La poetessa Francesca Andreetti Solari ha pubblciato con Carta e Penna la silloge intitolata IL SENSO DELLA VITA nel 2012.
Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto le seguenti poesie:


Tu sei nel vento

Dieci anni trascorsi
non sono, se non un soffio di vento
che scivola sul tempo?

Al mattino sereno
ti sento con la brezza
che mi accarezza il viso.

Nei meriggi estivi
con il vento caldo
che mi spossa e mi assopisce.

Con il vento di maestrale,
quando è tranquillo,
percepisco ancora i nostri respiri
ed il silenzio che tanto amavi.

Nell’inverno, il vento
che mi sferza il viso;
mi ricorda il dolore.

E tu, essere speciale,
che studiavi le stelle
ora sei figlio delle stelle;
sei nell’aria che respiro,
sei, con me sempre.


L'uomo della guerra

Segui la moltitudine fuggente uomo
della guerra.
Dimesso è il tuo vestire, gli occhi
rassegnati.
Poi ti siedi nella polvere; ti levi
dai piedi le putride fasce.
Ti porgo il mio bacile per immergerti
le membra stanche.
L'acqua è tiepida per non farti di
più soffrire.
Poi ti indosso morbide calze per il grande freddo.
Dopo di te immergo molti piedi: mille
e tanti ancora.
Strappo il pesante velo alle donne
umiliate; vedo nei loro occhi
l'immenso sapore della libertà.
Alle giovani vite riempio le braccia
di libri e giochi;
mi ripaga il loro inimitabile sorriso.
Poi chiudo il video per non più
vedere, per non più sentire.
Ma ti prego o Signore: lasciami
sognare,
lasciami ancora sperare!


Se l'amore è poesia

Se l'amore è poesia
or che ti son lontana
quanto amore ho per te, terra mia!

Tu mi hai nutrito l'anima
all'apparire del primo raggio di sole,
mirando lo splendore delle stelle,
poi, correndo per i tuoi campi assolati.

Ho gioito alla lievità della neve,
all'umida, lieve carezza della nebbia,
all'aria pura dei tuoi monti
all'intenso freddo,
allo spossante, inebriante calore.

Da te ho avuto gli affetti più cari,
le più celate gioie
e chissà, forse,
quando verrà il grande sonno,
mi donerai un giaciglio,
ed allora, quanto sarà dolce,
se di notte mi veglierà la Luna!


ALLA CITTA' DI BRESCIA
E
ALL'APPENNINO TOSCANO

Ti ho lasciato all’alba stamattina
per la città del Giglio.
E se l’ordine è la bellezza morale delle cose, a me ti sei svelata in quest’ora mattutina!
Percorro le tua strade ampie e levigate,
vedo i tuoi palazzi antichi che hanno un porgersi di signorile riserbo
e che per sapiente intuito
ben s’accostano all’opra moderna.
Dall’alto del tuo colle,
il bel maniero, dalla paciosa, rassicurante mole, ti protegge
e tanto verde tutt’intorno ti incorona.
oggi, come non mai mi appari in perfetta simbiosi con gli abitanti:
che il soverchio patire ed il nobile coraggio d’altri tempi
l’animo ha temprato: schietti ma cordiali, riservati ma disponibili.
Or son da te lontana ospitale città del nord
ma ancor di reminescenze presa.
Odo il treno scandire il suo andar al par del tempo.
Ma ecco che m’appari Appennino dalla multiforme verzura.
Tempo non è ancor per te di ginestra,
ma dai tuoi declivi ne percepisco gli olezzi,
gli aspri profumi del monte a tratti impervio
da apparire selvaggio al Carducci nel suo “sogno d’estate”
che ti amava di struggente amore.
Or però non è più tempo di emozioni;
son giunta alla mèta, riprendo il quotidiano cammino.


CON NOI COME SEMPRE

Tutto è immutato;
finché vita ci sarà nel mondo,
il sole cederà alla notte
e l’umano senza sosta.
varcherà gli infiniti sentieri della vita.
Ma tu dove sei che non ti vedo più!
che dici mai o donna?
Pensati crisalide in un bozzolo dorato
come sognavi nell’età novella.
Acquieta il tuo cuore, riposa la mente e rifletti in pace.
Il suo nobile volto non è forse
impresso nel sembiante del figlio?
E alla figlia non ha donato
la fisicità teutonica della sua fiera stirpe?
Ascolta il silenzio da lui tanto amato,
immerso con l’umiltà dei grandi,
senza dar tempo al tempo,
nella ricerca di tutto ciò che è cultura
nei più disparati campi.
Come obliare le amate “Rosse”
e lo studio di questa singolare filatelia.
Ora riposa sereno guerriero dell’intelletto;
ammiro con riverente timore
tutto ciò che hai costruito ed amato.
Ed ora mi è tutto chiaro: non ci lascerai mai soli
ed io ti vedrò come sempre con gli occhi dell’anima.


