Giacomo ABBATE è di Savona; con Carta e Penna ha pubblicato


PRIME POESIE di Giacomo ABBATE - 10 €. -

Le poesie raccolte in questo volume sono, come si evince dal titolo, i primi scritti dell'autore e toccano gli argomenti più disparati:
l'handicap, il ruolo dela donna, i ricordi... Proponiamo alcuni versi dedicati alla moglie:

Da più di vent'anni noi siamo sposati,
belli dolci e sani abbiamo tre figli
abbastanza studiosi e aperti ai consigli
ci amiamo come quando ci siamo incontrati.
Mia moglie è una donna opulenta e formosa
ha belle curve da accarezzare e da vedere
incantato dalle movenze del sedere
piene ho le mani della sua carne setosa.
Belle le rughe profonde d'espressione
ha amato, ha sofferto, si è anche divertita
ha partorito i figli, ha amato la vita
ha dato tanto con dolcezza e passione.


Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto:

CARABINIERE

Vedi l'abisso dell'esistenza umana
il lato oscuro dell'uomo delinquente
che morto dentro e pervertita la mente
persegue il delitto con passione insana.
Le risse, i furti, le rapine e l'assassinio
fino agli orrori della pedofilia
gli stupri, i ricatti e la necrofilia
e altri delitti che sono un abominio.
Purtroppo niente di nuovo sotto il sole:
l'uomo è il peggior nemico di se stesso,
insegue la sua chimera, e troppo spesso
procura la morte anche alla sua prole.
Contro le tenebre dell'umana esistenza
avanza l'Arma nei secoli fedele;
nell'ombra nera porta le bianche vele
dalla giustizia perseguita con pazienza.
Carabiniere, leggendaria è la tua storia;
su tutto il territorio, in pace e in guerra
con te è più sicura la nostra amata terra,
il medagliere dell'Arma è gravido di gloria.
Sei mandato missione in terra straniera,
i pericoli mortali, i continui agguati
sotto l'attacco di terroristi spietati
non sapendo di giorno se rivedrai la sera.
I pattugliamenti, le veglie, l'ansia concitata
in climi spaventosi in paesi arsi dal sole
sospirando l'Italia e le sue belle aiole
braccato dalla morte, una caccia spietata.
Lontano dall'Italia la tua vita langue;
se cadi schiantato sul campo dell'onore,
vicino a te c'è comunque il Tricolore:
il verde dell'erba, il bianco della camicia,
il rosso del tuo sangue.


AVIS SAVONA

Tessiamo la grande rete d'oro e d'amore
col calore affettuoso del nostro cuore.
Tutte le mattine sorge il sole all'orizzonte
Tutte le mattine ci sono persone pronte
a compiere il rito misterioso e affascinante
del dono del sangue purpureo e brillante.
Non versano il sangue del nemico ucciso
ma versano il proprio per portare un sorriso,
facendo la guerra incessante alla morte
strappando persone a una misera sorte,
a malati, a persone sulle strade schiantate,
a lavoratori caduti sulle moderne barricate;
perché il benessere odierno di sangue gronda
ogni oggetto che tocchiamo il sangue lo innonda.
Passano gli anni, il capello si fa grigio
e sempre il donatore al suo dovere è ligio.
Passano gli anni, il capello si fa bianco,
ma ancora di dare il vecchio non è stanco.
Chi dice, ottenebrato, che al mondo non c'è amore
vada alla mattina all'AVIS a riscaldarsi il cuore.
Donare è possibile perché all'AVIS i volontari,
medici, infermieri, aiutanti e funzionari,
nel gelo del mattino, nei più sperduti paesi,
qualunque sia il tempo a far prelievi sono tesi;
a Urbe e a Calizzano, a Bardineto, a Sassello
insomma dovunque l'AVIS trova un fratello.
D'estate e d'inferno, quando è più duro andare
i soldati della vita sono pronti a prelevare
il sangue preziosissimo, a portarlo all'ospedale
sorgente di salvezza per chi si sente male.
Stesa su Savona è la rete d'oro e d'amore,
dagli avisini col calore del loro cuore.


IL CENTRO TRASFUSIONALE DI SAVONA

I giornali riportano dei medici gli errori
ma ignorano degli ospedali i grandiosi tesori.
Solo pochi ricordano i milioni di guariti,
neonati operati al cuore appena partoriti.
Le mani riattaccate, le protesi stupende
le ferite richiuse, liberate dalle bende.
I visi ricostruiti con le plastiche facciali,
il grande ospedale cura tutti i nostri mali.
Nostra sorella morte frequenta gli ospedali
per mettere alla prova il coraggio dei mortali.
Bambini ormai morenti strappati dalla tomba
il grido di gioia dei medici rimbomba.
La signora del mondo osserva compiaciuta,
non esita a sorridere vedendosi battuta.
Nel corpo della città, nel sistema arterioso
volano le ambulanze col volontario glorioso.
Squillano le sirene con angoscia estrema
portando i moribondi alla salvezza suprema.
Finalmente il pronto soccorso, l'ansia concitata,
l'intuito fulmineo ha un'altra vita slavata.
I drammi sulle strade, i parti in ambulanza
la stella di Valloria irradia la speranza.
Pulsa il cuore immenso dell'enorme ospedale
è un porto di speranza per chi si sente male.
L'immensa complessità, gli smisurati magazzini
migliaia di medicinali a salvare i destini.
L'immensa complessità delle cucine e dei pasti,
la distribuzione, i gas tecnici e riparare i guasti.
Chilometri di cavi, di tubi e di condotte,
il grande ospedale pulsa, vivendo giorno e notte.
E medici, infermieri, aiutanti e volontari,
silenziosi combattono per salvare i nostri cari.
L'uomo sarebbe misero e solo sulla terra
se l'ospedale al pericolo non facesse la guerra.
A sostenere l'ospedale accorrete volontari
con opere, assistenza e dono di denari.
Ma sotto a tutto scorre un grande fiume ardente
donato alla comunità senza chiedere niente.
Un fiume di sangue donato all'ospedale,
la fonte della vita per chi si sente male.
Per gli italiani e gli stranieri alleviato è il dolore
Il sangue umano è rosso, è di un unico colore.
Il rosso della bontà, il rosso dell'amore
nessuno è straniero per il dono e l'onore.
Correte clandestini il vostro sangue a donare
per salvare i malati che non possono aspettare.
Le donne destinate al parto sanguinoso
spesso sono salvate dal dono generoso.
Arrivano operai nei cantieri schiantati,
con ferite lancinanti, con i visi sfigurati.
La gioventù in atroci incidenti macellata
ha bisogno di sangue per essere salvata.
Organi trapiantati sono vampiri di sangue
senza il vermiglio liquido il malato langue.
Nel centro trasfusioni efficiente e ovattato
tonnellate di sangue ogni anno è trattato.
Le mani leggere come farfalle delicate
piantano gli aghi nelle vene già provate.
Non si sente nulla, comodamente sdraiati
mentre il sangue fluisce per salvare i malati.
Un'attenzione vigile e tanta gentilezza
fanno della donazione un momento di bellezza.
Coloro che non vedono la Sanità “buona”
vadano a vedersi il Trasfusionale di Savona.


CALIGOLA

Nome feroce per un dolcissimo gattino
nomen omen vale solo per i cristiani
ma non è valido né per gatti né per cani,
lo chiamiamo Cipolla e anche Tenerino.
Della nostra casa è il dolcissimo folletto,
esplora ogni più nascosto ripostiglio
miagolando forte e con fiero cipiglio
se teniamo chiusa la stanza da letto.
Passeggia ovunque, silenzioso e leggero
tenero e lieve, elegante e delicato
amante del morbido e col passo felpato
per lui la casa è fonte di mistero.
Mi viene incontro come appena arrivo
si sdraia sul tappeto anelante d'affetto
attende fiducioso, sa che non ci metto
molto a impastarlo, di vezzi non lo privo.
Mi sale su una spalla se lo prendo in braccio
poi si acciambella di traverso sul collo
vibrando per le fusa, non è mai satollo
di coccole, rilassato come uno straccio.
Metto tavola e tolgo la roba stesa
sempre col gatto soddisfatto addosso,
cauto nel muovermi, non vuol essere scosso,
farlo scendere è una laboriosa impresa.
È un siamese, avente azzurri gli occhi
dolcissimi e fiduciosi, ormai è anziano
vibra dolcemente sotto la mia mano
mi segue ovunque e vuole che lo tocchi.
È una presenza costante e silenziosa
dorme con noi alla sera nel letto
lo carezziamo con intenso affetto,
una ciambella morbida e affettuosa.
È stato malato di un'infezione strana
noi disperati lo vedevamo con terrore
stanco e smagrito, ci si stringeva il cuore
lo abbiamo curato per una settimana.
Mia moglie faceva la flebo e la puntura,
si lasciava far tutto, dolce e fiducioso
mai si è ribellato all'ago doloroso
e fortunatamente ha reagito alla cura.
È guarito bene il dolce gladiatore
che il suo territorio difende con coraggio
perché il giardino non subisca l'oltraggio
della presenza di un estraneo invasore.
Mia moglie si sdraia, la tele a vedere
lui subito le si accuccia sulla pancia
oppure sul petto, le respira sulla guancia
soddisfattissimo, quasi tutte le sere.
Venerdì arriva mia figlia da Milano
l'incontro è molto tenero e affettuoso,
lui entra nella valigia e guarda curioso,
poi si accuccia nei vestiti piano piano.
Alla sera tocca a lei averlo nel letto
ci mette un po' a trovar la posizione
poi si rilassa, è tanta l'emozione
di averla vicina, che ronfa con diletto.
Il nostro Caligola, Cipolla e Tenerino
da sedici anni compagnia ci tiene
tutti e tre gli vogliamo tanto bene,
sia lunga vita al nostro bel micino.


EMIGRAZIONE

Vai, striscia in ginocchio da tutti umiliato
la tua Italia matrigna ti ha abbandonato.
Eravamo raminghi, sulla terra pezzenti
per noi i lavori più duri, vivevamo di stenti,
il pane degli altri era amaro da mangiare
in paesi senza sole, non ci facevano parlare.
A dura vita, a dura disciplina muti, derisi
solitari stavamo, le nostre vite senza sorrisi,
senza famiglia, senza fiori e senza sole
struggendoci per l'Italia e le sue belle aiuole.
Con amarezza lasciammo i nostri paeselli
eravamo sfruttati dai nostri stessi fratelli,
miseria senza requie e la fame e la fatica
per il povero non c'è alcun Dio che lo benedica.
Quanto coraggio ci voleva a emigrare,
il giogo durissimo andare a sopportare.
Nel sud della Francia fu il crudele massacro
nelle pietre il sangue faceva un lavacro.
In America a Chicago Italiani massacrati
da probi cittadini, ma razzisti spietati.
In Germania erano trattamenti disumani
vietato era l'ingresso ai cani e agli Italiani.
Mandavano il denaro del loro sangue intriso
perché la loro famiglia avesse un sorriso.
Mandavano il carbone del loro sangue intriso
i morti a Marcinelle son tutti in paradiso.
A Mattmark Italiani sepolti senza croce
mai più le loro madri ne sentirono la voce.
Il fisico d'acciaio, il coraggio dei leoni
grandiosi a sopportare fatiche e umiliazioni.
All'estero, nel mondo da tutti disprezzati
dai nostri governanti derisi e abbandonati.
Figli di un Dio minore, di una patria matrigna
raminghi per il mondo sotto una sorte maligna.
Gli ebrei da millenni sulla terra italiana
nel '38 abbiamo fatto una legge disumana.
Non servì il loro sangue per l'Italia versato,
furono condannati a un destino spietato.
Subirono la Diaspora dai cattolici italiani,
qualcuno si salvò con sforzi sovrumani.
Gli altri subirono nei lager il martirio
contente l'Italia e la Germania nel delirio.
Decine di ebrei salvati a rischio della vita,
migliaia di denunciati, la lor fiducia tradita.
Fra i Giusti di Israele centinaia di italiani,
migliaia di italiani si infangarono le mani.
Benvenuto allo straniero, non sia fonte di paura
facciamo sì che la sua sorte non sia dura.
Spesso è un proscritto e in miseria langue
per arrivare da noi paga il tributo di sangue.
Non viene a trionfare, ma viene a sopportare
diamogli affetto, un posto da riposare.
Onore sia alla Madonna dei clandestini,
una dottoressa che tentava di alleviarne i destini,
e provava a rianimare un africano morente
sulla spiaggia italiana, sotto il sole cocente.
Avvolgiamoli di affetto, di dolcezza e di calore
diamogli un dono prezioso, diamogli l'amore.


EBREI ITALIANI

Uno squarcio nel ciclo, un baleno rovente
si affaccia dall'Empireo Iddio onnipotente
che assieme al grande alato Gabriele
cercano sulla Terra i Figli di Israele.
Si soffermano su un dolce paese, l'Italia
che da sempre ai popoli ha fatto da balia;
ma non agli ebrei, fu per loro matrigna
li ha perseguitati con costanza maligna.
Nei ghetti disumani, col marchio sui vestiti
braccati, rapinati, laceri e denutriti.
In pieno novecento i lor bambini rapiti
nel ghetto di Roma, e poi nel nulla spariti.
Ma essi con la loro pazienza leggendaria
hanno vissuto la loro epopea bi millenaria.
Per millenni hanno commentato la Torah,
seguendo i bracci dell'ardente Menorah,
che li ha guidati nel buio della storia,
candeliere a sette luci ricolmo di gloria.
Della stirpe umana è il simbolo più antico
da troppi è considerato l'emblema del nemico.
Nei ghetti, nei pogrom, nell'esilio odioso
il simbolo arcano risplendeva luminoso.
Ha del miracoloso l'averlo preservato
nelle catastrofi che gli ebrei hanno passato.
Non portavano armi contro chi li opprimeva,
da millenni tramandano il linguaggio di Èva.
Dio ammirava la mansuetudine di Gandlii
ma gli Ebrei nella sventura furono più grandi.
Mazzini era morente a Pisa clandestino
dell'apostolo d'Italia amaro fu il destino.
In casa dei Rosselli, ebrei, fu ospitato,
la vergogna dell'arresto gii avevano evitato.
Nel Risorgimento d'Italia hanno combattuto,
assieme a Garibaldi dopo lo Statuto.
Mille ebrei decorati nella Grande Guerra
per fermare l'invasione della nostra terra.
Non servì il loro sangue per l'Italia versato,
furono condannati a un destino spietato.
Figli di un Dio minore, di una patria matrigna,
raminghi per il mondo sotto una sorte maligna.
Gli ebrei da millenni sulla terra italiana
nel trentotto fu fatta ma legge disumana.
Subirono la Diasporadai cattolici italiani
qualcuno si salvò con sforzi sovrumani.
Gli altri subirono nei lager il martirio
contente l'Italia e la Germania nel delirio.
Decine di ebrei salvati a rischio della vita
migliaia denunciati, la lor fiducia tradita.
Fra i Giusti d'Israele centinaia di Italiani,
ma altri a migliaia si sporcarono le mani.
Dalle case strappati, dal Portico di Ottavia,
l'umanità cristiana si ricopriva di ignavia.
Alcuni disperati arrestati sui confini,
per avere la taglia, venduti agli assassini.
Già salvi oltre confine e indietro trascinati
ad Auschwitz e Treblinka infine deportati.
Ritornarono pochi ebrei, derisi e umiliati,
trovando al loro posto chi li aveva condannati.
Tornati dall'inferno, sopportato ogni dolore
più d'uno fu condannato come disertore.
Anche nel dopoguerra i lor cimiteri profanati,
troppi sono gli assaliti, troppi gli insultati.
Gli ebrei italiani, sotto larvata minaccia
svaniscono man mano senza lasciare traccia.
Mentre si loda latolteranza per il diverso
sotto i nostri occhi scompare un universo
fecondo, di storia millenaria, risplendente
dalla patria italiana tristemente sparisce.
Spariranno i rituali, i cantori taceranno
le belle sinagoghe pian piano chiuderanno.
Lo Shemà Israel, non sarà più recitato,
rimarrà soltanto la dolce eco del passato.
Addio sacra Menorah, Stella di Davide addio
degli ebrei italiani rimarrà solo l'oblio.


ASPETTERO'

