Antonio Bevacqua

Antonio Bevacqua è nato a Montemaggiore Belsito e vive a Palermo.
Dopo un periodo drammatico e di sconforto in tarda età ha trovato nella scrittura la serenità interiore.
Ha scritto un racconto autobiografico intitolato La speranza è nel cuore e diverse poesie.
nell'ambito letterario ha partecipato a diversi concorsi nazionali e internazionali e ricevuto lusinghieri riconoscimenti.


Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto:

Il cimitero scomparso

Amaro è il ricordo
di un passato africano
morti per terra
loculi vuoti.
Ricerche affannose di
soldati caduti
e morti sperduti, ignoti, senza nome.
Lontano nel tempo
tristezza e perdono
ricerche affannose
col pianto nel cuore.
I morti scomparsi, la casa perduta
riposano in pace in un mondo di luce.


La sposa comprata

Partito per la Somalia col primo contingente militare dell’Italia all’estero per conto delle Nazioni Unite nel 1950, fui assegnato all’ospedale da campo di Belet Uen ai confini con Etiopia. La traversata fu tempestosa e a tratti le onde del mare arrestavano il nostro avanzare, ma infine raggiungemmo Mogadiscio, dopo un viaggio silenzioso, attraverso il deserto, un universo a me ignoto, popolato dai suoni e dagli odori della natura selvaggia. Dopo aver attraversato un ponte di ferro, il contingente dispose l’accampamento delle tende dell’Ospedale da Campo sulla riva sinistra di un grande fiume frequentato da animali della savana che languivano, lenti e dormienti. Lungo le rive sinuose di quel fiume ho trascorso i giorni più belli della mia vita.
Nel 1952 fui trasferito all’Ospedale Militare di Mogadiscio. La prima persona che conobbi fu il Cappellano Militare; una immediata empatia nacque fra noi, tanto ed egli mi chiese di aiutarlo a servire Messa e di occuparmi della chiesa dell’ospedale; in cambio sarei stato esonerato da qualsiasi altro incarico.
Accettai poiché quell’incarico mi permetteva di avere del tempo a disposizione per seguire le mie inclinazioni e ascoltare le voci del mondo incantato che mi circondava. Nei momenti liberi mi occupavo del giardino dell’Ospedale Militare che tenevo ben pulito e fiorito, ma la mia grande passione era recarmi al centro di Mogadiscio.
La città era ricca di scorci antichi e monumenti, nello stile delle città italiane e non era difficile incontrare dei connazionali.
Nel cuore della città c’era un vecchio quartiere chiamato Scingari; si contorceva come un serpente con vicoletti stretti e insidiosi ed era prudente percorrerli in compagnia di persone locali. All’inizio seguii il buon senso, e cautamente entravo nel cuore della città solo con qualcuno del luogo, ma presto cominciai ad avventurarmi, senza timore, nelle viscere di quel quartiere del quale mi ero innamorato e che era divenuto familiare, anche perché mi ricordava certe viuzze di antichi quartieri della mia città: Palermo.
C’erano dei mercati che si stendevano lungo una strada polverosa; da un lato i commercianti vendevano, in baracche di legno, oggetti pregiati provenienti da diverse nazioni africane e dall’altro dominavano cibi e frutti esposti in terra.
Lungo la strada giocavano festosi i bambini che si cibavano soltanto della loro miseria.
I bambini invitavano i passanti a comprare la loro mercanzia: un mucchietto di banane, delle papaie, noci di cocco e poco altro.
Solitamente mi soffermavo a guardare e, a volte, compravo qualcosa. Mi divertiva rimanere per ore al mercato, affascinato dalla confusione, dalle voci e dai colori della merce.
Quando passavo dal mercato per andare al centro, i bambini mi facevano una grande festa, impararono a conoscermi; mi circondavano allegri, tirandomi chi da una parte chi dall’altra, in attesa di qualche piccolo regalino che io spesso facevo. Soprattutto, mi accorsi che una delle bambine mi aspettava, piena di speranza. Era bellissima, un piccolo angelo con un visino luminoso e una vocina aggraziata, che ancora oggi mi sembra di sentire.
