi potrebbe dire dov’è il Saratoga Hotel?”) l’ha colpito alla testa, forse proprio con il bastone.
Non avrà il coraggio di raccontare a nessuno, nemmeno a Nathalie, le sensazioni innaturali di quell’incontro. Né di come ritroverà il suo portafoglio nella buca delle lettere di casa, con dentro cinquecento dollari in più.
Scoprirà dai giornali che il magazzino di Chase street si è guadagnato un posticino nella pagina di cronaca nera: se fosse rimasto nella guardiola avrebbe passato guai seri, con gli sbirri o con la mafia.
Mark si renderà conto di avere appena sfiorato qualcosa che non può nemmeno immaginare: tornerà ad incontrarlo, ma solo nei sogni, e avrà l’aspetto di un uomo in mantello, cilindro e camicia di seta, come un gentiluomo del passato.

***

Ore 10:45 p.m.

Il padre di Lou Cardello, Tom, aveva una panetteria in Hampton Avenue: si alzava in piena notte per infornare, aspettava gli studenti diretti a scuola, poi le casalinghe e i pensionati che prendevano il pane per il pranzo. Con ogni cliente trovava una scusa per chiacchierare: un brav’uomo, amato da tutti, ma non abbastanza furbo per il mondo che gli stava intorno.
Gli spararono perché non riusciva a pagare il debito col signor Palmieri: un colpo alla testa davanti al suo forno, un’esecuzione che servisse da esempio agli altri negozianti del quartiere.
Lou ebbe tempo di pensarci tre anni, in un istituto a spese dello stato, che il mondo non si divide tra buoni e cattivi, ma tra furbi e fessi come il suo vecchio. Quando uscì dall’orfanotrofio aveva deciso, senza titubanze, in quale dei due ruoli voleva giocare. La famiglia Gregucci cercava manodopera e pagava molto meglio di qualunque fottuto lavoro da sguattero o cameriere potesse offrire la fottuta Assistenza Sociale.
Da allora, e sono passati ventisette anni, Lou non si è mai pentito della scelta.
Aspira a fondo dalla sigaretta, indugiando a guardare la nebbia che si disperde dalle sue labbra. Poi, con noncuranza, appoggia la punta incandescente sulla carne martoriata della vittima, assaporando il grido con un brivido di piacere:
«Coraggio, Ruben… perché non me lo vuoi dire?».
«Te l’ho già detto… Lavoro da solo…».
«Non ci siamo… no, no. Non ci siamo… - Lou gli mostra avidamente il lampo dell’accendino accanto alla sigaretta - Uno sbarbatello come te viene a curiosare proprio qui e vuole farmi credere è stata un’idea sua? Ti ha mandato lo Scozzese?».
Lou è eccitato dal dolore che infligge.
«Non so chi… cazzo è questo scozzese…».
Distante, dall’altra parte del magazzino, arriva un tonfo. Appena un attimo prima, qualcosa che sembrava un rantolo.
«Rosario… Kevin? - nessuna risposta dall’aria pesante e ammuffita - Rosario… dove siete?!».
Nel silenzio che segue, Lou ha l’impressione di sentire uno scricchiolio dietro alle casse con la merce. Lascia cadere la sigaretta e porta la mano alla pistola.
C’è qualcun altro nel locale.
Devi essere cazzuto davvero, amico, per prendere di sorpresa Rosario e Kevin. Ma hai fatto male i tuoi conti se pensi di fottere anche me.
Punta la Glock al buio e si muove tra due file di casse piene di alcool e armi.
“Tutto il necessario per aprire una filiale in quel cazzo di quartiere, alla faccia dello Scozzese”, come da ordini di mister Gregucci in persona.
Un soffio lo accarezza, come se una finestra si fosse aperta a pochi passi da lui.
