ISABELLA MICHELA AFFINITOè nata nel 1967 e vive nella cittadina termale di Fiuggi (FR).
Da diversi anni si dedica alla poesia, alla critica d'arte e letteraria; a seguire mostre, italiane ed estere, sugli artisti del passato, per poi scrivere articoli al riguardo; a realizzare sue opere artistiche da riprodurre sulle copertine dei suoi libri.
La passione per la saggistica è nata quando ha voluto approfondire lo stile e la vita di un personaggio letterario, dell'arte, della storia e così ha redatto studi critici con punti di vista molto personali.
Con i suoi saggi ha partecipato a diversi Concorsi Letterari, ottenendo anche il primo premio al Concorso Internazionale di Poesia, Narrativa, Saggistica, Pittura, Scultura e Grafica Triennale “Arte e pensiero... senza frontiere” dell'Accademia Universale Neapolis di Marano (NA) nell'anno 2000, con una dissertazione su “Giorgio De Chirico” pittore esponente della Metafisica. Solo ultimamente ha deciso di pubblicare in volume i suoi lavori di saggistica, cominciando proprio con “Il mistero Dickinson”, viaggio attorno alla poetessa più introversa della Letteratura: “Emily Dickinson”.
Moltissimi i suoi libri di poesia realizzati da Case Editrici, Accademie, Associazioni Letterarie; libri con liriche a tema sulla luna, sulle donne, sui luoghi più suggestivi del mondo, sulla civiltà greca, sul sacro, sull'Arte e i suoi artisti, pittori e scultori di tutti i tempi, sull'astratto, sul mare, sull’amore immortale.

Con l'Associazione Carta e Penna ha pubblicato il saggio dedicato alla poetessa Dickinson, premiato dall'Accademia Internazionale "Il Convivio" nell'ambito del Premio "Antonio Filoteo Omodei - Giulio Filoteo di Amadeo" Edizione 2004, indetto dall'Accademia "Il Convivio" del Presidente Prof. Angelo Manitta di Castiglione di Sicilia (CT), ottenendo il Diploma di Riconoscimento di Merito e proposta di pubblicazione sull'Antologia del Premio.
Un breve passo tratto dalla Prefazione al fine di presentare il saggio:
Il mondo di Emily Dickinson non è stato e non è a sé stante, come del resto lei non è stata una poetessa circoscritta in un breve capitolo della letteratura americana. Ho pensato di redigere un saggio su di lei e sul suo stile poetico perché la sua figura di donna consolidatasi nell’etereo per ragioni speciali, mi ha sempre affascinato e con questo studio critico su di lei ho cercato l’immedesimazione per entrare in quella che fu la sua originale esistenza, fuori del comune, stravagante e silenziosa. In merito alla copertina di questo libro, c’è da dire che su quell’unico ritratto che di lei si conosca (antica foto) del 1847 circa, custodito attualmente presso la Bibliote-ca del College del suo paese natio, Amherst, è stato da me effettuato un ritocco, in cui è evidente lo stato di glorificazione della giovane Emily a sposa della letteratura. Lei appare inserita nei cerchi delle beatitudini, rivestita di grazia col velo bianco di chi è andata incontro alla purezza delle parole e dei concetti vitali e trascendentali, icona della poesia dell’anima. Una figlia prima, una donna poi, che scelse di scrivere poesie in quei tempi della seconda metà dell’Ot-tocento, incarnando il modello della musa perfetta lontana dalle voluttà del mondo con le sue lacerazioni ed effetti corruttivi. Chi volesse ricevere copia del suddetto saggio può contattare la poetessa scrivendo al suo indirizzo e-mail: anastasia22n@libero.it

Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto le seguenti opere:

Leggenda

Scorri tra le righe
di un libro
senza accorgermi
che ho lasciato
di capire la realtà
per entrare nel tuo
regno fatato
costruito con le illusioni
della mente
e del cuore degli eroi.
Ci sono sempre
cavalli bianchi
che corrono sulla riva
di un mare sconosciuto,
castelli grandi
con le segrete dove
è rinchiuso un innocente
da salvare,
amori come quelli
di Tristano e Isotta
che finiscono perché
il destino vuole
che si parli di loro
dopo una morte
ingiusta e nello stesso tempo
salvatrice.
Leggenda, hai preso
da me tutti i sogni
e quello che resta
dopo la tua fine e soltanto
un libro chiuso fra le mani!