A Vado, nel 1960, in piena estate la spiaggia è affollata di gente abbronzata; il sole di luglio brilla trionfante, il mare con le sue onde eterne risana e calma i bagnanti; c'è gioia di vivere. Al pontile attraccano le navi, i grandi stabilimenti lavorano a pieno ritmo, pieni di migliaia di operai; nella piana di Quiliano si producono centinaia di tonnellate di frutta e verdura. Pulsa la vita, e anche se le tracce della guerra sono ancora vicine, il desiderio di riuscire, di riscattarsi da un passato di miseria, il fatto stesso di dormire senza l'incubo dei bombardamenti o le feroci retate degli occupanti stranieri, purtroppo entusiasticamente aiutati da complici italiani, porta a una serenità, al sentire che il futuro sarà senz'altro bello. Stasera si balla in vari bagni, nelle società, all'aperto.
Quasi all'improvviso nasce una voce: un gruppo di atleti stranieri che si trova qui a spiaggia per fare cure di nuoto e di sole, propone di fare una gara di tiro alla fune.
È un tipo di gara molto diffuso da “loro”, pochissimo da noi.
Tra i nostri c'è una grande emozione; un uomo curioso ricorda delle cose: noi con gli straccioni di Garibaldi alla difesa di Roma, “loro” con le belle divise, noi con gli straccioni a Curtatone e Montanara contro di “loro” perfettamente equipaggiati, noi con gli straccioni alle Cinque Giornate di Milano, alle Dieci Giornata di Brescia, alla difesa di Venezia.
Il salto fino al '43, noi con gli straccioni partigiani; fischia il vento, infuria la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andare, “loro” con le truppe organizzate; noi lacerati dalla vampa d'odio tra fratelli, noi che catturiamo i nostri per consegnarli a “loro” e avviarli a un destino atroce nelle caligini nordiche, un destino di deportazione, di morte, di tortura; “loro” uniti, come sono uniti nel disprezzo verso i loro complici traditori dell'Italia.
L'uomo curioso è un sopravvissuto, porta ferite indelebili nell'animo; sa di essere emotivo; questa è solo una gara di tiro alla fune, nell'Italia libera, nella sua Vado; ma una frase dal significato sinistro gli pulsa dentro: ancora una volta.
Si cercano uomini robustissimi, e certo non mancano; operai che fanno lavori pesanti e, a casa coltivano orti, zappano, potano, sviluppando una forza e una resistenza fisica eccezionali.
Viene raccolto un gruppo di uomini, che nei prossimi giorni parteciperà alla gara. Quel giorno l'uomo curioso vede la squadra dei “loro” e ha una stretta al cuore: sono veri atleti, spalle larghe, toraci rilevati; non sono giovanissimi e certo qualcuno di “loro” era da queste parti in ben altre vesti, solo pochi anni fa.
Le due squadre sono a peso: cioè la somma del peso deve essere uguale e perciò i nostri, che sono piccoli e magri, sono due di più di loro. L'uomo curioso li guarda: non spalle larghe non toraci rilevati; qualcuno ha le spalle curve, le spalle del sopportatore; le mani sono grosse, nodose, abituate alla fatica incessante.
Ogni squadra ha un capitano, che coordina il tiro degli uomini. Sulla passeggiata dei giardini viene tracciata una linea; viene trovata una corda adatta. Fra i nostri c'è un dottore, anche lui un sopravissuto e del resto la squadra è formata da uomini molto particolari. Il capitano sussurra qualcosa al medico; chiamano gli uomini, e il capitano parla: ricorda loro gli anni del '43 al '45, risveglia i ricordi, fa rivivere episodi che tutti sanno e che pulsano dolorosi nell'anima; non spinge all'odio inutile, ma li incita a “ricordare” cioè riportare al cuore il passato per trarre forza per la prova attuale; la bufera è passata, tutto è finito, tuttavia……
Il medico, il capitano, l'uomo curioso e gli uomini entrano nel capanno di un pescatore. Non sanno perché ed ecco che il capitano glielo dimostra dicendo che col sacrificio siamo sopravissuti, col sacrificio oggi vinceremo, altrimenti “loro” torneranno ai loro paesi, dicendo “ancora una volta”. Non possiamo permetterlo.
Il capitano si siede a un banco di lavoro, mette la mano sinistra col palmo in alto sopra un foro nel legno del banco, tiene un chiodo rivolto verso il palmo; dice loro “ho sopportato la tortura, sopporterò anche questo”; con la destra prende un martello, batte solo un colpo fortissimo, il chiodo si pianta nel palmo, esce dall'altra parte; un rictus terribile fa contrarre il corpo e gli uomini non dimenticheranno mai più l'atroce smorfia dello sventurato; il medico fascia la mano trafitta; gli uomini sanno che è giusto, sanno che c'è bisogno del sacrificio, rabbrividiscono dall'orrore, ma è giusto così. Il capitano si alza, dice le parole che scaveranno un solco nell'anima di ognuno: “Andate, tirate, vincete, io aspetterò”. La sua voce è un rantolo che scandisce l'incitamento.
Le due squadre sono pronte; cinque dei “loro” e sette dei nostri, per equilibrare il peso. Due arbitri, due capitani.
La corda viene afferrata, i corpi si tendono; “loro” guidati dal grido ritmato, calmo del loro capitano; trasudano sicurezza; la posizione con la schiena dritta per lasciare libera la respirazione, le braccia contratte, sono pronti.
Anche i nostri sono pronti, si tendono; le schiene sono curve, le teste quasi toccano la corda, il capitano, sul ritmo della pulsazione insopportabile della mano ripete con angoscia: “Tirate, vincete, tirate, vincete…”.
Uno dei nostri è un marinaio, un sopravvissuto a un naufragio dopo che la sua nave è colata a picco; ricorda quando, caduto in acqua, è riuscito ad aggrapparsi a un pezzo di legno, mentre i suoi compagni morivano.
“Quando morimmo non suonarono campane, un gabbiano sperduto ci benedisse”.
È solo in mezzo al mare, non sa se verranno a cercarlo, ma si tiene tenacemente ancorato con le mani al rottame; scende la notte, scendono i fantasmi per prenderlo, ma arriva l'alba e con l'alba la sofferenza; il sole batte implacabile, ha fame, ma soprattutto la sete si fa intollerabile; si bagna la testa rovente, poi, non resiste più e beve un po' d'acqua. Peggiora la sete, eppure per due giorni e due notti resiste; un mattino vede una lancia, ma non crede ai suoi occhi, pensa che sia il delirio. Invece lo salvano e ritorna a combattere su un'altra nave. Con la stessa tenacia con cui ha tenuto il rottame ora tiene la corda del tiro.
Anche il secondo uomo della fila ricorda: è un sopravissuto della ritirata di Russia, e tutto ha sopportato, continuamente meravigliato del fatto che il suo corpo potesse sopportare le marce terribili, il freddo, la fame.
Nelle pianure russe, nelle immense steppe, stretti dal gelo implacabile, sotto l'attacco dei sovietici, morivano a migliaia sepolti nella neve. E Nikolajevska, e la Madonna del Don.
Ora sente non il caldo sole a Vado, ma il freddo della Russia, non il vento caldo della riviera ma il terribile vento ghiacciato che taglia il viso; le sue gambe invincibili si tendono, anche lui si ripete le frase terribile. “Ancora una volta”.
Il più giovane che tira alla fune ricorda; gli scioperi del '43 nelle fabbriche di Vado. Le repressioni si abbattono sugli operai, a gruppi vengono catturati e deportati. Quel giorno, il ricordo lancinante; lui e sua madre corrono dalla Brown Boveri, avvertiti da qualcuno; su un camion ci sono degli operai, uno è suo padre; lo chiama disperato, corre dietro al camion; suo padre lo vede, gli fa un saluto e scompare. Non è più ritornato. Tirate, vincete, e lui, torturato dal ricordo terribile, tira con tutta la sua forza.
Anche il quarto uomo ricorda; è stato catturato, messo su un vagone piombato, portato al nord.
“Viene l'armistizio, la sventura li ha azzannati, migliaia di soldati sono sepolti senza croce mai più le loro madri ne sentirono la voce, dai paesi partono le tradotte dei deportati”.
Anche lui la fatica disumana, il freddo, la fame e l'ultima marcia per spostare i prigionieri verso ovest. Chilometri nel fango, lo sfinimento assoluto, ma anche la caparbia volontà di vivere; vedere cadere i suoi compagni attorno a lui e poi, la liberazione. Anche ora i suoi piedi mordono la terra, tirate, vincete, le sue mani stringono spasmodicamente la corda: ancora una volta.
Il medico ricorda. Era il medico dei partigiani, procurano documenti falsi, falsi ricoveri, portava messaggi; quel giorno, un attentato a Savona; un gappista fugge verso corso Italia; lui lo vede. Parole concitate, presto in un reparto, traumatologia; ci sono lavori edilizi, c'è un secchio di ferro pieno di macerie pesanti; si capiscono al volo; il corridoio è deserto, il secchio piomba sull'avambraccio, lo rompe. Presto nel reparto, presto il gesso, che viene sporcato in modo da farlo apparire, almeno a occhi profani, di qualche giorno.
Nel letto, presto; eccoli, arrivano; il medico gli dà la capsula del veleno, da tenere tra le guance e i denti, nel caso … avvertendolo dell'estrema fragilità del vetro. Arrivano, girano, lo vedono; vedono il gesso e chiedono al dottore di quanti giorni è: otto giorni, confermati dal registro dei ricoveri. Se ne vanno, ma il medico su che ritorneranno accompagnati da un medico traditore; egli assiste alle torture, rinforza gli interrogati con iniezioni in modo da prolungare la loro vita e possano alla fine stremati, parlare.
Quel giorno ha assistito all'interrogatorio di un prete veramente ostinato; invece di confessare il suo aiuto ai partigiani e di farne i nomi, resiste con un'ostinazione assurda. È sera e il medico va al carcere di Sant'Agostino a vedere come sta questo sacerdote ostinato, torturato personalmente dal più feroce torturatore della zona, un italiano.
Entra nella cella, dove il sacerdote è riverso sul tavolaccio; gli sente il cuore, e soddisfatto gli annuncia per domani la ripresa degli interrogatori; allora il sacerdote gli dice le terribili parole: “Voi siete dannato, avete perso la grazia divina; c'è riscatto per tutti, basta una sola azione a salvare l'uomo dal perdersi; Dio ha pietà del peccatore, è venuto apposta per lui. Anche per il vostro amico torturatore italiano c'è speranza, perché lui ci odia fanaticamente, mentre voi non ci odiate, né me né nessuno, fate il male per la gioia di farlo, credete di affiancarvi al vincitore; ma il peccatore si salva, anche il suicida; ma voi siete dannato”.
Il medico esce furibondo e va a casa, dove lo avvertono che un ufficiale straniero vuole parlargli. Si sente gelare, sa bene cosa significa la lugubre mitologia nordica. Prudente come sempre, si inserisce due capsule di cianuro in bocca; suo suocero lo chiama con disprezzo “Cintura e bretelle” perché, nella vita non si sa mai. Lo accompagnano all'ospedale; l'ufficiale gli dice che vuol sapere se un'ingessatura è recente o ha qualche giorno. Il medico capisce al volo; entrano nella camera dell'ospedale e gli si presenta brutalmente la situazione: il partigiano ricoverato, il medico suo antagonista già entrato nella leggenda per i suoi salvataggi, e certo prediletto da Dio; vede se stesso, alleato dello straniero, anche lui è nella lugubre leggenda, quella dei traditori, è dannato.
Guarda il gesso, chiede infermieri, fa aprire l'ingessatura ed esamina con cura il braccio; conferma all'ufficiale che la rottura risale ad almeno a 8 o 10 giorni prima se ne vanno e lui, preso da un presentimento, va al carcere; si fa aprire la cella del sacerdote; è morto dissanguato, si è lacerato le vene. Ricorda le parole: c'è salvezza anche per il suicida, tanto più chi si è suicidato per salvare altre persone.
Intanto all'ospedale non perdono tempo: si rifà il letto, il partigiano viene nascosto nel carro dei sacchi della spazzatura e via verso Corso Ricci, Ciantagalletto, Cadibona, la salvezza nei boschi.
Il medico traditore va verso casa, arriva;una telefonata del suo antagonista lo avverte: è arrivato il torturatore italiano all'ospedale, ha scoperto la fuga e viene a prenderti. Si siede a mangiare con la famiglia, quando sente nella strada la brusca frenata di una camionetta; non più incertezze; il testamento più breve (lascio tutto a mia moglie) la firma; subito le capsule del veleno in bocca e ai suoi famigliari stupefatti dice quella frase che mai avrebbe pensato di dire, con una fierezza che certo non gli è abituale: “Ho ingannato i traditori, ho salvato un italiano”. Apre la finestra e le persiane, appoggia una sedia al balcone; rompe le capsule di cianuro e vola nel vuoto: il tempo di dire “Gesù, Maria accoglietemi” e lo schianto agghiacciante sul marciapiede.
Arriva il torturatore, colpi brutali alla porta; gli aprono, lui vede la finestra aperta e capisce al volo: corre nella strada, vede il morto; la speranza che sia solo ferito è subito spenta.
Avvicina la testa al viso del medico, sente l'odore del cianuro: prudente il bastardo.
Anche il medico, spronato dai ricordi, tira con tutte le sue forze, mentre il richiamo ossessivo “Tirate, vincete” non smette di risuonare.
Molti spettatori dei “loro” assistono alla gara e sono stupiti dal silenzio dei nostri spettatori. L'uomo curioso sa il perché:
“E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore.
Con i morti abbandonati nell'erba dura di ghiaccio,
al lamento d'agnello del fanciullo,
l'urlo nero della madre che corre incontro al
figlio crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

(Quasimodo)

È una semplice gara di tiro alla fune, ma i nostri spettatori, oppressi dall'angoscia, soffrono con gli uomini impegnati nello sforzo: nei loro muscoli per dare forza, nei loro cervelli per dare coraggio. Tirate, vincete, ma ecco che uno dei nostri barcolla; subito “loro” tirano, con abili strattoni cercano di far cadere i nostri; il mare ferma quasi le onde: cessa il vento, calma la bufera. Il sole guarda la gara, vorrebbe fermarsi.
Il nostro capitano incita disperato; ma i nostri cedono a piccoli passi, si avvicinano pericolosamente alla linea.
Tra gli spettatori c'è una ragazza, figlia di un sopravissuto; ella guardava stupita suo padre, non sapeva che avesse tutti quei muscoli, scarnificati per lo sforzo; lo chiama, con un urlo che emetterà solo nel parto: Papà! Un urlo che nasce dalle profondità dell'anima e dal profondo delle viscere.
Il richiamo raggiunge i cervelli ottenebrati dalla mancanza di ossigeno, gli uomini respirano, e i richiami angosciosi scandiscono lo sforzo: Papà e tirate, vincete; il capitano incita con voce fortissima, l'urlo pulsante col ritmo del dolore che gli strazia la mano.
Anche loro sono provati, il sole li cuoce, non sono abituati a sopportare l'insopportabile; l'incitamento del loro capitano si fa più isterico, aveva programmato una vittoria, ma con impegno, lasciando spazio ai nostri perché risaltasse più difficile e più gloriosa. Ora vede la difficoltà.
Ecco che suona la fortissima sirena della Monteponi, seguita da quella dei “Carboni” e della Astrea.
È una sterzata ulteriore di energia per i nostri, a uno cola il sangue da sotto le unghie, come gli sanguinavano i piedi nella ritirata di Russia; ecco che i nostri arretrano, un centimetro dopo l'altro le energie residue vengono fuori, sentono se stessi arretrare, decuplicando lo sforzo. Il richiamo del “loro” capitano si fa ossessivo, la voce sale a un'altezza eccezionale, non più il vigoroso incitamento sportivo, ma urli isterici, che i nostri hanno udito nei campi. Anche questo contribuisce a dare forza ai nostri, che arretrano inesorabilmente. “Loro” sono troppo ben nutriti, non sopportano, avanzano un centimetro per volta, perdono coraggio; un ultimo sforzo, i nostri fanno passi cortissimi indietro e finalmente “loro” passano la linea. I nostri non riescono ai fermarsi, non sentono e non vedono niente, ma il richiamo del capitano cessa; ora manca il grido che scandisce il tiro, arriva l'ultimo comando: Basta! La fune viene lasciata, i nostri tornano a vedere, il respiro si fa più regolare, mentre li assale una selvaggia impressione di trionfo. “Loro” ansimano, increduli inebetiti. Il loro capitano, con uno sforzo tremendo riesce a dominare la furia, stringe la mano del suo antagonista. Vede la sua mano sinistra avvolta nel fazzoletto insanguinato, vuol sapere; il nostro capitano toglie il fazzoletto; la mano è mostruosamente gonfiata attorno al chiodo, “loro” vengono a vedere, il nostro capitano sorride: con calma espone la mano, “loro” sono inorriditi e profondamente turbati: vedono i piccoli uomini che li hanno vinti, vedono la folla silenziosa che li guarda; capiscono che non ci sarà ancora una volta.
Il medico estrae il chiodo, cura la mano, ma una cosa non si potrà curare; le corde vocali del capitano sono spezzate per sempre.


CREARE LA BRUTTEZZA

L'aspetto di un paese o di una città è determinato da un insieme di fattori la cui somma fa sì che noi recepiamo subito un messaggio complesso: assieme a case, palazzi, borgate, chiese e paesaggi che sono spesso di bell'aspetto vediamo anche un assieme di cosa fortemente deprimenti e, purtroppo, progettate e costruite apposta.
Tutto ciò porta alla “creazione della bruttezza”, tenacemente perseguita specialmente dagli Enti pubblici, i quali dovrebbero essere in teoria più lungimiranti, attenti e aperti dei privati all'aspetto di ciò che viene costruito.
Per valutare il fenomeno depressivo occorre un lungo e lugubre elenco di cose in apparenza inspiegabili.
1) Lavori mal fatti
Asfaltature di pessima qualità e che invece di far evacuare l'acqua piovana la raccolgono in profondi laghetti; tombini appositamente piazzati troppo alti rispetto al piano, troppo piccoli e radi; risultato finale: continue riasfaltature, acqua scagliata dalle auto addosso ai passanti, scarpe piene d'acqua. Pessima qualità dei materiali: bordi dei marciapiedi che invece di essere le massicce ed eterne pietre di un tempo, sono fragili e mal fissati blocchetti di cemento, facilmente sbrecciabili e scalzabili.
Esempi:
Ingressi della metropolitana di Genova: i muri sono rivestiti con pietre tenere e friabili, già rotte pochi giorni dopo l'inaugurazione.
Piazza del Popolo a Savona: il rifacimento dei marciapiedi sotto i portici, invece di fare una spesa minima sostituendo le lastre di pietra ruvida lesionate (piazzate 110 anni fa) e lasciando lo splendido piano esistente, con una spesa enorme si è rifatto detto piano con pietra estremamente liscia, cosicché quando piove si forma una poltiglia scivolosissima, su cui non solo si cammina molto male, ma esiste il concreto pericolo di cadere. La piazza vera e propria, che ancora piange l'abbattimento della stazione Letimbro, è diventata uno squallidissimo parcheggio. Occorrevano lunghe file di platani che, piantati a suo tempo, adesso sarebbero già molto grandi e, adeguatamente potati curando la crescita dei rami orizzontali, avrebbero formato una splendida cortina di verde, generatore di ossigeno e divoratore di inquinamento; aiuole numerose, lampi di colore. Visti in Francia, impossibili a Savona. Discese dai marciapiedi per le carrozzelle degli invalidi: allucinanti e fatte con un sadismo degno di miglior causa. Invece di essere dolcemente raccordate all'asfalto, dette discese hanno spesso un gradino di quattro o più centimetri, assolutamente impossibile da superare; piastrellature già rotte dopo pochi giorni dalla posa.
Al suddetto, parziale elenco segue ora:
2) Arredo urbano misero.
Panchine brutte e fragili, assurde: basta vedere la nuova, catastrofica passeggiata di Corso Vittorio Veneto, con gli orridi cubi di cemento senza spalliera, e che riscaldati dal sole producono a chi si siede danni alla salute; questa passeggiata, insieme all'orrida pensilina di attesa dei bus è un esempio: tutti gli studenti (geometri, ingegneri, architetti) dovrebbero essere accompagnati a vederla e le scuole fare un corso intitolato: “Come non eseguire una passeggiata”; attirerebbe studenti da tutta Italia, stupiti da tanta bruttezza.
Esistono stupende panchine in ghisa fusa e legno, pattumiere adeguate ed eterne. Pensiline di attesa dei bus: sono un inno alla bruttezza e all'inefficienza; troppo piccole, fragili, pochi posti a sedere (spesso su panchine pericolanti e senza schienale). Tetti che non tengono l'acqua, basamento inesistente cosicché l'acqua piovana invade le scarpe della gente in attesa dei bus. Ciliegina sulla torta (si fa per dire): i video con l'indicazione degli orari o sono spenti, o indicano orari assurdi: una vera presa in giro per il cittadino.
Illuminazione pubblica: fatta troppo spesso con lampioni che hanno una resa minima perché la luce, invece di essere riflessa verso il basso si disperde in alto (inquinamento luminoso e spreco di soldi). Esistono in commercio splendidi lampioni in ghisa fusa, perfettamente inseribili in un contesto ottocentesco o addirittura medioevale.
L'elenco del brutto può tristemente continuare con la segnaletica e le insegne mal fissati e pericolanti dopo qualche bufera di vento che, come ormai si usa dire è “eccezionale” benché l'esperienza dica che sia il vento sia le piogge “eccezionali” non siano affatto tali, ma siano ricorrenti tutti gli anni. 3) Edifici fuori dal contesto delle città, senza proporzioni; a Savona basta vedere il lugubre complesso delle Ammiraglie, nero, stillante messaggi depressivi; il palazzo di Giustizia, monumento allo spreco, colabrodo termico, generatore di ansia e di malattie psicosomatiche, fragile di fondazioni, eterna manutenzione; l'asilo delle piramidi, il parcheggio del Sacro Cuore, Legino 167, il mercato di Piazza Bologna che verrà abbattuto dopo che per anni ha inondato di disagio psichico Villapiana.
Altri drammatici esempi di come non si deve costruire sono il ponte nel porto vecchio di Savona e la nuova, allucinante stazione ferroviaria di Sanremo nella quale si è ottenuta una miscela esplosiva: massimo disagio per il viaggiatore unito ad una costruzione di rara bruttezza.
4) Abbattimento dei segni del passato: stazione ferroviaria Letimbro, mulino di Altare, centrale di Lavagnola, chiesa di San Francesco a Villapiana; gli splendidi edifici della Squadra Rialzo delle Ferrovie, situati tra il Letimbro ed il Palazzo di Giustizia, e che mai hanno ceduto sulle fondazioni, invece di essere ristrutturati per crearvi il centro bambini e ritrovo per anziani, verranno abbattuti e al loro posto verranno costruiti edifici di vetro e cemento in cui pioverà al primo acquazzone e saranno in eterna manutenzione.
Alcuni degli splendidi edifici che un passato preveggente ci ha consegnato vengono abbandonati: villa Zanelli, l'ospedale San Paolo di Corso Italia per il quale è stato presentato un progetto grottesco: scavo nelle fondazioni (sui pali di legno) con pericolo di crollo di tutta la struttura; sventramento per ricavarvi una strada dentro, come se le vie che lo circondano non fossero sufficienti; aggiunte di vele di vetro che nulla centrano con lo splendido edificio di Carlo Sada.
5) Furti e vandalismi: distruzione del museo Cuneo, furto della Madonna del '700 a Roviasca; scomparsa del museo del tesoro del Santuario. 6) Giardini: è diventato di moda l'abbattimento e la mutilazione degli alberi; qualunque architetto ritiene che il proprio progetto non sia completo se non prevede lo sfoltimento dei giardini, la feroce mutilazione degli alberi; il tragico è che l'Ente Pubblico avalla entusiasticamente lo scempio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Qualche esempio: gli splendidi tigli di Via Verdi a Savona umiliati da sadiche capitozzature; alcuni sono stati abbattuti; feroce sfoltimento e abbattimento di alberi in piazza del Popolo; abbattimento di una quercia centenaria in contrada Orso a Quiliano; abbattimento di alberi centenari alle scuole Baccino di Cairo; abbattimento di alberi secolari ad Albissola, Finale, Alassio e, dovunque in provincia, è un tristissimo elenco di alberi abbattuti con le scuse più pretestuose.
Gli svincoli autostradali di Savona e di Altare, le superstrade potrebbero essere adornati da alberi e arbusti che richiedono una minima manutenzione; piracanta, cotonaster, agapantus, alloro, ulivo, cipresso, ginestra, tasso ecc. È inutile riempirsi la bocca di “buco nell'ozono” e “riscaldamento del pianeta” quando queste grandi aree vengono lasciate allo squallore, mentre potrebbero diventare oltre che bellissime, generatrici di ossigeno e divoratrici di anidride carbonica.
7) Durata interminabile dei lavori pubblici; anche questo contribuisce ad accentuare il messaggio depressivo.
Basta vedere alcuni casi positivi: il gigantesco e complessissimo cantiere del Teatro alla Scala di Milano completato in 30 mesi; il ponte in Francia, con piloni alti 340 metri, finito in 3 anni. La durata brevissima di questi lavori, paragonata all'assurda durata (a volte di più decenni) dei lavori italiani non può che generare sfiducia e ansia. Anche modesti lavori di rifacimento asfalto, fogne, illuminazione hanno durata smisurata, con la piena adesione del committente, cioè l'ente pubblico che già in fase di gara d'appalto prevede durate smisurate dei lavori, poi enormemente dilatate da revisioni, ricorsi, pretesti vari.
Non dimentichiamo i lavori bloccati per i conflitti di competenza tra i vari enti, di cui purtroppo l'Italia è maestra e che hanno effetti catastrofici sull'economia e sul morale.
8) Strade. Si parla tanto della salvezza della collina, ma per ottenerlo occorre un sistema efficiente di strade, che purtroppo non esiste. Basta percorrere la strada del Sassello per chiedersi per quale ragione non si è resa più larga detta strada con interventi minimi, non invasivi e poco costosi: allargamento di curve lato collina con piccole ruspe; costruzione di cunette di adeguata sezione, canali di smaltimento acqua grandi e molto inclinati; muretti rivestiti in pietra, piazzali con aiuole e alberi, panchine e fontane.
Lo stesso vale per tutte le strade della provincia che portano in collina alle frazioni che ormai sono fittamente abitate.
Conclusioni.
Dal parziale (e disperante) elenco di brutture sopra elencato si possono trarre alcune conclusioni:
non solo le amministrazioni pubbliche non creano il bello, ma sono le fondamentali protagoniste del degrado; i costi sono enormi: l'abbattimento di grandi alberi è costosissimo; i lavori fatti e rifatti, l'abbattimento di opere che hanno pochi anni (vedere mercato di Piazza Bologna, le cancellate fatte e abbattute del Prolungamento e di Piazza del Popolo, l'abbattimento del Mulino di Altare, la distruzione del museo Cuneo) hanno costi altissimi. Ne conseguono i fortissimi messaggi depressivi, ansiogeni, angoscianti: la vista dello spreco su cui il cittadino non può intervenire, la vista di edifici nati già malati (vedere Palazzo di Giustizia) la vista di cementi marci, di lavori sconnessi e mal fatti, di tetti che appena fatti perdono acqua ecc. ecc. generano una frustrazione difficile da combattere; gli appelli affinché il cittadino vada a votare cadono nel vuoto, perché il cittadino stesso si accorge di non poter influenzare la realtà che lo circonda; si accorge che alla severità con cui ha da fare quando esegue una modesta ristrutturazione di una sua casa corrisponde il totale arbitrio di cui gode l'ente pubblico quando costruisce (vedere Legino 167, lavatrici di Pegli, degrado dell'Ospedale San Paolo ecc.).
La vista del colore grigio ormai imperante, gli spigoli acuti respingenti (altro che comfort, altro che feng-shui) i cementi sbrecciati, la mancanza di finiture e di intonaci, le aiuole smorte (anziché essere lampi di colore euforizzante) aiutano le componenti depressive, rinunciatarie, stancanti. Il cittadino, allevato fin da piccolo alla vista della bruttezza, si abitua ad essa, non reagisce più a qualunque ulteriore bruttezza gli venga inflitta. Naturalmente esiste l'antidoto a tutto questo: la visita a belle strade, palazzi,musei e chiese della città; esistono i viaggi esaltanti, i meravigliosi libri d'arte e di poesia; esiste l'ascolto della musica, sia in casa, sia nei teatri.
Tutto questo è vero, ma sarebbe bello essere circondati dal bello: non è un'utopia, perché basta andare in qualche paese italiano che coltiva il bello o in città estere per vedere ciò che si può effettivamente fare per stare meglio.