Volta la testa e vede, vicinissima, un’ombra con due fessure scintillanti al posto degli occhi. Non fa in tempo a puntargli addosso la pistola che un colpo lo raggiunge in basso, allo stomaco.
Lou vede il soffitto prendere il volo, capovolgersi e confondersi con il linoleum. Il suo grido finisce contro il pavimento, quando si morde la lingua: un sapore caldo e liquido gli riempie la bocca, e adesso sente anche il male dov’è arrivato il pugno. O era una martellata?
Alza gli occhi verso l’ombra, che ha la forma di un uomo in soprabito e cappello. Il freddo sembra arrivare da lui.
La sorpresa diventa orrore suggerendogli un pensiero senza senso.
E’ uno degli uomini di Palmieri. E’ venuto ad ammazzarmi come papà per non lasciare testimoni.
Scuote la testa per riprendersi, come un pugile all’angolo, rinchiudendo la paura con il catenaccio. Se mister Gregucci viene a sapere che le ha prese da un concorrente ha chiuso, chiuso per sempre. Addio bei vestiti e belle macchine, addio sgualdrine da trecento dollari a notte, addio ristoranti di lusso. E tutto per uno stronzo vestito da becchino che s’intromette nei suoi affari.
Si rialza di scatto: tre ore al giorno in palestra, pesi, sacco e kick boxing. E’ perfettamente in forma e sa come difendersi, sferra un pugno con tutta la forza, sulla faccia del becchino che resta lì fermo a prendersele. Già pregusta il rumore di mascella che si spacca, invece il dolore gli esplode tra le dita e lungo il braccio, quando colpisce qualcosa che ha la stessa consistenza di un pilastro di cemento. Uno scricchiolio incandescente conferma la sensazione di falangi spezzate.
Arretra gridando, ma non abbastanza in fretta: una spinta violenta e dolorosa lo investe come un’auto, lo scaraventa contro un muro. Cerca di riprendere fiato, sputa un grumo caldo e umido: a fatica si rende conto che lì in mezzo ci sono anche diversi denti.
A poca distanza, vede Kevin seduto contro la parete, la testa piegata di lato e gli occhi chiusi, come se dormisse. Poi si sente sollevare di peso. Le cuciture della giacca cedono, la tela si lacera come il mucchio di bigliettoni lasciato al sarto per cucirgliela. Ancora uno strappo, il volo finisce con un'altra botta che gli riempie la vista di macchie gialle e viola. Lou per un attimo implora di svenire, così non sentirà più tutto questo male.
Una morsa gelida lo afferra per il collo e lo tiene giù, contro il pavimento. Vorrebbe chiedergli chi è, cosa vuole, ma con la bocca spaccata è difficile parlare. Quando apre le labbra, un rivolo di sangue scende a completare la devastazione del costosissimo abito:
«Che cassho uoi?».
Adesso che sono quasi faccia a faccia Lou riesce a vederlo bene: un uomo dal viso pallido e smunto, qualche capello grigio che brilla in una chioma nera.
E gli occhi… non sono normali.
Non sono umani.
Per la prima volta dopo ventisette anni, Lou sta per piangere.
«Che… uoi?».
Gli risponde un sorriso, che schiude labbra esangui. E allora Lou capisce, capisce tutto, mentre l’orrore gli pietrifica corpo, cuore e anima:
«Sei… ummm.. osfvo…».
E lui, il mostro, lo Scozzese che Gregucci pensava di fottere, gli accosta il viso all’orecchio. Lou non sente il fiato soffiargli addosso, ma adesso che ha visto bene, adesso che ha capito, sa perché.
Fissa impotente la Morte in persona che gli sussurra:
«Sei tu il mostro. Mi fai ribrezzo».
Poi il suo dolore si squarcia insieme alla gola, soffoca l’ultimo grido d’agonia in un refolo sottile.

