Mario Bello, nato a Cellino San Marco in Puglia, nel 1943, risiede a Roma già dalla fine degli anni '50. Laureato in Giurisprudenza, con figli, inizia la sua attività  professionale in Confagricoltura, per un breve periodo in un Consorzio di bonifica, e successivamente nella Legacoop, in particolare nella Presidenza dell'Associazione nazionale cooperative agricole e poi della pesca. Costituisce alcuni organismi finanziari, come un Consorzio di garanzia fidejussoria e una Finanziaria di settore, assumendone la Presidenza, come di una Società  di distribuzione. Attualmente è Segretario generale della Federazione nazionale delle Organizzazioni di produttori in Italia e dell'Organizzazione Interprofessionale della Filiera ittica. Autore di numerosi libri, saggi e articoli, giornalista ed editore (fino a 10 anni fa), ha come hobby lo sport, il cinema e, di recente, la poesia.

Con Carta e Penna ha pubblicato la raccolta di racconti per ragazzi FAVOLANDIAMI; i proventi ricavati dalla distribuzione di questo libro saranno devoluti alla Federazione tra le Associazioni Prader Willi al fine di sostenere l'opera a favore delle famiglie degli individui colpiti dalla Sindrome.

Per ulteriori informazioni contattare la segreteria tramite e-mail cartaepenna@cartaepenna.it oppure telefonando allo 011.434.68.13 oppure 339.25.43.034.

Dalla prefazione degli autori:
Un tempo ero futuro ed ho avuto le mie favole.
Sono cresciuto con quelle, incantato, perché contenevano i miei desideri e la speranza che si avverassero. So bene che il crederci è legato alla fantasia di ciascuno di noi, ma so bene anche che questa nasce dall'esigenza dell'essere umano, che ritiene la favola passibile di trasformarsi in realtà .
Questo passaggio è molto forte ed evidente, ad esempio, nelle favole che giungono da quelle terre lontane (neanche più di tanto), in cui la guerra e la morte sono presenti ogni giorno e dove la fantasia dei bambini trasforma l'orrore e la paura in fiori e soli splendenti, dando alla pace l'espressione del sorriso e dell'amore.
Ancora oggi ritengo che, ai disagi delle nuove generazioni, espressa in varie forme di aggressività  a scuola e in famiglia, e di fronte a fenomeni di inquinamento e disastri ambientali o di consumismo sfrenato ed altro, sia importante riprendere le favole per i ragazzi, come un momento narrativo, in cui modernità  e fantasia abbiano uno sbocco culturale, affascinandoli e divertendoli.
Lo stimolo a cimentarmi in questo percorso non facile, mi è venuto dal più piccolo dei miei figli, Massimiliano, con il quale condivido alcuni momenti liberi, e che, partendo da una storiella da raccontare, mi ha poi portato - usando la lampada di Diogene - a cercare, con l'uso della creatività , nuove favole da narrare per i compagni e i ragazzi in genere della sua età .
Quello che avrei dovuto fare io con lui, in realtà  si è capovolto, nel senso che, attraverso alcuni suggerimenti e l'indicazione di situazioni che si prestavano ad essere scritte, Massimiliano - utilizzando la "maieutica" di Socrate, che ancora non conosce - è riuscito a farmi "partorire" una serie di brevi racconti, a volte ironici e a volte arguti, visti e fermati da lui stesso in alcuni disegni.
Il pianeta dei ragazzi e dell'adolescenza lascia aperti molti spazi e la mia è una testimonianza di come questi "varchi" potrebbero essere colmati, con un impegno da parte nostra, di coloro cioè che a scuola non vanno più - sapendo che la vita è una strada di continuo apprendimento - per creare le basi di uno studio amato e costruttivo, per una presenza educativa che non guasta, per costruire insieme a loro, con le generazioni del futuro, lo "stupore" di cui i ragazzi hanno bisogno, rendendoli protagonisti.
Il titolo "Favolandiami" è una licenza poetica ed esprime l'esigenza/opportunità  di un coinvolgimento - di chiunque abbia voglia di leggere - al mondo delle favole, perché da questo mondo emergono situazioni e valori, da portare dentro e da trasmettere agli altri.
Un'ultima considerazione: i racconti si ispirano al maestro di favole, Gianni Rodari, e alle sue Favole al telefono, brevi e fantastiche, in cui il risveglio della favola avviene grazie alla sollecitazione della fantasia che non ha bisogno, per volare e creare, dei re e delle regine, dei draghi e dei castelli incantati, delle fate e dei maghi, perché la favola si sveglia anche di fronte alla realtà  più grigia, all'ovvietà  quotidiana, al problema sociale e alla vita familiare, e la magia sta nell'osservare tutto con ironia, ricorrendo al gioco, all'infrazione delle regole attraverso l'immaginazione.
Senza avere certe pretese e scevri da ogni altro aspetto pedagogico, anche se ogni favola contiene una morale, la raccolta è l'espressione dell'ultima Storiella che, personalizzata, "non vuole essere un trapianto di puntini di sospensione...", ma diventa una Storiella-regalo per tutti i ragazzi.