Quando arrivavo mi faceva una grande festa, non mi lasciava un attimo, la chiamavo il mio piccolo cioccolatino. Un giorno, inaspettatamente, mi disse con un italiano confuso: “Tu compri sempre banane perché non compri anche me?” Voleva la salvassi dalla povertà e dalla miseria e dalla fame. Sorrisi amaramente e, per non deluderla, le promisi che non l’avrei abbandonata al suo destino.
Dopo parecchio tempo notai che la bambina, pur indossando un vestitino di miseri stracci si era lavata per bene e al mio arrivo si era fatta avanti, rinnovandomi la domanda che a sua modo interpretava con questa espressione: “Mi avevi promesso che mi compravi, ma quando?”
Rimasi di stucco, non avrei mai potuto immaginare che una bambina di forse dodici anni, potesse desiderare di fuggire al suo destino, pronta a seguire uno sconosciuto. Ma cosa potevo fare per quel piccolo diavoletto? Mi ero affezionato a quegli occhioni grandi, e vederla con quei miseri straccetti addosso mi spezzava il cuore.
Non potevo essere indifferente e lasciare inesaudita la sua richiesta. Quando rientrai in ospedale, parlai della piccola a una delle suore del reparto; le chiesi cosa potevamo fare, se era possibile tenerla in ospedale. Appresi che in Somalia la maggior parte di questi bimbi soli e abbandonati, veniva mandata negli orfanatrofi, per trascorrere una vita di paura e di sofferenza o finir male. Non c’erano strutture adeguate, personale preparato, non c’era carità e amore per loro, e pertanto la suora non poteva aiutarmi.
Tentai l’ultima opportunità e mi rivolsi alla Madre Superiora; l’avevo conosciuta durante i lavori che avevo fatto al Cimitero Militare di Mogadiscio. Mi ero fatto carico di sistemare le tombe, il viale, le bare smosse, in stato di estremo abbandono, aperte o danneggiate di molti soldati Italiani. Le esposi il caso della bambina che tanto mi stava a cuore e lei mi promise di accoglierla momentaneamente nella casa, ma non poteva fare di più; le possibilità che si profilavano non erano rosee. Mi avevano già detto che all’epoca in Somalia esisteva ancora la crudele abitudine di comprare la moglie ancora bambina, ripagando il padre con del bestiame, ma non era certo il mio caso, non ero in Africa a cercar moglie! Non sapevo proprio come fare e a malincuore pensai di rinunciare.
Venne in soccorso il caso. Parlai della mia storia a un fornitore di materiale edile, col quale venni in contatto.
L’uomo era somalo e ben conosceva le usanze del luogo e come muoversi in tali circostanze. Mi disse concretamente che la cosa era risolvibile, in due modi: la prima prendere direttamente la bambina, con pericolose conseguenze; la seconda possibilità era pagare il padre, della qualcosa egli stesso avrebbe potuto occuparsi, negoziando.
Passati dieci giorni, l’uomo venne al cimitero dicendomi che la trattativa era andata a buon fine e che si dovevano pagare 270 scellini per l’acquisto di un cammello da dare al padre in cambio della bambina.
Che razza di trattativa era quella? Cos’altro potevo fare per tener fede alla mia promessa con la piccola che si aspettava con fiducia di essere salvata e portata in un mondo migliore?
Decisi di pagare e comprare la libertà della bambina.
Naturalmente le spiegai che non l’avrei portata a casa mia, né l’avrei sposata ma l’avrei portata al convento delle suore.
Le rimasi vicino per un lungo periodo poi, finita la missione, rientrai in Italia e non rividi mai più il mio piccolo cioccolatino, se non nei miei sogni o con la fantasia, ma col cuore pieno di gioia e di speranza sapevo che sicuramente avevo cambiato la vita e forse il destino, di un bellissimo angelo.
Per contattare direttamente l'autore

Homepage