IL VINO E LE SUE TERRE

Mediterraneo: i popoli che abitano le sue sponde sono i figli dell'olio e del vino dei fichi, del grano e dell'uovo. I fichi, il grano e l'olio sono alimenti; la loro importanza è estrema. I fichi perché sono dolcissimi, morbidi, nutrienti, squisiti quando sono freschi, meravigliosi quando sono secchi e si possono conservare a lungo, cosa importantissima quando non esistevano sistemi di conservazione; l'albero del fico nasce dappertutto, sulle pietraie infuocate, sulle ripe; non ha bisogno di cure e dona i suoi frutti con inesauribile generosità; questo frutto meraviglioso è da millenni e presso molti popoli il simbolo del sesso femminile, generatore della vita sulla terra. È diventato un frutto anche tipico, un simbolo meraviglioso.
Anche il grano è uno degli alimenti simbolo del Mediterraneo: il biondo grano che forma un meraviglioso mare di spighe, con la compagnia dei fiordalisi azzurri come il cielo, dei papaveri rossi come il sangue e contenenti la sostanza che dona il sacro sonno, che gli antichi Greci, grandi osservatori della natura umana e grandi creatori di simboli hanno personificato nel dio Ipnos; ancora adesso diciamo sonno ipnotico.
Il pane è confezionato con la farina: già il cerimoniale di molitura del grano è un avvenimento quasi magico, coi suoi misteri e il suo officiante, il mugnaio; e poi il pane, prodotto magico, fragrante, unico; non per niente, nell'Ultima Cena, Gesù benedisse il pane, rendendolo sacro per sempre nell'ostia consacrata.
Nel 33° canto dell'Inferno, Dante, raccontando la storia di Ugolino e dei due figli e i due nipoti, rinchiusi nella torre della muda a morire di fame di fame a Pisa dice:
“Quando fui desto innanzi la dimane pianger sentii nel sonno i miei figlioli ch'eran con meco, e dimandar del pane.”
Questo in seguito a uno dei sogni più potenti descritti nella letteratura occidentale, quel sogno funesto che Ugolino fece e gli squarciò il velame del futuro, cioè gli preannunciò la morte per fame dei giovani e la sua antropofagia.
Anche nel linguaggio comune la sacralità del pane è presente: si dice “guadagnarsi il pane”, e io e generalmente quelli della mia età, provano un rifiuto estremo a buttare via il pane, anche se raffermo.
Ricordo un fatto che si è ripetuto per molti anni e che non posso dimenticare; succedeva negli anni '60: un ragazzo, figlio di persone sbandate e che facevano la fame per colpa loro, ma facevano far la fame anche al figlio; lui entrava nel negozio del paese e implorava un pezzo di pane.
Un altro episodio mi è rimasto impresso: al tavolo di una sagra paesana, alcuni uomini mangiavano; a uno di questi cade un pezzo di pane; quest'uomo, sopravvissuto alla prigionia nei campi di concentramento, prese il pane da terra, lo baciò e sono sicuro che chiese perdono al destino per aver lasciato cadere il pane sacro.
Di nuovo gli antichi Greci, creatori prodigiosi del mito, raccontano che, quando in Grecia sorse una nuova città, gli dei si disputarono l'onore di darle il nome; quest'onore sarebbe spettato a chi avrebbe dato all'uomo il regalo più prezioso: Nettuno creò il cavallo, per il quale molto ci sarebbe da dire come animale archetipico; Atena donò all'uomo l'olivo e la vittoria fu sua; la nuova città si chiamò Atene e vennero Maratona, Salamina, la tragedia greca, la filosofia; quanti libri sono stati scritti sulla luminosa civiltà greca, della quale viviamo tutt'ora!
L'ulivo cresce dappertutto, sopporta il freddo e il caldo, dona generosamente il suo frutto magico, con le sue foglie grigie orna pianure e colline e, quando muore o viene brutalmente tagliato, dona un legno stupendo, unico per la tonalità, la compattezza, la bellezza.
Anche l'olio ha il connotato della sacralità; già nella Bibbia i re venivano “unti” dai sacerdoti, cioè consacrati con l'unzione rituale; Cristo vuol dire “Unto del Signore”.
Anche nel cristianesimo c'è “l'olio Santo”.
Un libro intero sarebbe necessario per descrivere l'olio come alimento, come medicina, come componente di medicine; la magia dell'olio non è una parola vana.
L'uovo: alimento perfetto, un concentrato di nutrimento, senza bisogno di aggiunte.
Ovviamente, cucinato nei tanti modi imparati nei secoli, diventa un boccone prelibato.
Ma anche la forma è perfetta e interi libri sono stati scritti su di essa: l'uovo è un simbolo universale per la forma e per la funzione.
Dall'uovo di gallina a quello del moscerino, da quello dello struzzo a quello del colibrì, a quello del pescecane, da quello dell'anaconda a quello della farfalla, in un piccolo volume è racchiuso l'universo.
Basta assistere alla nascita di un pulcino per vedere il miracolo della vita. Insomma l'uovo è bioforo (portatore della vita) è perfetto come alimento e come forma, è protagonista di innumerevoli leggende presso quasi tutti i popoli.
Dei quattro cibi simbolo del mediterraneo ho già parlato; di ciascuno il discorso andrebbe molto ampliato sotto tutti gli aspetti, aggiungendo altresì il pesce, prodotto dalla Madre – Mare mediterraneo; simbolo del cristianesimo, alimento meraviglioso, ma anche il mare incubatore di mostri, simbolo del liquido amniotico, temuto, amato, ruggente, invincibile.
Ma i popoli del Mediterraneo sono anche figli di un prodotto che è un simbolo potentissimo, ma che è avulso dalla realtà intesa come cibo: è il vino. Se guardiamo alla realtà, spogliata dalla poesia, dal simbolo, dal mito, l'uva e il vino hanno un peso molto modesto nella vicenda umana.
Ma se guardiamo uva e vino in un quadro globale tutto cambia, la realtà diventa un quadro di abbagliante bellezza.
Come un cofanetto pieno di diamanti, di smeraldi, di zaffiri, di rubini non appare nel buio, così lo stesso cofanetto illuminato dalla luce abbaglia gli occhi coi suoi stupendi colori.
La cappella degli Scrovegni, affrescata da Giotto, di notte è un antro buio; di giorno esplodono i colori di abbagliante bellezza: la luce è la madre dei colori.
Così la realtà dell'uva e del vino, vista alla luce del simbolo, del mito, della poesia, dell'emozione e della gioia, acquista una pregnanza straordinaria.
L'uva coinvolge i cinque sensi: vista, udito, gusto, tatto, odorato.
Vista: i filari carichi di uva sono una gioia da gustare con gli occhi; i grappoli turgidi, gli acini a forma d'uovo, simbolo universale come abbiamo già visto, la superficie lustra, vellutata, i colori stupendi: le uve bianche, nelle varie sfumature, dorate dal sole, a volte quasi abbrustolite; gli acini piccoli o enormi come per certe uve da tavola, più compressi o più radi, i grappoli o esposti nudi o rivestiti da foglie verdi, a volte intrecciati a qualche tralcio. Le uve nere, con sfumature bluastre, con gli acini rivestiti di cera, qualcuno scoppiato per la beccata di un uccello e che offre impudicamente le linfe. Sembra strano che tralci sottili possano produrre un'opulenza simile, con grappoli a profusione, morbidi, opulenti, sensuali.
Inoltre, l'uva raccolta è bellissima da vedere: nelle bigonce colme, nelle botti, nelle ceste; rallegra l'animo.
Anche sulla tavola, l'uva, magari mista ad altra frutta, colma di gioia gli occhi con la sua sontuosa bellezza.
Tatto: l'uva è fatta per la mani: morbida, fresca, rotonda, tenera, sensuale; gli acini adorabili da tenere tra le dita, non solo hanno la forma perfetta dell'uovo, ma ricordano i dolcissimi capezzoli dei seni della donna, quindi seni-uova, simboli di enorme potenza.
Ma il tatto è anche quello del contatto con la bocca: tenere un acino tra le labbra, mordicchiarlo teneramente, farlo rotolare in bocca avvolgendolo delicatamente con la lingua, oppure mordere golosamente un grappolo d'uva, frangere gli acini è un piacere paradisiaco.
Gusto: anche qui i superlativi si potrebbero sprecare; ogni tipo d'uva è di una squisitezza sublime: il moscato, l'uva fragola, l'uva da tavola; sono decine i tipi di uva, ognuna con un sapore squisito, unico e che dà una soddisfazione al palato veramente assoluta.
Non dimentichiamo la meravigliosa uva passa e quella essiccata: bontà da delirio.
Odorato: l'uva ha un profumo squisito, simile a quello dei fiori inebriante, dolcissimo.
Udito: anche l'udito è gratificato dall'uva: il frangere gli acini in bocca, o spremere i grappoli con le mani, o pestarli nelle botti per fare il vino, producono suoni che contribuiscono ad aumentare il piacere dell'uomo. Il fatto di prendere un morbido e bellissimo grappolo d'uva, portalo alla bocca intanto che si aspira il suo profumo, rompere gli acini coi denti, sentire il sapore d'ambrosia ci rende veramente simili agli dei.
Ma i sensi vengono anche sollecitati da altre cose attinenti all'uva.
La vendemmia è una festa per la vista dei grappoli che cadono tagliati nelle ceste, per l'udito con i richiami tra la gente, e, un tempo, per l'armonia delle canzoni; quasi tutti cantavano ed essere stonati era quasi una condanna; ci sarebbe da parlare a lungo sulla scomparsa del canto, questo dono divino. Si mangia l'uva, si toccano i morbidi grappoli, il profumo dell'uva, del fieno calpestato diventa inebriante.
Si entra infine nel mistero della cantina, con i suoi rituali magici: un tempo c'erano le luci delle lanterne a olio o le luci ad acetilene, le candele; adesso c'è la luce elettrica, ma la magia permane.
Si riempiono le botti, si provvede a pigiare l'uva: è uno dei bellissimi ricordi della mia infanzia, col mosto dolcissimo bevuto a bicchieroni, le mani appiccicaticce, la gioia pura, e la conclusione del rituale: mangiavamo la torta campagnola fatta da mia madre. Crollavo dal sonno per la stanchezza e l'emozione, ma si resisteva per non perdere nemmeno un minuto della festa, finché mi risvegliavo nel mio letto, portato da qualcuno.
Passano i giorni, ma nella cantina vive una “creatura” fermenta il vino.
Quanto sapere hanno i contadini! Non è facile la loro vita, e conoscono moltissime cose, dalla semina all'aratura, dalla potatura delle piante alla raccolta, dai concimi agli attrezzi, dal bestiame al latte, dalla lana al formaggio.
Per fare il vino non basta pestare l'uva e produrre del liquido; occorre una sapienza acquisita nei secoli e tramandata di generazione in generazione. Alla fine il vino è pronto; c'è quello da lasciare nelle botticelle e quello da mettere nelle damigiane; c'è quello da imbottigliare e anche qui quanto sapere: l'industria vetraria che produce le bottiglie e le damigiane, la produzione dei tappi, la costruzione delle botti e delle bigonce, gli attrezzi necessari per le cantine. Ed ecco infine il vino, questo prodotto che per essere ottenuto richiede una quantità enorme di lavoro, è un trionfo del superfluo: da secoli si dice “Datemi il superfluo e farò a meno del necessario”.
Col vino tutti i cibi sono più buoni; il gusto e il profumo del vino, la cerimonia del bere, i vari tipi di bicchieri, i rituali sacri e profani.
Il vino è stato cantato dai poeti, dagli scrittori, dai musicisti, da millenni si celebra questo liquido inebriante; si cerca di descrivere le sensazioni che provoca, lo si canta nelle opere liriche.
“Viva il vino spumeggiante nel bicchiere scintillante come il viso dell'amante”.
“Libiamo nei lieti calici che la bellezza infiora” e via discorrendo.
Ma continua la festa dei sensi: entrare nel santuario della cantina, vedere le belle bottiglie allineate, prenderle, così lisce e tonde, sollevarle verso la luce per vedere i colori del liquido magico, l'acquisto di un prodotto frutto della fatica e della passione.
E infine la meravigliosa grappa, la sorella del vino; tanti sono i distillati squisiti, gli amari, gli wisky, le tequile e via dicendo, ma nessuno è come la magica grappa italiana; già bella nelle belle bottiglie, i colori ambrati e il profumo quando è versata nel bicchiere e si porta alla bocca, il gusto paradisiaco.
Non è un caso che il monte fatale del destino dell'Italia si chiami Monte Grappa, il baluardo, la difesa dall'invasione.
In tavola le bottiglie di vino, la gioia di versarlo nel bicchiere e, a volte, versato nelle grosse caraffe perché il contatto dell'aria ci doni tutto il suo profumo.
Il vino, proprio perché è un prodotto simbolico e di pura festa, va bevuto con rispetto.
Il cibo non va accompagnato con le tristi e fredde birre o con bevande industriali dolci; di dolce c'è il brachetto, la freisa, il lambrusco, il sangue di Giuda. L'Italia per fortuna è ricchissima di ogni varietà di vini, spumanti, vini dolci, grappe. Dai vigneti più alti d'Europa in Valle d'Aosta, ai vini sardi, al moscato di Pantelleria, all'Aglianico (nome che deriva da ellenico, cioè greco antico), al tocai friulano, di cui ci siamo lasciati togliere il nome senza protestare, dei vini trentini all'Orvieto, dal rosso Conero ai bianchi di Capri, si potrebbero riempire pagine e pagine di nomi di vini squisiti.
I vini vengono influenzati dalla storia: il vino liquoroso siciliano, un vero nettare, si chiama Marsala che vuol dire Marsa – Allah, la città di Allah.
I vini sudafricani prendono origine dai vigneti portati via dalla Francia dagli Ugonotti perseguitati e scacciati da Luigi XIV.
I vini sono figli della terra: in greco la parola autoctono vuol proprio dire generato dalla terra.

Nei secoli i vitigni hanno assorbito le sostanze tipiche dei terreni dove sono stati coltivati da tempi immemorabili; il clima, con le sue variabili di nebbia, vento, umidità, salino, ghiaccio ha dato il suo contributo a produrre vini unici.

Ma non la terra intesa come estensione agricola; proprio quella terza, quel comune in quella provincia, quella località che ormai in molte bottiglie viene indicata, assieme al nome del produttore. Ecco che noi beviamo proprio il prodotto autoctono, al figlio di quella madre terra.
Ma purtroppo, normative europee cervellotiche, masochistiche, autodistruttive, stanno distruggendo questo patrimonio maturato nei secoli: hanno stabilito che il nome del vino dipende esclusivamente del vitigno, dovunque esso sia coltivato. Perciò presto vedremo dolcetto delle Filippine o in Africa e dovunque; vedremo barolo messicano e via dicendo; i figli saranno strappati alla terra, non saranno più vini autoctoni, saranno i vini prostituta, non certo per colpa loro, ma per un intimo desiderio di farsi del male tipico dell'Europa, la quale, anche in altri campi, oppressa da un lugubre senso di colpa, sprofondante in un vergognoso piagnisteo, rinuncia alla sua identità culturale, religiosa, politica, artistica. Si parla di globalizzazione, ma bisogna precisare: è auto globalizzazione, ansia di sottomissione a un superio rigido che viene da fuori: le corali alpine, invece da cantare canzoni italiane, cantano jazz, o canti irlandesi o polinesiani ecc.; aboliamo il dialetto con sadico accanimento, pendiamo la cadenza (o “coccina”); negli ospedali mettiamo indicazioni in inglese, giustamente incomprensibili alla grande maggioranza delle persone; accettiamo con gioia che usanze atroci di altri popoli vengano praticate nei nostri paesi: così la mostruosa mutilazione genitale femminile non solo viene praticata in Europa, ma molti europei si specializzano per praticarla su migliaia di bambine: è un'aberrazione del rispetto del “diverso”, che sta appunto distruggendo l'identità europea. Così, giustamente, è logico che anche i paesi stranieri abbiano il proprio dolcetto il proprio Erbaluce, il proprio moscato di Pantelleria, la propria Falanghina, il proprio Cannonau. Basta con i privilegi dell'Europa colonialista.
Il masochismo antropologico dell'Europa meriterebbe un lunghissimo discorso, ma per rimanere al vino, presto, col cuore stretto dall'angoscia vedremo sulle nostre tavole il dolcetto straniero: sono di orrida moda il “prezzo concorrenziale”, la “pluralità di scelta”, “l'apertura mentale”.
Così, con assoluta indifferenza mangiamo il prosciutto Saint Daniel, il Parmesan, il Combozola: ripeto che, giustamente non dobbiamo avere privilegi anacronistici. Ma per ora godiamoci i nostri meravigliosi prodotti alimentari.
Tra mangiare e mangiare con piacere c'è un abisso: un conto è buttare giù del cibo in gola, spezzarlo coi denti e inghiottirlo producendo un grave danno all'organismo: il senso di soddisfazione del gusto non esiste, il cibo arriva allo stomaco in grossi pezzi, non intriso di saliva, non sminuzzato, non pieno di ptialina; i succhi gastrici fanno fatica a digerire il cibo, il quale passa nell'intestino; i villi cercano di trarre il nutrimento da questo ammasso, ma ne traggono solo pochissimo vantaggio; questo cibo gonfia la pancia e lo stomaco, non nutre, produce alito cattivo, sonnolenza, irritabilità, debolezza fisica. Poi, buttando via l'85 per cento del nutrimento, prendiamo gli integratori; biasimiamo le multinazionali, ma siamo noi stessi ad arricchirle inghiottendo quantità mostruose di zinco, sodio, potassio, ferro ecc. ecc. ecc.; la pelle si squama e la copriamo con costosissime creme, gli occhi sono spenti ma li circondiamo di trucco; l'alito è cattivo, ma prendiamo in carbone, non dormiamo bene ma prendiamo i sonniferi e cerchiamo materassi costosissimi.
Tra l'altro non masticando il cibo diventiamo grassi e flaccidi e poi andiamo a pagare il dietologo perché ci faccia dimagrire: diventiamo più magri, più flaccidi, più aggressivi, più spenti, più poveri: veramente surreale e deprimente.
Troppo spesso mangiamo in ipnosi: al bar, in piedi, di fretta e colmi di aggressività trangugiamo un caffè senza sentire il sapere, senza sentore la gioia del prodotto squisito.
Un altro masochismo a tavola è quello dell'utilitarismo; è giusto essere informati suoi benefici che i vari alimenti arrecano all'organismo, ma l'orrida litania che troppo spesso si sente su tavoli è veramente agghiacciante: naturalmente prevalgono i riferimenti escrementizi e non voglio dilungarmi sull'argomento; ma certo crolla il piacere di mangiare; il cibo viene visto come un nemico, mangiato per necessità, attentare della linea, produttore di colesterolo, produttore di brufoli, avvelenatore del fegato ecc. ecc. ecc.
Occorre essere magri, dimenticando che milioni di persone nel mondo sono scheletriche perché hanno fame; stiamo alterando la sacralità della parola; la donna formosa è diventata robusta, il cibo puzza: puzza di uova fritte, puzza di bollito ecc. Proiettiamo la negatività che abbiamo dentro su quello che ci circonda, crolla la “festa”.
Allora bisogna introdurre il concetto antropologico di festa. Festa è dentro di noi e basta un fattore esterno scatenante a sciogliere le emozioni, a far esplodere la gioia. Non c'entra con la ricchezza o i grandi mezzi. Se siamo gonfi di festa compressa dentro di noi, se siamo colmi di gioia basta un niente a farci contenti.
Io ho sessanta anni e sono contento di aver visto più volte questo tipo di festa; ad esempio, per dei compleanni, ho visto suonare con un pettine accostato alla bocca, con una foglia di dente di leone, oppure imitando con la bocca, con abilità stupefacente la chitarra e il violino; un uomo suonava il tamburo battendo con le nocche sul tavolo, un altro si batteva con le nocche sulla testa e, tenendo la bocca aperta suonava intere canzoni; c'era chi, in due bottiglie, introduceva nel loro collo forchette e cucchiai e scuotendole otteneva un suono armonioso. Le coppie ballavano con gioia al ritmo di queste “orchestre” che ormai stanno scomparendo.
Naturalmente occorrerebbe un lungo trattato di antropologia per descrivere le feste; basti però dire che un tempo c'era tanta festa “dentro” l'uomo per cui bastava un niente a divertirsi, mentre oggi c'è tantissima “festa” fuori ma pochissima dentro; prevale l'accidia, lo scontento; vengono nelle città grandi complessi, con attrezzature colossali, gruppi elettrogeni, riflettori, gru, palchi, scenografie ecc. Gli spettatori urlano, ma sono scontenti; non c'è molta gioia dentro di loro.
Questa accidia che si è instaurata negli ultimi tempi, ha origini complesse, che sarebbe troppo lungo descrivere; sta di fatto che prevale troppo l'accidia, lo scontento; tutto ciò provoca “l'ottundimento della percezione”, cioè i sensi sono ottusi, inibiti a recepire con forza le sensazioni. La musica deve essere assordante perché non è recepita da tutto l'essere, ma solo dai timpani; il mangiare deve essere pepato o comunque reso piccante perché il gusto viene recepito dalle papille gustative e non dall'essere, come detto sopra.
Gli spettacoli da vedere, in senso lato, come un bel fiore, il cielo azzurro, il mare e tutto ciò che di bello esiste attorno a noi, ci lascia indifferenti; serve il parossismo delle sollecitazioni: ecco perciò il successo di certe trasmissioni in televisione, gli urli, gli insulti, il turpiloquio, la sguaiataggine, che hanno tanto successo.
Nelle discussioni prevale l'urlo, l'insulto, l'uccisione simbolica dell'avversario, che va posto tra i non umani, i pazzi, gli ignobili.
Nelle partite di calcio, un semplice goal provoca denudamenti, baci sulla bocca, inginocchiamento, urli isterici: veramente disgustoso.
Non per tutti è così, ma il fenomeno è troppo diffuso e provoca malessere, indipendente dai fatti oggettivi e, cose molto più grave, provoca un rifiuto all'azione purtroppo diffusissimo: non fare niente per nessuno, né beneficienza ne interventi per facilitarne la vita altrui.
Vorrei finire con un accenno alla mia vita: ho sempre saputo di essere un uomo fortunato e più invecchio più lo sento; pur con le batoste della vita, il destino mi ha premiato con un dono meraviglioso: la capacità di apprezzare la bellezza in tutte le sue manifestazioni: arte, musica, poesia, sport, affetto, lavoro; ora mi sto divertendo a scrivere questo racconto; vivo nella meravigliosa Italia, libera e democratica, madre di artisti, musicisti, scrittori, madre di vin, di cibi e mia madre, di cui sono un figlio adorante.
Mi piace tutto e qualcuno, credendo che io non senta, mi chiama sempliciotto o, addirittura, e scusate la parola, coglione. Ma io gli cito il famoso detto di Orazio: “In vino veritas, aurea mediocritas”.