Ha pubblicato con Aletti Editore il libro di poesie TRA I RAMI DELL'INDIFFERENZA che denota, già  dai primi versi, delle tematiche centrali, costitutive del suo essere poeta, che vengono riproposte con costanza e ardore all'interno di questa raccolta.
Come affermava Cesare Pavese, ogni autore ha delle tematiche fondamentali che si ripresentano spontaneamente, che esplicitano, ed esemplificano, attraverso la produzione letteraria, la sua visione del mondo, i suoi valori, la sua sensibilità  sugli accadimenti della vita quotidiana. In Mario Bello possiamo trovare questa radice primaria nel rapporto con la natura, quasi un contatto estatico che assorbe anche il linguaggio poetico, nel senso di religiosità , ancor più della appartenenza religiosa, che accompagna i gesti quotidiani, dove non sono necessari i rituali con cui ci si rapporta con l'assoluto, ma il puro sentimento che ci rapporta con gli elementi della nostra esistenza: il firmamento, l'aria, l'acqua, diventano così fonte battesimale che genera il verso e dal verso, in cambio, ricevono nuove sembianze.

Con il sole che si poggia
appena, sul marciapiede,
la città  si sveglia pigra,
tra le strade allungate...
Tratto da "Il cammino del giorno"
L'aria non si spandeva più,
nell'aria, i pensieri si annodavano
ai pensieri, che si fendevano
come una ragnatela
Tratto da "L'aria non si spandeva"

Grappoli di luna nuotano
nel mare, dando l'addio
ad un'estate che cade,
e lasciano alle sirene
il lento sciabordio delle onde
a richiamare gli ultimi dei.

Tratto da "Siamo i naviganti di ieri"

La cifra stilistica di questa opera non consta, dunque, in un mero esercizio della scritta parola, ma da uno stato di necessità  che trasforma la propria esperienza di uomo in atto letterario che si sforza di riproporre quei valori ed ideali, ormai desueti all'uomo contemporaneo. È evidente a tal proposito la funzione storica di non assecondare l'oblio, fatto di cementata indifferenza e di alberi violati nello zoo della città  - dove l'albero sta alla città  come gli animali allo zoo - ma di rivendicare una memoria che riconduca un genere umano completamente scisso da se stesso, che vive nel periodo della frammentazione che è costituito solo da individui-mondo, verso sentimenti di comunione con la natura circostante che rendono meno amaro il nostro essere "finiti e a scadenza".
A conferma di quanto appena asserito, quale miglior viatico, per questa robusta opera poetica, di quello di Umberto Saba: "Che cos'è in fondo un poeta, un poeta davvero? L'ho già  detto altrove: un poeta può essere molte cose, ma è soprattutto un bambino che si meraviglia di quello che accade a lui stesso diventato adulto"
Collana "Gli Emersi" - pp.128 €.13.00 - ISBN 88-7680-058-1 - Ordina il libro


Per i navigatori di Carta e Penna presenta alcune sue liriche:

Parole in fuga

Sono giorni di cammino,
faticosi, che scrosciano
tra mura d'acqua, che
dilavano
il suolo del pensiero,
quando le parole
scivolano
sull'erba di un ascolto,
che non c'è.

Sono voci senza suoni,
che asciugano le ombre
di un linguaggio, già 
spoglio
della comprensione,
scheletrito
da un udito che vuole
essere sordo, come
una passione repressa.

Sono orecchie ovattate,
assorbite dal sonno, che
non comprende gli altri,
un rifiuto
a conoscere la realtà ,
un dio già  morto dentro,
un nascondiglio
alla vita per non accettare,
come i bambini rimproverati.