L'ALPINO DELLA JULIA

L’urlo lacera il silenzio della notte:
conscia della sua sorte è della madre l’immane dolore.
A Lei l’ultimo abbraccio, a noi piccoli il suo ultimo
sorriso.
Il tuo destino fu la Grecia, giovane alpino della Julia;
ti accompagnava l’entusiasmo della giovinezza,
la generosità del tuo nobile animo,
la grandezza della tua umiltà.
Ed io, testimone inconsapevole,
racchiusi nel mio piccolo cuore,
lacrime, speranze, illusioni di una madre affranta.
E quella terra allora nemica capì il tuo valore;
ti volle per sempre e ti regalò un giaciglio per il lungo sonno.
E tu, biondo eroe di Wagneriana memoria,
aiuta a rinnovare in tanti giovani gli ideali sopiti.
Ci regali il tuo sorriso dalle alte, eburnee vette,
il tuo azzurro sguardo è nel limpido cielo,
la tua allegria nelle riunioni dei compagni,
la tua fierezza nell’appartenere al glorioso corpo della Julia.
Onore a te giovane leale, spirito puro, d’antico retaggio,
nobile figlio di Vittorio Veneto.


TERRA NATIA

Per naturale retaggio, ad ogni novello tempo,
il pensiero corre alla terra delle mie radici.
Agli ameni colli toscani,
s’impongono le severe cime venete.
Terso ed impetuoso mi riceve il Meschio,
con la coltre gialla dei suoi argini;
testimone di infinite scene di quotidiano vivere,
ove la mia anima pura,
si nutriva di immateriale nettare.
Oh campagna mia assolata e l’infinito frinire di cicale!
Corse avide di profumi e sapori incontro al sole.
Zolle sopite, neve eburnea, di notte, come la luna, color dell’opale.
Essenza della vita, captata nel buio, puntini di spillo
Affamati come pargoli, solerti mandibole nutrite dai gelsi, amorevoli nutrici,
Quanta felicità in quei pochi fili essiccati d’erba sottratti al villico
per nutrire l’asinello di San Nicola”
E tu dove sei giovane amica dai ridenti occhi neri?
Arrampicate sugli alberi, com’erano vermiglie le nostre bocche,
baciate dai succosi frutti!
Ed è musica riudire il gioioso vocio di noi fanciulli
ed il chiacchierio delle mie donnette al borgo!
Or che memoria m’impone, ho ricordato
si cheta l’esser mio e pian piano,
chiudo lo scrigno e lo ripongo nel mio cuore.


LA NEVE

ti annunci con l’aria frizzantina,
profumata dal legno bruciato nei camini.
Il cielo gravido ti libera
e tu scendi sulla terra con lievità di piuma,
come ballerina dagli asimmetrici volteggi.
Sei architetto geniale d’eccelsa fantasia,
sei Circe ammaliatrice che ridoni all’uomo l’età novella.
La tua purezza nelle notti di Luna
rende il Creato di ineguagliabile incanto.
Sempre, al tuo apparire, riaffiora il ricordo,
(quasi parvenza ormai),
di tre testine bionde con le gote purpuree,
quel rincorrer gli uccelletti sulla neve,
carezzando con i loro piedini il tuo vellutato candore.
Poi, come ad ogni cosa bella arriva l’ora dell’addio
e in silenzio te ne vai.
Ma è forse pianto il tuo mentre ti sciogli al sole?


NEL GIARDINO DI UNA VILLA MEDICEA

Quando ride la primavera
odoro la soavissima rosa, il mughetto gentile
ed è sì dolce il loco
che la mente spazia in assorta meraviglia.

Nell’estate generosa,
le opulente piante da frutto,
paiono matrone paghe della loro prole.

L’autunno pensoso
smorza la tonalità delle foglie,
che poi regala al vento e sfuma la natura
con tenui pennellate di colore.

Il severo inverno,
a volte sussurra, a volte grida
alle sue creature:
dormite! A lungo dormite!
Ché poi viene il tempo del dolce risveglio.

In questa naturale bellezza,
una fanciulla dal puro sembiante di Madonna,
incede leggera tra i suoi simili,
inconscia di tanta natura,
e allorché scende la silente notte
ed il mistero avvolge l’ammaliato sito,
mi è dolce sognare: mi piace vedere Lorenzo il Magnifico,
di questi luoghi nativo,
che varca il giardino incantato.


Per contattare l'autrice scrivi alla segreteria di Carta e Penna

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