CONOSCERE, CAPIRE E AMARE L'ITALIA

Sterminata è la letteratura che riguarda l'Italia, sotto qualunque aspetto la si voglia studiare.
Per ogni aspetto (quello geografico e fisico, o quello della storia dei popoli, o ancora le invasioni, la flora, la fauna, la musica, la letteratura etc.) sono stati scritte certamente molte migliaia di libri.
Tuttavia, se si vuol comunicare a qualcuno che conosce l'Italia solo come nome di nazione o per esserci stato di passaggio le caratteristiche del nostro Paese, occorre effettuare una sintesi, cosa non facile data l'estrema complessità dell'argomento.
Cominciamo dall'Italia come territorio: emerge subito che si tratta di un Paese colmo di contrasti e come tale variegato ed affascinante.
Mentre il Ponente s'incunea sotto la Svizzera, la penisola pugliese è sulla longitudine di Budapest; il Nord arriva all'altezza di Losanna e di Ginevra verso Ovest, mentre arriva quasi all'altezza di Budapest e di Odessa verso Est.
A Sud, con Lampedusa siamo all'altezza di Casablanca e di Baghdad.
La famosa forma dell'Italia, slanciata e sottile, fa sì che tutti i paesi siano vicini al mare; l'estensione enorme delle sue coste permette l'avvicinamento delle navi ai punti di carico e scarico delle merci, e cosa ancora più importante, ha permesso lo scambio di cultura con gli altri popoli, realizzando un'osmosi di informazioni unica nella storia dell'umanità. La velocità con cui viaggiavano le notizie e la cultura erano grandissime rispetto alla velocità di propagazione via terra.
Tuttora parliamo con l'alfabeto fenicio, usiamo la filosofia greca; greche e perciò venute dal mare sono le grandi tragedie, l'abbagliante mitologia, e soprattutto la parola: occorrerebbe un trattato intero per illustrare le parole greche che tuttora usiamo e che hanno una forza di sintesi ineguagliata, ad esempio sintesi, analisi, antropologia, cartomante e centinaia d'altre. Usiamo parole e numeri arabi, pensiamo romano ed ebraico. La collocazione geografica dell'Italia comporta variazioni climatiche notevolissime: dai giganteschi ghiacciai delle Alpi, alle nevicate di vari metri di altezza con temperature di 45°C sotto zero e terribili valanghe, si passa alle paludi siciliane con le pianta del papiro. Un singolare contrasto esiste ad esempio in Liguria, dove, alla dolcezza del clima rivierasco si unisce un rigido clima alpino: a Calizzano e ad Urbe (provincia di Savona) sono state registrate temperature inferiori a 26°C, con nevicate di vari metri; non a caso gli Alpini facevano qui i loro campi invernali; queste due località sono, in linea d'aria, a pochi chilometri dal mar Ligure.
In Abruzzo c'è il ghiacciaio più meridionale di tutta l'Europa e terribili sono le nevicate ed il freddo abruzzesi; in Calabria, sull'Aspromonte, assieme alle grandi nevicate si sono registrate temperature inferiori ai 23°C.
Ad Aosta, durante il periodo estivo, il termometro è arrivato a 38°C, mentre a Genova nel 1994 un ciclone con vento a 150 km/h ha rovesciato enormi gru portuali.
La città più fredda d'Europa è Potenza.
Questo breve elenco basta a far capire come in una stessa regione si possa passare dal clima alpino al clima tropicale.
La forma stessa dell'Italia contribuisce alla varietà di luoghi più unica che rara, con lunghissime spiagge affiancate ai monti che scendono a picco sul mare, con decine di isole, con centinaia di laghi, come quelli alpini o come Lesina a Varano in Puglia, come pure i laghi artificiali creati dalle dighe: basti citare il lago Omodeo in Sardegna, lungo 20 km.
Montagne altissime come il monte Bianco, il monte Rosa, il Bernina, il Gran Sasso, l'Etna si accompagnano a grandi pianure, di cui alcune hanno dovuto essere bonificate, tanto il loro livello era basso.
L'Italia è l'unico Paese in Europa, salvo l'Islanda, ad avere vulcani attivi, con tutti gli impressionanti (ed a volte pericolosi) fenomeni che ne conseguono. Sono presenti i soffioni di Larderello, i bradisismi campani, i fenomeni carsici in Friuli e non solo: l'Italia è anche ricchissima di siti termali.
Enorme è la quantità di grotte, come quelle di Postumia lunghe 30 km, quelle di Bossea in provincia di Cuneo, quelle di Toirano e Borgio Verezzi in provincia di Savona e moltissime altre.
La flora italiana comprende centinaia di specie, come possiamo osservare ovunque, dalla tundra della Alpi al papiro siciliano, dal fenomeno impressionante delle risaie agli alberi colossali: quasi ogni località d'Italia ha un albero gigantesco, come quelli sul lago di Como, le farnie friulane, i pini loricati in Calabria, la sequoia dell'Oasi Zegna in provincia di Biella. L'albero più grande d'Italia è il Ficus del giardino botanico di Palermo, i sugheri della Sardegna, gli ulivi pugliesi, i faggi di Mallare (Savona).
L'uomo ha poi piegato la natura alle proprie esigenze, sia funzionali sia estetiche, creando campi e risaie, boschi cedui e soprattutto giardini unici al mondo, come i giardini botanici (stupefacenti quelli del lago Maggiore, di Como e di Garda); il giardino di Boboli a Firenze, Ninfa, Caserta, Monza e moltissimi altri.
La capacità di acclimatazione di piante esotiche è stupefacente: in Liguria, dove una volta c'erano aride colline sono stati creati i giardini Hambury (Ventimiglia), il parco Pallavicini a Pegli, i parchi di Voltri e Nervi a Genova e così via.
Anche la fauna presenta una vastissima gamma di specie, sia da allevamento sia allo stato brado; solo in Sardegna troviamo il muflone, il cavallo selvaggio, i fenicotteri, il cervo, la foca monaca; troviamo l'orso in Trentino e nella Marsica. Alcuni animali sono unici in Europa: i bufali nel Sud d'Italia, la lucertola ocellata lunga un metro a Finale Ligure (Savona), i siluri di 120 kg del fiume Po.
Abbiamo serpenti lunghi fino a 2,60 m, il mastino napoletano, il cirneco dell'Etna, il toro della Val di Chiana di 1.470 kg (visto alla Fiera di Verona), la scrofa di 606 kg, il verro di 530 kg, il montone bergamasco di 146 kg, il gatto selvatico lungo 1,20 m, alto 40 cm e pesante 8 kg.
L'elenco sarebbe lungo e va completato con i pesci di fiume e di lago, i pesci del mare, le balene, i delfini e molte altre specie.
Il paesaggio italiano, già stupendo per sua natura, è stato ovviamente cambiato dall'uomo, che da millenni coltiva i terreni in mille modi diversi; anche con l'uso utilitaristico del territorio è stata creata la bellezza, nella sua accezione più ampia.
In Piemonte, Lombardia ed Emilia con lo spettacolo suggestivo delle risaie; in Liguria con i terrazzamenti sono stati spostati milioni di tonnellate di pietre per creare i famosi muri a secco, capolavori di ingegneria come resistenza e drenaggio delle acque.
Ritorniamo al Piemonte con le colline delle Langhe coltivate in modo che, con viti, grano, filari, muri è stato creato un paesaggio di inesprimibile grazia. Ogni regione d'Italia, coltivando ha creato la bellezza; in millenni di sapiente lavoro, adattandosi all'ambiente, modificandolo saggiamente l'uomo ha ottenuto il risultato grandioso di ottenere fecondità e bellezza da un territorio spesso difficile.
Per fare ciò sono state create opere grandiose, come le bonifiche delle paludi, i navigli lombardi che costituivano il sistema di navigazione fluviale più esteso d'Europa;
E un'opera soprattutto è vanto dell'Italia, pur se sconosciuta alla maggioranza delle persone: parlo del sifone del Sesia, opera costruita in due anni dal 1861 al 1863 e che sbalordì il mondo: il canale lungo 85 km e soprattutto il sifone lungo 254 m che passa sotto il fiume Sesia, fiume dalle piene impressionanti e che trascina grandi blocchi di ghiaccio; il sifone solo recentemente è stato sottoposto a manutenzione, dopo 120 anni di uso senza che avesse il minimo inconveniente.
A questo proposito occorre chiarire il ruolo dell'Italia come nazione dell'industria pesante; per troppe persone l'Italia è solo fiori, canzoni, pizza… Certo è presente questo aspetto, ma non dimentichiamo quello principale: ricollegandomi alle modifiche effettuate dall'uomo sul territorio, ho parlato del sifone del Sesia e del lago Omodeo; l'Italia ha costruito dighe grandiose, nei luoghi più impervi, ottenendo preziosa energia elettrica, disciplinando il deflusso delle acque a scopo irriguo e tutto ciò in modo pulito e silenzioso, svincolandosi in parte dalla dipendenza energetica dall'estero e risparmiando valuta pregiata. L'Italia ha costruito in Africa la diga di Kariba e in Turchia una diga in un luogo tanto caldo che, per gettare il cemento, si doveva raffreddare l'acqua con blocchi di ghiaccio.
L'acquedotto pugliese è il più grande d'Europa. L'Italia ha costruito recentemente il Sea Bridge in Danimarca, il ponte secondo al mondo per lunghezza; la campata centrale è lunga 1624 m, mentre la lunghezza totale del ponte è di 6800 m. I piloni principali sono alti 254 m. Le strutture di acciaio sono state costruite a Taranto, assiemate in Francia e, tenendo conto che sono lunghe 193 m, sono state portate vicino ai piloni alti 65 m sul livello del mare per mezzo di gigantesche chiatte. Attraverso carriponte titanici e giganteschi pontoni le strutture preassiemate sono state sollevate e posate sui piloni, sfidando anche le difficoltà dovute al mare mosso. Un'opera di incredibile audacia è stata compiuta dall'Italia e cioè la riduzione della pendenza della Torre di Pisa.
Il nostro Paese, uscito dalle gloriose guerre del risorgimento e finalmente unito, partiva estremamente svantaggiato rispetto alle altre nazioni, sia per vicende storiche, sia per la mancanza di materie prime. Proprio allora l'Italia seppe dimostrare la sua forza e il suo coraggio realizzando imprese che sbalordirono il mondo, tra le quali la galleria del Frejus lunga 13 km, costruita tra il 1862 e il 1874; la galleria è tuttora in funzione, ma all'epoca della costruzione nessuno credeva nel buon fine dell'impresa, sottovalutando la base ferrea e determinata dell'italiano: l'opera fu compiuta anche grazie alla perforatrice pneumatica messa a punto dall'ingegnere Sommeiller.
Furono realizzati anche, subito dopo l'unità d'Italia, i grandiosi bacini di carenaggio di La Spezia, con muri spessi 4 metri, utilizzando calce e pozzolana e ottenendo un legante più tenace del cemento; basti dire che gli Inglesi, che certo si intendevano di opere portuali, rimasero stupefatti davanti a quest'opera.
Furono eseguite bonifiche grandiose e soprattutto fu costruita una eccezionale rete ferroviaria, in un Paese che presenta grandi difficoltà, per questo tipo di realizzazioni: estremamente montuoso, con scarsa portanza del terreno e difficoltà di drenaggio; tuttavia tutti gli ostacoli furono superati, con ponti e gallerie di meravigliosa solidità, tuttora in uso e che hanno sfidato decenni di pioggia, neve e gelo.
Per avere un'idea dei prodigi di ingegneria realizzati, occorre visitare alcune linee ferroviarie particolari, che tuttora destano la nostra ammirazione: ad esempio la linea Limone Piemonte-Ventimiglia, la linea Domodossola-Locarno, la Porrettana.
Basta guardare i ponti ferroviari alti 57 m costruiti per la linea Genova-Alessandria per restare allibiti dall'ardire di maestranze e ingegneri; il cemento armato ancora non esisteva e i calcoli delle strutture, tenendo conto delle molte condizioni di carico erano complessissimi e non esistevano calcolatori. Ma dovunque in Italia ci sono vere e proprie opere d'arte, dai possenti muri di contenimento alle gallerie più lunghe del mondo come il Sempione e il Gottardo, ai ponti di ferro sui fiumi, alle magnifiche stazioni come quelle di Ceva (CN), costruita sui pali. Anche nella costruzione di autostrade l'Italia ha costruito grandi opere: il viadotto più alto d'Europa (140 m) si trova sull'autostrada Genova-Alessandria.
Furono costruiti e ammodernati i porti, come quello di Genova, con moli aventi i massi di fondo pesanti 60 tonnellate l'uno. Nei porti funzionano gru colossali, come quelle di Vado Ligure, pesanti cadauna 1000 tonnellate, alte 86 m, scorrevoli su 36 ruote d'acciaio di un metro di diametro e capaci di sollevare 40 tonnellate con uno sbraccio di 40 m; l'Italia è la seconda costruttrice del mondo di questo tipo di macchinari.
L'Italia è povera di materie prime, tuttavia lo Stato si rivelò un imprenditore accorto: nelle località più sperdute, dovunque ci fossero minerali utili furono realizzate miniere; solo nel sud della Sardegna le gallerie raggiungono la lunghezza di 400 km. Tante miniere, ormai dismesse, sono ora visitabili dai turisti che, con i vagoni a scartamento ridotto, vengono portati ad ammirare queste opere, a rendere omaggio al coraggio e alla capacità di lavoro e di intelletto dei nostri antenati di un tempo ancora molto vicino a noi.
Tra le fortune dell'Italia c'è quella della pietra: fin dall'antichità i Romani estraevano marmo dalle cave di Carrara, ma erano maestri nello sfruttamento delle cave, dovunque si trovassero.
Questa tradizione non è mai venuta meno: in tutte le località d'Italia si trovano cave sia di marmo, sia dei più svariati tipi di pietra da costruzione. Ad esempio la pietra di Luserna, i graniti di Sardegna, l'ardesia di Lavagna, materiale che è presente che in tutti i tavoli da gioco da biliardo.
Interminabile sarebbe l'elenco dei tipi di pietra, alcuni di straordinaria bellezza, con venature e riflessi particolari, sfumature abbaglianti, disegni incredibili.
Per lo sfruttamento delle miniere e delle cave furono realizzate centinaia di km di ferrovie a scartamento ridotto, ora purtroppo abbandonate in parte; ascensori, montacarichi, funivie come quella che portava il minerale di ferro da Cogne allo stabilimento di Aosta.
Furono inventati congegni dove rifulse l'ingegno italiano, e molti sono tuttora in uso.
A proposito di funivie, l'Italia possiede quella più lunga del mondo: a Savona il carbone viene trasportato a Cairo Montenotte tramite una funivia lunga 18 km; essa supera un dislivello di 520 m e ha una portata di 9000 tonnellate al giorno; è stata costruita in due anni nel 1912 e raddoppiata nel 1935; il cavo portante ha un diametro di 70 mm.
Basti pensare al traffico occorrente di autocarri su strada per fare la stessa portata: spaventoso inquinamento ambientale, costi elevatissimi ed eventuali stragi per incidenti.
L'Italia è una grande costruttrice di navi. Il mitico Rex, l'Andrea Doria furono costruiti a Genova; tuttora a Genova si costruiscono grandi navi e gigantesche piattaforme petrolifere. A Monfalcone si costruiscono le navi passeggeri più grandi del mondo, lunghe 270 m, e capaci di trasportare 5000 persone tra passeggeri e uomini dell'equipaggio.
Inoltre l'Italia è la seconda nazione al mondo per la cantieristica da diporto (Baglietto, Wally, Rodriguez e decine di altri).
Quando si parla di acciaierie si pensa subito alla Ruhr, alla Lorena, a Pittsburgh, a Manchester; tuttavia l'Italia è un Paese di grandi acciaierie; nella tecnologia dell'altoforno ha raggiunto livelli di assoluta eccellenza: l'altoforno che, in tutto il mondo, ha avuta la vita più lunga è uno di quelli di Taranto, tredici anni di funzionamento ininterrotto.
Questi forni provocano un indotto enorme: dai giganteschi laminatoi che producono lamiere, ai forni elettrici, che sono il tramite tra la ghisa prodotta dall'altoforno e l'acciaio prodotto dai forni elettrici stessi; questi ultimi hanno bisogno di enormi quantitativi di materiali refrattari, di filtri giganteschi, di tubazioni enormi.
L'iperbole è necessaria quando si parla di acciaierie, dove tutto è smisurato; tutti i cittadini dovrebbero visitare le acciaierie, per vedere brillare l'ingegno italiano, per vedere il valore degli operai addetti: sono come soldati al fronte, in prima linea di fronte alle responsabilità e al pericolo; finché c'è gente simile non c'è nulla da temere.
I forni elettrici hanno bisogno di elettrodi enormi: la carica del forno, l'innesco dell'arco tra gli elettrodi ed il rottame, la colata di acciaio sono spettacoli indimenticabili per chi li ha visti; anche qui comitive di cittadini dovrebbero assistervi.
Quanto detto per le acciaierie vale per le centrali elettriche, le industrie chimiche, le fonderie, le miniere; la civiltà moderna di cui troppe volte si vede l'aspetto “televisivo” si appoggia sul possente substrato industriale: “riti misteriosi” vengono officiati nelle fabbriche, dove la capacità e l'ingegno italiani hanno portato la nostra nazione ai primi posti a livello mondiale.
L'Italia ha costruito acciaierie enormi a Isfahan in Iran, a Voliskj in Russia, in Brasile e il tutto il mondo.
Faccio un passo indietro per riallacciarmi ai miracoli compiuti dall'Italia: quello della Prima Guerra Mondiale.
Oltre all'incalcolabile valore dei soldati, furono realizzati prodigi di ingegneria: centinaia di km di trincee, funivie, fortezze, ponti di barche, postazioni di cannoni in posizioni incredibili. Rifulse il leggendario Genio Militare per cui nulla è impossibile.
Molto sono le industrie in cui l'Italia brilla nel mondo: le vetrerie, le cartiere, le macchine per la maglieria, gli occhiali, le macchine utensili, l'industria delle piastrelle (lo Shuttle è rivestito di piastrelle prodotte a Sassuolo), le automobili, le macchine movimento terra, gli autocarri, l'industria ferroviaria in genere (l'Ansaldo ha costruito la metropolitana di Copenhagen), la rubinetteria; le moto italiane sono esportate in tutto il mondo; i cavi sottomarini più impegnativi sono Pirelli; la nave più grande per le ricerche petrolifere, la “Micoperi”, con due gru della portata di 14.000 tonnellate è italiana. Il Pendolino è un treno acquistato da tutti i Paesi per la sua capacità di superare ad alta velocità curve di raggio limitato su ferrovie esistenti.
Ricordiamo l'industria delle armi (la più antica azienda europea è la Beretta), dei gioielli, della lavorazione dell'oro e del corallo, delle pietre dure, delle scarpe vendute in tutto il mondo (Tod's, Ferragamo).
Ci sono poi industrie di grande prestigio nell'ambito dei filati (Zegna, Loro Piana) e della confezione (Armani, Gucci, Dolce & Gabbana), pelletterie, orologi da campanili (Trebino di Uscio a Genova), aerei, fonderie artistiche, campane, vetri di Murano (città in cui sono stati costruiti i lampadari della più recente mosche di Casablanca. Essi hanno un'altezza di 11 metri ed un diametro di 7 metri).
C'è poi un artigianato di altissimo livello tipo quello del legno di Aosta, che crea veri e propri capolavori, la sorprendente filigrana di Campo Ligure a Genova, i merletti, i ricami, l'arte del corallo, la produzione di strumenti musicali (il più grande produttore di arpe è in provincia di Cuneo).
L'Italia è la nazione delle ceramiche, prodotte quasi in ogni regione e risalenti a tradizioni antichissime; occorrerebbero diversi libri per illustrare la straordinaria varietà di forme, di colori, di paesaggi dipinti. Vedere le ceramiche di Albissola (Savona) le maioliche di Capodimonte, le incredibili stufe piastrellate di Castellamonte, le ceramiche di Bassano e tutte le altre. Ci sono poi industrie che rallegrano il mondo, come quelle delle fisarmoniche, costruite a Recanati, a Castelfidardo, ad Asti, a Stradella e suonate in tutto il mondo.
Tantissime sono le invenzioni e scoperte dovute al genio italiano: quando ad esempio si guarda qualcosa con un binocolo occorre ricordare che dentro c'è il cosiddetto “prisma di Porro”, e tante altre da diventare un elenco prestigioso ed interminabile.
Continuando a guardare l'Italia nel meraviglioso caleidoscopio, quante cose nel mondo sono italiane!
Il linguaggio della musica (allegro-vivace, andante con moto, ecc.), le opere, le musiche classiche e le canzoni;
purtroppo quasi sconosciuto è il ricchissimo folklore italiano, che risale a secoli addietro e ha creato canzoni di straordinaria bellezza (vedi “Maremma” e altre meravigliose melodie), la canzone napoletana, il trallallero genovese che per fortuna sta rinascendo; le canzoni nate da avvenimenti storici come il Risorgimento (Addio mia bella addio); le struggenti canzoni della Prima Guerra, sia di esaltazione, sia di conforto, sia di ribellione (la tragica e bellissima “Gorizia”);
le canzoni del lavoro, delle epopee contadine e degli emigranti, fino ad arrivare alle canzoni della Resistenza.
Ci sono ancora i cantastorie e i meravigliosi cantautori italiani che arrivano all'altezza della poesia (De Andrè e altri). I teatri italiani sono famosi nel mondo, per il balletto e le opere, i concerti, le commedie; nei teatri greci e romani (Arena di Verona) gli spettacoli sono straordinari.
L'arte è certamente l'argomento più conosciuto in tutto il mondo; l'Italia come scrigno d'opera d'arte; l'arte italiana in tutto il mondo: se tutte le opere d'arte italiane tornassero in Italia, non basterebbero venti grandi musei a contenerle.
Arte preistorica, incisioni rupestri (i Camuni), dolmen, menhir, galgal, cromlech. Arte etrusca, straordinarie necropoli; arte della Magna Grecia, di Roma repubblicana e imperiale, arte bizantina, longobarda, angioina, sveva e soprattutto araba; la civiltà araba ha lasciato segni importanti nella civiltà italiana come arte, usi e costumi, parole (ammiraglio, dogana, zenit, nadir, azimut, ecc.), nomi di città (Marsala: Marsa Allah, la città di Allah).
L'arte che ha creato edifici veramente unici, come la cupola di Michelangelo, la cupola del Brunelleschi a Firenze, pesante più di 40.000 tonnellate ed innalzata senza centine, il Colosseo, la Mole Antonelliana a Torino, la reggia di Caserta, la torre di Pisa. È quasi sconosciuta la cupola ellittica più grande del mondo: si trova a Vicoforte San Michele di Mondovì (CN). Il faro di Genova è il terzo al mondo per altezza, dopo quelli di Amsterdam e di Kobe: è alto 115 m sul livello del mare ed ha una portata di 50 km.
Ci sono le città del sogno come Venezia, Ferrara, Mantova, città levantine come Genova col centro storico più grande d'Europa e le mure lunghe 19 km (anche queste record europeo).