Macchie di farfalle

Non è ancora
iniziata la festa
gialla, la festa del
grano e delle lucertole
sta dietro un tronco,
ma nell’aria vedo
macchie di farfalle
sulla tovaglia del cielo
dove pranzano gli
angeli.
I fiori chiacchierano
e gli alberi crescono
nel numero delle foglie
le macchie aumentano,
dove i disegni di
corolle sembrano veri
e veri sono gli steli
che sostengono il
peso della fioritura.
Macchie che per
il momento si
divertono a volare e
a non sparire perché
al sole piacciono e
anche agli angeli
che rincorrono il
variegato volo.

Probabilmente sarÀ poesia

Accastellate parole in
scenografie barocche
abbracci di colonnati i
pensieri da mistici
si fanno più sublimi fino
a stasera sarà poesia,
avrò parlato coi lumi
una carezza dalle muse
tanto per avere un’influenza
greca. Probabilmente
sarò sull’acropoli
all’altezza giusta delle
ispirazioni, io amica delle
cariatidi a reggere il
peso di tutte le mie
parole, tempio dopo
tempio conoscerò
le loro sezioni, vedrò
l’anima di ogni colonna
regine portanti della
mia trabeazione.
Accastellati stati
interiori sono io che
vi do la parola, uscite
da me e vi stendete sul
foglio che ho posto
davanti fino a stasera
ci sarete tutti. Strutture
architettoniche attraversate
dai miei sentimenti non
vi lascio senza l’ordine
dorico, ionico o
corinzio quando scenderò
dall’acropoli avrò quella
lirica che Omero avrebbe
voluto scrivere prima
di me.


Nel sogno di Iside

Nell’Antico Egitto
tutto era ripreso
di profilo, un’infinita
letteratura fatta di
disegni le ancelle che
accudivano Nefertari, ali
strategiche irreali per
accogliere il defunto.
Iside e Osiride,
una lunga storia da cui
nacque Horus  che
vendicò il padre
uccidendo Seth, la
barca funeraria procedeva
lenta affinché il viaggio
dei defunti si svolgesse
senza gli agguati
del Caos. La sabbia e
l’oro si confondevano,
la passione per l’enormità
nelle statue, nelle tombe,
nella quantità dei
monili per il defunto
Faraone che comunque
continuava a vivere
all’interno dell’impossibile
piramide. Dinastie,
maledizioni, tesori,
scritture ancora da
decifrare, le donne
innamorate del Nilo si
immaginavano nereidi
immortali fino alla
riva del regno Superiore.


Così ti chiamava San Francesco

Sorella Luna,
così ti chiamava
San Francesco
pensando che
indossavi dei sandali
per camminare nel
cielo della notte
senza inciampare
nell'oscurità del
male.
Sorella Luna,
così ti chiamo anch'io
pensando alla semplicità
di San Francesco e alla
sua scelta di indossare
il saio della penitenza,
forse anche tu indossi
il peplo dell'ammenda
e quando vai in preghiera
scompare la tua
immagine nel buio.
Sorella bianca così
sei rimasta da millenni
e prediligi i santi e
i poeti perché ad essi
regali la nitidezza che
tanto fu amata dall'umile
San Francesco.


Il canto delle pietre

Ci dimentichiamo
delle pietre che
giacciono ostiche
sui sentieri di montagna,
il loro silenzio è
un canto d'aberrazione
che ci fa tornare indietro
mentre il bosco cambia
di verde per sembrare
più solenne.
Le pietre si spostano
solo quando qualcuno
s'innamora della loro
sagoma e quante volte
ho lanciato un sasso
nel mare che mai
riuscirà a cambiargli
forma.
Non sono conchiglie
eppure emettono un
canto ch'è la loro
storia musicata dalla
durezza che raramente
si può scolpire, ma non
per un'altra Pietà di
Michelangelo.
Amiche fra loro
non sono, le pietre
amano i luoghi solinghi
e fanno compagnia ai
defunti poiché dentro
sono fredde come l'uomo
privato dell'anima.