***

3 novembre, 1:45 a.m., Chiesa di Santa Maria dei Miracoli

Paolo di Tarso indossa una corazza smaltata e il mantello rosso, come in certi quadri del Cinquecento. Abiti da militare, anche se nella realtà era un cittadino romano:
«Gettiamo via le opere delle Tenebre e indossiamo le armi della Luce».
Sono le parole dell’Apostolo, le stesse della Lettera ai Romani.
Padre Robert Carrick, parroco di Santa Maria dei Miracoli, non si chiede se sta davvero parlando con il vero San Paolo piuttosto che con qualcuno vestito come lo ritraggono, e che parla come si tramanda che parlasse. La certezza che solo i sogni possono dare lo rassicura e gli dà il coraggio di rispondere:
«Le Ombre nascono dalla Luce, la Luce non avrebbe significato se non avesse Ombre da dissipare. - esita, intimorito - Sto… bestemmiando?».
«Tenebre e Luce sono un’opposizione simbolica, Robert. Tu sai che per Luce intendiamo la vita stessa, il bene, la felicità, e che le Tenebre sono la paura, le ingiustizie, il dolore che arrechiamo e quello che fingiamo di non vedere».
Padre Robert conosce bene la Tenebra, nella sua opera di tutti i giorni in un quartiere difficile, dove sotto la miseria spesso si nascondono ben altre sofferenze.
«Ma qual è il modo? Qual è il modo per gettare via le opere delle Tenebre?».
Le testimonianze dicono che Paolo di Tarso fosse un uomo incapace di compromessi, instancabile prima nel perseguitare i Cristiani e poi, dopo la conversione, nel diffondere la Parola di Dio fino al martirio. Eppure non si offende per le domande di cui un prete dovrebbe già conoscere le risposte:
«E quali sono invece le armi della Luce?».
«Sono i sentimenti del Signore… vivere come Cristo, amare il prossimo come noi stessi».
«Ma non è facile, vero? L’amore deve combattere contro odio e sopraffazione. Ricorda: "Chi ama suo fratello dimora nella Luce e non v’è in lui occasione d’inciampo. Ma chi odia suo fratello è nelle Tenebre, cammina nelle Tenebre e non sa dove va, perché le Tenebre hanno accecato i suoi occhi"».
L’Apostolo fa un altro sorriso e aggiunge, quasi imbarazzato:
«Questa non è mia, è di Giovanni».
«Ai miei parrocchiani ripeto che le nostre azioni devono essere guidate dall’Amore. Ma a volte credo che… non basti. A volte, che Dio mi perdoni, io… dubito».
Il Diavolo esiste e seduce perché le sue armi sono facili da impugnare: a tutti fa gola la promessa di felicità immediata e senza sacrifici.
Ma la Luce può impugnare altre Armi?
E’ giusto fare del male ai malvagi per fare del bene ai buoni?
Vorrebbe chiederlo a San Paolo, ma non può, perché squillano le Trombe dell’Apocalisse, e la luce si spegne in un mare di tenebra…

…e padre Robert si risveglia nel suo letto, con addosso la sensazione di annegare. Annaspa per riprendere fiato, per rendersi conto che il buio che lo circonda non è quello del sogno, e non ha alcuna correlazione con la Tenebra e il Male da combattere. Questo buio è concreto, reale, rispetta le leggi della natura, il susseguirsi del giorno e della notte.
Un lampo rischiara la stanza attraverso le imposte della finestra. Un fragore cupo lacera il sottofondo scrosciante di pioggia. Robert si domanda se sia stato un tuono a svegliarlo, insinuandosi nelle trame del sogno. Poi le Trombe dell’Apocalisse suonano ancora, come fanno tutte le persone perbene: alla porta dell’ingresso.
Si alza dal letto, infilando un paio di calzoni sul pigiama. Grida:
«Eccomi! Sto arrivando! - il campanello continua testardo, mentre il prete percorre il corridoio - Arrivo, accidenti! Datemi soltanto un attimo!».
Se è di nuovo quel tossico che chiede spiccioli per il biglietto del bus giuro che gli spacco la faccia, Dio mi perdoni. Poi ci confessiamo tutti e due.
Apre la porta facendo scattare il catenaccio; la spalanca, indeciso se cominciare dai rimproveri o direttamente dai cazzotti. Si trova di fronte un ragazzo spaventato dal viso pieno di lividi.
«Buona se-sera, padre». Il ragazzo trema, e Robert dubita che sia per il freddo:
«Vieni dentro, figliolo! Cos’è successo, chi ti ha conciato così?».
Lui gli tende un biglietto di cartoncino bianco:

“Buona sera, padre Robert.
Questo ragazzo ha bisogno del suo aiuto.
Per favore, non lo abbandoni.
A.”


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