C'è l'arte militare, con i forti colossali costruiti dal piccolo Piemonte Sabaudo, come Fenestrelle con la sua scala di 3.600 scalini, come l'impressionante forte di Exilles e come quelli di Bard. Molti forti, costruiti in posizioni incredibili, hanno una dignità costruttiva di ottimo livello.
È impressionante la rete di gallerie di contromina di Torino, lunga parecchi km. Anche qui l'elenco è lunghissimo, arricchito di castelli medievali costruiti in tutta Italia.
Il mare italiano è bello, affascinante, ma non basta: sotto al mare c'è il ricchissimo mondo dell'archeologia subacquea, c'è il mondo delle saline, ci sono le grotte marine come la Grotta Azzurra a Capri, la tonnara di Camogli (Genova), le tonnare del Sud, la mattanza (parola spagnola) comandata dal raiss (parola araba), le anfore di Albenga (SV), i relitti di navi. Ci sono le terribili tempeste mediterranee, le Bocche di Bonifacio, l'onda lunga di Punta Chiappa vicino a Camogli, Scilla e Cariddi nello stretto di Messina, gli abissi di 5.200 m, gli Dei del Mediterraneo nelle loro personificazioni benevole, sensuali, o terrificanti, creati dalla fantasia abbagliante e fertile a causa del mare e dei suoi anfratti.
I popoli mediterranei sono figli dell'olio, del grano, del fico e della Fenice (dattero). Bevono il vino, nettare degli Dei e a questo proposito l'Italia farebbe impazzire l'Olimpo, con la sua straordinaria varietà di vini, da quelli valdostani prodotti dai vigneti più alti d'Europa per arrivare allo zibibbo di Pantelleria; occorrono vari libri per illustrare tutte le varietà, arricchite da moscato, vini liquorosi come il Marsala famoso nel mondo, liquori veri e propri creati da qualche intuizione geniale (Barolo Chinato, amaro Braulio di Bormio, amaro di Sassello, Fernet e moltissimi altri).
Si passa ai distillati, le famosissime grappe bevute in tutto il mondo (vedi la grappa Levi di Alba, le grappe Berta, Barile, Nonino e molte altre). Non è un caso che il monte fatale del destino dell'Italia si chiami Monte Grappa.
Moltissimi sono poi i liquori creati da persone che si tramandano i segreti di generazione in generazione (nocino, perseghino, e altri).
L'arte del vino trascina un indotto vastissimo, dalle vetrerie ai tappi, alle etichette, alle botti, alle imbottigliatrici;
una gamma di macchine automatiche di cui l'Italia possiede le più aggiornate tecnologie. La visita ai templi di Bacco, le meravigliose cantine, è diventata una forte componente turistica.
Anche per quanto riguarda l'alimentazione l'Italia vanta tradizioni secolari, popoli diversi hanno creato una tale varietà di piatti per cui occorrerebbe un'enciclopedia per citarne solo una buona parte.
L'arte del gelato, già conosciuta dai Romani, è stata perfezionata nel Rinascimento; un ulteriore merito italiano è l'invenzione del cono, una di quelle cose in apparenza modeste, ma che allietano la vita. Centinaia sono i tipi di formaggi, di salumi, di miele, di prelibatezze che la recente riscoperta del territorio ha portato alla ribalta.
Carlo Petrini meriterebbe un monumento dal vivo, perché è un eccezionale suscitatore di energie; fondatore dell'organizzazione Slow Food, ha fatto riscoprire in ogni angolo d'Italia le superbe tradizioni culinarie esistenti, ma sopite in attesa di un “mago” che le risvegliasse.
Il Salone del Gusto di Torino, come pure la manifestazione “Cheese” a Bra sono il coronamento di tanto merito.
Un paragrafo a parte merita la Sardegna, per le sue tradizioni, per la civiltà nuragica, per la coltura del sughero, i vini, i formaggi, i tappeti, i cerimoniali antichi come la Sartiglia di Oristano, il folklore ricchissimo di canti, di danze, gli strumenti a fiato continuo; la lotta a testate, i terribili inverni sul Gennargentu, il Giudicato di Arborea, le piante da sughero e molte altre attrattive che ho già citato.
L'Italia della letteratura, a cominciare dalla letteratura romana antica, compresa la raccolta di leggi unica al mondo e tuttora valida in gran parte. Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Manzoni, Carducci, Pirandello: è inutile continuare un elenco che porta la gloria d'Italia nel mondo; e quanti poeti “minori” ma di grande valore!
L'Italia del cinema, conosciuto in tutto il mondo, il neorealismo, Visconti, Fellini, De Sica, Antonioni e lo spaghetti-western che viene addirittura studiato in alcune università americane.
L'Italia degli scienziati, a cominciare da Galilei, Torricelli, Volta, Marconi (quante vite salvate!), Natta, Ferraris, Avogadro e i grandi matematici, i grandi medici, gli antropologi; Fermi, Rita Levi Montalcini.
Insomma un elenco prestigioso e interminabile che conferma l'apporto dato dall'Italia al progresso mondiale.
C'è poi un'Italia generosa quanto silenziosa, quella dei volontari.
Milioni di persone che ogni giorno si prodigano per gli altri, a volte fino al sacrificio della vita; in tutto il mondo medici italiani coadiuvati da volontari, missionari, suore vivono in mezzo all'orrore, portando un messaggio d'amore e di speranza inesauribili. In mezzo alle giungle, sui fronti delle guerre brilla luminoso l'amore italiano di cui Emergency, fondata dal chirurgo milanese Gino Strada, è uno degli esempi giù gloriosi.
Ogni anno milioni di Euro vengono versati dagli Italiani alle varie organizzazioni umanitarie.
Ogni mattina un avvenimento misterioso e affascinante avviene: fiumi di sangue vengono versati dai donatori agli ospedali per salvare migliaia di vite in pericolo.
L'Italia eccelle anche in un altro campo, quello del disegno industriale; moltissimi oggetti di uso quotidiano ottengono premi per il loro design, spesso vengono esposti nei musei di arte moderna di tutto il mondo; Pininfarina e Giugiaro creano le stupende carrozzerie che rivestono le automobili delle più prestigiose marche; nella moda, i cui creatori sono stati giustamente paragonati ai principi del Rinascimento, si esprime la creatività italiana, come pure nei gioielli, nei mobili, nei profumi, nell'arredamento in genere.
La tecnologia che permette tutto ciò pone l'Italia ai vertici mondiali del settore.
Ho già parlato del ricchissimo patrimonio di canzoni e proverbi, ma occorre anche parlare della grandissima varietà di “feste” a cerimoniali, alcuni dei quali affondano la loro origine nella notte dei tempi.
Della Sartiglia di Oristano ho già parlato; ci sono anche gli sbandieratori, i suonatori di strumenti poco noti se non nell'ambito locale (come si può vedere alla Fiera di Sant'Orso ad Aosta); strumenti derivati da attrezzi da lavoro e che producono una straordinaria armonia, uniti a danze ben lontane da quelle che si vedono negli spettacoli televisivi e che sono un prodigio di grazia e vigore e intrecci complessi di persone che producono dei ritmi solo col battito delle scarpe sul terreno.
L'unione del canto, della danza e dei colori è uno spettacolo veramente suggestivo, con le sue infinite varianti non solo regionali, ma anche comunali. Ci sono le gare con gli archi e le balestre, le corse in salita, le giostre medievali, le prove di forza.
Nell'ambito religioso ci sono le grandi processioni del Sud, ma anche la più importante del Nord Italia, e cioè quella del Venerdì Santo a Savona, uno spettacolo che attira visitatori da tutta Europa. La straordinaria bellezza delle casse, i cori religiosi, i cerimoniali rendono questa processione altamente suggestiva.
Ci sono poi i grandi pellegrinaggi ai Santuari, ognuno dei quali costituisce da solo un capolavoro dell'ingegno italiano. Ma oltre a quelli religiosi “ufficiali” ci sono dei riti singolari e impressionanti come i serpari dell'Abruzzo e i tarantati in Puglia. Occorrerebbe un grande trattato di antropologia per elencare tutti i riti che si svolgono in Italia.
L'Italia del Papato e della religione cattolica. Il centro della terra per i cattolici è il Papato, città del Vaticano e centro spirituale di una delle grandi religioni della Terra.
Innumerevoli sono le ricadute religiose, sociali e anche economiche su Roma e sull'Italia tutta.
L'immenso patrimonio spirituale, religioso e culturale dell'Italia è unico al mondo.
In subordine, ma di estrema importanza è il patrimonio artistico di Roma, le biblioteche, San Pietro, gli affreschi;
la Chiesa è stata per secoli committente di bellezza nelle chiese, nei conventi, nei quadri, nelle statue, nei libri, negli oggetti, nelle miniature di abbagliante bellezza.
Ogni paese d'Italia ha una bella chiesa con capolavori spesso sconosciuti agli abitanti stessi. La devozione popolare ha arricchito l'arte con donazioni di incalcolabile valore artistico, non ultimo l'arte presunta minore degli ex voto.
E gli italiani chi sono? L'Italia è sempre stata abitata fin dai tempi preistorici e gli abitanti hanno lasciato innumerevoli reperti: dalle incisioni rupestri, ai nuraghi della Sardegna, dai reperti nelle grotte di Finale Ligure (SV) alle palafitte, alle sepolture, alle prime fonderie, scuri, armi ed altre manifestazioni della cultura.
Dei popoli autoctoni uno prevalse sugli altri, quello dei Romani. Gli altri, ben distribuiti sul territorio, lasciarono certamente tracce nella civiltà romana. Gli Etruschi, che appartengono, ai popoli “venuti da fuori” lasciarono tracce grandiose e influenzarono profondamente i Romani, che molto impararono da loro.
Molti altri popoli invasero l'Italia; gli antichi greci crearono le loro città grandiose con i loro templi e teatri meravigliosi, con la loro cultura e la loro filosofia.
Si susseguirono i Cartaginesi, i Bizantini, gli Arabi, le invasioni barbariche, i Francesi, gli Spagnoli, gli Austriaci.
Tutti questi popoli lasciarono tracce indelebili sulla civiltà italiana, influenzandone profondamente usi e costumi.
Questi ultimi, maturati e consolidati nei secoli, sono stati profondamente interiorizzati; il territorio, con le sue differenze geografiche, le isole, le valli quasi inaccessibili e isolate per secoli; la gelosia municipale, la possente superbia delle città che si ritenevano le migliori al mondo chiamando ad abbellirle i più grandi artisti; i canti, le danze, i dialetti, gli strumenti musicali, il vestiario, i cerimoniali ufficiali, civili e religiosi e quelli ancestrali, ma non meno importanti;
tutto questo è la maggior garanzia contro la temuta globalizzazione che mai riuscirà a scardinare un simile patrimonio.
Solo l'Italia ha potuto creare le Repubbliche Marinare, uniche nella storia del mondo, piccole unità sole contro imperi colossali, attivissime di commerci, ma anche fucine di libertà e committenti di bellezza; Venezia finì solo per la brutale spartizione dei territori, ma quanto melodioso fu il canto del cigno, prima con la creazione del teatro della Fenice (nome presagio di gloria), e poi con la leggendaria difesa del 1849. Genova fu sì assorbita dall'Italia, ma ebbe Garibaldi, Mazzini, Schiaffino, Bixio, Ruffini e Quarto, Rubattino e i Mille…
Altrettanto importante è la “solidarietà capillare”, cioè diffusa in tutti gli angoli più sperduti: infermieri volontari che vanno ad assicurarsi dello stato di salute di persone anziane in lontani casolari; vicini e conoscenti degli stessi che “danno una mano” in quelle faccende in apparenza modeste (come ammucchiare la legna per l'inverno) che però, tutte insieme, fanno sì che le persone, ovunque si trovino, sentano di essere parte di un grande corpo sociale, di non essere abbandonate, di partecipare al flusso delle vita, di essere a loro modo importanti.
Ecco che di fronte alle sventure a volte dovute a fenomeni incontrollabili, a volte provocate dolosamente, si ergono i paladini del riscatto: assieme alle grandi organizzazioni ufficiali, uomini meravigliosi scavano con le mani nelle macerie dei terremoti, altri si sfiniscono a combattere gli incendi, altri stremati e coperti di fango lottano contro le inondazioni. Una immagine mi è fortemente rimasta impressa nella memoria, quella della “Madonna dei clandestini”, e cioè una dottoressa che, sul litorale di Lampedusa, cerca di rianimare un africano morente.
C'è un bellissimo proverbio russo che dice che l'odio non è solo al mondo perché è assediato dagli angeli che camminano sulla terra.
Certo si può fare di più; si può sempre fare di più in ogni cosa; ma nei limiti e nei difetti umani quanta gloria, quanto riscatto, quanto amore!
Nel dopoguerra l'Italia ha compiuto un'altra impresa veramente grandiosa: la più imponente migrazione interna che la storia ricordi, e cioè milioni di persone che in pochi anni si sono spostate dal Sud al Nord, è stata assorbita quasi senza traumi, arricchendo l'Italia di nuove energie.
L'Italia ha fatto fronte coraggiosamente alla catastrofe del Polesine, e alle altre che si sono susseguite, risorgendo più determinata e più bella. Ma non solo: ormai gli immigrati si contano a milioni, contribuendo a quello scambio così ricco di conseguenze positive; coi loro guadagni centinaia di milioni di Euro prendono la via dell'Africa, del Sud America, dell'Asia, contribuendo così ad alleviarne in parte la miseria.
Tutto quanto detto sopra si inserisce nel contesto globale del buon vivere: lo stare insieme, le infinite associazioni, il ballo, le cerimonie che scandiscono i ritmi della vita e finalmente il convivio, il mangiare assieme, uno dei riti primordiali dell'umanità, con le sue profonde implicazioni psicologiche e addirittura magiche. Perché tutto viene dalla Madre Terra: dalla semina nel suo grembo, alla crescita delle piante, la Madre Idrofora cioè portatrice d'acqua, con migliaia di km di canali, i riti magici della raccolta, gli opulenti magazzini di cibarie, la magica metamorfosi; nell'anno 2000 è ancora magica la parola pane, magica è la parola vino (Cristo scelse pane e vino); l'olio santo; tuttora la parola pane ha un significato denso di simboli emotivi profondi: guadagnarsi il pane; Ugolino nel 33° canto dell'Inferno di Dante dice: “Pianger sentii nel sonno i miei figlioli ch'eran con meco e dimandar del pane”.
Si può concludere questo viaggio meraviglioso facendo un sunto dei doni che l'Italia ha fatto al mondo:
mondo romano con la sua storia, l'ingegneria prodigiosa, la raccolta di leggi;
Arte in Italia e arte italiana nel mondo;
religione Cattolica con il suo mondo italiano e insieme universale;
letteratura e poesia;
musica classica e popolare;
invenzioni (tra cui la bussola, il termometro, il barometro, la macchina da scrivere, la funicolare, la dentiera, il motore a scoppio e infinite altre); scienza e tecnologia che facilitano la via dell'uomo;
cibi e bevande che mantengono la vita e la allietano;
panorami di abbagliante bellezza;
sole, mare, laghi, montagne.
Tuttavia………si può sviluppare ancora questo stupendo sistema senza danneggiare l'ambiente?
La risposta è un chiarissimo “SI”.
Un esempio riguarda l'energia: si può ottenere energia con mezzi ben collaudati dall'esperienza e cioè le dighe;
distribuite capillarmente sul territorio, trattengono acqua per l'irrigazione e producono energia elettrica.
Per mezzo di pannelli solari e cellule fotovoltaiche; centrali eoliche, miniturbine, biogas, in ogni casa o cascina si potrebbe avere quasi tutta l'energia necessaria alla vita domestica.
Dev'essere attuata la legge regionale sulle cisterne:
è assurdo che piova acqua e che scivoli via per poi pomparla in alto con enorme dispendio di energia, di usura di pompe e motori e di logorio di tubazioni. Sarebbe tanto facile trattenerla capillarmente dai tetti e farla confluire in apposite cisterne, per poi utilizzarla per gli usi quotidiani di casa e campagna.
Un metodo importantissimo per risparmiare energia è la raccolta differenziata dei rifiuti: non dimentichiamo che milioni di tonnellate di preziosi materiali vengono sotterrati per sempre nelle discariche. Volendo fare un semplice esempio basta seguire la vita di una bottiglia di vetro: occorrono soda, sabbia, dolomite, calcare, solfato, ossido di ferro, acqua, nafta ed energia elettrica per ottenere il vetro. Perciò ogni bottiglia, in apparenza così innocua, è in realtà una bomba energetica; lo stesso vale per le lattine di alluminio, le pile, la carta, per il cui spreco impoveriamo la terra di alberi.
Quindi triplicando la raccolta differenziata non solo non si costruirebbero centrali, ma si sgonfierebbero le discariche e nello stesso tempo si attuerebbe una missione di altissima umanità: stringe il cuore infatti vedere nei bidoni della spazzatura vestiario e scarpe quasi nuovi, mobili, elettrodomestici, materassi, ecc. che potrebbero alleviare gli stenti di tanta parte dell'umanità.
Quindi per concludere non c'è alcun bisogno di costruire centrali nucleari e aumentare il mostruoso spreco di beni;
occorre invece agire al contrario e frenare il mostruoso spreco di beni.
Arte. Ancora purtroppo grandissimo è il patrimonio artistico abbandonato: dal museo Lombroso di Torino al museo del grano a Savigliano alle statue dei sotterranei del duomo di Orvieto; l'elenco è impressionante ed ecco un'occasione di lavoro, capillarmente distribuito sul territorio e che porterebbe alla luce i musei nascosti che secondo alcuni sono quasi vasti come quelli funzionanti; perciò:
edifici restauratori guardiani guide trasporti studenti.
Lo stesso vale per le necropoli e gli scavi archeologici, bisognosi entrambi di forti investimenti.
Archeologia subacquea. Nei millenni sono affondate nel Mediterraneo centinaia di navi; ecco un'altra occasione per far affiorare l'arte ed il costume nascosti lungo le migliaia di km di coste italiane.
Recupero di paesi e cascine abbandonati; in tutta Italia esistono stupende frazioni abbandonate che vanno recuperate e ripopolate offrendo forti incentivi a chi va ad abitarvi; basti vedere il famoso “Chiantishire”, ma anche il fenomeno estremamente positivo dei 5000 Svizzeri nelle Langhe, esempi che vanno studiati e seguiti.
Agriturismo, cantine, recupero di cibi tradizionali: come già detto a proposito di Carlo Petrini le premesse sono ottime;
occorre accelerare in modo da saturare il territorio; l'esempio più bello dell'unico formaggiaio di Cogne che è un immigrato: occorrono nuove forze. Naturalmente bisogna trovare nuove strade, nuovi collegamenti, infrastrutture adatte: altro lavoro sul territorio.
Incentivare il turismo termale, adesso sottoutilizzato; costruire sulle lunghissime coste italiane, stabilimenti di talassoterapia.
Recupero, sulle coste e dovunque, delle grandi ex colonie per bambini; spesso si trovano in posizioni stupende e si possono creare grandi case di riposo senza deturpare il paesaggio: esse sono ormai inserite nel contesto territoriale. Aumento delle corali e delle squadre di ballo liscio, con grande vantaggio fisico (modalità articolare, espansione toracica, armonia nei movimenti, benefica stanchezza);
si incrementa la spirale destra ascendente positiva, aumenta la gioia, diminuisce la depressione.
Aiuto all'agricoltura: occorre moltiplicare ciò che sta timidamente avvenendo e cioè aiutare i contadini; studenti, anziani, prepensionati, in cambio di ospitalità presso le cascine potrebbero, specialmente nei periodi della vendemmia, della raccolta delle mele, delle olive, ecc. dare un forte aiuto a chi vive sul territorio: ottimo interscambio di modi di vivere e di compagnia.
Rimboschimento da attuare con guide adeguate, aumentando così il patrimonio di verde (meno anidride carbonica e più ossigeno).
Fortezze: ci sono grandi fortezze, specialmente sulle Alpi occidentali, costruite quando la Francia era il “nemico”.
Enormi, solidissime, situate in posti di incomparabile bellezza, vanno recuperate per ricavarne ostelli per la gioventù, teatri, musei etnografici. Bisogna recuperare le esistenti cisterne e coprire le fortezze (con discrezione) di pannelli solari e cellule fotovoltaiche.
Miniere. Già è iniziato il recupero a scopo turistico di alcune miniere, ma occorre dare un forte impulso a questo patrimonio straordinario.
L'Italia come casa di cura per l'Europa.
Lo stupendo contesto italiano può diventare una forte attrattiva per gli anziani di tutta Europa: dal nord al sud alle isole, occorre creare un insieme di pensioni, luoghi di cura, grandi sale da ballo, gare di bocce, biblioteche, piccole escursioni in pullman tali da richiamare un grande flusso di anziani. Naturalmente occorre tutto un contorno logistico adeguato e occorre far presto perché altri Paesi si stanno già dando da fare.
La realizzazione di tutte le proposte suggerite ha molteplici vantaggi: il lavoro è capillarmente distribuito sul territorio, anche negli angoli più remoti e non crea allucinanti processioni di pendolari; il recupero di edifici, oltre ad essere un enorme risparmio energetico, non altera il paesaggio;
il flusso turistico, invece di essere massificato in punti fissi creando ingorghi, rumori e inquinamento, viene fatto scorrere (panta rei) creando quei flussi vitali così importanti per la vita; coinvolge le autorità locali, e soprattutto rende protagonisti gli abitanti del luogo interessato: aumenta la gioia di vivere, diminuiscono le malattie psicosomatiche e articolari, l'esperienza della vita si vive in modo più integrato e corale, diminuisce l'aggressività, le energie positive aumentano.
Con che soldi attuare tutto ciò? Queste realizzazioni costano; tuttavia il segreto per realizzarle c'è: è il flusso di energie potenziali già esistenti, e cioè l'enorme numero di pensionati residenti in tutti i paesi; ancora fisicamente validi spesso specialisti provenienti dagli stabilimenti o ex artigiani ingegnosi (muratori, elettricisti, idraulici, giardinieri, cuochi, ecc.) possono diventare la colonna portante delle attività proposte, come del resto avviene già in altre nazioni. Ben coordinati e coinvolti, esperti del luogo e dei suoi segreti, rappresentano il tesoro di ogni paese.
A conclusione di questo mio scritto, si potrebbe dire che ogni punto andrebbe discusso, ampliato, integrato.
Avrà certamente dimenticato qualcosa, tuttavia spero di aver aiutato a dare una panoramica dell'abbagliante tesoro che è l'Italia.
Perciò: viva l'Italia, la sua bellezza, la sua libertà, grazie al cielo che ce l'ha data, al destino e al bel futuro che verrà.