Una linea

Trovami
una linea uscita
dal mondo della
geometria…, trovami
il senso di quella linea
che possa unire il
concavo e il convesso,
il sole con la luna e
non sentirsi esclusa.
Trovami
una linea che possa
ferire come una spada
l'orgoglio di una sfera,
l'orgoglio di un pianeta
che gira solo per
se stesso disperdendo
nell'universo particelle
di grandigia.
Formeremo
(io e quella linea)
due rette parallele
all'infinito gareggeremo
per arrivare in tempo
prima della fine della
geometria i cui
pilastri sono antichi
quanto quelli della
filosofia.
Esiste una linea
che viaggia da sola
a volte si spezza, a
volte è retta e da sola
infonde un senso alla
semplicità del segno.


Tra le spighe

Nemmeno
i pittori sanno
quant'è ecumenico
stare tra le spighe
prima che diventi
estate e si brucino
le sfumature che
la primavera aveva
inventato.
Nemmeno
i poeti sanno
quant'è ideale
sostare tra le spighe
e contarle ad una
ad una ricostruendo
nella mente un quadro
assolato di Van Gogh,
nemmeno io
comprendo il
calore di quelle spighe
che egli aveva dipinte.
Soltanto i
contadini sanno
che altro contengono
le spighe, quanta
fatica e quanta apprensione
in quel giallo dorato
finalmente maturato
tra il canto del gallo
e un altro anno passato.


Dall'Oracolo

Bassa marea
di parole che non
sento dall'Oracolo
provengono per
dirmi cosa farò dopo
l'uscita da questo tempio.
Alta marea
di parole che ascolto
dall'Oracolo con le
labbra in moviemnto,
mi strasmette il suo
entusiasmo sicuramente
per un futuro da trascorrere
nel suo tempio.
Dall'Oracolo ogni
presente si frantuma
per ricominciare in
maniera dissimile,
anch'io ho visto
sminuzzarsi la mia
linea d'orizzonte.
L'Oracolo ha il
suo peplo dipinto
da De Chirico, donna
o non donna si nasconde
fra domande metafisiche
che a esso rivolgiamo senza
che il tempo le conteggi.
Si tratta di una tela
che qualcuno ha reso
opaca e quando il
responso è detto
si girano le spalle e
la Grecia è già lontana
per chi era venuto
sopportando gli umori
instabili del mare.


Estuario

Arriva fin
lì il pensiero
all'estuario luogo
d'incontro con
l'azzurrità marina.
Ho visto
l'estuario modellato
dalle maree che
incessanti obbediscono
alla luna e nella
fusione fiume-mare
io sono il colore
verde-azzurro
delle acque che
s'incontrano.
L'indecisione di
correnti che si
evitano e si rincorrono
in questo luogo dove
le trasparenze
ribollono, qualcuno
ha disegnato un
triangolo, ancora
una volta la geometria
si manifesta.
Passaggio in
cui il fiume si
trasforma, si spoglia
di se stesso per
indossare il mantello
del mare e si allontana
formando già le onde
salutevoli l'estuario.


Se ho scritto...

Se dopo la pittura ho scritto
è perché la voce è cammbiata:
prima erano i colori
a proferire il mio stile,
poi è subentrata l'anima,
Se ho scritto sulla
luna è perché non l'ho
mai capita investita di
luce solare è notturna
misticamente donna,
che gioca a scomparire
nell'universo spettacolare.
Dopo la luna il mare ha riempito
i miei fogli già maditi di
fatica e dopo ancora
gli amori immortali così
difficili da spiegare con
Ettore e Andromaca che
- in carne e ossa o di legno -
si sono ugualmente lasciati.
Se ho scritto su Venezia
è perché non volevo
vederla annegare, ho
accarezzato le sue mani
di vetro e il sole è apparso dietro
la sua visibilità di maschera.
Se ho scritto poesie
è perché il tempo era
breve per un romanzo,
ho preferito i versi per
cantare di me e di ciò
che nel baule degli acrobati
(di Picasso) in giacenza
è rimasto.


