DI CAVALLI E CAVALIERI

Ci sono i cavalli e ci sono i cavalieri.
L'uomo ha sempre avuto la smania di saltare in groppa a qualcos' altro, compresi i suoi simili. Ha privilegiato i quadrupedi solo per questioni di equilibrio: qualche volta è andata bene e qualche altra è stato un disastro.
Coi cavalli il successo fu strabiliante: chi montava in sella non solo smetteva di far fatica , non solo diventava velocissimo, ma saliva anche di grado.
Al tempo dei Romani il cavallo si chiamava equus e aveva (per assonanza) un gran senso della giustizia: disponeva già di quattro gambe e riteneva giusto aiutare chi ne aveva due sole. I cavalieri, all'epoca detti equites, erano invece dei maledetti egoisti e non meritavano le loro cavalcature: perciò il volgo, che già parlava a modo suo, degradò l'equus a caballus (ronzino) e gli equites a caballeri (ronzinari).
Il cavalierato restò comunque per tutto il medioevo uno status prestigioso. Un cavaliere poteva approfittarsi con moderazione delle vedove, dar buffetti agli orfani, riparare i torti più indecenti , andare alle crociate, ammazzare i draghi e gli infedeli. Doveva pure scopazzarsi le donne dei colleghi assenti (per carampane che fossero) e si faceva un punto d'onore di raccogliere qualunque sfida, anche immaginaria, che gli svolazzasse intorno.
D'altronde i modi di lanciar le sfide lasciavano poco spazio all'immaginazione: andava molto all'epoca il ceffone col guanto ferrato, ma dominavano le ingiurie verbali, per lo più inerenti le abitudini sessuali di madri, mogli, sorelle e fidanzate. Accettare le sfide era obbligatorio: il vile perdeva la faccia, l'onore, la famiglia, gli amici. Le donne (per carampane che fossero) non gliela davano più. I preti lo cacciavan di chiesa. I mendicanti lo sputacchiavano. I piccioni gliela facevano addosso. I cani gli azzannavan le chiappe. Il fedele destriero neppure lo lasciava avvicinare. Anzi passava voce agli altri quadrupedi, asini compresi, che lo disarcionassero immancabilmente. Insomma il meschino era un uomo finito. Nel mondo non c'era più posto per lui. Non gli restava che impiccarsi o buttarsi da un dirupo. Nelle gole dei monti il vento piange da secoli sui miseri resti dei cavalieri codardi...
Oggi accettare le sfide non è più di moda.
Nessuno si butta più dai dirupi. Draghi e infedeli stanno sul libro paga. Il volgo decreta entusiasta il trionfo dei cavalieri felloni. I cani gli fanno le feste, i piccioni volano alti lasciando una scia tricolore. I preti se ne fregano di crune d'aghi e cammelli e benedicono la ricchezza benedetta da Dio. Il destriero dimenticato invecchia malinconico tra le querce del parco. Nell'alto dei cieli il padreterno ridacchia. Gli angeli, tra un telefilm e l'altro, lustrano la stella cometa e stappano champagne.

Mario Rossi

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