IL MIO AMICO INVALIDO

Nel 1974 lavoravo in una ditta di Savona e disegnavo impianti e macchine per le industrie, le cave, i porti. Avevamo tanto lavoro e la ditta dà a persone esterne allo stabilimento da sviluppare molti disegni; cominciano ad arrivare i primi plichi e alcuni sono molto accurati, di alto livello; per un po' di mesi vedo arrivare una mole enorme di lavoro e mi chiedo chi può essere questo disegnatore così in gamba. Vengo a sapere che verrà assunto nel nostro ufficio e una mattina arriva: un uomo impressionante tanto ha torace e spalle sviluppati, ma al posto delle gambe ha due protesi rigide, senza snodo al ginocchio, e si appoggia a due bastoni per tenersi in equilibrio.
Io sono stupefatto: mi chiedo come ha fatto a salire le scale (l'ufficio è al primo piano). Ha il posto vicino a me, si avvicina e, appoggiandosi con una mano al tavolo, mentre tiene entrambi i bastoni con l'altra, si siede con le protesi rigide, allungate davanti a lui; poi, agendo su uno snodo all'altezza del ginocchio, fa piegare le protesi e da seduto non si direbbe che ha questa grave menomazione.
Ci presentiamo e capisco subito che questo è un vero uomo: nessun vittimismo, forte e battagliero nei confronti della vita.
Disegna da seduto, portando il tecnigrafo all'altezza giusta e a mezzogiorno vedo come fa ad alzarsi: mediante lo snodo rende rigide le protesi, poi, appoggiandosi al tavolo e a un bastone si alza; cammina dando prova di notevole equilibrio e arrivato alle scale, le scende rapidamente tenendosi con una mano alla ringhiera e appoggiandosi con l'altra ai due bastoni; in men che non si dica arriva alla porta, esce e, manovrando abilmente, sale sulla sua automobile, che ha tutti i comandi nel volante.
Passano i giorni e racconta disinvolto come è successo l'incidente che gli ha causato l'amputazione di entrambe le gambe, appena sotto le anche; a Savona c'erano ancora i tram e i ragazzi si aggrappavano alle due barre verticali che erano a fianco della porta d'ingresso e saltavano dentro anche col mezzo in corsa; furono poi aboliti i tram, ma un destino maligno ha voluto che proprio l'ultima vettura, che eseguiva l'ultima corsa, tranciasse le gambe al ragazzo di 14 anni, studente delle medie.
Un giorno mi porta a vedere una sua fotografia, appena guarito, ragazzo di 14 anni seduto su una poltrona, coi moncherini che spuntano dai pantaloni corti, sorridente. Per diverse notti di seguito l'ho sognato e non ho mai dimenticato quella foto.
Il mio vicino di tavolo da lavoro, con cui si sviluppo una grande amicizia, mi raccontò che, non appena guariti i monconi, gli procurarono delle protesi e continuò a studiare, diplomandosi geometra; saliva sulle corriere, scendeva, pur con queste protesi molto pesanti; poi comincia a lavorare e appena poté prese la patente, guidando automobili appositamente attrezzate, coi comandi nel volante.
I suoi famigliari lo portavano a remare in barca perché si rinforzasse; d'estate nei bagni dove si ballava, aveva il compito di cambiare i dischi, come si usava allora.
Si era subito inserito nell'ambiente della ditta: vivace, polemico, vigoroso d'animo e di corpo; partecipava a pieno titolo alle discussioni, sia di lavoro, sia di calcio e di tutto. Colpiva soprattutto una cosa: l'assoluta mancanza di vittimismo, di mestizia, di ripiegamento su se stesso.
Passavano gli anni e io ho vissuto una crisi depressiva molto lunga; molto ci sarebbe da dire sull'orrore della depressione, sulla malignità di questo stato, difficile da combattere per molti motivi; ma il protagonista non sono io, ma il mio amico. Io posso vantarmi di una cosa: certo non avevo e non ho la sua forza d'animo, ma sono riuscito a tenere per me il mio malessere, rimanendo impassibile, curandomi senza che nessuno lo sapesse, non pesando su nessuno.
Ma lui se ne accorgeva e mi consolava, ma a modo suo; come rifiutava per sé il compatimento, così non mi dava pacche sulle spalle, non mi compativa con parole stucchevoli; nei giorni di crisi acuta, mentre disegnavo e non riuscivo nemmeno a parlare, lui mi aiutava; è difficile descrivere le frasi fuori dal contesto di allora, ma ci provo: un giorno, con quella durezza e vera virilità dice: Giacomo non c'è oggi a lavorare, non si vede e accompagnava le parole con altre benevolmente oscene; mi bastava la sua vicinanza, irradiava una forza e un coraggio che mi scaldavano il cuore.
Un giorno mi cade un compasso su una gamba e, vedendo la mia smorfia di dolore perché la punta mi si è piantata nella pelle, lui prende il suo compasso e infila più volte la punta metallica nelle protesi ridendo e sfidandomi a fare altrettanto.
Mi dava un passaggio in macchina, a volte gli facevo delle commissioni per i suoi hobby: costruiva radio e altri apparecchi, oltre a far da mangiare. Dopo molti mesi sono stato meglio e cominciammo le pratiche perché lui avesse la pensione di invalidità: lo accompagnavo alle visite mediche, negli uffici e via dicendo.
Facendo una visita dal medico militare, lui ha fatto una battuta veramente memorabile; avevamo portato tutta la documentazione; il mio amico e il medico militare sono seduti di fronte, il medico legge la pratica, poi controlla le protesi; lui dice ridendo che le gambe non gli sono ricresciute, facendo ridere tutti.
Pur conoscendo già le difficoltà che gli handicappati devono affrontare, ho toccato con mano l'oscenità, l'impudicizia, il narcisismo.
Noi siamo abituati a considerare questi concetti relativi al campo sessuale e psicologico ma non è così e faccio subito alcuni esempi, in cui si vede la piena complicità tra enti pubblici e persone uniti nel complicare la vita ai disgraziati.
Arriviamo con la macchina presso un ente pubblico: il parcheggio degli invalidi è occupato da un'auto senza contrassegno. Suoniamo il clacson ripetutamente e, dopo molto tempo, arriva il padrone dell'auto: alle nostre proteste perché ha occupato il posto riservato, risponde con estrema strafottenza che lui ha da fare e che gli invalidi devono farsi portare in ambulanza; con estrema lentezza entra nella sua automobile, con estrema lentezza esegue le manovre per uscire dal parcheggio: per la prima volta nella mia vita ho capito che cos'è l'istinto omicida.
Ma non è finita: vedo che c'è un apposito montacarichi per gli invalidi, con una targa: “suonare per l'addetto”. Suono inutilmente, non arriva nessuno; entro e all'addetta del bancone chiedo spiegazioni: imbarazzata mi dice che certo l'addetto è nelle vicinanze, che arriverà; ma ovviamente non arriva; ecco l'oscenità della vergognosa presa in giro; l'autorità procura il servizio, ma non lo fa funzionare.
Il mio amico, con vigorose imprecazioni, si avvia verso la scala, e, manovrando al solito modo, sale al primo piano; mi ha colpito l'atteggiamento dell'impiegata: stava a testa bassa, certo turbata del vedere l'uomo arrancare con fatica anche se con la solita energia.
Un'altra volta, per una visita, dopo aver parcheggiato la macchina piuttosto lontano dall'ingresso, io prendo la sedia a rotelle pieghevole, la piazzo vicino alla portiera della macchina e il mio amico con la solita abilità si siede: lo spingo, poi troviamo un marciapiede da salire ed ecco la civica impudicizia: hanno fatto la rampa per salire, ma lasciando un gradino alto tre dita tra l'asfalto e la pietra inclinata; se un invalido è solo è impossibilitato a salire. Io provo a inclinare la sedia, ma lui è molto pesante e ho paura di farlo cadere; facevo culturismo in una palestra e lui mi irride per la mia debolezza, mi chiama pollo di allevamento, steroidato e altro e ride come un matto; riesco a far salire la carrozzella e rilevo l'impudicizia della ditta che apposta ha creato l'ostacolo e la crudeltà dell'ente pubblico preposto alla sorveglianza.
Passiamo anni fianco a fianco, finché un giorno la ditta viene sdoppiata; lui rimane dov'è e io sono trasferito al secondo piano: un duro colpo per me. La sua calda durezza, il suo essere inquadrato e vigoroso, la sua amicizia mi scaldava, mi curava. Certo, scendevo a trovarlo, mi dava ancora i passaggi in macchina, ma era diverso.
Un giorno parlando in ufficio dico che voglio comprarmi una mountain-bike per girare le colline. Pochi giorni dopo il mio amico mi porge delle chiavi e mi dice di andare in portineria; io non capisco, poi vedo giù la bicicletta nuova, provo una gioia grandissima. Da quel momento è amore a prima vista. Quella bicicletta è fatata, magica.
Con questa bicicletta faccio migliaia di chilometri nelle colline della provincia, vado nei torrenti, nella neve, nelle ghiacciaie, nei rovi, in strade sterrate piene di fossi e di pietre: ebbene, non ho mai scoppiato una ruota, la catena ha deragliato una sola volta e soprattutto la bicicletta mi conforta; a volte mi sono perso in mezzo ai boschi, ma la bicicletta vibrava, prendevo coraggio da essa, permeata com'era dall'influsso della personalità dell'uomo straordinario che me l'ha regalata. Sciocchezze! È antiscientifico! Superstizione! Autosuggestione! Tutto vero. Però …… Viene il momento che lui va in pensione e per me è un duro colpo: mi manca un solido sostengo; si dedica ai suoi hobby, va a fare lunghi giri in macchina, a volte gli faccio qualche commissione.
A proposito di pensione, quest'uomo ha lavorato 35 anni senza invocare prepensionamenti o altro come fanno troppi che, con la scusa dell'amianto visto a mezzo chilometro esigono e oscenamente ottengono dalle autorità prepensionamenti vergognosi: ci sono persone che a 48 anni vanno in pensione con 40 anni di contributi, come se avessero cominciato a lavorare a 8 anni.
Poi il mio amico è stato ricoverato in ospedale molto a lungo e i moncherini si son troppo ridotti di volume e di consistenza e non ha più potuto indossare le protesi. Ha venduto l'automobile e, rimasto solo perché sono mancati tutti i suoi parenti, ha solo una nipote che gli fa le compere. Lui si fa da mangiare e, con la sua abilità e agilità, fa le pulizie in casa, oltre naturalmente a leggere, trafficare, polemizzare.
Quest'uomo ammirevole ha molto influenzato positivamente la mia vita e la sua vicenda dovrebbe far vergognare i vampiri che speculano sulle pensioni, sugli accompagnamenti fasulli, sull'amianto (pseudo).
Ma tanto più risalta l'insipienza, l'incuria, la crudeltà delle istituzioni che non fanno il loro dovere, non mettendo a norma gli accessi agli edifici pubblici, non controllando rigorosamente i falsi invalidi, decurtando perciò brutalmente la pensione ai veri invalidi, non apprestando centri di riabilitazione ben distribuiti sul territorio e costringendo gli invalidi e i loro parenti a penosissime trasferte.
Tuttavia questo è solo una faccia della medaglia, perché esiste il meraviglioso rovescio: apriamo la porta della stanza del tesoro e veniamo abbagliati dallo splendore delle pietre preziose: rubini di compassione, smeraldi di altruismo, diamanti d'amore, zaffiri di dedizione, catene d'oro di solidarietà vissuta; ecco l'interminabile ed entusiasmante elenco dei tesori: innumerevoli associazioni di beneficienza, milioni di volontari dediti ad aiutare la sventura; nelle notti gelide angeli luminosi cercano i disgraziati, li coprono, li nutrono con pasti caldi; certi medici, finito il loro turno, visitano gratuitamente i clandestini; nei villaggi africani, nelle foreste tropicali, invincibili paladini lottano contro le malattie, la schiavitù, i bambini sfruttati, venduti, stuprati; angeli ardenti vanno nella notte a strappare prostitute al loro destino atroce; fiumi di sangue vengono versati nei delitti, nei genocidi, negli attentati, ma fiumi di sangue purpureo e brillante vengono versate dai donatori negli ospedali per salvare i malati. E poi donazioni, spettacoli, cene, mostre e via dicendo, organizzate per raccogliere fondi; non dimentichiamo i lasciti, le collette, e moltissime altre manifestazioni, compresa Telethon che convogliano fiumi di denaro alle associazioni benefiche.
Non dimentichiamo inoltre gli oscuri eroi di ogni giorno, come le famiglie che per decenni si prendono cura dei propri familiari handicappati. Ma bastano a volte gesti molto meno impegnativi per aiutare il prossimo: portare le borse agli anziani, cedere loro il posto sui mezzi pubblici, fare qualche elemosina, e tutti quei gesti infiniti che costano poco, ma che sono così importanti per far sentire la gente amata, inserita in un contesto affettuoso: insomma tessiamo assieme la rete d'oro e d'amore col calore del nostro cuore.
Colmi di compassione impazienti di agire, non lasciamo morire dentro noi la pietà.
Tanti hanno bisogno di essere aiutati, noi tanti fortunati doniamo la pietà.
Il sole sorge ancora se al mondo c'è l'amore, confortiamo il dolore ardenti di pietà.