Sono bocche di silenzio,
inaridite nella saliva,
dialoghi
senza lenzuola di interesse,
per un letto di piacere
solitario,
parole in fuga, che hanno
una casa senza pioggia
e senza ferite, apparenti.

Sono battiti di cuore,
fievoli, senz'anima,
da restituire
al sonoro delle genti,
dove si narrano le gesta
dell'uomo, di noi,
come batuffoli d'aria,
che cercano
le frasi della convivenza.



Il cammino di un giorno

Con il sole che si poggia
appena, sul marciapiede,
la città  si sveglia pigra,
tra le strade allungate,
i passanti dietreggianti
e le ombre ancora irreali.

E' un giorno di sabato,
quando il silenzio pedala
annoiato tra i palazzi,
sbadigliando al nulla, e
come il sospiro, di lì
a poco scende, espirando.

Negli uffici si respira
il vuoto che, dove passa,
cancella ogni linea di vita,
lasciando carte sparse
senza identità  e attese
senza termine, sfinenti.

Mi è estranea questa città ,
non è più la piazza di ieri,
non c'è il sole che fuma
lo smog e nutre le angosce,
quando fretta e incertezza
non hanno paura, invasive.

Eppure, è lo spazio d'oggi
che si infila nella mia pelle,
che si fa strada negli occhi,
nell'anfiteatro dello stupore,
a bagnarmi la vita di rugiada
e darmi un senso di eternità.

La realtà  cambia, ti cambia,
come l'abitudine che ti veste
e muta il colore degli oggetti
che lentamente sbiadiscono,
o il castello d'acqua quando
sembra riversi la stessa onda.

Non so dove vanno i giorni
che passano e si sciolgono
nella memoria di colla, e
perdono l'immortalità, se
non muoiono prima, quando
esauriscono ogni aspettativa.

So che il sole stenta a salire,
a far girare la terra sciupata
da una noia, senza corpo,
quando il pensiero mi prende
per mano, segna i miei passi,
nel cammino di questo giorno.



A dorso d'asino

Non si viaggia più a dorso
d'asino, gli spostamenti
sono veloci, veloci
le emozioni che ti lasciano,
e gli itinerari si consumano,
solo per dire d'esserci
stati, con tracce radenti.

I tempi sono accelerati
e inghiottono anni e
stupore, senza correggere
il destino, stremato,
con i vini del progresso,
che degustano stille
dei passaggi, frettolosi.

Crescono i trasferimenti
e le ansie, che si colorano
di giallo e ocra, come
la stagione della stanchezza
e, senza un passaporto,
mordono le fughe dalla realtà ,
con domande senza risposte.

Resto un cane vagabondo
lontano dalla frenesia,
che accelera le pulsazioni,
travasa l'otre della tranquillità ,
leggera e pesante, come
un'ombra di pietra,
e oggi infranta.

E, nella fretta che si dilata
come un'eco notturna
e scappa da se stessa,
cerco la lacrima di dio,
quella pace che cade,
dalla terra verso il cielo,
alla ricerca di un mondo.

che m'illude ed è dove nasce
l'alba quando lasci i sogni,
l'amore si raggiunge a nuoto,
il tempo odora di foglie e
non lascia sola la solidarietà ,
e le tenebre si infrangono
all'accensione di una candela.



Stato di coma

Ottenebrata è la vista e
sanguinante è la morte,
di fronte alle ripetitive
sequenze di immagini,
che, eruttate continuamente
come tanti lapilli dai vulcani,
bruciano le stoffe del giorno.

I media trasmettono
le sequenze, a raffica,
l'una dopo l'altra,
il fiato è corto
e mi mozza il respiro,
e la rapidità 
non mi concede tempo...

... per sedimentare
fatti e circostanze,
per avvertite l'orrore
che mi prende, quando
le ferite lacerano lo schermo
... e si va oltre veloci,
con superficialità .

Con la brina nelle vene,
senza avere il tempo
per una lacrima,
la ferocia del vento trascina
le emozioni lontano e
le croci annegano, in piedi,
nel fiume dell'esistenza, perduta.

La pelle non risponde più e
sento il pericolo di uno stato
di coma collettivo, perché
tra i rami dell'indifferenza
non fogliano i valori e
degli uomini giacciono,
miseri, i corpi nell'abbandono.



Per contattare direttamente l'autore: Dott. Mario Bello

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