Frammenti d'arte

Se la Gioconda
smettesse di sorridere
- seppure lievemente -
s'infrangerebbe il
suo rinascimento
durato fino adesso
e sul pavimento del museo
ci sarebbero
frammenti di Leonardo.
Se la Guernica avesse
un aspetto razionale
s'infrangerebbe lo
stile suo cubista, le
urla impressionanti
unite al pianto per
una feroce guerra.
Se le nenfee non
fossero così irreali
abbandonate al
sonno impressionista,
ma si fecero ritrarre da
Monet per diventare
regine di uno stagno
senza tempo e il
passivo delle ombre.
Se l'arte cadesse a
terra il mondo rimarrebbe
orfano d'immagini
vive e fresche di come
sono sempre state
appese alle pareti
del tempo che le
ammira - fermandos -
contento.


IL VASO DI PANDORA

Molte mani
accarezzavano
l'oggetto donato
a Pandora
nella notte
dei tempi, vaso
prezioso con
decori marini,
l'oro e l'argento
erano i capelli
di meduse.
Custodiva quel vaso
segreti e non
pietre preziose,
chiuso e accanto
a Pandora mostrava
i suoi colori mentre
le leggende gli
scorrevano intorno.
Prima donna
modellata da
Efesto, Pandora
ricca di doni
si avviò sulla
terra di Grecia
e stringeva quel
vaso pesante
di misteri divini.
Curiosità di donna,
dal vaso uscirono
tutti i mali e Pandora
è ancora lì che piange.



VOCE DI FONTANA

Esce con
l'acqua voce
di fontana fresca
in ogni ora
dell'umanità
assetata che
non ascolta quello
che dalle labbra
di un mito in pietra
attraversa il silenzio.
Mi avvicino
alla fontana
che rigenera anche
il presente, starti
vicino mi sembra
di essere tua amica
sin da quando
la vasca si
riempì delle
tue grida.
Voce di fontana
autentica nel
cuore di una
città romantica,
chissà dove finisce
il tuo racconto e
ricomincia il
mio ascoltare.
Quale scultore
ti ha dato anche
la voce oltre a
convogliare l'acqua
nella gola tua di
Telamone?
Rinfrescami
la mente di
poeta e scriverò
anche del tuo
zampillare.



LA NAVE DI ULISSE

Alzava le vele
secondo il volere
di Athena che
parlava ad Ulisse
come ad un fratello
eppure vagò
per molti anni
senza poter tornare
ad Itaca.
Aveva la prua
gagliarda da far
nascere la rabbia a
Poseidone e la
nave di Ulisse non
chiese perdono e il
mare fu la sua prigione
e le onde furono
le sue catene.
Neppure le sirene
la dimenticarono
e neanche Polifemo
per quel che ricordava
dall'alto di una rupe
non vedente, cercò
di colpirla con un masso.
Dimora di un eroe
senza dimora,
luogo di battaglie
perse e vinte,
nave sfortunata
di Ulisse coraggioso,
il mare ti cerca ancora
ma tu riposi altrove!



Il riposo di Flora

Con fili d'erba
aggrovigliati e
confusi coi capelli,
Flora riposa
senza anelli
in un mare di coralli
che di onde ne hanno
poche, perché
c'è solo il prato.
Il suo mondo è
la natura sempre
verde, sempre in festa
fino a sera e non
dice mai bugie,
perché la natura
è vera.
Cosa sogna Flora
in quella mente
virente con le
rose che circondano
la corona sua
d'ancella di madre
Natura e non cade
pioggia a sciogliere
quei riccioli attenti,
mentre Flora riposa.
Gli gnomi la sollevano
come foglia leggera
per condurla a riparo
da ogni cosa e
l'elastico dei tuoni
si ribella al mutamento
e fa rumore per
svegliare l'ancella.
Flora si sveglia.
Flora non riprovera
e scioglie le mani
per ritornare a
dipingere la sua
stagione più bella!


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