I LEMURI

Sono nato a Quiliano, dove, vicino alla frazione Roviasca c'è la località Trexenda col torrente dello stesso nome, che prendono i nomi dal sabba delle streghe e dove andavano e vanno tutt'ora a consacrarsi i lemuri, che già alla nascita sono dotati di particolari poteri maligni, che possono essere aumentati tramite appositi esercizi e cerimoniali spaventosi.
Tra gli uomini ci sono anche quelli che “sentono”, dotati anche loro di particolari poteri; si chiamano sensitivi o medium e captano radiazioni o sensazioni particolari come vedere l'aura o avere un sesto senso sviluppatissimo; vedono la vera essenza degli esseri umani, individuano i lemuri che per questo li odiano e li temono, sapendo di essere smascherati, combattuti e impediti nelle loro azioni maligne.
Quelli che “sentono” si riconoscono tra loro: basta uno sguardo, una sensazione, qualcosa di impalpabile che solo loro avvertono, e si vedono; ognuno “sa” che l'altro “sa” e, se occorre, si aiutano tra loro. Io sono tra questi.
Nel corso del racconto dovrò usare spesso le virgolette per mettere in risalto qualche parola che, in un certo ambito, assume un significato particolare. I miei genitori erano entrambi appartenenti a questo genere di persone; erano nati in posti “potenti” ed erano figli e nipoti di medium. Hanno trasmesso a me i loro poteri, che sono invece assenti in mio fratello.
Spesso questi poteri si pagano a caro prezzo, con crisi d'angoscia, sensazioni orribili, l'orrore che si prova quando, anche senza volere, si penetra nella mente depravata di qualcuno, debolezza nervosa necessaria per recepire.
Tuttavia mai rinuncerei ai miei poteri per avere un altro tipo di vita.
Già quando ero piccolo mia madre mi raccontava storie particolari, aumentando così la mia già acuta sensibilità e permeabilità verso un certo tipo di fenomeni.
“Vedevo” già qualcosa usando il mio dono e mia madre mi insegnò a potenziarlo. Capire il linguaggio del corpo, la vera natura delle persone, il gestire che spesso smentisce il linguaggio verbale, le malattie autoindotte, quelle “volute” per attivare l'attenzione degli altri o per punirli col senso di colpa. Mi parlava senza remore delle forze primigenie della natura, come l'immensa forza del sesso, della malia della donna, del potere della voce, calmante o ammaliante o suadente, ma anche del potere magico dell'urlo, del potere ipnotico di un certo tipo di voce.
Mi istruiva sul potere della mano che, col pollice opponibile alle altre dita è la cosa che differenzia veramente l'uomo dall'animale; aveva, assieme a mio padre, un vero culto dei piedi, facendomi osservare l'estrema complessità della muscolatura del piede, che va tenuto pulito, massaggiato, arieggiato, curato, amato perché la salute è nel piede, come pure la malattia è nel piede malato.
Oltre ai poteri con cui era nata, aveva letto moltissimo; benché avesse frequentato solo due anni di elementari, aveva servito in tre case di persone con grandi biblioteche: un notaio, un medico e un fornaio che, oltre a leggere moltissimo era uno che “sentiva”. In queste tre famiglie si era trovata molto bene e tutti, colpiti dalla sua voglia di sapere, le avevano fatto leggere moltissimi libri, tra cui quelli esoterici e potenti del fornaio. I suoi genitori, un suo nonno e un suo zio erano persone particolari, medium, guaritori, rabdomanti, e le avevano trasmesso moltissime nozioni singolari. Il nonno materno e suo padre erano originari di Urbe, paese notoriamente pulsante di forze positive primigenie e telluriche, che qualche abitante porta con sé.
L'unione del potere, l'ereditarietà, un certo tipo di cultura, una propensione irresistibile ad aiutare gli altri, avevano fatto di mia madre una persona molto particolare; i vicini di casa la chiamavano per consigli e medicazioni di erbe, per massaggi o solo per farsi tenere la mano, perché dalle sue mani fluiva una forza calmante meravigliosa; non “sapevano”, ma la cercavano istintivamente; cantava molto, come i suoi fratelli e i suoi genitori, con voce estremamente melodiosa; qualche malato la chiamava per farsi cantare canzoni e romanze, che mi ha trasmesso e ho poi ritrovato in libri e musicassette. Lo sapevano le grandi civiltà antiche che il canto guarisce e ne facevano un'applicazione continua; inoltre, il canto non solo cura e allieta gli altri, ma è curativo per il cantatore stesso perché il diaframma vibra, vibrano le ossa della testa, vibrano il palato, e le orecchie, il cervello si irrora di sangue, le endorfine circolano nel corpo, la gioia esplode, aumenta la commozione.
Ricordo le serate di canto, all'aperto d'estate, al chiuso di inverno; si mangiava la torta, si beveva qualcosa e lei cantava, colmando di gioia la cerchia delle persone che venivano a sentire insieme a noi. Molte malattie sono dovute a tensioni, rabbia compressa, invidia, ambizione smisurata, avidità, contrasti famigliari, dispiaceri. Le cellule grigie muoiono, l'intestino, il fegato, lo stomaco soffrono, le articolazioni si irrigidiscono, il corpo si incurva oppure si inarca e si contrae, il sangue circola male, la digestione diventa difficoltosa, i nervi si tendono, arriva l'insonnia atroce, l'ipertensione, l'ictus, l'infarto, l'artrosi, la cipolla nel piede delle donne e a volte di qualche uomo; la cipolla non è dovuta al tipo di scarpa indossata o ad altre cause; è dovuta solo al disadattamento ad una situazione alla quale non si può sfuggire, sia perché si è costretti, sia perché viviamo in opposizione al flusso della vita anziché concordi ad esso; è specialmente la donna a dover sopportare oppure a voler cambiare persone o situazioni: ed ecco che esplode la cipolla. Anche le gambe nervose, che non hanno requie denunciano “non vorrei essere qui”, spingono ad allontanarsi da una situazione insostenibile o ritenuta tale. Lo stesso vale per i crampi. Per questi due disturbi esistono due esercizi risolutivi e che tutti possono fare.
Mia madre mi faceva inoltre osservare il concetto di “festa”: chi ha la “festa” dentro, a scatenare il divertimento e la gioia basta poco: tutto dà gioia, a cominciare dagli avvenimenti più comuni, ma ricchi di pregnanza: un bambino, il mangiare bene, l'effetto, un fiore, e mille altre cose. Per esempio, in certe sere d'estate ci si divertiva con niente: certi uomini sapevano suonare soffiando in modo particolare su un pettine o facendo vibrare col fiato una foglia di dente di leone, oppure schioccando i denti e ampliando il suono mettendo le mani a mo' di megafono davanti alla bocca, o battendosi con le nocche sulla testa e tenendo la bocca aperta: suonavano intere canzoni; altri suonavano battendo aritmicamente su un tavolo o introducendo forchette e cucchiai nel collo di due bottiglie, e agitandole in modo particolare, ottenevano belle melodie, ma non dico altro perché occorrerebbe un libro per descrivere tutti i modi di divertirsi “con niente” per chi ha la gioia dentro.
Il contrario vale per chi ha la morte dentro, gli accidiosi: nulla di ciò che sta fuori dà loro la gioia perché vedono il mondo attraverso un velo grigio: soffrono di ottundimento della percezione, vedono tutta la bellezza che però non parla al loro cuore; spettacoli naturali, musei meravigliosi, cattedrali, giardini: nulla suscita gioia.
Mia madre sapeva massaggiare: lo aveva imparato dai suoi genitori e da suo nonno paterno; mi parlava del massaggio dei suoi effetti benefici straordinari; la aiutano a massaggiare bambini, anziani, persone che avevano contratture muscolari. Anche per il massaggio ci sarebbe da scrivere un libro.
In me ho sempre avuto, e mi è rimasto, l'impulso a “toccare”; ricordiamo la tragica sentenza: solo vuol dire non toccato.
Guai se il bambino non fosse coccolato, rimarrebbe un mutilato affettivo.
Ho conosciuto tipi di massaggio delle varie scuole e non posso che esprimere l'intima gioia fisica e morale, il sollievo, il dolcissimo conforto che il massaggio dona.
Ho imparato molto presto a fare massaggi con forte impegno qualitativo, che, oltre al contatto fisico, lasciassero fluire da me una grande quantità di energia che rinvigorisce il corpo che tocco; a volte, alla fine del massaggio sono stremato per l'impegno energetico che ho profuso. La gioia di chi riceve il massaggio, la sua gratitudine sono il mio premio.
I miei conoscevano il potere dell'acqua piovana: d'estate ci mettevamo sotto la pioggia che, attraversando l'aria si ionizza producendo l'ossigeno nascente, cioè l'ozono, che rende bella la pelle e carica di energia; raccoglievamo conche d'acqua che usavamo a lungo.
Mi parlavano del potere della masticazione, un potere quasi sacro: masticando bene si utilizzano completamente i nutrimenti del cibo, mentre troppa gente inghiotte senza quasi masticare, intasa lo stomaco e l'intestino, le sostanze nobili del cibo vanno via e poi si prendono gli integratori. Mi parlavano del potere della frutta e della verdura: noi mediterranei siamo figli del grano, dell'uva, dei fichi, dell'olio di oliva. Come dice il mito greco la dea Atena ebbe il privilegio di dare il suo nome alla nuova città perché regalò l'ulivo all'uomo.
I miei mi parlavano dell'enorme potere del cibo: ad esempio noi non mangiamo solo l'uovo, ma la sua potenza; è il cibo perfetto, generatore di vita; ma tutti i cibi sono potentissimi: quando li mangiamo ingeriamo la loro potenza che è dovuta alla madre terra; al dio sole, alla pioggia magica, cucinati dal fuoco divino, manipolati dalla donna; ecco perché vanno onorati masticandoli bene, assumendone l'intima essenza in modo da essere nutriti nel senso più pieno della parola.
Ecco perché i miei “ringraziavano” il cibo alla fine del pasto con un cenno della testa.
Diffidavano del pesce perché è freddo sottrae energia all'uomo, rende irritabili e aggressivi.
Bevevano pochissimo latte, perché facevano giustamente osservare che nessun animale adulto beve il latte; chi pretende di vivere in modo naturale e beve il latte sbaglia di grosso. “tante patate e tanto latte rendono le persone tarde e piatte”. Cosa confermata dalla scienza attuale; queste due sostanze contengono elementi chimici che inducono alla sonnolenza e invadono di grasso gli occhi, le orecchie e il cervello.
Invece lodavano il formaggio che pulisce le arterie e rende luminosi gli occhi, i capelli e la pelle, oltre a rinforzare i denti e le ossa.
Veneravano le albicocche, la frutta più perfetta che esiste, e con esse mia madre, unendole ad altre sostanze faceva una crema eccezionale e di bassissimo costo. Con essa massaggiava anche le mani di mio padre, che le aveva dure e screpolate a causa del suo lavoro di muratore e contadino. Conosceva molto bene le erbe e sapeva fare decotti di tutti i tipi; questa è una cosa che purtroppo non ho recepito: la mia presunzione di bambino che studiava mi faceva rifiutare le erbe; fortunatamente ho recepito tutto il resto.
Di altre cose mi parlava mia madre: di come si può capire molto del carattere di una persona guardandola in viso non di fronte, ma dal basso verso l'alto e viceversa o da dietro, su un piano inclinato, da dove si può vedere l'espressione del viso non controllata, quella che rivela il nostro vero carattere. Anche mio padre, nato a Tosse (luogo dove pulsa la forza tellurica primigenia), nel comune di Noli, aveva certi poteri: ad esempio guariva con incredibile rapidità dalle piccole ferite che si procurava durante il lavoro e “toglieva” l'ansia e la paura.
Una volta ero sulla strada che passava davanti alla nostra casa; un mulo imbizzarrito e che scalciava selvaggiamente era sfuggito al padrone e quasi mi travolgeva: lo vedo terribile sopra di me, spaventoso, passa rapidissimo. Sono illeso fisicamente, ma terrorizzato.
Bisogna togliere la paura perché, se rimane addosso, divora l'anima, paralizza l'agire e provoca col tempo malanni fisici.
Appena arrivato dal lavoro e saputo che ho “la paura”, mio padre si siede, con me in piedi davanti a lui che mi prende i polsi con le sue mani d'acciaio, mi cattura gli occhi con i suoi e mi canta a bocca chiusa una specie di nenia ipnotica; piano piano mi sciolgo dentro, l'orrida paura scivola via come un viscido mantello nero. Un'energia enorme fluisce dalle sue mani dentro di me, mi riempie di calma, la visione spaventosa si scioglie, il cuore, che batteva all'impazzata, riprende il suo ritmo regolare.
Ho poi fatto una cura delle albicocche, delle uova, dei fichi e delle noci.
Un nostro vicino di nome Carlo aveva lavorato troppo, abusando delle sue forze ed era esaurito, stremato. Soffriva di insonnia e di attacchi d'ansia. Naturalmente andava ancora a lavorare perché, non avendo ancora il lugubre 68 instaurato la cultura del piagnisteo era di abitudine stringere i denti.
Carlo e mio padre sono seduti uno di fronte all'altro; Carlo debole e curvo guardava mio padre con la fiducia di un bambino (la fiducia è mezza guarigione; chi si ribella alle cure fa in modo da esaudire la profezia di sconfitta e resta malato per istanze consce e molto spesso inconsce che agiscono dentro di lui).
Con i polsi stretti nelle mani di mio padre, Carlo, con gli occhi catturati, ipnotizzato, riceve fiumi di energia e di coraggio.
Il continuo irrigidirsi per reggere alla fatica, lo stringere fisicamente i denti (che digrignava anche di notte), torturato dalla paura di non farcela, perché molti uomini sono attanagliati dall'angoscia di arretrare davanti alla prova e provano il vero terrore che prima o poi il maschio prova nella vita: la paura di aver paura, di non essere all''altezza di ciò che esige un super – io spietato; non si sentono più sotto l'occhio materno e amorevole della Madonna, ma sotto l'occhio di un Dio spietato: si specchiano nei sui occhi e si vedono miserabili, temono il giudizio della moglie e dei figli. Tutto questo provocava in Carlo crampi, malesseri, tachicardia, colite, ansia.
Mentre beveva energia da mio padre, mia madre gli massaggiava i polpacci duri come pietre, il collo contratto, le mascelle inchiodate. Pian piano Carlo migliora, anche con le cure di cibo speciale che tutti abbiamo a disposizione ma che spesso non vediamo.
Durante queste sedute vedevo mio padre nella sua vera essenza; benché fosse un uomo di media statura, col terzo occhio vedevo l'enorme corazza di forza che lo rivestiva, come vedevo la sua aura rossa brillante, che pulsava e dava energia a chi gli stava vicino.
Anche di mia madre vedevo la vera essenza: un nucleo di forza e dolcezza straordinari, che producevano un'aura rossa fissa, diffusa, con punte arancione e blu.
Del resto il nostro orto destava stupore in tutti per l'abbondanza e la rigogliosità dei prodotti, intriso com'era dall'energia proveniente dai miei genitori; i vicini pensavano che i miei avessero qualche segreto e in realtà era così, ma non era un segreto che si potesse comunicare.
Insomma, la mia vita era veramente entusiasmante, non solo per gli avvenimenti, gli affetti e le emozioni tipiche dei ragazzi, ma soprattutto per la vita segreta che vivevo colma di messaggi arcani, di linguaggi segreti, di visioni, di misteri.
Tutto questo era bello, ma anche inquietante, perché di qualche persona, vedendone la vera essenza, l'intuito si ritraeva schifato, gente normale, ben inquadrata nella società, rivelava, ai miei occhi che “sapevano”, abissi di marciume.
Mia madre mi parlava dei lemuri, cioè persone che, per qualche ragione, nascono già malvagie e crescendo aumentare la loro malignità studiando da esperti, consacrandosi al male, alla Trexenda, imparando la magia nera e coltivando dentro di sé l'odio per la donna: infatti il lemure, donna o uomo che sia, ha ucciso dentro di sé la sua parte femminile, odia la donna per la sua bellezza, la sua fecondità, la dolcezza, la generosità, la passione, la dedizione e, fisicamente, il lemure è ferito dalla vista delle belle curve, dall'armonia delle movenze, la luminosità, i begli occhi, la bella pancia incinta; insomma il lemure odia il femminile universale, la base stessa della maternità. Naturalmente il lemure proietta il suo odio su tutti.
I lemuri sanno nascondersi bene, si mimetizzano in mezzo alla gente, fanno perfino beneficenza per ingannare il prossimo.
Perciò, ecco le malattie inspiegabili agli stessi medici, gli aborti improvvisi, gli scoppi di follia, le donne che non riescono a rimanere incinte benché siano ginecologicamente a posto, l'odio che scoppia intensissimo tra conoscenti, i neonati morti nella culla e tanto altro male che opprime la terra. I lemuri odiano comunque, cercano i deboli, gli innocenti, i tardi perché più vulnerabili al male.
Ci sono poi coloro che “sanno”: sono nati così e, al contrario dei lemuri, coltivano il bene, si rinforzano con cibi speciali, con cerimoniali, con l'omaggio alle forze primigenie della terra: la terra stessa, il sole, la luna, il mare, le fonti, i ruscelli, i boschi, il vento, gli animali, i respiro.
Come i lemuri si riconoscono tra loro e a volte uniscono le loro forze per aumentare la forza maligna, così quelli che “sanno” si riconoscono tra loro e spesso si aiutano per sconfiggere lemuri di mostruosa potenza.
Io sono tra coloro che “sanno”: non è un merito, sono nato così, e, avendo inoltre genitori molto particolari, sono diventato anch'io molto forte e molto particolare, subendone anche le conseguenze perché i doni del destino si pagano a caro prezzo.
I lemuri odiano anche gli animali: certi comprano animali per picchiarli e torturali; ma soprattutto odiano il cavallo, l'animale più bello del creato e che, non a caso, assomiglia alla donna: bello, armonioso, elegante, generoso; eppure è difficile trovare un animale più torturato.
Ed è proprio riguardo a un cavallo che ho conosciuto il primo lemure spaventoso: un contadino che faceva anche trasporti col suo carro. C'era da portare del materiale edile per ristrutturare una casa in collina; l'autocarro lasciare, il materiale sulla strada e bisognava portarlo vicino alla casa, percorrendo una strada sterrata e in salita ripida; i proprietari assoldano il carrettiere, che arriva con un cavallo bello e muscoloso, aggiogato ad un carro a sponde. Già a vederlo mi si stringe il cuore: il morso strettissimo, il collo ritorto ferocemente contro il petto; emetteva un rantolo penosissimo invece del respiro perché la posizione ritorta comprimeva la trachea; il torcinaso gli martoriava il labbro superiore. Caricato il carro, ma caricate anche due pesanti ceste sulla groppa del cavallo, partono; la salita è ripida, il carico è pesantissimo e il lemure, con un bastone pesante e flessibile colpisce ferocemente il cavallo, aritmicamente, continuamente; lo schiocco terribile del bastone sul fianco del cavallo si sentiva per tutto il circondario. Per la prima volta vedo lanciare gli occhi: da entrambi esce un mostruoso verme biancastro con le pupille dell'uomo sull'orrido muso; questi occhi spaventosi percorrono il corpo del cavallo con indicibile malignità, lo frugano oscenamente. È così tutto il giorno: la tortura della fatica, del morso, del torcinaso e di centinaia di bastonate.
Il male che il lemure spandeva attorno a sé, danneggiava chi gli stava vicino; mentre i cavalli gli morivano frequentemente di sfinimento e di maltrattamenti, i suoi famigliari soffrivano perché, magari senza che lui volesse, assorbivano il veleno; la moglie ridotta a uno scheletro vivente; uno dei figli morì da piccolo, il medio morì verso i 40 anni (era sempre malato); il maggiore, ancora vivo adesso, non ha mai potuto lavorare e tutt'ora va a mendicare a Genova.
Il trasporto di materiale dura più di un mese e ho tutto il tempo per assimilare due sensazioni che mi accompagneranno per tutta la vita: una è l'odio per chi tortura animali e persone per cui, nei limiti del possibile, con volontariato e sottoscrizioni a enti di beneficenza, cerco di aiutare gli oppressi e gli sfortunati.
La seconda sensazione è quella relativa alla percezione della pura malvagità del lemure; quell'uomo non era semplicemente crudele col cavallo: spandeva attorno a sé un'aura maligna. A poca gente piaceva stargli vicino, erano a disagio senza sapere perché, ma io “sapevo”, provavo una sensazione di freddo e malessere stando gli vicino e un giorno passando vicino a lui che stava caricando il carro, col cuore gonfio di pena per il cavallo torturato. Lo carezzo sul fianco; il lemure si gira mi vede e lancia gli occhi orrendi, che incontrano i miei: ci “conosciamo”: lui capisce che io so, io lo vedo nell'anima, fa un sorriso orrendo, gli occhi verminosi si ritirano, ci diciamo parole false; ogni volta che ci incontriamo scoppia qualcosa, una guerra silenziosa; lui teme i miei, che mi “proteggono” non solo come i normali genitori, proteggono i figli, ma con cerimoniali speciali.
Sa che ho la catenina d'argento, gli spicchi d'aglio cuciti in un sacchetto assieme a un po' di sale, ma soprattutto è furioso perché sa che “so”.
Comunque, quando vengo frugato dai suoi occhi verminosi e fluorescenti, vado a casa dove mia madre dice le parole e mi fa un bagno di acqua e miele e sto di nuovo bene.
Poi, quando ho circa 14 anni, vengono a stare vicino a noi alcune persone molto particolari.
Una coppia di giovani sposi bellissimi, con un neonato che lei allattava; ho visto la vera bellezza: lo sposo un bel giovane aitante, e soprattutto lei; la vera bellezza ligure, mora, stupenda; cantava con la voce melodiosa, faceva il duetto con mia madre che era anche lei una canterina appassionata; cantava perché era contenta. Faceva la casalinga, e come lavoro, per guadagnare qualcosa, lavava e stirava per qualche famiglia benestante, col bambino in una cesta vicino a lei.
Vedevo l'idillio tra lei e suo marito, le occhiate, la tenerezza, i pensierini che si facevano, come dividere un grappolo d'uva e altre tenere sciocchezze così importanti per chi si vuole bene.
Noi avevamo un gatto nero, con luminosi occhi gialli, una piccola pantera: era il tenero folletto della casa, che esplorava in ogni angolo, come pure il cortile e i dintorni.
Qualcuno dice che il gatto è prova dell'esistenza di Dio, e sono state scritti migliaia di libri da padroni per il proprio gatto.
Il gatto nero è il massimo della gattità e il nostro lo dimostrava in mille modi che sarebbe troppo lungo descrivere e anch'esso è un protagonista di questa storia.
Viene ad abitare vicino a noi un'altra coppia di coniugi di mezz'età. Vanno e vengono per fare il trasloco da Savona, ma già provavo un vago malessere e anche il gatto è irrequieto e un giorno capisco il perché; ormai vengono per abitare lì stabilmente e vedo la donna, le sono vicino: sento un freddo spaventoso, lei si gira, ci guardiamo e ci “conosciamo”: conosco un lemure di spaventosa potenza: lei non lancia gli occhi, ma mi “conosce”: sa che io “so” è una sfida; poi sorride, quell'orribile sorriso del vampiro; parliamo di cose banali, ma entrambi sappiamo che tra noi ci sarà la guerra; suo marito non è un lemure, ma è una creatura ripugnante lo stesso, di una magrezza malsana, il teschio in evidenza sotto la pelle, gli occhi smorti.
Ho saputo dopo che hanno dovuto andare via dalla casa di Savona per qualcosa che è successo. Avverto subito i miei, che già hanno capito e diventiamo più guardinghi, potenziamo le difese; il nostro gatto le soffia quando la vede e lei, con quell'orribile sorriso, si dice dispiaciuta perché afferma di amare le bestie, ma mi basta vedere il gatto che, pur terrorizzato dal nostro, non scappa, arruffa il pelo ed emette un miagolio di paura e minaccia assieme, che non ho mai dimenticato.
Un giorno gli sposi sono nel loro cortiletto: la sposa, Carla, lava nel truogolo; il neonato è in una cesta posata sul tavolino; il marito, Vittorio sta costruendo una cesta, ma il suo vero impegno è guardare le gambe stupende della moglie, che ogni tanto si gira e gli sorride, ancheggia seducente, si china sul bambino, lo guarda estasiata; io vedo la dolcissima scena, ma sono oppresso, il cuore stretto dall'angoscia e all'improvviso capisco il perché: dalla finestra vicina il lemure sta guardando e intuisco subito che non siamo noi che “sappiamo” ad essere in pericolo, ma è la famiglia indifesa: è difficile descrivere lo sguardo di indicibile malvagità con cui il lemure guardava Carla e il bambino; lancia gli occhi spaventosi coi vermi fosforescenti, esplora oscenamente il corpo della sposa, esplora la cesta col bambino, ritorna al corpo della sposa, il lemure sente di essere escluso da un paradiso di indicibile gioia: da una parte la sposa innocente, bella, sensuale, feconda; dall'altra parte, l'orrore, la gioia maligna di fare il male, la sterilità fisica e mentale.
Per spezzare l'incantesimo maligno urto una tavola, che cade e subito cerco gli occhi del lemure: i vermi mostruosi mi si avvicinano, io li sfido; non possono farmi niente, ma l'impressione è terribile; ho sempre l'argento e l'aglio, ho la canottiera “tenuta” dalle mani di mio padre, intrisa della sua forza, e anch'io lotto con tutto il mio coraggio; il lemure raddoppia la sua forza, sembrano passare secoli, ma per fortuna mia madre si affacciava alla finestra, vede, capisce, fa un segno, mi chiama non col mio nome Giacomo, ma col mio vero nome; mi sembra di risvegliarmi, sono in un bagno di sudore e il lemure è furibondo, tanto più che il gatto soffia disperato; da quel momento sono certo che il lemure mi giura odio fanatico. Lo sposo, che è un innocente, non si è accorto di niente, ma il bambino piange e Carla anche lei zuppa di sudore, è intrisa di un malessere che io vedo. Parlo con mia madre: dobbiamo proteggere questa famiglia dolcissima. Vittorio va a Vado e chiamiamo Carla perché venga a prendere il caffè da noi: le parliamo delle precauzioni da prendere, delle protezioni da mettere su di sé, sul bambino, sul marito, in casa e soprattutto non lasciare mai mai mai solo il neonato: il lemure di spaventosa potenza potrebbe “toccarlo” e fargli del male sia fisicamente, con abili torsioni degli arti e del collo, schiacciamento dello stomaco e della pancia, procurandogli lesioni invisibili ma gravi, sia moralmente, avvelenandogli l'anima nonostante le protezioni. Carla capisce al volo e avverte anche il marito, ma noi siamo in ansia. Una sera tardi d'estate stiamo per andare a dormire; per caso mi affaccio alla finestra e vedo il lemure che assieme a suo marito entra nel nostro cortile; non c'erano cancelli e poteva entrare chiunque; non avevo mai visto il lemure di notte: risaltava di più la potenza maligna; lanciava i vermi dagli occhi a esplorare, a “sentire” la forza della casa e vedevo sotto la pelle delle braccia e delle gambe muoversi dei rilievi osceni, come tumori vivi e orrendi. Il marito ormai contagiato del male, uno scheletro ambulante, la segue e guarda tutto con quegli occhi smorti, i momenti rigidi: sembrava uno zombie.
Avverto mio padre; vicino alla finestra aperta della stanza al primo piano c'è appoggiato un lungo palo; con un'agilità straordinaria si afferra al palo e scende rapidissimo a terra e io lo imito: siamo davanti al lemure e la scena è surreale perché lei dice di essere venuta a vedere il cortile di notte perché ha sentito dei rumori, mentre mio padre impassibile dice che è sceso perché ha sentito dei rumori; sotto le parole banali da una parte e dall'altra c'è una tensione fortissima, si confrontano le forze preparandosi alla terribile lotta che avverrà.
Loro se ne vanno, ma si fermano a guardarci e mio padre sale lungo il palo e io subito dopo di lui.
Nei giorni seguenti, quando si parla di cose banali, il lemure dice che non ha potuto diventare madre e vorrebbe tanto tenere un bambino in braccio, ma tutte le madri non gliene lasciano mai tenere; e dice, riferendosi al neonato di Carla: un giorno glielo tocco; semplici parole, ma gravide di una minaccia velenosa, perché noi sappiamo che il “tocco” del lemure può uccidere; pensavo che il destino o Dio avevano visto giusto rendendo sterile questa donna, perché con un istinto primordiale sapevo che da lei sarebbe nato un lemure di straordinaria potenza, forse il fratello del maligno.
E un giorno arriva la catastrofe, sventata solo per un soffio; già nella notte noi che “sapevamo” non riuscivamo a dormire; sentivamo la natura che tratteneva il respiro e, invece della potenza panica che si sentiva pulsare immensamente potente e feconda, sentivamo un ansimare penoso e anche il silenzio delle creature della notte. Invece del canto degli uccelli notturni, del frinire dei grilli, del gracidare delle rane nel piccolo stagno, silenzio assoluto; c'era la luna rossa, velata da una nebbia sanguigna e questo ci mise in allarme; quella notte rimanemmo svegli, col gatto che girava angosciato; io e mio padre andammo a vedere la casa degli sposi: tutto tranquillo.
Nella mattina estiva, mio padre va a lavorare assieme a Vittorio; io gioco nel cortile stando attento; non succede niente, ma sento che succederà qualcosa; il gatto non mangia, gira dappertutto. A mezzogiorno mangiamo vicino alla finestra tenendo d'occhio il cortile.
Verso le tre Carla arriva con un cesto di panni da lavare e col neonato in braccio. Lo posa in una cesta vicino al truogolo e comincia a lavare; il gatto, come sempre, va vicino al bambino, gira attorno al cesto, ma non fa come le altre volte che si acciambella vicinissimo alla cesta e dorme tranquillo. Gira incessantemente, certo vuol farci capire che il bambino è in pericolo; io non vedo il lemure, non sento quella sensazione di freddo e d'angoscia che avverto quando è nelle vicinanze. Mia madre cuce, ma è attentissima. Sembra non succedere nulla. Poi tutto precipita; Carla, a cui manca il sapone, va a prenderlo nella cantina che è vicinissima ed ecco che appare il lemure; che certo stava in agguato; mia madre chiama “Carla!” con un grido che certo ha emesso solo durante il parto: lo risento ancora adesso e sembrava strano che la piccola donna potesse gridare con un ruggito di belva feroce; il lemure allunga le braccia e io “faccio” senza sapere coscientemente ciò che sto facendo, qualcosa: da me esce una “bolla” di sangue e d'amore che vola nell'aria e si posa sulla cesta del bambino per proteggerlo; il lemure lancia gli occhi maledetti verso di me, il gatto si lancia e graffia le mani ormai vicinissime al neonato; Carla sente il richiamo, con un salto si precipita sul neonato, lo alza, lo stringe al petto; la “bolla” è ancora sul neonato, la vedo chiaramente. Tutto è successo in pochi secondi che sembrano secoli, poi tutto finisce. Il lemure si asciuga le gocce di sangue, sorride con quell'orribile rictus e dice: “Volevo solo toccarlo”, ma noi sappiamo che il neonato ha corso un pericolo mortale.
In seguito succede un fatto atroce: una mattina troviamo il gatto infilzato a terra, trafitto da una bacchetta di ferro; noi sappiamo chi è stato, ma il gatto nero, dolcissimo folletto nella nostra casa, era odiato non solo dal lemure, ma anche da altri, per ignoranza e fanatismo trasmesso dai secoli. In Inghilterra il gatto nero porta fortuna.
Io sono molto provato: sono svuotato; l'enorme dispendio di energia che ho emesso da me mi lascia stremato e mio padre mi fa molte sedute di cura per trasmettermi forza; faccio cure di sole, di mare, di uva e miele.
Vittorio e Carla vanno ad abitare a Vado in un condominio; quasi subito il lemure si ammala gravemente ed entra in una lunghissima agonia. Secondo una tradizione di Quiliano il lemure non può morire se non si toglie il coppo di colmo del tetto; sono superstizioni, dato che moriamo tutti, però …… Sta di fatto che nel giugno del 1962, tre uomini salgono sul tetto per togliere questo coppo: per farlo occorre un tipo di coraggio che è diverso dal coraggio fisico; sono uomini sopravissuti alla prigionia in Germania, alla ritirata di Russia, ma sono anche uomini che “sanno”; gli attrezzi che usano sono stati benedetti da un sacerdote che “sa” e non giudica assurde credenze le cose strane che succedono; alcune donne pregano in ginocchio; io vedo i tre uomini stagliati contro il cielo azzurro e sono in ansia estrema.
Gli attrezzi picchiano, demoliscono; una nuvola nera passa all''improvviso nasconde il sole; provo una sensazione fortissima di freddo e d'angoscia e lancio la “bolla” di sangue e d'amore a proteggere il padre adorato; un orrendo verme biancastro esce dal buco sul tetto: è il Maligno venuto a prendere un'anima dannata. Il lemure muore e i tre rimettono il coppo al suo posto, poi scendono; sono uomini fortissimi, ma saranno segnati per sempre da questa esperienza; anche con le protezioni sacre e magiche, nessuno può rimanere lo stesso dopo che è stato sfiorato dal Maligno; i tre sapevano che mentre agivano il sacerdote aveva esposto l'ostia consacrata. Io sono allo stremo e ho fatto lunghe cure per un grave esaurimento.
Andiamo a stare a Savona per essere vicini alla scuola, ma il destino ha voluto che senza saperlo scegliessimo una casa molto particolare in un condominio di Villapiana. Avremmo saputo tempo dopo che vi era stato ucciso un uomo che perciò era morto senza confessione e, in quella casa ci si “sentiva” ed era vero; persino mio fratello, che era un “innocente” sentiva qualcosa.
I rumori notturni, le correnti fredde, erano sporadiche ma negli anni si accentuarono; erano più intensi vicini a me dove dormivo e dopo circa tre anni che abitavamo li ecco che la presenza mi si manifesta: un fantasma nero e freddo, ma non ho avuto paura; era il fantasma della solitudine, un'anima in pena che mi ha abbracciato; sentivo una supplica disperata e ho saputo cosa fare; queste presenze possono avere manifestazioni fisiche e perciò ho messo una matita e un foglio sul comodino. Era ciò che “lui” voleva; vedo una notte che con infinita pena scrive qualcosa e alla mattina vedo delle lettere tremolanti scritte sul foglio.
Capisco ciò che vuole, ma voglio essere sicuro: nella notte gli sussurro ciò che ho capito e “lui” cambia colore, diventa meno freddo e mi conferma così il suo assenso.
Devo andare ad Arenzano a piedi, al Bambino di Praga, dire delle parole e accendere tre candele; ne parlo coi miei. Avevo 17 anni, ero un buon camminatore, era d'estate e una mattina parto; avevo il “passo danzante” e potevo fare con facilità molti chilometri, ma fu molto dura; il sole cocente, di agosto, l'asfalto rovente che cuoceva le scarpe, la sete. Anche se avevo portato l'acqua e qualcosa da mangiare, non avevo fatto i conti con l'enorme dispendio di energia necessario.
Verso Cogoleto dalle scarpe usciva qualche goccia di sangue,ma cercavo di sdrammatizzare; mi dicevo: “Non è il Sahara, non è la Siberia”. Queste frasi scandivano i passi che diventavano sempre più faticosi; mi si accosta un'auto dei carabinieri, mi chiedono se va tutto bene; scendono, vedono le scarpe. Io dico che è un voto e uno dei due, che era uno che “sapeva” prende dall'auto una bottiglia d'acqua, me la dà e io sono rinvigorito da quel conforto; arrivo finalmente alla chiesa, entro, accendo le candele, dico le parole, esco, vado a prendere il treno ad Arenzano e durante il viaggio i piedi gonfiano in modo spaventoso. Arrivato a Savona, mi trascino penosamente a casa; mia madre mi chiede se ho fatto: “Si, ho fatto”. Poi mi fa stendere sul letto e mi avvolge i piedi con un impasto di farina e aceto, trattenuto da asciugamani. All''indomani mattina non ho più niente. Nella notte “lui” arriva, è caldo e quasi roseo; mi abbraccia e quel senso di infinita solitudine è scomparso. Anche “lui” è scomparso e la casa è diventata serena e silenziosa.
Per parecchi anni ho incontrato lemuri di poca potenza, ma poi, andando a lavorare a Genova in un ufficio ne ho incontrati vari.
C'è un disegnatore che, appena ci siamo visti, ci siamo subito “conosciuti”. Vedo gli occhi spaventosi, il sorriso orribile, sento la malignità congenita, e provo quella sensazione di freddo agghiacciante che non sento da molto tempo.
Negli anni ho imparato molte cose, ho fatto appositi cerimoniali, tuttavia sto in guardia, attento al mio cappotto appeso all''attaccapanni, alla borsa, alla scrivania. Ma chi è in pericolo è la segretaria. Nessuno in ufficio va d'accordo col lemure, ma non si spiegano il perché: non si tratta solo di una persona con un carattere difficile e scorbutico o altro; c'è di più.
Il lemure è seduto quasi davanti alla segretaria e subito vedo il suo odio per lei che è bella, sensuale, aggraziata; il suo è l'odio tipico del lemure per la donna; lui maschera l'avversione con pretesti di categoria, di funzioni, ma la cosa è più profonda; un giorno ne ho la prova; lei scrive a macchina e lui lancia gli occhi verminosi, la esplora oscenamente in tutto il corpo, in quel modo così ripugnate che ho visto più volte in altri casi. Lei è concentrata e non si accorge di niente finché ha un brivido, alza la testa e incontra il suo sguardo; si raccoglie in se stessa, a disagio.
Devo avvertirla, ma la conosco appena; so che è sposata, è molto preoccupata perché non riesce a rimanere incinta e io so il perché; un giorno la invito a prendere il caffè; c'è la macchina nel grande ripostiglio, siamo soli e affronto l'argomento dicendole che ha un ammiratore seduto davanti a lei, uno che passa più tempo a guardarla che a lavorare; lei mi dice che ne farebbe a meno, che c'è qualcosa in quello sguardo che la mette a disagio: non è lo sguardo avido o insolente o maleducato; c'è qualcosa in quegli occhi che le mette paura.
Non riesco a spiegarle perché è una “innocente” ed inoltre mi conosce da troppo poco; per fortuna nell'altra sala c'è una sua amica che “sa”; ci “conosciamo” e le parlo subito: lei capisce al volo e riesce a convincere la segretaria a proteggersi con i mezzi necessari: argento, sale, aglio, immagini benedette. Mette il cappotto non più sul grande attaccapanni nell'ingresso, ma dietro la porta del suo ufficio, in modo che al lemure sia difficile toccarlo. Lui si accorge subito che qualcosa è cambiato, che incontra difficoltà a “esplorarla” e sa che lo “guardo” e lo metto in difficoltà. Dopo un po' lei rimane incinta e lui va su tutte le furie, lancia gli occhi fosforescenti a esplorarla, poi si gira verso di me e mi “guarda” con tutta la sua potenza; è uno dei lemuri più forti che ho incontrato; i vermi orrendi mi avvicinano e, benché non possano farmi niente, è veramente una brutta sensazione essere osservato da quelle pupille colpe d'immensa malignità.
Io vado spesso nel porto di Genova dove abbiamo dei lavoro; devo rilevare dei pezzi, seguire dei montaggi e mi trovo veramente bene; c'è l'enorme potenza del mare, la forza del sole e la protezione del ferro; gigantesche gru semoventi, pesantissimi tralicci metallici. Il ferro è magico, protegge gli uomini.
Conosco uno dei capisquadra, un certo Parodi; è uno di noi, anche lui “sa” ed è uno dei più forti che ho conosciuto; gigantesco di corpo con un'aura magnetica che fa star bene, gli uomini della sua squadra; irradia un'energia straordinaria; sono sicuro che è anche un pranoterapeuta fortissimo e meno male che c'è quest'uomo. Mi avverte che sta per arrivare alla direzione un lemure di enorme potenza, e che lui deve proteggere gli uomini; ci stringiamo la mano e un'onda fortissima di energia mi invade; dato che dovrà passare molti mesi nel porto facciamo il patto d'oro per proteggerci l'uno con l'altro e l'occasione arriva presto.
Devo rilevare un pezzo su una gru e mi danno per aiutante proprio il lemure dell'ufficio. Partiamo, ma prima avverto per telefono Parodi che capisce al volo.
Partiamo dall'ufficio e parliamo del più e del meno, tesissimi. Saliamo sulla gru gigantesca e mentre lui prende delle misure, io cammino lungo la grande trave che sporge sopra il mare; sono sull'estremità e comincio anch'io a prendere misure. Mi rilasso nel benessere, accarezzato dal vento, dal sole, dal rumore del mare; quasi mi addormento perché la vista delle onde è ipnotica. Sono vicino alla ringhiera, un niente che mi separa dall'abisso. In quella specie di trance in cui mi trovo, vengo paralizzato da un freddo terribile, sento una forza invincibile che mi fa curvare sulla ringhiera, mentre nel mare compaiono due enormi occhi mostruosi che mi chiamano con forza maligna; sto per precipitare, quando con la coda dell'occhio vedo Parodi che sta correndo sul molo. Mi chiama; già normalmente ha una voce potente, sonora e in quel momento mi chiama per nome con tutta la forza che aveva. Riesco a scuotermi dal torpore mortale, mi raddrizzo e vedo che il lemure con i suoi occhi verminosi e incandescenti che mi avviluppano. Mi afferro alla ringhiera e il contatto diretto delle mani col ferro mi dà forza; respingo i tentacoli verminosi, prendo una pesante squadra di ferro che serviva per le misure e avanzo verso il lemure, che si “spegne”. È solo un uomo, parliamo di misure come se niente fosse; però entrambi “sappiamo” e la lotta è solo rimandata.
Scendiamo; io vado a prendere il caffè con Parodi che mi racconta come mi avesse visto sulla gru avviluppato da mostruosi tentacoli biancastri; ma la salvezza, mi dice, la devo a un certo Giulio, un operaio gravemente nevrotico e forse per questo dotato di antenne sensibilissime. È molto potente ma è troppo debole per reggere questa potenza e deve agire nell'ombra. Vado a parlargli e mi dice che “qualcosa” lo ha avvertito della presenza di un lemure fuori dell'officina, è uscito, ha visto e ha chiamato Parodi.
Anche lui sa dell'arrivo del nuovo dirigente lemure, lo conosce per sentito dire e che ha una triste nomina: dove arriva, e cambia spesso posto, gli uomini si ammalano più frequentemente e gli infortuni aumentano.
Un giorno che vado di nuovo a rilevare dei pezzi, mi presentano questo dirigente e capisco subito di avere un nemico mortale, enormemente più potente di tutti quelli che ho conosciuto; ricordo l'estrema ripugnanza che ho provato a stringergli la mano ghiacciata, il gelo lugubre, e quando incontro i suoi occhi qualcosa mi guarda al di là della vita, forse il Maligno è su di lui. Ci “conosciamo” e per la prima volta ho paura di un lemure; sento che è molto più forte di me. Quando vado nel porto mi assicuro di avere le miei protezioni e benedico il telefonino che mi permette di avvertire Parodi e Giulio; in tre siamo più forti, ma il disagio è fortissimo. Prima delle riunioni di lavoro, a cui Parodi non partecipa, vado da Parodi stesso che, per mezzo della stretta di mano, trasmette la sua energia immensa, come un tempo faceva mio padre.
Seduti intorno al grande tavolo, parliamo di lavoro, ma smento gli occhi del lemure che mi opprimono, il gelo mi prende il cuore.
Per fortuna Parodi mi aiuta; nel suo incarico di responsabile delle macchine di scarico delle navi ha carta bianca per entrare in qualunque momento per conferire col dirigente del molo; quel giorno ero indebolito, ma sento bussare, Parodi entra e dice qualcosa al dirigente; mi trasmette la sua energia e posso combattere.
Tra gli uomini del molo succede ciò che già è accaduto dove il lemure ha comandato: aumentano le assenze per malattia, aumentano gli infortuni e le liti. Solo Parodi non teme il lemure, lo combatte, lo irride, aumentandone la furia diabolica.
Poi purtroppo Parodi va in pensione e il dirigente, certo sobillato dal lemure, non accetta che ritorni come consulente; gli uomini si sentono in balia del mostro: anche se non “sanno”, l'acuto malessere che provano è palpabile; alcuni se ne vanno, Giulio per primo; sono io a indurlo a fuggire, del resto è un abile tornitore e trova lavoro quasi subito.
Intanto il Maligno ha certamente deciso di farmi fuori in qualche modo; troppe volte gli ho sottratto vittime, troppo volte ho fatto fallire i suoi piani. In ufficio assumono una giovane donna che è un lemure: la solita procedura la “conoscenza”, gli occhi; il suo odio verso la segretaria è immediato. Alleata del disegnatore, frugano il corpo della ragazza, a cui consiglio, tramite la sua amica di andarsene, cosa che fa poco dopo.
Io raccontavo in ufficio delle gite in bicicletta che facevo in collina a Savona, in particolare quella che facevo al sabato partendo dalla Villetta e salendo a “Steva di bö” e più avanti passando sul crinale che divide la valle del Santuario da quello di Stella. Si sale a 600 metri di quota e, molto più avanti si finisce a Naso di Gatto. Per molti chilometri non si incontra nessuno, non ci sono case e si è veramente soli. La vista è stupenda, si vede il mare e a volte la Corsica. Si incontrano diversi animali e qualche persona solo durante la stagione dei funghi.
Certo il disegnatore lemure riferisce questo fatto al capo del molo perché un sabato, nella mia solita gita li incontro; il capo lemure è di Savona e conosce la strada.
Sono sulla ripidissima salita che porta agli 800 metri del crinale, sto benissimo: c'è il sole, la potenza del bosco, la potenza del vento; cammino conducendo la mia bicicletta, mi fermo a bere. Eccoli.
I tre lemuri sono lì, il tre è un numero potente sia per il bene che per il male. Sono in una piccola piazzola della strada, sento la loro mostruosa potenza; più avanti c'è un'edicola con la statua della Madonna ma è troppo lontana; così le mie protezioni e le mie forze sono deboli; preso dal terrore mi sento perduto; invoco gli spiriti dei miei genitori; il sole, il vento, il bosco mi aiutano; i lemuri avanzavano tenendosi per mano per aumentare la loro potenza, e io so cosa devo fare.
La bicicletta che reggo vicino a me è fatata, magica. Mi è stata regalata da un uomo molto particolare, un invalido. Quando era ragazzo, l'ultimo tram di Savona gli ha tranciato le gambe appena sotto le anche; si è salvato e, appena guarito, ha indossato delle protesi per camminare appoggiandosi a due bastoni; si è diplomato geometra, andando a scuola salendo da solo sui messi pubblici. Appena ha potuto ha preso la patente, guidando l'auto che aveva tutti comandi nel volante.
Viene assunto nella ditta dove lavoravo, diventa mio vicino di banco da disegnatore e diventiamo grandi amici; divento altresì il suo accompagnatore per fare quelle pratiche burocratiche di cui necessita e per accompagnarlo alle visite mediche. Mi hanno colpito subito il suo coraggio, la sua mancanza di vittimismo, il rifiuto del compatimento.
Ironico, polemico, con spalle e torace impressionanti, era ed è, un uomo straordinario.
Durante una delle mie ricorrenti crisi depressive era lui che mi sosteneva, non certo con pacche sulle spalle o frasi patetiche, ma con battute, atteggiamenti, prese in giro che mi scaldavano il cuore.
Un giorno parlando in ufficio dico che voglio comprarmi una mountain-bike per girare le colline. Pochi giorni dopo il mio amico mi porge delle chiavi e mi dice di andare in portineria; io non capisco, poi vedo giù la bicicletta nuova, provo una gioia grandissima. Da quel momento è amore a prima vista. Con questa bicicletta faccio migliaia di chilometri nelle colline della provincia, vado nei torrenti, nella neve, nelle ghiacciaie, nei rovi, in strade sterrate piene di fossi e di pietre: ebbene, non ho mai scoppiato una ruota, la catena ha deragliato una sola volta e soprattutto la bicicletta mi conforta; a volte mi sono perso in mezzo ai boschi, ma la bicicletta vibrava, prendevo coraggio da essa, permeata com'era dall'influsso della personalità dell'uomo straordinario che me l'ha regalata. Sciocchezze! È antiscientifico! Superstizione! Autosuggestione!
Tutto vero. Però …… Loro sono in basso salgono verso di me; non ho via di fuga perché dietro ho il precipizio che dà su Stella. Lanciano gli occhi mostruosi, sotto la loro pelle si muovono ripugnanti tumori; sono avvolti da tentacoli di malignità, sui volti l'orrido rictus di trionfo, sento il gelo atroce, il sole si spegne, sono solo sulla terra, il vento fugge, ho paura, un silenzio innaturale grava sul bosco.
Il mondo sembra trattenere il respiro, ma ecco comparire il viso delle persone, tre, che mi salvano: i miei genitori morti e il mio amico invalido ancora vivo mi esplodono nel cervello, la catatonia atroce che mi aveva invaso si scioglie. Lancio la bicicletta verso i lemuri e i numi mi assistono: la bicicletta fatata non si rovescia, percorre lo spazio che ci separa, colpisce il lemure savonese, che cade imprecando.
Scompare la loro forza, gli occhi verminosi rientrano nelle loro orbite. Dico cose banali, la bicicletta mi è sfuggita, mi scuso, ma tutti noi “sappiamo”. Le parole banali nascondono l'orrore.
Io sono in pericolo; nel porto a Genova non c'è più Parodi a proteggermi, a Savona conoscono le mie abitudini, cercheranno alleati; la località Trexende, a Quiliano, dove vanno ad aumentare la loro forza è vicina: c'è una delle porte dove passa il Maligno.
Prima o poi mi prenderanno, perché non sempre si può essere in allarme; cercherò degli alleati che “sabbiano”, ma è più difficile: il computer, il telefonino, l'Ipod indeboliscono la sensorialità.
Io sono in pericolo mortale. Scientificamente i lemuri non esistono, ma preso verranno a prendermi e ho paura. Pregate per me.


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